E, a dir vero, dal pregiudizio dell'identità sostanziale e della diversità meramente storica e accidentale tra pen- siero logico e linguaggio non seppe liberarsi del tutto il gran filosofo del linguaggio, sorto in quel tempo in Ger- 1 Per questi scrittori, notizie ed estratti nel L<kwe, Hiat. crii, gramm. «ntv., passim, e nel Porr, introd. ali* Humboldt, pp. clxxi- ccxii: cfr. anche Bbnfbt, Getch. d. Sprachunts., introd.
* Nella Philas» der Myikologie'^ cfr. Steinthal, Urtpr.^ pp. 81-9.
XII. LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO 375 mania: Gaglielmo di Humboldt. La sua celebre disserta- zione: Sidla diversità nella costituzione del linguaggio umano (1836) S presuppone sempre Tidea di una lingua per- fetta, che si dirompa e variamente sminuisca in tante lingue particolari, secondo la capacità linguistica o intel- lettuale delle varie nazioni. Poiché (egli dice)' « la dispo- sizione al parlare è generale all'uomo, e tutti debbono portare in sé la chiave per T intendimento di tutte le lin- gue, ne segue che la forma di tutte le lingue deve essere, in sostanza, eguale, e raggiungere sempre lo scopo gene- rale. La diversità può consistere solo nei mezzi, e solo dentro i limiti che il raggiungimento dello scopo permette ». Questa, per altro, è diversità effettiva; e non solo nei suoni, ma anche neiruso che il senso linguistico fa dei suoni per rispetto alla forma della lingua, e anzi, meglio, per rispetto all'idea, che esso ha della forma di quella data lìngua. « Per opera del solo senso linguistico, essendo le lingue meramente formali, si dovrebbero avere soltanto uniformità; il senso linguistico deve richiedere in tutte le lingue la medesima retta e legittima costituzione, che può aver luogo in una di esse. Nella realtà, per altro, le cose procedono diversamente, in parte a causa del rioperare dei suoni, in parte a causa della conformazione individuale, che lo stesso senso interno prende nella realtà fenomenica ». La forza linguistica « non può essere eguale dappertutto, né mostrare dappertutto intensità, vivacità e regolarità eguali; né è coadiuvata sempre da eguale tendenza al trattamento simbolico del pensiero, e da eguale compiacimento per la ricchezza e l'armonia del suono ». In ciò sono da riporre le cause delle diversità nella costituzione del linguaggio umano; diversità, le quali si manifestano nel linguaggio, 1 Ueb, d. Verschiedenhéit d. menschl. Sprachhaun^ opera postuma (2.» ed. a cura di A. F. Pott, Berlino, 1880).
STORIA Il linguag- gio come ftttlTitA. La forma in- terna.
cosi come in tutte le altre parti della civiltà delle nazioni. Ma, considerando le lingue, e ci si deve rivelare una forma che, fra tutte le pensabili, coincida meglio con gli scopi del linguaggio », e si accosti di più all'ideale della lingua; e « dei pregi e dei difetti delle lingue esistenti si dovrà giu- dicare, secondo ch'esse si discostino o approssimino a quella forma ». Per l'Humboldt, a tale ideale si avvicinano, piti di tutte, le lingue sanscritiche, le quali, perciò, si possono assumere a termine di paragone. E, fatta una classe a parte del cinese, egli stabilisce la partizione delle possibili forme delle lingue in flessionali, agglutinanti e incorpo* ranti; tipi, che si ritrovano mescolati con varia propor- zione in ciascuna lingua reale K Anche all' Humboldt risale la divisione tra lingue inferiori e superiori, formate e in- formi, a seconda del modo in cui v'è trattato il verbo. Né egli riesce a liberarsi del tutto dall'altro pregiudizio^ connesso col primo, che il linguaggio stia innanzi all'indi- viduo parlante come qualcosa di oggettivo, staccato e in- dipendente da lui, che si possa ravvivare adoperandolo.
Ma l'Humboldt si combatte con l'Humboldt: accanto alle vecchie scorie, si manifesta gagliardo, nell'opera di lui, un concetto affatto nuovo del linguaggio. Certamente, appunta per questo, l'opera sua non è esente da contradizioni, e da una titubanza e quasi da un imbarazzo, che si rivelano in ftiodo caratteristico anche nella forma letteraria, e la ren- dono talvolta oscura e penosa. L'uomo nuovo, nell'Hum- boldt, critica il vecchio, col dire: « Bisogna considerare le lingue, non come prodotto morto, ma ben piuttosto co- me produzione...La lingua, nella sua realtà, è qualcosa di continuamente, in ogni momento, transeunte. Anche la conservazione di essa per mezzo della scrittura è sempre una conservazione imperfetta, a mo'di mummia; e vi è 1 Verachiedenheit, ecc., pp. 808-10.
XII. LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO 377 sempre bisogno che si renda sensibile, in essa, il parlare vivente. La lingua non è opera, ergon, ma attività, ener- geia.,. È il lavoro eternamente ripetentesi dello spirito, per rendere il tono articolato capace dell'espressione del pen- siero ». La lingua è il parlare. < La lingua vera e propria consiste nell'atto stesso del produrla mediante il discorso legato: questo soltanto bisogna pensare come primo e vero nelle ricerche che vogliono penetrare l'essenza vi- vente della lingua. Lo spezzettamento in parole e regole è il morto artificio dell'analisi scientifica > ^ Il linguag- gio non è qualcosa nata pel bisogno della comunicazione esterna: è sorto, invece, pel bisogno, tutto interno, di co- noscere e procurarsi un'intuizione delle cose. < Anche nei suoi inizi, è interamente umano, e sì estende, senza in- tenzione, a tutti gli oggetti di percezione sensibile e di elaborazione interna...Le parole sgorgano spontanee dal petto, senza costrizione e senza intenzione: non vi ha, in nessun deserto, nessun'orda nomade, che non possegga già i suoi canti. L'essere umano, come specie zoologica, è creatura cantante, la quale ai toni congiungc i pensieri » ^. L'uomo nuovo conduce l'Humboldt a scoprire un fatto, ri- masto ignoto agli autori di grammatiche logico-universali: la forma interna del linguaggio (innere Sprachfarm). Questa non è il concetto logico, né il suono fisico; ma la veduta soggettiva, che l'uomo si fa delle cose; il princi- pio di diversità proprio del linguaggio, oltre il suono fisico, l'opera della fantasia e del sentimento, l'individua- lizzamento del concetto. Congiungere la forma interna del linguaggio col suono fisico, è opera di sintesi in- terna: « e qui, più che in ogni altra cosa, il linguaggio ricorda, nei modi più profondi e inesplicabili del suo 1 Vertehiédenheit, ecc., pp. 54^.
STORIA procedere, Parte. Anche lo scultore e il pittore sposano l'idea alla materia, e anche la loro opera si giudica come riuscita o no, secondo che quest'unione, quest'intima com- penetrazione, sia opera del genio vero, o che l'idea sepa- rata sia stata penosamente e stentatamente trascritta nella materia mediante lo scalpello e il pennello > ^ Se non che, nell'Humboldt il procedere dell'artista e quello del parlante restano sempre paragonabili soltanto per analogia, e non s'identificano, come si dovrebbe. Da una parte, egli considera troppo unilateralmente la parola come mezzo di svolgimento del pensiero (logico); dall'al- tra, le idee estetiche di lui, alquanto vaghe e non sempre esatte, gì' impedivano di scorgere l'identità. Dei suoi due scritti estetici principali, quello sulla Bellezza maschile e femminile (1795) sembra nato sotto l'influenza del Winckel- mann, con l'antìtesi tra bellezza ed espressione: il carat- tere specifico sessuale diminuisce, secondo lui, la bellezza umana, la quale si afferma col trionfare sulle differenze sessuali. L'altro scritto, che prende le mosse à.àìV Hermann und Dorothee del Goethe, definisce l'arte < rappresenta- zione della natura per mezzo dell'immaginazione, e rap- presentazione bella, appunto perché opera dell'immagina- zione »: metamorfosi della natura, trasportata in più alta sfera. Il poeta, dal linguaggio, eh' è fatto di astrazioni, ricava le immagini'. Nella sua dissertazione linguistica, l'Humboldt distingue poesia e prosa, intendendo questi due concetti in modo filosofico, e non già secondo l'empi- rica distinzione tra linguaggio sciolto e legato, periodico e metrico. € La poesia dà la realtà nella sua apparenza sensibile, qual'è sentita esteriormente e interiormente; ma non si cura di ciò che la fa realtà, anzi respìnge piuttosto XII. LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO da sé, di proposito, tale carattere. Essa presenta Tappa- renza sensibile air immaginazione, e, per mezzo di que- sta, conduce alla contemplazione di un tutto artisticamente ideale. La prosa, invece, ricerca nella realtà appunto le radici, con le quali essa si attacca all'esistenza, e il filo che a questa la congiunse. Connette, perciò, in modo in- tellettuale fatti con fatti e concetti con concetti, e tende alla riunione oggettiva di essi in un' idea > ^. La poesia precede la prosa; prima di produrre la prosa, è neces- sario che lo spirito si formi nella poesia^. Ma, accanto a codeste, che sono vedute profonde e vere, l'Humboldt con- sidera i poeti come perfezionatori del linguaggio, la poesia come appartenente solo ad alcuni momenti straordina- ri^; e fa dubitare, per tal modo, di non avere ricono- sciuto chiaramente, o fermamente ritenuto, che il linguag- gio è sempre poesia, e che la prosa (scienza) è distinzione, non già di forma estetica, ma di contenuto, ossia di forma logica.
Le con tradizioni dell'Humboldt, intorno al concetto del linguaggio, sciolse il maggiore seguace di lui, lo Stein- thal. Ripigliando, con l'aiuto che gli veniva dal maestro, la tesi che il linguaggio appartenga non alla Logica ma alla Psicologia ^, lo Steinthal sostenne, nel 1855, una bella polemica contro l'hegeliano Becker, autore degli Organi- smi del linguaggio e uno degli ultimi l9gici della gram- matica, il quale tutto il materiale delle lingue sanscri- tiche s'argomentava di dedurre da dodici concetti cardi- nali. Non è vero (affermò lo Steinthal) che non si possa H. Steinthal. Indipen d e n- za della fun- zione lingui- stica rispetto alia logioa.
1 VerKhiedenhéU, pp. 286-8.
4 GrammcUikj Logik umi Ptychologie, ihre Principien u. ihr VerhàUn. z, einand,, Berlino, 1^5.
STORIA Identità dei proble- mi dell'ori- gine e della natura del lingnaggio.
pensare senza la parola: pensa il sordomuto coi segni, pensa il matematico con le formole; in alcune lingue, co- me nella cinese, la parte figurativa è indispensabile al pen- siero, in misura eguale, se non maggiore, di quella fonica ^ Qui, forse, egli audava oltre il segno, e non stabiliva dav- vero l'autonomia deirespressione rispetto al pensiero lo- gico; giacché gli esempì, da lui addotti, confermano che, se si può pensare senza parole, non si può pensare senza espressioni*. Ma efficacemente dimostrava poi che concetto e parola, giudizio logico e proposizione, sono incompara- bili. La proposizione è, non il giudizio, ma la rappresen- tazione [Darstellung) di un giudizio; e non tutte le pro- posizioni rappresentano giudizi logici. Parecchi giudizi si possono esprimere in una proposizione sola. Le divisioni logiche dei giudizi (le relazioni dei concetti) non hanno corrispondenza nella divisione grammaticale delle proposi- zioni. « Parlando di una forma logica della proposi- zione, sì cade in contradizione non inferiore a quella di chi parlasse dell'angolo di un cerchio o della periferia di un triangolo >. Chi parla, in quanto parla, non ha pen- sieri, ma linguaggio^.
Liberato cosi il linguaggio da qualsiasi dipendenza dalla Logica; proclamato più volte solennemente il principio: che la lingua produce le sue forme indipendente- mente dalla Logica e in pienissima autonomia^; purificata la teoria dell'Humboldt dai resti della Gramma- tica logica di Port-Royal; lo Steinthal ricerca l'origine del linguaggio, riconoscendo, d'accordo col maestro, che la XII. LA FILOSOFIA. DEL LINGUAGGIO 381 questione deirorigine è quella della natura del linguag- gio, della sua genesi psicologica, o, meglio, del posto ch'esso prende nello svolgimento dello spirito. « Non esi- ste, in fatto di linguaggio, differenza tra la creazione ori- ginaria {UrscfUfpfung), e quella che si ripete quotidiana- mente > ^ Il linguaggio appartiene alla vasta classe dei movimenti riflessi; ma, con ciò, se ne indica un lato solo, non ancora la qualità propria. Movimenti riflessi ha l'ani- male; e, come Tuomo, anche sensazioni. Ma, neiranìmale, i sensi « sono porte larghe, attraverso le quali la natura esterna entra d'assalto, e con tale forza, nell'anima, da assoggettarla e farle perdere l'indipendenza e il libero movimento >. Nell'uomo, nasce il linguaggio, perché egli è resistenza verso la natura, dominio del proprio corpo, libertà. « Il linguaggio è liberazione: ancora ogg^ sentia- mo che la nostra anima si alleggerisce, si libera da un peso, quando parliamo >. ]^'uomo, nella situazione che immediatamente precede la produzione del linguaggio, dev'essere concepito e come accompa^ante, nel modo più vivace, tutte le sensazioni, tutte le intuizioni, che la sua anima riceve, con' movimenti corporali, atteggiamenti mi- mici, gesti e, specialmente, toni, e toni articolati ». Che cosa gli manca perché parli? Una cosa sola, ma la più importante: la consapevole connessione dei movimenti ri- flessi del corpo con gli eccitamenti dell'anima. Se la co- scienza sensibile è già coscienza, gli manca la coscienza della coscienza; se è già intuizione, l'intuizione dell'in- tuizione: gli manca, insomma, la forma interna del lin- guaggio. Con questa, si ha la connessione, la parola. L'uomo non sceglie il suono: esso gli è dato, ed egli lo prende per necessità, instintivamente, senza intenzione, senza arbitrio*.
STORIA Idee erronee sairarte nel- \o Steinthal. Mancato con- nubio della Lingtiùtioa con rSato- tioa.
Non è qui il luogo di esaminare minutamente tutte le parti del pensiero dello Steinthal, e le varie fesì, non sempre progressive, che l'autore attraversò, specie dopo che si fu unito in collaborazione spirituale col Lazarus, coltivando insieme l'Etnopsicologia {Vólkerpsychologie), co- me parte della quale consideravano, tra le altre, la Lin- guistica ^ Ma, riconosciutogli il gran merito di aver data coerenza alle idee dell'Humboldt, e separata nettamente, come non era stato fatto per T innanzi, la funzione lin- guistica da quella del pensiero logico, è da notare che neanche lui si accorse dell' identità tra forma interna del linguaggio, tra ciò che egli chiamava intuizione dell'in- tuizione o appercezione, e la fantasia estetica. Per tale identificazione, la Psicologia herbartlana, alla quale lo Stein- thal aderiva, non gli porgeva punto d'appo^io. L'Her- bart e i suoi seguaci, staccando dalla Psicologia la Logica, come scienza normativa, non riuscivano né a discernere esattamente i veri limiti tra sentimento e formazione spi- rituale, psiche e spirito, né a vedere che una di tali for- mazioni spirituali è il pensiero logico; attività, non codice di leggi estrinseche. Qual governo facessero dell'Estetica, già sappiamo; anche l'Estetica era, per essi, un codice di bei rapporti formali. E sotto l'influsso di tali dottrine, lo Steinthal era tratto a considerare l'Arte come abbelli- mento di pensieri, e, quindi, la Linguistica come scienza del parlare, e la Rettorica o Estetica come cosa diversa dalla prima, e, cioè, quale scienza del parlare bene o bellamente*. « La Poetica e la Rettorica (dice in una delle sue varie trattazioni) diflFeriscono dalla Linguistica, i Steinthal, Uraprung d. Sprache (4.* ediz., Berhno, 1888), pp. 120-4; M. Lazarus, Dos Leben der Seele, 1855 (Berlino, 1876-78), voi. II; diretta da entrambi: Zeitschrift f, Volkerptych, u. Sprachvn8$,i dal 1860 in poi.
XII. LA FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO 383 perché debbono parlare di molte altre cose, e ben più im- portanti, prima di giungere al linguaggio. Quelle discipline, perciò, hanno soltanto una sezione linguistica, che sarebbe l'ultima parte della Sintassi. Inoltre, la Sintassi ha carat- tere tutto diverso dalla Rettorica e dalla Poetica: Tuna si occupa soltanto della correttezza {Richtigkeit) della lingua; le altre, invece, studiano la bellezza o acconcezza deire- spressione (Schònheit oder Angemessenheit des Atisdrucks): la prima ha principi soltanto grammaticali, le altre deb- bono considerare cose che sono fuori della lingua, p. e., la disposizione deiroratore, e altrettali. A dirla chiaramente, la Sintassi sta alla Stilistica come la considerazione gram- maticale della quantità delle vocali alla metrica » ^ — Che parlare significhi sempre parlare bene e bellamente, giac- ché parlare né bene né bellamente non è davvero parlare*; e che il completo rinnovamento del concetto del linguag- gio, fatto dall'Humboldt e da lui, dovesse ripercuotersi sulle discipline affini, Poetica, Rettorica ed Estetica, e, trasformandole, unificarle; allo Steinthal non venne mai in pensiero. E cosi, dopo tanto lavoro e tante analisi ac- curate, runiflcazione di linguaggio e poesia, T identifica- zione di scienza del linguaggio e scienza della poesia, Tequi valenza di Linguistica ed Estetica, aveva ancora la sua forma meno imperfetta nei profetici aforismi di Giam- battista Vico.
XIII Estetici tedeschi minori D.
falle pagine di pensatori metodici e severi, quali lo Schleiermacher, T Humboldt e lo Steinthal, si torna con rammarico alle produzioni dei metafisici di professione, dei colleghi e scolari dello Schelling e dell'Hegel; le quali, in questo tempo, specie fin circa la metà del secolo XIX, non cessano di seguirsi e accavallarsi a ondate furiose di grossi e pesanti volumi. Con fastidio, quasi con disgusto, si passa da quella scienza, che illumina la mente, a qualcosa che oscilla, purtroppo, tra la fantasticheria e la ciarlataneria, tra Tubbriacatura di parole e formole vuote, e il tentativo di ubbriacarne gli altri.
A qual prò ingombrare una storia generale deir Este- tica (la quale non può, di certo, non tener conto delle aber- razioni dal vero, ma deve considerarne solo quel tanto che è rappresentativo degl'indirizzi e delle epoche) con le teo- rie dei Krause, dei Trahndorff, dei Weisse, dei Deutinger, degli Oersted, degli Zeising, degli Eckardt, e di tanti altri manipolatori di manuali e sistemi? Di costoro, quasi nes- suno usci dal natio paese tedesco (solamente il Krause fu importato nella sempre sventurata Spagna): si può bene, perciò, lasciarli affidati alla mSmoria, o, meglio, al rapido oblio dei loro connazionali. Pel Krause \ umanitario, li- Estotioi mi- nori della aouola me- tafisica.
Kraase, Trahndorir, Weisse o altri.
1 Ahri89 der.^sthetik, post., 1887; VorUsung, Uh, JEkih, (1828-9), post., 386 STORIA bero pensatore, teosofo, tutto è organismo, tutto è bellezza; e bellezza è organismo, e organismo è bellezza: l'Essenza, ossia Dio, è uno, libero e intero; e uno, libero e intero è il Bello. Non v*ha se non un artista solo: Dio; e un'arte sola: quella divina. La bellezza del finito è la Divinità, ov- vero la simiglianza con la Divinità, che appare nel finito. Il Bello mette in gioco, conforme alle loro leggi, la ra- gione, rintelletto e la fantasia, e riempie l'animo di piacere e inclinazione disinteressati. — Il Trahndorff ^ descrivendo i vari gradi pei quali l'individuo cerca di cogliere l'es- senza o la forma dell'universo, i gradi del sentimento, dell'intuizione, della riflessione e del presentimento, e no- tando l'insufficienza della semplice conoscenza teoretica e la necessità che le si aggiunga il volere, il volere che può (Kònjiev), nei suoi tre gradi di Aspirazione, Fede e Amore; pone il Bello nell'Amore, grado supremo: il Bello, quindi, è l'Amore, che comprende sé medesimo. — Cristiano Weisse*, come il TrahndorflP, tentò di conciliare il Dio cristiano con la filosofia hegeliana: per lui, l'idea estetica è superiore all'idea logica, e mena alla religione, a Dio; l'idea della bellezza, esistente fuori dell'univei'so sensibile, è la realtà del concetto di bellezza. Come l'idea della divinità è l'Amore assoluto, cosi quella della Bellezza si trova vera- mente nell'Amore. — La stessa conciliazione fu fatta dal teologo cattolico Deutinger^: il bello nasce, secondo lui, dal potere (KGnnen); attività parallela a quelle del cono- scere il vero e dell'operare il bene; e, laddove il cono- scere è ricettivo, il potere è un movimento da dentro in fuori, il quale s'impadronisce della materia e v'imprime jEtthetik, Lipsia, 1890; System d. Muh.^ lezioni, post., ivi, 1872. 3 KunsUehre^ Batisbona, 1845-6 {Qrundlinien einer pontiven Philoto^ phie, voli. IV e V).
Xlll. ESTETICI TEDESCHI MINORI 387 il suggello della personalità. Un'interna intuizione ideale, ridea; una estema materia formabile; la potenza di far compenetrare intemo e esterno, invisibile e visibile, ideale e reale: ecco il Bello. — L'Oersted (noto naturalista da- nese, le cui opere vennero tradotte in tedesco, ed ebbero, in quel tempo, fortuna in Germania *), definisce il bello come ridea oggettiva, nel momento in cui viene sogget- tivamente contemplata: l'Idea, espressa nelle cose, in quanto si rivela all'intuizione. — Lo Zeising*, da una parte, tornò a esplorare i misteri della sezione aurea, e, dall'altra, speculò sul Bello, che considerava come una delle tre forme dell'Idea: l'Idea che si spiega nell'oggetto e soggetto, l'Idea come intuizione, l'Assoluto che appare nel mondo ed è concepito intuitivamente dallo spirito. — L'Eckardt', volendo dare un'Estetica teistica, che evitasse cosi l'unilaterale trascendenza del deismo come l'unilate- rale immanenza del panteismo, sosteneva che bisognasse cominciarla, non dal sentimento del contemplatore, non dall'opera d'arte, non dall'idea del bello, non dai concetto dell'arte, si bene dallo spirito creatore, dalla fonte origi- naria del bello, dall'artista; e, poiché l'artista creatore non s'intende se non si risale al più alto genio creatore, a Dio, invocava, per tal modo, una Psicologia di Dio {eine Psycho- logie des Wéltkilnstlers).