3 Lettera del Wolf al Cesarotti, del 5 giugno 1802, in Cesarotti, Opsre, voi. XXXVIII, pp. 108-112: cfr. ivi, pp. 48-4, 65-7, e voi. XXXVII, STORIA Scrittori italiADl: A. Conti.
poi, si sospettasse T importanza della dottrina poetica ge- nerale, di cui r ipotesi omerica era semplice applicazione. Il Wolf (1807) credette trovarsi innanzi un ingegnoso pre- cursore in una questione speciale, non già un uomo di statura intellettuale molto superiore a quella di qualsiasi filologo, per quanto valente.
Non, dunque, appoggiandosi all'opera del Vico, che non fece vera scuola; ma, bisogna aggiungere, neanche per forze nuove e per altre vie il pensiero seppe, in quel tempo, mantenersi all'altezza raggiunta, e progredire. — Uno sforzo notevole per stabilire una teoria filosofica della poesia e delle arti fu fatto, in Italia, dal veneto Antonio Conti; di cui ci restano in abbozzo molti lavori intorno alla fan- tasia, alle potenze dell'anima, all'imitazione poetica e a simili materie, i quali tutti dovevano costituire un am- pio trattato sul Bello e sull'Arte. Il Conti, che, in un primo periodo, aveva professato idee non dissimili da quelle del Du Bos, proclamando che il poeta deve « met- ter tutto in immagini », e che il gusto è indefinibile come il sentimento, e che vi ha gente senza gusto come vi ha ciechi e sordi, e aveva polemizzato contro il cartesianismo in letteratura, abbandonò, in séguito, codesta teorica sen- suale e sentimentale ^ E, ricercando la natura della poe- sia, si diceva mal soddisfatto del Castelvetro, del Patrizio, e anche del Gravina. « Se il Castelvetro (egli osserva), che tanto sottilmente ha scritto sulla Poetica d'Aristotele, avesse impiegato due o tre capitoli a spiegar filosofica- mente l'idea dell'imitazione, avrebbe sciolte ad un tratto pp. 281, 284, 824. Cfr. sa tutta la questione delle relazioni del Wolf col Vico, Croce, Bibliografia vichiana^ pp. 51, 56-8, e Supplemento^ pp.
1 Lettere in francese alla presidentessa Ferrant (1719) e al mar- chese Maffei, in Prose e poesie, voi. II (1756), pp. lxxxv-civ, cviii-cix.
VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECOLO XVIII 269 molte quistioni da lui proposte sulle teorie poetiche, né ben decise. Il Patrizio, nella sua Poetica e nella sua con- troversia contro Torquato Tasso, non mai ben fissa l'idea filosofica deir imitazione, molte cose utilissime intorno alla storia poetica egli raguna, ma perde inutilmente la dot- trina platonica che vi frammischia, e che, se avesse senza sofisticheria riunita in un punto, avrebbe cangiato aspetto. Il Gravina accennò, nella sua Ragion 'poetica^ un non so che dell'idea filosofica deir imitazione; ma, troppo solle- cito d'inferir da essa le regole delle poesie liriche, dram- matiche ed epiche, e d'illustrarle cogli esempì dei più celebri poeti, greci, latini ed italiani, non attende a svi- luppar quanto basta l'idea feconda, che egli propone »^ Buon conoscitore del pensiero europeo contemporaneo, il Conti non ignorava la teoria dell' Hutcheson; ma la re- spingeva energicamente, notando: < a che molteplicare le facoltà? >. L'anima è una, e solo per comodo scolastico viene distinta in tre facoltà: senso, fantasia, intelletto. « Il senso ricerca l'oggetto presente, il lontano la fantasia, cui si riduce, finalmente, la memoria; ma roggetto del senso e della fantasia è sempre singolare, né v'è che la mente, l'intelletto, lo spirito, che dalla comparazione delle cose singolari raccolga l'universale ». L' Hutcheson, « prima d'introdurre un nuovo senso per il piacere della bellezza », avrebbe dovuto « assegnare i limiti di queste tre potenze conoscitive, e dimostrare che il piacere occasionato dalla bellezza non risulta dai tre piaceri di queste tre potenze, 0 dal solo piacere intellettivo, a cui si riducono, se si fa ben l'analisi delle operazioni dell'anima ». L'inganno dello scrittore scozzese era derivato, dunque, dal separare il piacere dalle facoltà conoscitive, costituendo il primo in 270 STORIA uno speciale e vacuo senso della bellezza ^ Per con- verso, il Conti, rifacendo la storia delle varie opinioni dei critici intorno alla dottrina aristotelica dell* universale nella poesia, dava gran peso al dialogo Naugeritis seu de Politica del Fracastoro '; anzi, per un momento, sembra quasi ch'egli sia prossimo a cogliere l'essenza dell'univer- sale poetico, ponendolo nel caratteristico, per cui di- ciamo bellissime anche le cose orribili. < Balzac, in tutti i suoi viaggi, non vide mai una bella vecchia: nel senso poetico, o pittoresco, bellissima è una vecchia, al- lorché è dipinta con quelle fattezze, che più mostrano i danni dell'età ». Ma, subito dopo, identifica il caratteri- stico col perfetto volfiano, « non diverso dall'ente, né l'ente dal vero, che gli scolastici chiamano trascendentale, eh' è l'oggetto di tutte le arti e di tutte le scienze, e di- ciamo l'oggetto della poesia, allorché col mezzo delle ima- gini fantastiche rapisce l'intelletto e muove la volontà, trasportando l'una e l'altra potenza nel mondo ideale ed archetipo, del quale, dopo S. Agostino, a lungo parla il p. Malebranche, nella Ricerca della verità »^. Cosi anche l'universale del Fracastoro si muta, da capo, in quello della scienza: < dei singolari, per ragione delle loro determinazioni influite, noi non conosciamo chiaramente e distintamente se non alcune lor proprietà comuni, eh' è quanto dire, con altra frase, che non abbiamo scienza se non degli universali. Dunque, il dire che la poesia ha per oggetto la scienza, o l' universale, è lo stesso; e ciò volle, dopo Aristotele, il Navagero » *. Gli < universali fantastici del signor Vico » (col quale aveva scambiato qualche let- 1 Frate e poene^ voi. II, pp. clxxi-xxvii.
2 Si veda, in questo volume, pp. 207-8.
VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECOLO XVIII 271 tera) non gli aprirono nuovi orizzonti: il signor Vico < ne parla molto », egli dice, e « vuole che gli uomini più rozzi, avendoli, non per diletto o per utilità altrui, composti, ma per necessità di spiegare i loro sentimenti secondo che loro insegnava la natura, dessero con la lingua poetica gli ele- menti a una teologia, a una fìsica, a una morale tutta poetica ». Ma il Conti si scissa se pel momento non esa- mina < tale questione critica »; e reputa solo che < in molti modi può dimostrarsi questi universali fantastici esser la materia o Toggetto della poesia, in quanto con- tengono in sé le scienze o le cose considerate in sé stesse » ^ Proprio il contrario di ciò che < il signor Vico » aveva inteso aflfermare. — Il Conti è poi costretto a domandarsi: come mai, essendo l'universale poetico il medesimo che quello scientifico, la poesia ha per oggetto, non il vero, ma il verisimile? E risponde col ridiscendere al punto di vista baumgartiano o volgare. « Allorché le scienze ven- gono particolarmente colorite, dal vero passiamo al veri- simile ». Imitare è dar T impressione del vero; ma ciò si fa col prenderne solo alcuni tratti, nel qual procedimento consiste, per l'appunto, il verisimile. Se si vuole descrivere poeticamente T iride, si deve far getto di gran parte delle dottrine dell'Ottica neutoniana; cosicché alla descrizione poetica mancheranno « molte circostanze della dimostra- zione matematica »: ciò che resterà sarà, dunque, il veri- simile, o quel singolare < che sveglia l'idea universale, eh' è rimasta nella mente dell'uomo dotto ». La grande arte della poesia consiste nello « scegliere il fantasma par- ticolare, che in sé ritenga più punti della dottrina -univer- sale, e che, inserito nell'esempio, colorisca il precetto, che io vel trovi senza cercarlo, e negli eventi altrui ravvisi Prote e poesie, II, pp. 252-3.
272 STORIA i propri >^ Onde alla poesia non basta l' imitazione]; oc- corre l'allegoria: « nelle antiche poesie una cosa si legge e un'altra s'intende ». E qui l'immancabile esempio dei poemi omerici, nei quali, per altro, il Conti s'accorge es- sere qualcosa d'irriducibile all'insegnamento e all'allego- ria, e tale da giustificare, almeno parzialmente, la condanna platonica*. Egli conosce una specie di fantasia, diversa dalla sensitività passiva, « quella che il p. Malebranche chiama l'immaginazione attiva, e Platone arte immagina- ria, e che comprende tutto ciò che s'intende per ingegno, sagacità, giudizio, buon gusto del poeta per usare o non usare a tempo e luogo le regole o le licenze dell'arte, e per correggere le stravaganze dei fantasmi > '. Ma sul buon gusto letterario aderisce all'opinione del Trevisano, facen- dolo consistere nel « mettere tra loro in armonia, cioè re- stringer ne' loro limiti e modi le facoltà conoscitive del- l'anima, la memoria, la fantasia, l'intelletto, onde l'una non soprabbondi all'altra > ^. Il Quadrio II Conti, col travaglio del pensiero e con la ricerca del meglio, si mantiene al più alto livello della speculazione estetica europea di allora (fatta sempre eccezione del soli- tario Vico); livello al quale si trovava in Germania anche il Baumgarten. Passeremo velocemente su altri scrittori italiani, come sul Quadrio (1739), autore della prima grande enciclopedia di letteratura universale; il quale deiiniva la poesia e scienza delle umane e delle divine cose, esposta al popolo in immagine, fatta con parole a misura legate » ^; eloZanottl.
^ Prote e poesUf pp. 283-4.
* Op. oit., I, pref.
^ Fa. Sav. Quadrio, Della storia e della ragione d*ogni poesiot Bolo- gna, 1789, voi. I, parte I, dist. I, o. 1.
rom.
VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECOLO XVIII 273 o SU Francesco Maria Zanetti (1768), che la diceva: < arte di verseggiare a fine di diletto > ^: definizioni, degne Tana di un medievale compilatore di tesori, e Taltra di un non meno medievale compositore di ricettari e arti ritmiche. Un serio lavorio intorno a questioni estetiche si riebbe soltanto con Melchiorre Cesarotti.
Il Cesarotti rivolse Tattenzione alla poesia popolare e m. Ooaar primitiva: tradusse e illustrò di dissertazioni i canti di Ossian; andò ricercando antiche poesìe spagnuole e, per- fino, canti popolari messicani e lapponi; studiò la poesia ebraica; dedicò la maggior parte della sua vita ai poemi omerici, controllando tutto ciò che la critica aveva propo- sto e andava proponendo intorno a essi, e incontrandosi, in questo argomento, col Vico, del quale discusse le dottrine. Oltre a ciò, dissertò suirorigine della poesia, sul diletto della tragedia, sul gusto, sul bello, sull'eloquenza, sullo stile, e, si può dire, su tutte le questioni, formolate fino a quel tempo nel campo estetico*. Qualche eco del Vico pare di sorprendere in quel che dice del La Motte; che cioè e possedeva la logica, ma non sapeva che la logica della Poesia è alquanto diversa dalla ordinaria; aveva molto spirito, ma non conosceva che lo spirito; e non sem- bra che intendesse bene quanta distanza passi ancora tra una prosa sensata e la poesia. Il vero Omero, co' suoi di- fetti aggradevoli, gradirà, sempre più che il suo Omero riformato, colla sua fredda ed affettata virtù >^. Il Cesa- rotti disegnava (1762) una grande opera teorico-storica; 1 Fr. M. Zanotti, Delibarle poetica^ ragionamenti cinque^ Bologna, 1768.
* Su Ossian, Opere, voli. II-V; su Omero, voli. VI-X; Saggio eopra il diletto della tragedia, voi. XXIX, pp. 117-167; Saggio eul Belto, voi. XXX, pp. 18-70; sulla Filosofia del gusto, voi. I; ^xxWEloquensa, lezioDÌ, voi. XXXI.
274 STORIA nella prima parte della quale < si supporrebbe che non esista ancora né la poesia né l'arte poetica, e prendereb* besi a rintracciare per quali stVade un ragionatore illumi- nato avrebbe potuto accorgersi della possibilità d'una tal arte, e come per quella medesima l'avrebbe perfezionata: ognuno si vedria nascere e crescere la poesia, per dir cosi, tra le mani, e potrebbe assicurarsi della verità dei principi col testimonio del proprio interno sentimento » ^ Ma, quantunque celebrato, ai suoi tempi, in Italia, come colui che € colla pili pura face della filosofia aveva rischia- rati gl'intimi penetrali della poesia e dell'eloquenza »*, non sembra, tuttavia, che l' insigne letterato, filosofo dilet- tante e saltuario, trovasse soluzioni profonde e originali, e La poesia (egli definiva nel 1797) è l'arte di rappresen- tare e perfezionare la natura per mezzo di un discorso pittoresco, animato, immaginoso ed armonico » '. nBetuneiu II filosofismo del tempo rendeva gli spiriti insofferenti eupa^no. ^^jj^.^^^ ^^. vccchi trattatisti. L'Arteaga lodava nello stesso Cesarotti e quel tatto fino, quella critica imparziale, quello spirito ragionatore, tratto, non dagli scarsi rigagnoli degli Speroni, dei Castelvetri, dei Casa e dei Bembi, ma dalle inesauribili e profonde sorgenti dei Montesquieu, de- gli Hume, dei Voltaire, degli Alembert, dei Sulzer e degli altri scrittori di simil tempra > ^. Scrivendo a Saverio Bet- tinelli, che lavorava a un libro intorno r\V Entusiasmo ^ il Paradisi augurava e una storia metafisica dell'entu- siasmo, che ci compenserà di tutte le poetiche che dovre- 1 Operet voi. XL, p. 55.
< Lettera del Corniani al Cesarotti, 21 novembre 1790, in Opere, voi. XXXVII, p. 146.
3 Saggio topra le ietUumoni ecotaetiche, private e pubbliche, in Opere^ 4 Lettera del 80 marzo 1764, in Opere, yol. XXXV, p. 202.
VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECOLO XVIII 275 mo ardere ^, e che farà diventare e carta da straccio il Castelvetro, il Minturno e quel crudele uomo del Qua- drio > ^ Se non che, il libro* del Bettinelli (1769) non con- tiene altro che vivaci ed eloquenti determinazioni empiriche della psicologia del poeta, deir < entusiasmo poetfco >, in cui distingue i sei gradì deirelevazione, della visione, della rapidità, della novità e maraviglia, della passione e della trasfusione. Né dairempirismo usci Mario Pagano, nei due saggi sul Gusto e le belle arti, e snlV Origine e ncUura della poesia (1783-5), nei quali combinò bizzarramente alcune idee del Vico col sensismo corrente. Il momento teoretico e fantastico, e il diletto sensuale, diventano, per lui, quasi due periodi storici dell'arte. « Nella lor culla le belle arti, più che alla vaghezza, a rendere una vera imitazione della natura sono dirette. I primi passi loro sono verso Tespres- sione, pili che verso la vaghezza...Nelle più antiche poe- sie, fino nelle cantilene dei barbari, campeggia un vivo patetico; le passioni vi sono naturalmente espresse, ed an- che nel suon delle parole si sente Tespression delle cose ». Ma « repoca della perfezione è quel punto, nel quale la vera ed esatta imitazione della natura accoppiasi colla compiuta bellezza, accordo ed armonia », quando e è raffinato il gusto, e la società alla sua compiuta coltura è giunta ». Le belle arti « precedono di poco Tetà della fi- losofia, cioè della compiuta perfezione della società »; anzi qualche forma d'arte, come la tragedia, deve necessaria- mente venire dopo la filosofia, del cui sussidio ha bisogno, essendo diretta alla < repurgazione del costume » *.
1 Saverio Bettinelli, DeWentuneumo nelle belle arti^ 1769, in Opere, III, pp. XI-XII.
8 Fb. M. Paoano, De* saggi politici, Napoli, 1783-5; voi. I, app. al 8. 1: « Sull'origine e natura della poesia »; voi. II, s. 6: « Del gusto e delle belle arti *.
STORIA Eetetiol tede- schi ses^aaoi del Baum- garten: G. F. Meler.
Anche in Germania l'opera del Baumgarten non fu, nella generazione seguente, approfondita e riformata. Ap- pena qua e là si può notare qualche progresso parziale. Scolaro fedele ed entusiasta del Baumgarten fu Giorgio Federico* Meier; il quale ne aveva ascoltato i corsi all'uni- versità di Francoforte sull'Oder, e fin dal 1746 era uscito in campo a difenderne le Meditationes contro quella critica del Quistorp, a cui il maestro aveva sdegnato di rispon- dere ^ Il Meier, nel 1748, prima ancora che fosse pubblicata V^sthetica, dava fuori il primo volume dei Principi di tutte le belle scienze *, seguito, nel 1749 e nel 1750, dal se- condo e dal terzo. Esposizione completa della dottrina del Baumgarten, Topera è divisa, secondo il metodo del mae- stro, in tre parti: invenzione dei bei pensieri (heuristica), metodo estetico (methodica), e bella significazione dei pen- sieri {semiotica)', la prima delle quali, lunghissima (ab- braccia due volumi e mezzo), è suddivisa in tre sezioni: bellezza della conoscenza sensibile (ricchezza este- tica, grandezza, verisimiglianza, vivacità, certezza, vita sensitiva e bell'ingegno); facoltà sensitive (attenzione, astrazione, sensi, immaginazione, arguzia, acume, memoria, forza poetica, gusto, facoltà del presagire, del congetturare, del significare, facoltà appetitive inferiori); e specie di- verse di bei pensieri (concetti, giudizi e sillogismi este- tici). Oltre che in quest'opera più volte ristampata (nel 1757 ne usci anche un compendio'), il Meier trattò di Este- tica in parecchi dei suoi numerosissimi scritti, e, più spe- cialmente, in un volumetto di Considerazioni sui primi prin- cipi di tutte le belle arti e scienze*, — Chi mai, più di lui, 1 Si veda sopra, p. 247.
< Anfangigrunde cUler schOnen Wùsenschaftenj Halle, 1748-50. 3 Auazug au$ den Anfangsgriindey ecc., ivi, 1758. ^ Betrachtungéniiberdenertun GrundsOtzen aller schonen Kùnste u. Wi9- S9n9ckaften, ivi, 1757.
VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECOLO XVIII 277 fa tenero della scienza di recente battezzata? La difese contro coloro che ne negavano la possibilità e Tutllità, e contro quegli altri, i quali, pur ammettendole, notavano, non senza ragione, che le cosi dette Estetiche, in fondo, offrivano poco pili degli ordinari trattati di Poetica e Retto- rica. Parava quest'accusa, di cui riconosceva la parziale giu- stezza, con l'osservare che era impossibile a un solo scrit- tore possedere piena competenza nei particolari delle varie arti; scusava altri difetti col dire, che non si poteva pre- tendere dall'Estetica, scienza giovane, quella perfezione, eh 'è sola delle scienze coltivate da secoli; altra volta, pro- testava che non intendeva rispondere « ad alcuni nemici deir Estetica, i quali non possono o non vogliono scorgere la vera qualità e scopo di questa scienza, e se ne son fatti in capo loro un'immagine bizzarra e miserabile, contro la quale battagliano, vale a dire, contro sé medesimi ». E, altra volta, infine, con filosofica rassegnazione, notava che all'Estetica tocca il destino comune a tutte le altre scienze, < le quali, nel principio, appena vengono conosciute, incon- trano molti maledici e dispregiatori, che le deridono per manco di sapere e per pregiudizi; ma trovano poi anche persone intelligenti, che, lavorandovi con forze congiunte, le portano alla conveniente perfezione » ^ All'università di Halle, dove il Meier insegnava, trae- confusioni vano gli studiosi e i curiosi della nuova scienza. < Autore principale » o « inventore » della quale {Haupturheber, Er- flnder) era stato, come il Meier non cessava di proclamare, « il signor professore Baumgarten »; ma avvertiva insie- me che i suoi Anfangsgrilnde non erano semplice tradu- zione del colUgium del Baumgarten*. Se non che, pure del Meier.
1 Prefaz. alla 2.» ed. (1768) del voi. II degli Anfang9grunde\ e le Be- tracfUungen cit., specie §§ 1-2, 84. * Prefaz. al voi. I, e cfr, § 5.
278 STORIA riconoscendo al Meier le doti di abile divulgatore, quali facilità, chiarezza e abbondanza di eloquio, e anche un certo acume nella polemica, non si può, d'altra parte, stimare ingiusta la frase degli avversari di quei primi estetici, quando parlavano del < professor Baumgarten di Francoforte e della sua se imi a {Affé), il professor Meier di Halle »^ Tutti i difetti dell* Estetica baumgar- tiana riappaiono in lui con contorni più spiccati. I limiti della facoltà conoscitiva inferiore, asserito dominio della poesia e dell'arte, sono stranamente fissati. È curioso vedere, p. e., in qual modo egli intenda talvolta la diffe- renza tra confuso (estetico) e distinto (logico), e la pro- posizione che la bellezza sparisce, quando viene pensata di- stintamente. € Le guance di una bella donna, sulle quali in giovanil pompa fioriscono le rose, sono belle finché si gpiar- dano con occhio nudo. Si guardino, invece, con una lente d'ingrandimento! Dov'è andata ora la bellezza? Si stenta a credere che una nauseante superficie, scabrosa, tutta valli e montagne, i cui pori sono pieni di sozzure, e eh' è qua e là coperta di peli, sia la sede di quell'attrattiva amorosa, che lega i cuori > *. < Esteticamente falso » è ciò che la facoltà inferiore non è in grado di riconoscere come vero; p. e., la teoria che i corpi sono composti di mo- nadi^. I concetti generali, posto che riescano compren- sibili a questa facoltà, hanno grande ricchezza estetica, perché contengono sotto di sé infinite conseguenze e casi particolari *. Oggetto della facoltà estetica sono anche quelle cose, le quali o non possono essere pensate distintamente o, pensate in tal modo, verrebbero a compromettere la gra- 1 Brano di una lettera al Qottsched del 1747, in Da.nzel, Gottached, VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECOLO XVIII 279 vita filosofale: un bacio è oggetto eccellente per un poeta; ma che cosa si direbbe mai di un filosofo, che ne svolgesse la dimostrazione con metodo matematico? ^ Il Meier, inoltre, inserisce neir Estetica tutta la teoria deirosservazione e deiresperimento, che gli sembra appartenervi, perché si riattacca ai sensi*. E vi aggiunge l'altra, concernente la facoltà appetitiva; giacché < per un lavoro estetico (egli dice) non è necessario solo un beir ingegno, ma anche un cuore nobile > ^. Talvolta si accosta al vero; come quando osserva che la forma logica presuppone quella estetica, e che i nostri primi concetti sono sensitivi, e la logica li fa poi distinti *; ovvero quando condanna Tallegoria come <« una delle forme più scadenti di bei pensieri » ^. Ma, d'altra parte, secondo lui, le distinzioni e definizioni logiche, ben- ché non debbano essere cercate dal bell'ingegno, hanno, pur tuttavia, grande utilità. Aggiunge, anzi, che sono indi- spensabili, perché ftinzionano da regolatrici del bel pensare, e costituiscono come lo scheletro nel corpo. Occorre soltanto che i concetti generali estetici, le notiones cestheticcB unlver- wles, non siano giudicati col rigore e l'esattezza che si usa per quelli filosofici. E, poiché i concetti, da soli, sarebbero gioielli slegati, occorrono, per connetterli, anche i giu- dizi e i sillogismi estetici; le teorie dei quali sono le medesime che ne dà la Logica, spogliate di ciò che poco o punto serve al bell'ingegno e eh' è più speciale del fi- losofo*. Combattendo, nelle Considerazioni del 1757, il prin- cipio dell'imitazione (il quale gli sembrava insieme troppo generico, perché scienza e morale sono, esse pure, imita- •zioni della natura; e troppo stretto, perché l'arte non imita le cose naturali soltanto, né deve imitarle tutte, anzi esclude quelle immorali), il Meier riaff'^'mava la tesi che il prin-