nel terzo libro il Vico si proponesse specialmente di dimostrare falso il « labefactare inconditis rationibus et distractis auctorum locis, quamquam numero plurimis, et magis memoria quam mente ».
Comunque, è col Diritto universale che le idee vichiane presero per la prima volta assetto e forma tali da sembrare all’autore degne di essere esposte alla luce. L’opera, come s’è detto, si divide in due libri, diversi di mole e per sistema espositivo. Il primo, oltre un proloquium e una conclusio, si suddivide in dugentoventidue brevi paragrafi, che talvolta hanno forma semplicemente aforistica: delle due parti onde consta l’altro, la prima contiene soltanto venti capitoletti, laddove la seconda abbraccia trentasette capitoli, talvolta assai lunghi e suddivisi in paragrafi. Circa la consistenza, basterà ricordare col Croce, che l’opera va considerata, quale appunto la riteneva il Vico, semplice «abbozzo» della Scienza nuova, in quanto «le idee sulla poesia vi sono ancora perplesse..., i canoni mitologici sono meno unitarii di quel che divennero poi, la teoria dei ricorsi vi è appena debolmente adombrata, e insomma, così la storia ideale eterna come la gnoseologia, sulla quale essa si fonda, sono ancora immature ».
Basta ciò a mostrare come il Vico ben presto dovesse esserne scontento. Cominciò a principio a tempestare di correzioni e giunte marginali quanti esemplari gli occorresse di donare ad amici e a persone di riguardo, non escluso quello inviato al principe Eugenio di Savoia, che sembra anzi ne avesse in maggiore quantità. Ma in breve codeste postille ascesero a un numero così esorbitante, e molte di esse presero proporzioni così ampie, che al Vico s’impose la necessità di raccoglierle in un libro a parte. Ed ecco venir fuori nel 1722 le Note al Diritto universale; note per modo di dire, perchè il non esiguo volume che le contiene, per una parte è già rifacimento di alcuni punti dell’opera principale, e per un’altra parte ha aggiunte di così capitale importanza (per esempio, la teoria omerica, che qui appare per la prima volta) da dover essere considerato già quale seconda redazione della Scienza nuova.
Passiamo alla terza, che è conosciuta col nome di Scienza nuova in forma negativa e che sventuratamente è andata smarrita. Scritta probabilmente durante tutto il 1723 e i principii del 1724, la nuova opera era contenuta in un grosso volume di circa 600 fogli (ossia 1000 pagine), che il Vico aveva riempiuti col suo caratterino fìtto e minuto. Come il Diritto universale si divideva in due libri; ma, tranne questa estrinseca simiglianza, le differenze fra i due lavori dovevano essere già profonde e sostanziali. Anzitutto (e non è particolare di piccolo momento) il Vico, sperando forse di conseguire maggiore popolarità e tenendo probabilmente fiso l’occhio a Cartesio, che ne aveva avuta tanta scrivendo in francese il Discours de la méthode, si risolvette per la prima volta ad abbandonare il latino, adoperato costantemente da lui fino allora nelle opere scientifiche, e a valersi del volgare. Inoltre la Scienza nuova in forma negativa comincia già a perdere quel carattere prevalentemente giuridico che è proprio del Diritto universale e acquista quell’aspetto filosofico-storico che viene sempre più accentuato nelle posteriori redazioni. E invero, il Vico stesso c’informa che «nel primo libro egli andava a ritrovare i principii del diritto naturale delle genti [ossia della civiltà] dentro quelli dell’umanità delle nazioni per via d’inverisimiglianze, sconcezze ed impossibilità di tutto ciò che avevano gli altri [Grozio, Selden e Puffendorf] più immaginato che ragionato; in conseguenza del quale nel secondo egli spiegava la generazione de’ costumi umani con una certa cronologia ragionata di tempo oscuro e favoloso de’ Greci, da’ quali abbiamo tutto ciò che si ha delle antichità gentilesche». Altre notizie non possiamo aggiungere, giacchè quelle, apparentemente più diffuse ma in realtà assai più generali, che il Vico dà in una lettera a monsignor Filippo Maria Monti si possono adattare a qualsiasi redazione della Scienza nuova, anche alle ultimissime.
Non è certo il caso di narrare minutamente le dolorose vicende di codesta terza redazione. Chi non le conosce e chi non ha sparsa una lagrima nel leggere una famosa postilla vichiana a una lettera del cardinal Lorenzo Corsini? «Lettera di S. E. Corsini, che non ha facultà di somministrarela spesa della stampa dell’opera precedente alla Scienza nuova [ossia della Scienza nuova in forma negativa]; onde fui messo in necessità di pensar questa [la prima Scienza nuova] dalla mia povertà, che restrinse il mio spirito a stamparne quel libricciuolo, traendomi un anello che aveva, ove era un diamante di cinque grani di purissima acqua, col cui prezzo potei pagarne la stampa e la legatura degli esemplari del libro; il quale, perchè mel trovai promesso e divolgato, dedicai ad esso signor cardinale». Povero Vico! Quanto strazio in quella particolareggiata descrizione dell’anello, e quanto amaro rimpianto in quel «traendomi», che è così diverso dal semplice «vendendo»! Chi sa? un anello forse ereditato dal padre, forse appartenente alla moglie, forse destinato a qualche figlia in occasione d’una lieta cerimonia; e, a ogni modo, unico oggetto di lusso in una casa in cui era sempre regnata squallida la miseria!
Ma non per nulla il Vico aveva l’animo grande. E benedisse anziché imprecare alla Provvidenza, che con quel «colpo di avversa fortuna», purtroppo né primo né ultimo, aveva voluto dargli il salutare avviso che il metodo negativo, ossia polemico, non era degno dell’opera sua, «facendo piuttosto forza che soddisfacendo la mente umana»; e che quindi occorreva che egli restringesse ancora una volta tutto il suo spirito «in un’aspra meditazione per ritrovare un metodo positivo e più stretto, e quindi più ancora efficace». Il risultato di questo sforzo, a cui non si può dare altro aggettivo se non quello, tanto caro al Vico, di «eroico», fu l’aureo libretto che si conosce col nome di Scienza nuova prima, scritto in soli due o tre mesi e pubblicato verso la fine del 1725. Tutto ciò che il Vico aveva fin allora pensato è ristretto in dugentottantadue paginette, per altro di fittissimo carattere (in carattere «di testino», dice il Vico), e ripartito in cinque capitoli (che poi negli esemplari postillati divennero libri), sproporzionatissimi tra loro. Basti dire che il quarto occupa due sole pagine, laddove gli altri sono suddivisi rispettivamente in 13, 67, 41 e 11 paragrafi (diventati poi capitoli). La materia per altro è disposta in modo molto più perspicuo che non nel Diritto universale e il metodo di trattazione s’accosta sempre più a quello della redazione definitiva. Dopo un primo capitolo (o libro) prevalentemente polemico (contro Grozio, Selden e Puffendorf), il quale senza dubbio è riassunto del primo libro della Scienza nuova in forma negativa il Vico tratta nel secondo e terzo capitolo di quel complesso di dottrine e raffronti storici, a cui nella seconda Scienza nuova doveva dare poi il titolo di Sapienza poetica. Con che non si vuol dire che ci sia già l’idea precisa di una Sapienza poetica, ripartita in tante divisioni primarie quante sono«le subalterne scienze poetiche» (Metafisica, Logica, Morale, Iconomica, Politica, Fisica, Cosmografia, Astronomia e Geografia), e da cui derivi come corollario la Discoverta del vero Omero. Ma, approssimativamente, si può asserire che nel capitolo terzo il Vico discorra a preferenza di ciò che in séguito doveva divenire argomento della Logica poetica (accennando qua e là ad alcuni punti della questione omerica), e che nel capitolo secondo anticipi in modo assai confuso ciò che poi avrebbe costituito l’oggetto delle altre scienze poetiche sopra ricordate. Maggiore analogia vi ha tra il quarto libro della seconda Scienza nuova e il quinto capitolo della prima, il quale tratta in parte il Corso delle nazioni (qualcos’altro se ne trova nel capitolo secondo): la teoria dei ricorsi, nella prima Scienza nuova come già nel Diritto universale, è appena accennata. Chiudono l’opera una breve conclusione e due tavole: una (divisa in quaranta paragrafi), «delle tradizioni volgari»; l’altra, delle sette «discoverte generali» della Scienza nuova.
Il lettore, ormai pratico del modo di lavorare del Vico, avrà già intuito che alla prima Scienza nuova avvenne lo stesso che al Diritto universale. Ossia il Vico, scontentissimo al solito della sua opera, cominciò a rattoppare tutti i buchi, che vi trovava, con postille, le quali, crescendo sempre di numero e di estensione, giunsero nel 1727 a un grosso manoscritto di ben 300 fogli (600 pagine), vale a dire a un comento due volte più lungo del testo cui si riferiva. Questa quinta redazione — testo e comento insieme — fu quella da lui offerta nel 1728 al Conti e al Lodoli e che s’incominciò a stampare in Venezia. Farne più lungo discorso e raccontare l’altro dispiacere che toccò al Vico (stavolta a causa del suo temperamento troppo irascibile e permaloso) è inutile, perchè significherebbe anticipare ciò che il Vico narra minutamente l’Occasione di meditarsi quest’opera, premessa alla seconda Scienza nuova, e che noi riproduciamo a principio della nostra edizione. Sicché possiamo passare senz’altro alla sesta redazione, conosciuta per l’appunto col nome di Scienza nuova seconda.
Scritta tutta d’un fiato dal 25 decembre 1729 al 9 aprile 1730, essa s’incominciò subito a stampare presso Felice Mosca e alla fine del 1730 era già in commercio. E bene notare che scopo primitivo del Vico fu non già quello di scrivere un’opera indipendente dalla prima Scienza nuova o che l’annullasse, ma semplicemente di dare, non più in forma di singole note numerate, sì bene nell’altra più razionale di esposizione continua, un’esegesi al precedente lavoro. Insomma, egli voleva ripresentare in aspetto più perspicuo il manoscritto di «aggionzioni» mandato a Venezia, rinunziando, si, a ristampare la prima Scienza nuova, ma presupponendone nel lettore la piena conoscenza. Prova ne sia che il Vico non solo tenne a far stampare la nuova opera nel medesimo formato e coi medesimi caratteri dell’antica, ma la intitolò: Trascelto delle annotazioni e dell’opera dintorno alla natura comune delle nazioni, in una maniera eminente ristretto ed imito, e principalmente ordinato alla discoverta del vero Omero. Senonchè al Vico, quando si poneva a tavolino, non era troppo facile di fare precisamente ciò che volesse: quindi, non che vero comento o esegesi, la seconda Scienza nuova riusci del tutto indipendente dalla prima, la quale vi si trova rifusa presso che integralmente. La materia ebbe alfine, nell’ordinamento generale, quell’assetto definitivo, che il Vico non mutò più, tranne che in particolari di secondaria importanza. Senza parlare dell'Occasione di meditarsi quest’opera, scritta a libro già tutto stampato, e che il Vico doveva anche rifondere, l’anno appresso, nell'Aggiunta all'Autobiografia — accennando di sfuggita all’Idea dell'opera, che fu un’appiccicatura posteriore, sostituita per espediente tipografico (e perciò stampata in carattere assai più grosso) a ottanta fitte pagine di polemica contro lo stampatore veneziano che aveva costretto il Vico a ritirare indietro il suo manoscritto: — nella seconda Scienza nuova sparisce, almeno come tutto organico, quel primo capitolo (o libro) polemico con cui s’iniziava la prima, e a esso vien sostituito un libro totalmente nuovo: Dello stabilimento de’ principii; — la materia del secondo e terzo capitolo (o libri) della redazione del 1725 è in questa del 1730 rifusa, ampliata e ordinata, nel modo che s’è detto, in un libro unico, intitolato Della sapienza poetica; — la questione omerica, stralciata dal resto e ormai trattata con maggiore ampiezza e profondità di vedute (Omero diventa qui finalmente un mito), forma argomento d’un libro a parte; — scomparso, o meglio rifuso qua e là, il brevissimo quarto capitolo della prima Scienza nuova, il quinto, almeno nelle linee generali, diventa, con ben altri sviluppi, quarto libro della nuova opera: Del corso che fanno le nazioni; — la teoria dei ricorsi, ora per la prima volta precisamente formolata e largamente esemplificata con la storia, specialmente giuridica, del medio evo, viene anche stralciata dal resto e riunita in un quinto libro; — è decuplata in ultimo, a dir poco, la Conclusione, e, in luogo delle due tavole (rifuse sparpagliatamente nell'opera), vien aggiunto in fine il saggio d’una Tavola d’indici.
Parrebbe che, dopo aver compiuto così immane lavoro non solo spirituale ma anche materiale, il Vico, ormai vecchio di sessantadue anni e pieno di acciacchi e di malanni, si risolvesse a deporre una buona volta la stanca penna. Ma quell’uomo era eccezionale in tutto. Aveva avuta la rara forza di tacere fino ai quarant’anni; detto allora soltanto quello che gli pareva necessario di dire (il De studiorum ratione, il De antiquissima e le polemiche relative), s’era condannato (miracolo ancora più grande) a un altro fecondo silenzio filosofico di dieci anni: ora che qualunque altro avrebbe pensato a riposarsi, egli, con un’attività sempre crescente, pareva quasi volesse mostrare quale fibra potente di lavoratore, oltre che di pensatore, si nascondesse in quel suo corpicino smunto e malaticcio. — Fin da quando attendeva alla stampa della seconda Scienza nuova aveva avuta occasione di fare qua e là una non breve serie di correzioni e giunte, che poi stampò, a guisa d'errata-corrige, alla fine del volume. L’avergli, pochi giorni dopo la pubblicazione del libro, il principe di Scalea fatti notare alcuni errori storici in cui era caduto, gli fu gradevole pretesto per mettersi di nuovo a tavolino e pubblicare verso gli ultimi del 1730, sotto forma di lettera al medesimo principe, un opuscoletto di dodici pagine, contenente una seconda serie di importanti giunte, tra le quali comparisce un nuovo capitolo (Dell'origine de’ comizi curiati). E immediatamente dopo ricominciò pel filosofo napoletano il follo lavoro di riempire di postille i margini di quanti più esemplari poteva della nuova opera, che neppur essa l’accontentava più; postille le quali, al solito, in poco tempo crebbero così spaventosamente, che soli otto o nove mesi dopo la pubblicazione della seconda Scienza nuova, e propriamente il 27 agosto 1731, il Vico scriveva diggià la parola «fine» a un manoscritto di circa dugento fittissime pagine, che contengono una terza serie di nuove giunte e correzioni.
Con che, se non andiamo errati, giungiamo alla settima redazione; redazione quasi del tutto inedita (giacché soltanto alcuni brani ne furono pubblicati, e abbastanza male, dal De Giudice), e pure di singolare interesse per lo svolgimento delle idee vichiane. Abbiamo già visto che l’edizione del 1730 formava (almeno nella mente del Vico) tutt’uno con la Scienza nuova prima, la quale appunto perciò vi è sempre citata, non con questo nome, ma con l’altro generico di «opera» o di «Scienza nuova», tout court. Invece nella nuova redazione, l’edizione del 1725 non solo non è più presupposta (e quindi il Vico comincia a citarla col nome, che poi è restato, di Scienza nuova prima), ma, tranne che per tre capitoli, rifiutata; e rifiutati altresì sono i due libri del Diritto universale, la Scienza nuova in forma negativa e tutto ciò che il Vico aveva fino allora scritto di filosofico. Basta ciò a mostrare quanto di nuovo si debba trovare in questa settima redazione, in cui il Vico aveva voluto raccogliere quel che del suo pensiero credeva degno di essere trasmesso alla posterità. Delle quattro redazioni della seconda Scienza nuova, questa senza dubbio è la più piena: più piena anche dell’edizione del 1744. Di fronte a quella del 1730, essa, oltre che molti e lunghi brani intercalati qua e là, presenta ben quindici capitoli in più; — il quinto libro, quello dei Ricorsi (il problema intorno a cui più si affaticò il Vico nei suoi ultimi anni), è assai più ordinato e ampliato; — ricomparisce, accresciuto di molto, il capitoletto dell’edizione del 1725 (I, 2) sulla «pratica» della Scienza nuova (che nell’edizione del 1730, a dir vero, era stato non già soppresso ma presupposto); — permane, aumentata, la Tavola d'indici — e l’opera s’arricchisce d’una lunga appendice, contenente per una parte due Ragionamenti (intorno alla Legge delle XII Tavole e intorno alla legge regia di Triboniano), ivi trasferiti, con larghe modifiche, dal Diritto universale e per un’altra parte i tre capitoli della Scienza nuova prima, che il Vico desiderava avessero ancora vita.
«Exegi monumentum cere perennius» e «Nunc dimittis servum tuum Domine», furono i due motti che il Vico (conscio della grandezza della sua opera e convinto, nello stesso tempo, che egli non era stato se non istrumento della Provvidenza) pose alla fìne di questa settima redazione. Le quali parole, messe a confronto con quanto egli scriveva nell'Aggiunta all'Autobiografia, che è proprio del 1731, mostrerebbero che l’inesorabile correttore di se medesimo fosse alfine contento del suo lavoro e si ripromettesse di non più tornarvi sopra. E forse, se il Vico lo avesse ristampato subito, com’era suo vivo desiderio, non vi si sarebbe più cotanto travagliato. Ma la ristampa non potè aver luogo per allora: si fece attendere anzi parecchi anni; e il filosofo napoletano non era uomo da lasciar dormire tranquillo per tanto tempo un manoscritto nel cassetto. E non più che un paio d’anni dopo, ossia . nel 1733 o al più tardi nel 1734, egli stendeva un’ottava redazione, condotta con lo stesso sistema della settima, ossia scrivendo circa centoquaranta pagine di correzioni, miglioramenti e aggiunte (ormai quarte) all’edizione del 1730. Questa penultima redazione, messa a confronto con quella che immediatamente le precede, appare da un lato più piena e dall’altro più monca. Vale a dire, se vi sono parecchi brani che in quella mancavano, e altri ricompariscono o accresciuti o inalterati o riassunti, vengono soppressi poi non pochi dei capitoli o passi in quella aggiunti. Abolito, per esempio, è il capitolo contro Cartesio, Spinoza e Locke; abolito quello contro il De iure belli et pacis del Grozio; abolito ancora l’interessante brano contro lo scetticismo; abolito infine il capitolo finale sulla Pratica della Scienza nuova. Viceversa rimane integra tutta l’appendice; sono ampliate l'Occasione di meditarsi quest’opera e la Tavola d’indici; ed è aggiunto un nuovo capitolo: Dell'origine del censo e dell’erario. Torturatissimo al solito è il quinto libro (la teoria dei ricorsi), una parte del quale viene anticipata nel libro precedente.
Nemmeno quest’altra redazione potè vedere subito la luce; e ciò significava cbe il Vico fra non molto si sarebbe sobbarcato all’improba fatica di compilarne una nona. E infatti non oltre il 1735, o al più il 1736, quando i settant’anni erano assai vicini, quel terribile vecchio, cui cominciava ormai a tremar la mano, ma permaneva infrangibile la volontà e inappagata la sete ardente di perfezione, ebbe il coraggio di accingersi all’impresa. Anzi non si contentò stavolta di stendere le solite giunte e correzioni, ma riscrisse da cima a fondo tutta l’opera. E quando l’ebbe compiuta cominciò a esercitarvi, in parecchie riprese e forse durante lo spazio di altri quattro o cinque anni (come si scorge dalla diversità dell’inchiostro e anche del carattere, ora meno, ora più tremolante), un così arrabbiato lavoro di lima che non poche pagine 1 sarebberoilleggibili, se il Vico, diverso anche in questo dai grandi uomini suoi pari, non fosse stato dotato di assai chiara calligrafia. Si può bene immaginare che in quest’ultima redazione le dififerenze, non solamente formali (che crescono di gran numero) ma anche sostanziali, di fronte alla redazione precedente, sono tutt’altro che di lieve momento. Scompare l’Occasione di meditarsi quest’opera] scompare tutta l’Appendice, venendo riassunto in una Degnità il non breve Ragionamento intorno alle XII Tavole] scompare eziandio la Tavola d’indici. In compenso ricompariscono alcuni brani della settima redazione aboliti nell’ottava, e ne sono aggiunti moltissimi nuovi. Molto frequenti le anticipazioni e posposizioni; né mancano i ritocchi speciali al quinto libro, ristretto un po’ di mole, ma allargato per documentazione. Questo manoscritto così laboriosamente apparecchiato servì per la stampa dell’edizione del 1744 (conosciuta anche col nome di Scienza nuova terza), come mostrano la loro perfetta conformità e l’essere ancora visibili sul primo i segni fatti dai tipografi quando sospendevano la composizione. Sicché tutt’altro che esatta è la leggenda che il Michelet raccolse dai suoi amici napoletani, che «Gennaro Vico rassembla les notes qu’il [il padre] avait pu dicter depuis l'édition de 1730 et les intercala à la suite des passages auxquels elles se rapportaient le mieux, sans entreprendre de les fondre avec le texte, auquel il nosait toucher». Il solo «motivo di vero» che ci sia in questa favola è che forse Gennaro Vico curò la stampa di questa edizione (iniziata probabilmente nel 1743 e non terminata, come si desume dalle licenze, prima del giugno 1744, ossia cinque mesi dopo la morte del Vico) e, cosa assai meno probabile, scrisse la dedica al cardinale Acquaviva reca la data del 10 gennaio 1744, ossia del tredicesimo giorno innanzi alla morte del Vico). L’argomento più convincente a sostegno di codesta supposizione è per l’appunto la perfetta conformità della stampa col manoscritto; conformità che non si sarebbe di certo avuta se le bozze fossero passati sotto gli occhi di Giambattista Vico. Giacchè l’altro fatto, che pur si potrebbe addurre, della quasi completa amnesia sofferta dal filosofo napoletano negli ultimi quattordici mesi della sua vita, fa fede fino a un certo punto; poiché chi, ciò non ostante, riusciva a scrivere nel decembre 1742 un sonetto e a mandarne fuori un altro nel corso del 1743, avrebbe potuto pur attendere, nei momenti di lucido intervallo, alla stampa d’un libro che gli stava tanto a cuore. Che anzi da un documento venuto testé in luce parrebbe che il Vico desse, proprio verso gli ultimi del 1743, precise istruzioni per l’incisione del suo ritratto, che é premesso a quell’edizione. A ogni modo, data l’uniformità piena tra il manoscritto e la stampa, la questione, comunque risoluta, è di quelle che hanno interesse di semplice curiosità erudita.
III La terza Scienza nuova ebbe destino ancora più avverso della prima e della seconda. A una certa conoscenza superficiale e diffusione di queste contribuirono in qualche modo la fama che il Vico godeva anche di là dal Tronto, se non come filosofo, almeno come decano dell’università napoletana e uno degli uomini più dotti del suo paese; appoggio che alla nuova edizione, raccomandata soltanto alla filiale pietà di Gennaro Vico e al ricordo che serbavano del maestro scolari fatti più per amarne il cuore caldo e affettuoso che per intenderne la mente vasta e profonda, mancò. Gli esemplari dell’opera, un po’ donati, un po’ venduti, s’andarono esaurendo lentamente, fino a diventare rarissimi; senza che in quel paese, che pur era stata la culla della filosofia italiana, si riuscisse a condurne a termine, per tutto il resto del secolo decimottavo, una sola ristampa. Un disegno di riprodurla, a dir vero, fu fatto, non si sa con precisione in quale anno, ma forse verso il 1760, dai pochi vichiani superstiti; quando cioè il libraio Michele Stasi, per consiglio «doctissimorum quorumdam virorum», affidò a Gennaro Vico l’incarico di ripubblicare le opere cipali del padre, tra le quali, naturalmente, come c’informa Gennaro in un frammento di prefazione a quella raccolta, anche «Novam scientiam anno 1744 typis cusam...quæ est duabus prioribus emendatior, illustrior auctiorque». Ma quel disegno non andò innanzi; e poiché col «saccheggio anglo-russo-turco-napoletano del 1799», al dir di Vincenzo Cuoco, andarono dispersi tutti i materiali raccolti in quel torno di tempo da lui e da un suo amico per un’altra grande edizione delle opere del Vico (tra le quali senza dubbio doveva esservi la seconda Scienza nuova), bisogna saltare fino al 1801 per imbattersi in una prima ristampa dell’opera capitale del Vico.
L’arrivo a Milano di alcuni esuli napoletani del 1799, e principalmente del già ricordato Cuoco, «le cui opere, così il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana come il Platone in Italia sono le prime nelle quali l’influenza del Vico appaia non estrinseca, ma intrinseca e profonda >, produsse colà un notevole movimento di studi vichiani, la cui manifestazione più cospicua è per l’appunto la ristampa avanti citata. Suggerita, a quanto pare, dal medesimo Cuoco, certamente non fu curata da lui, perchè egli, scrivendo qualche anno dopo (1804) al Degérando, lamentava che «tra le precedenti edizioni si era seguita quella che forse era pessima, e molte cose vi mancano». Fino a qual punto tali critiche sieno fondate non è possibile dire senza un esame particolareggiato dell’edizione; esame che ci siamo creduti dispensati dal fare. Di certo il testo seguito è quello del 1744, e dagli indici dei capitoli non risulta che ne sia stato saltato via alcuno.
Se non è stato inutile spendere qualche parola di più per questa prima ristampa, diventata oggi forse ancora più rara dell’edizione originale, basterà appena ricordare altre due, che sono materiali riproduzioni di questa: l’una pubblicata a Napoli nel 1811, la seconda a Milano nel 1816. Sei anni dopo compariva la prima traduzione della Scienza nuova: vogliam dire la versione tedesca dovuta al dottor Guglielmo Ernesto Weber. Mosso dal gran parlare che s’era fatto in Germania del Vico dopo la pubblicazione dei Prolegomena ad Homerum del Wolff e della Storia romana del Niebuhr, e spinto all’impresa da alcuni amici (il prof. Beier, Adolfo Wagner, l’editore del Bruno, il dottor Borsch, il bibliotecario Ebert, il Vömel e, principale tra essi, Gaspare Orelli, cui si debbono due buoni articoli sui rapporti tra il Vico e il Niebuhr), il Weber vi si accinse, aiutato da essi, con grande amore nel 1817, conducendola a fine nel luglio del 1821. La versione, sia per la forma stessa del Vico, che si presta a esser vòlta in tedesco meglio che in ogni altra lingua, sia per l’accuratezza del traduttore, che, non contento d’avere innanzi l’edizione del 1744, volle servirsi comefonte sussidiaria d’interpetrazione anche della prima Scienza nuova non poteva riuscir migliore. Basti dire che il Weber, ogni qual volta ha qualche dubbio su d’un passo, o teme che questo, tradotto com’è a parola, possa riuscir poco chiaro a un lettore tedesco, lo riferisce integralmente in italiano a pié di pagina. Il Weber inoltre fu il primo (e finora il solo) a fare un riscontro, se non completo, almeno parziale delle citazioni vichiane. «Alla fatica — egli scrive — di riscontrare e indicare le citazioni, a fine di risparmiare ad altri tale molestia, io non credetti, una volta che mi ero messo al lavoro, di potermi sottrarre; ma lo spaventevole tormento, che mi cagionò il porre in atto questo proposito, non saprei augurarlo al più tristo dei pedanti. Non solamente il Vico ha mescolato tra loro una quantità di luoghi e citato falsamente o l’autore o