SigPhi · Benedetto Croce

Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale

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E, finalmente, la sincerità imposta come obbligo al- l'artista (questa legge etica, si dice, eh' è insieme legge estetica) riposa su un altro doppio senso. Giacché, o per sincerità s'intende il dovere morale di non ingannare il prossimo; e, in tal caso, essa è estranea all'artista. Il quale, infatti, non inganna nessuno, perché dà forma a ciò eh' è già nel suo animo; e ingannerebbe solo se tradisse il suo dovere d'artista, venendo meno all'intrinseca necessità del suo compito. Se nel suo animo è l'inganno e la men-> zogna, la forma che egli dà a questi fatti, appunto perché estetica, non può essere, essa, inganno o menzogna. L'ar* tista purifica perfino l'altro sé stesso, ciarlatano, menzo- gnero, malvagio, col rispecchiarlo artisticamente. — Ovvero per sincerità s'intende la pienezza e verità dell'espressione r ed è chiaro che questo secondo senso non ha nessun rap- porto col concetto etico. La legge, insieme etica ed este- tica, ci si svela, in questo caso, per un vocabolo, eh 'è? usato insieme e dall'Etica e dall'Estetica.

VII VII Analogia fra il teoretico e il pratico JLl doppio grado, estetico e logico, deirattività teoretica ha un importante riscontro, finora non messo in rilievo come meritava, nell'attività pratica. Anche l'attività pra- tica si hipartisce in nn primo e secondo grado, questo im- plicante quello. Il primo grado pratico è l'attività mera- mente utile, 0 economica; il secondo, l'attività mo- rale. L'Economia è come l'Estetica della vita pratica; la Morale, come la Logica.

Se ciò non è stato visto chiaramente dai filosofi; se al concetto dell'attività economica non è stato assegnato il posto conveniente nel sistema dello spirito, lasciandolo er- rare, spesso incerto e poco elaborato, nei prologhi dei trat- tati di economia politica; questo si deve, tra l'altro, al fatto che l'utile o economico è stato scambiato ora col con- cetto del tecnico, ora con quello dell'egoistico.

La tecnicità non è, di certo, una speciale attività dello spirito. Tecnica è conoscenza; o, per meglio dire, è la conoscenza stessa in genere che prende quel nome, in quanto serve di base, come abbiamo visto, all'azione pra- tica. Una conoscenza, che non è seguita, o si presume che non possa esser facilmente seguita, da un'azione pratica, si dice pura: la stessa conoscenza, se è seguita effettiva- mente da questa, si dice applicata: se si presume che Le due for- me dell'at- Urltà praU- L* utile eco- nomico.

DistlnEione tra r utile e il tecnico.

64 TEORIA Distinzione dell'utile dall' effoiatl- co.

possa esser facilmente seguita dalla stessa azione, applica- bile 0 tecnica. Questa parola indica, dunque, una situa- zione in cui una conoscenza si trova o può facilmente trovarsi, non già una forma speciale di eonoscenza. Ciò è tanto vero che riuscirebbe affatto impossibile di stabilire se un dato ordine di conoscenze sia, intrinsecamente, puro 0 applicabile. Ogni conoscenza, per astratta e filosofica che si voglia immaginare, può esser guida di atti pra- tici: un errore teorico nei principi ultimi della morale può riflettersi, e si riflette sempre in qualche modo, nella vita pratica. Solo all'ingrosso, e in sede non scientifica, è dato parlare di verità che son pure, e di altre che sono applicabili.

Le stesse conoscenze, quando si chiamano tecniche, pos- sono chiamarsi anche utili. Ma la parola « utile », confor- memente alla critica dei giudizi di valore fatta dì sópra, è da ritenere qui come di uso linguistico o metaforico. Allor- ché si dice che l'acqua è utile per spegnere il fìioco, si usa in modo non scientifico la parola « utile ». — L'acqua gettata sul faoco è causa che questo si spenga: — ecco la conoscenza, che serve di fondamento all'azione, poniamo, dei pompieri. Tra l'azione utile di chi spegne l'incendio, e quella conoscenza, c'è legame non di natura, ma di sem- plice successione. La tecnica degli efiPetti dell'acqua è l'at- tività teoretica che precede; utile è solo l'azione di chi spegne il fuoco.

Alcuni economisti identificano l'utilità, cioè l'azione o volontà meramente economica, con ciò eh' è giovevole al- l'individuo in quanto individuo, senza riguardo, anzi in piena opposizione, alla legge morale: con l'egoistico. L'egoistico è l'immorale; e l'Economia sarebbe, in tal caso, una scienza assai bizzarra: sorgerebbe, non accanto, ma di fronte all'Etica, come il diavolo di fronte a Dio, o, almeno, come Vadvocatus diaboli nei processi di santificavn. ANALOGIA FRA IL TEORETICO, ECC.

65 zione. Un concetto siffatto è del tutto inammessibile: la scienza deir immoralitÀ è implicita in quella della mora- lità, come la scienza del falso ò implicita nella Logica, scienza del vero, e una scienza dell'espressione sbagliata, neir Estetica, scienza dell'espressione riuscita. Se, dunque, r Economica fòsse la trattazione scientifica dell'egoismo, essa sarebbe un capitolo dell'Etica, anzi l'Etica stessa; giacché ogni determinazione del morale importa, insieme, una negazione del suo contrario.

D'altra parte, la coscienza ci dice che condursi eco- nomicamente non è condursi egoisticamente; che anche l'uomo moralmente più scrupoloso deve condursi utilmente (economicamente), se non vuol essere uno sconclusionato, e, per conseguenza, non veramente morale. Come, dunque, se utilità fosse egoismo, Taltruista avrebbe il dovere di condursi da egoista?

La difficoltà si risolve, se non c'inganniamo, in modo perfettamente analogo a quello nel quale si risolve il pro- blema delle relazioni tra l'espressione e il concetto, tra Estetica e Logica.

Volere economicamente è volere un fine; volere mo- ralmente è volere il fine razionale. Ma appunto chi vuole e opera moralmente, non può non volere e operare utilmente (economicamente). Come potrebbe volere il ra- zionale, se noi volesse, insieme, come fine suo parti- colare?

La reciproca non è vera; come non è vero in scienza estetica che il fatto espressivo debba esser di necessità congiunto col fatto logico. Si può volere economicamente, sensia volere moralmente; ed è possibile condursi con per- fetta coerenza economica seguendo un fine obbiettivamente irrazionale (immorale), o, meglio, che tale sarà giudicato in un grado superiore della coscienza.

Esempio di carattere economico disgiunto da quello Volere eoo- nomioo e vo- lere morale.

La para eco- nomloità.

66 TEORIA morale è Tuomo del Machiavelli, Cesare Borgia, o il Jago dello Shakespeare. Chi può non ammirare la forza della loro volontà, benché l'attività loro sia soltanto economica e si esplichi in opposizione a ciò che noi giudichiamo mo- rale? Chi può non ammirare il ser Ciappelletto del Boc- caccio, il quale, fin sul letto di morte, prosegue e mette in atto il suo ideale di completo farabutto, facendo esclamare ai piccioletti e timidi ladruncoli, che assistono alla sua con- fessione canzonatoria: — < Che uomo è costui il quale né vecchiezza, né infermità, né paura di morte, alla quale si vede vicino, né ancora di Dio, innanzi al giudizio del quale di qui a piccola ora si aspetta di dover essere, dalla sua malvagità lo hanno potuto rimuovere, né far che cosi egli non voglia morire come egli è vivuto? ». u lato eoo- L'uomo morale congiunge alla pertinacia e impavidità di un Cesare Borgia, di un Jago, o di un ser Ciappel- letto, la buona volontà del santo o deireroe. 0, meglio, la buona volontà non sarebbe volontà, e, per conseguenza, neanche buona, se, oltre il lato che la rende buona, non avesse quello che la fa volontà. Cosi un pensiero logico che non riesca a esprimersi non è pensiero, ma, tutt'al più, presentimento confuso di un pensiero di là da venire. Non è esatto, dunque, concepire Tuomo amorale come insieme antieconomico, o far della morale un elemento di coerenza negli atti della vita, e perciò di economicità. Niente ci vieta di supporre (ipotesi che si verilica almeno per certi periodi e momenti, se non per vite intere) un uomo affatto privo di coscienza morale. In un uomo cosi conformato, quella che per noi è immoralità, per lui non è tale, perché non sentita come tale. E non può nascere in lui la coscienza della contradizione tra ciò che si vuole come fine razionale e ciò cui si corre dietro egoisticamente; contradizione, eh* è Tantieconomicità. La condotta immo- rale diventa insieme antieconomica solo neiruomo fornomloo del- la moralità.

VII. ANALOGIA FRA IL TE0R£TIGO, ECC.

67 nito di coscienza morale. Infatti, il rimorso morale, che ne è r indice, è, insieme, rimorso economico; ^dolore, cioè, di non aver saputo volere completamente e raggiungere quell'ideale morale che si era voluto in un primo mo- mento, lasciandosi poi sviare dalle passioni. Video meliora proboque, deteriora seqtwr. Il video e il probo son qui un volo iniziale e subito contradetto e soverchiato. Invece del rimorso morale, si deve ammettere, nell'uomo privo di senso morale, un rimoi*so meramente economico; come sarebbe quello di un ladro o di un assassino, il quale, già sul punto di rubare o assassinare, se ne astenga, non per una conversione del suo essere, ma per impressionabi- lità e smarrimento, o anche per un momentaneo risveglio di coscienza morale. Tornato in sé, quel ladro o quell'as- sassino avrà vergogna e rimorso della sua incoerenza; ri- morso, non di aver fatto il male, ma di non averlo fatto; rimorsor, dunque, economico e non morale, essendo quest'ul- timo escluso per ipotesi. Che poi, ordinariamente, per es- ser viva la' coscienza morale nel comune degli uomini e l'assenza totale di essa una rara e forse inesistente mo- struosità, la moralità coincida con l'economicità nella con- dotta della vita; può ben concedersi.

E non si tema che il parallelismo da noi affermato in- troduca da capo nella scienza la categoria del moral- mente indifferente, di ciò ch'è bensi azione e voli- zione, ma non è né morale né immorale; quella categoria, insomma, del lecito e del permissivo, ch'è stata sem- pre causa o specchio di corruttela etica, come accadde con la morale gesuitica, nella quale essa dominava. Eesta ben saldo che azioni moralmente indifferenti non esistono; giacché l'attività morale pervade e deve pervadere ogni minimo movimento volitivo dell'uomo. Ma ciò, anziché scuotere il parallelismo, lo conferma. Vi son forse intui- zioni che l'intelletto e la scienza non pervadano e anali meramen- te eoonomi- oo e l'errore del moral- mente indif- ferente.

68 TEORIA La oritLoa deU*ntlUta- riamo e la riforma del- l'Btioaedel- TEoono mi- ca.

lizzino, sciogliendole in concetti nniversali o mutandole in affermazioni storiche? Abbiamo gìh visto che la vera scienza, la filosofia, non conosce limiti estrinseci, innanzi ai quali debba arrestarsi, come accade alle cosiddette scienze naturali. Scienza e morale dominano interamente runa le intuizioni estetiche, Taltra le volizioni economi- che dell'uomo; benché poi Tuna e l'altra non possano non apparir mai in concreto se non in forma, intuitiva runa, economica l'altra.

Questa identità e differenza insieme dell'utile e del mo- rale, dell'economico e dell'etico, spiega la fortuna che ha avuto, e ha ancora, la teorica utilitaria dell'Etica. Infatti, è facile ritrovare e porre in mostra in qualsiasi azione morale un lato utilitario; com'è facile mostrare in ogni proposizione logica un lato estetico. La critica dell'utilita- rismo etico non può muovere dal negare questa verità, af- fannandosi a cercare esempi inesistenti e assurdi di azioni morali inutili; ma deve anzi ammettere il lato utilitario e spiegarlo come la forma concreta della moralità, la quale consìste in ciò eh' è dentro questa forma: un di dentro, che gli utilitaristi non veggono. Non è questo il luogo dove si possano svolgere più ampiamente tali idee. L'Etica e l'Economica, come abbiamo detto della Logica e dell'Este- tica, non potranno non avvantaggiarsi entrambe da una più esatta determinazione dei rapporti che intercedono tra loro. Al concetto attivistico dell'utile si va ora sollevando la scienza economica, col tentar di superare la fase mate- maticistica nella quale ancora si trova impigliata; fase, eh' è stata progressiva, a sua volta, per superare lo stori- cismo, ossia la conftisione del teorico con lo storico, e per distruggere una serie di distinzioni arbitrarie e di false teorie economiche. Con quel concetto, sarà agevole, da una parte, assorbire e inverare le teorie semifilosofiche della cosiddetta economia pura; e, dall'altra, introducendo sue- Vn. ANALOGIA FRA IL TEORETICO, ECO.

69 cessive complicazioni e aggiunte, e facendo passaggio dal metodo filosofico all'empirico o naturalistico, comprendere le teorie particolari dell'economia politica o nazionale delle scnole.

Come l'intuizione* estetica conosce il fenomeno o la na- tura, e quella filosofica, il noumeno o lo spirito; cosi l'at- tività economica vuole il fenomeno o la natura, e quella morale il noumeno o lo spirito. Lo spirito che vuole sé stesso, il vero sé stesso, l'universale ch'è nello spirito empirico e finito: ecco la formola, che forse meno impro- priamente definisce l'essenza della moralità. Questa voli- zione del vero sé stesso è l'assoluta libertà.

vili Esclusione di altre forme spirituali Jn questo schizzo sommario, che abbiamo dato, deir in- tera filosofia delio spirito nei suoi momenti fondamentali, lo spirito è concepito, dunque, come consistente in quat- tro momenti o gradi, disposti in modo che l'attività teore- tica stia alla pratica come il primo grado teoretico sta al secondo teoretico, e il primo grado pratico al secondo pratico. I quattro momenti s'implicano regressivamente per la loro concretezza: il concetto non può stare senza l'espressione, l'utile senza l'una e l'altro, e la moralità senza i tre gradi che precedono. Se soltanto il fatto este- tico è indipendente, e gli altri sono più o meno dipendenti, il meno spetta al pensiero logico e il più alla volontà mo- rale. L'intenzione morale opera su date basi teoretiche, dalle quali non si può prescindere; salvo che non si voglia ammettere quell'assurdo pratico, ch'è la gesuitica dire- zione d'intenzione, in cui si finge a sé stesso di non sapere ciò che si sa, in fondo, assai bene.

Se l'attività umana assume quattro forme, quattro sono anche le forme del genio o della genialità. Veramente, geni dell'arte, della scienza, della volontà morale o eroi, sono stati sempre riconosciuti. Ma il genio della pura eco- nomicità ha provocato ripugnanza; e non senza qualche ra- gione si è foggiata una categoria di cattivi geni o di geni n slBtema dello spiri- to.

Le forme della genia- litÀ.

72 TflOBIA Inesiatensa di ana qain- ta forma di attività. — Il diritto; la sociaUtA.

del male. Il genio pratico, meramente economico, che non si dirige a un fine razionale, non può non destare un'ammirazione mista di spavento. Disputare poi se la pa- rola « genio » si debba dare solo ai creatori di espressioni estetiche, o anche ai ricercatori della scienza e agli uomini dell'azione, sarebbe fare questione di parole. E osservare, d'altra parte, che il genio, di qualunque specie sia, è sem- pre un concetto quantitativo e una distinzione empirica, sarebbe ripetere ciò che si è già spiegato a proposito della genialità artistica.

Una quinta forma di attività dello spirito non esiste. Sarebbe agevole andar mostrando come tutte le altre forme o non abbiano carattere d'attività, o sieno varianti verbali delle attività già esaminate, o sieno fatti complessi e de- rivati, nei quali le varie attività si mescolano, o si riem- piono di contenuti speciali e di dati contingenti.

Per esempio, il fatto giuridico, considerato in quel che si suol chiamare diritto oggettivo, deriva dall'attività economica e dalla logica insieme: il diritto è una regola, una formola (orale o scritta, qui importa poco), in cui è consegnato un rapporto economico voluto da un individuo o da una collettività. Questo lato economico lo unisce e distingue insieme dall'attività morale. Un altro esempio: la Sociologia vien talvolta concepita (ed è uno dei tanti si- gnificati che prende ai tempi nostri questa parola) come lo studio di un elemento originario, che si dice socialità. Ora, che cosa distingue la socialità, ossia i rapporti che si sviluppano in un'accolta di uomini e non già in una di esseri subumani, se non appunto le varie attività spirituali che sono nei primi e che si suppone non sieno, o sieno solo in grado rudimentale, nei secondi? La socialità, dunque, nonché concetto originario, semplice, irriducibile, è con- cetto molto complesso e complicato. Prova ne sia l'impos- sibilità, generalmente riconosciuta, di enunciare una sola Vin. ESCLtlSIONB DI ALTRE FORME SPIRITUALI 73 legge propriamente sociologica. Quelle che impropriamente si chiamano con tal nome, si svelano o empiriche osserva- zioni storiche, o leggi spirituali, ossia giudizi nei quali si traducono i concetti delle attività spirituali; quando non siano addirittura vuote e indeterminate generalità, come la cosiddetta legge deirevoluzione. E talvolta per socialità non s'intende altro che regola sociale, e quindi diritto; e, cioè, la sociologia si confonde con la stessa scienza o teoria del diritto. Diritto, socialità e simili termini sono, insomma, da trattare in modo analogo a quello con cui abbiamo con- siderata la storicità e la tecnica.

Può parere che altro giudizio convenga fare deirattività La reiigiosltà religiosa. Ma la religione non è se non conoscenza, e non si distingue dalle altre forme e sottoforme di questa; giacché è, a volta a volta, o espressione di aspirazioni e d'ideali pratici (ideali religiosi), o racconto storico (leg- genda), o scienza per concetti (dommatica). Perciò può egualmente sostenersi, e che la religione venga distrutta dal progresso della conoscenza umana, e che essa persista sempre in questa. Religione era tutto il patrimonio di co- noscenze dei popoli primitivi: il nostro patrimonio di co- noscenze è la nostra religione. Il contenuto si è mutato, migliorato, affinato; e muterà, e migliorerà, e si affinerà an- cora in futuro: ma la funzione è sempre la medesima. Co- loro che accanto all'attività teoretica dell'uomo, alla sua arte, alla sua critica, alla sua filosofia, vogliono conservare una religione, non sappiamo poi a quale uso se ne varreb- bero. È impossibile conservare una conoscenza imperfetta e inferiore, quale è la religiosa, accanto a ciò che l'ha già superata e inverata. Il cattolicismo, sempre coerente, non tollera una Scienza, una Storia, un'Etica in contradizione con le sue vedute e dottrine: meno coerenti, i razionalisti si dispongono a fare un po' di largo nella loro* anima a una religione, eh' è in contradizione con tutto il loro mondo teoretico.

74 TEORIA Queste smancerie e tenerezze religiose dei razionalisti dei nostri tempi hanno origine nel culto superstizioso, che si è dato alle scienze naturali. Le quali, come sappiamo, e come oramai esse stesse confessano per bocca dei loro maggiori cultori, sono tutte circondate da limiti. Identi- ficata a torto la Scienza con le cosiddette scienze naturali, era da prevedere che si sarebbe dovuto chiedere il resto alla religione; quel resto, di cui lo spirito dell'uomo non può far di meno. Al materialismo, al positivismo, al natu- ralismo noi siamo, dunque, debitori di questa malsana, e spesso non ingenua, rifioritura di esaltazione religiosa. Roba da ospedale, quando non è roba da politici.

La filosofia toglie ogni ragion d'essere alla religione, perché le si sostituisce. Quale scienza dello spirito, essa guarda alla religione come a un fenomeno, a un fatto sto- rico e transitorio, a uno stato psichico superabile. E, se divide il regno della conoscenza con le discipline naturali, con la storia e con Tarte, lasciando alle prime il contare e misurare e classificare, alla seconda lo stabilire l'indi- viduale accaduto e alla terza quello possibile; non ha nulla da spartire con la religione. La metaflBi- Per la stcssa ragione, come scienza dello spirito, la fi- ^ losofia non può esser filosofia del dato intuitivo; e quindi, come si è visto, né Filosofia della storia, né Filosofia della natura; e cioè non può darsi scienza filosofica di ciò che non è forma e universale, ma materia e partico- lare. Il che torna ad affermare l'impossibilità della me- tafisica.

Alla Filosofia della storia è succeduta la Metodica o Lo- gica della storia; a quella della natura, una gnoseologia dei concetti che si adoperano nelle scienze naturali. Ciò che la filosofia può studiare dell'una è il modo come essa si costruisca (intuizione, percezione, documento, probabi- lità, ecc.); ciò che può studiare delle altre sono le forme Vin. ESCLUSIONE DI ALTRE FORME SPIRITUALI 75 di concetti che appaiono in esse (spazio, tempo, moto, nu- mero, tipi, classi, ecc.). La filosofìa, che diventa metafisica nel senso sopraindicato, pretenderebbe, invece, far concor- renza alla storia narrata e alle scienze naturali, le sole leg'ittime e capaci nel loro campo; e concorrenza, che di- venta, nel fatto, lavoro da guastamestieri. In questo senso siamo antimetafisici, pur dichiarandoci ultrametafi- sici, allorché si voglia, con quella parola, rivendicare e affermare la funzione della filosofia come autocoscienza dello spirito di fronte alla funzione meramente empirica e classificatoria delle scienze naturali.

La metafisica, per sostenersi accanto alle scienze dello spirito, ha dovuto asserire l'esistenza di una specifica at- tività dello spirito, della quale essa sarebbe il prodotto. Chiamata, nell'antichità, fantasia mentale o superiore, e nei tempi moderni, più spesso, intelletto intuitivo o intuizione intellettuale, quest'attività riunirebbe, in forma tutta propria, i caratteri della fantasia e quelli del- Tintelletto; darebbe il modo di passare, per deduzione o dialetticamente, dall'infinito al finito, dalla forma alla ma- teria, dal concetto all' intuizione, dalla scienza alla storia, operando con un metodo che sarebbe unità e compenetra- zione di universale e di particolare, di astratto e di con- creto, d'intuizione e d'intelletto. Facoltà davvero mira- bile e piacevole a possedere; ma di cui chi, come noi, non la possiede, non ha modo di assodare resistenza.

L'intuizione intellettuale è stata talvolta considerata come la vera attività estetica; tal'altra le è stata messa accanto, o sotto, o sopra, una facoltà estetica non meno mirabile, facoltà affatto diversa dalla semplice intuizione, e della quale si sono cantate le glorie, attribuendole il fatto dell'arte, o almeno alcuni gruppi, arbitrariamente scelti, di produzione artistica. Arte, religione e filosofia sono sem- brate a volte una sola, a volte tre distinte facoltà dello La f&niaala mentale, e Tinteli etto intuitivo.

L* Estetica mistica.

76 TBORIA spirito, restando ora questa, ora quella di esse superiore nella dignità assegnata a ciascuna.

È impossibile enumerare tutti i vari atteggiamenti, che ha assunto e che può assumere questa concezione, che di- remo mistica, deir Estetica. Con essa siamo nei domini, non già. della scienza della fantasia, ma della fantasia stessa, che crea il suo mondo con gli elementi varianti delle im- pressioni e del sentimento. Basti accennare che quella fa- coltà misteriosa è stata concepita ora come pratica, ora co- me media fra la teoretica e la pratica, talvolta ancora come grado teoretico insieme con la religione e con la filosofia. Mortalità e Da qucst' Ultima concezione è stata talvolta dedotta Timdeu'arte. mortalità dell'arte, come appartenente, insieme con le sue sorelle, alla sfera dello spirito assoluto. Taraltra, invece, considerando che la religione è mortale e si dissolve nella filosofia, è stata proclamata la mortalità, anzi la morte già accaduta, o almeno l'agonia, dell'arte. Questione che per noi non ha significato; giacché, posto che la funzione del- l'arte è un grado necessario dello spirito, domandare se l'arte è eliminabile sarebbe né più né meno come doman- dare se è eliminabile la sensazione, o l'intelligenza. Ma la metafisica nel senso predetto, trasportandoci in un mondo arbitrario, è incriticabile nei suoi particolari, come non si critica la botanica» del giardino di Alcina o la cinetica del viaggio di Astolfo. La critica si fa soltanto, ricusando di entrar nel gioco; rigettando, cioè, la possibilità stessa della metafisica, sempre nel senso sopraindicato.

Noi, come non ammettiamo un'intuizione intellettuale nella filosofia, cosi non possiamo neppure ammetterne l'om- bra o equivalente, l'intuizione intellettuale estetica, o in qualunque altro modo s'intitoli e rappresenti quella im- maginaria funzione. Oltre i quattro gradi dello spirito che la coscienza ci rivela, noi, ripetiamo ancora una volta, non ne conosciamo un quinto.

IX Indivisibilità dell'espressione in modi o gradi E CRITICA della RETTORIOA s.

)i sogliono dare langhe ennmerazionì dei caratteri del- l'arte. Giunti a questo punto della trattazione, dopo avere studiato la funzione artistica come attività spirituale, come attività teoretica, e come speciale attività teoretica (intui- tiva), possiamo scorgere che quelle varie e copiose agget- tivazioni, quando significano qualcosa, non fanno altro che ripetere quelle che potrebbero dirsi le qualità, generica, specifica e caratteristica, della funzione estetica. Alla prima qualità si riferiscono, come si è già osservato, i caratteri 0, meglio, le varianti verbali dell'unità e dell'unità nella varietà, e quelli ancora della semplicità, del- l'originalità, e cosi via; alla seconda, quelli della ve- rità, della schiettezza, e simili; alla terza, i caratteri della vita, della vivacità, dell'animazione, della con- cretezza, dell'individualità, della caratteristicità. Le parole possono variare ancora, ma non ci apporteranno scientificamente nulla di nuovo. L'analisi dell'espressione in quanto talee del tutto esaurita coi risultati da noi esposti. Ma è ancora perfettamente legittima a questo punto la domanda: sevi sieno vari modi o gradi dell'espressione. Avendo nell'attività distinto due gradi, ciascuno dei quali suddiviso in altri due, non si vede fin qui alcuna ragione Ineslstensa di modi del- l'esprees io- ne.

78 TEORIA ImpoflBlblll- tà delle tra- dazioni.

logica per la quale non possano esservi due o più modi dell'estetico, ossia dell'espressione. — Soltanto, questi modi non esistono.

È questione, per ora almeno, di semplice osservazione interna e di autocoscienza. Si scrutino quanto si voglia i fatti estetici: non si riuscirà mai a trovare tra essi diflferenze formali, né a scomporre il fatto estetico in uno di primo e in un altro di secondo grado.

Ciò significa che non è possibile una classificazione fi- losofica delle espressioni. I singoli fatti espressivi sono al- trettanti individui, l'uno non ragguagliabile con l'altro se non genericamente, in quanto espressione. Per usare il linguaggio delle scuole, questa è una specie, che non può funzionare a sua volta da genere. Variano le impressioni ossia i contenuti; ogni contenuto è diverso da ogni altro, perché niente si ripete nella vita; e al variar continuo dei contenuti segue la varietà irriducibile dei fatti espressivi» sintesi estetiche delle impressioni.

Corollario di ciò è l'impossibilità delle traduzioni, in quanto abbiano la pretesa di effettuare il travasamento di un'espressione in un'altra, come di un liquido da un vaso in un altro di diversa forma. Possiamo elaborare lo- gicamente ciò che prima abbiamo elaborato solo in forma estetica; ma non ridurre ciò, che ha avuto già la sua for- ma estetica, ad altra forma, anche estetica. Ogni tradu- zione, infatti, 0 sminuisce e guasta; ovvero crea una nuova espressione, rimettendo la prima nel crogiuolo e mescolan- dola con altre impressioni proprie del preteso traduttore. Nel primo caso l'espressione resta sempre una, quella del- l'originale, essendo l'altra più o meno deficiente, cioè non propriamente espressione: nell'altro, saranno, si, due, ma di due contenuti diversi. < Brutte fedeli o belle infedeli >; questo detto proverbiale coglie bene il dilemma, che ogni traduttore si trova innanzi. Le traduzioni inestetiche, co- IX. INDIVISIBILITÀ dell'espressione IN MODI, EOO. 79 me quelle ad verbum o interlineari, ovvero le parafrasti- che, sono poi da considerare come semplici cementi degli originali.

La divisione delle espressioni in varie classi è nota in letteratura col nome di teorica dell'ornato o delle cate- gorie rettoriche. Ma anche nelle altre forme d'arte si- mili tentativi di classificazione non mancano: basti ricor- dare la forma realistica e simbolica, di cai si parla in pittura e scultura.