SigPhi · Giambattista Vico

La scienza nuova — Volume I

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Ed eccoci finalmente a discorrere delle nostre note. Di un cemento perpetuo alla Scienza nuova non si era finora fatto il tentativo, tranne che (nella misura limitata che s’è vista) dal Weber; sicché bisognava quasi costruirlo ex novo. Occorreva anzi tutto stabilirne l’indole. Taluno forse avrebbe desiderato veder corredata questa nostra edizione di un largo apparato filosofico. Ma, lasciando stare che un cemento di tal sorta non era consentite dalle norme generali della collezione di cui questo volume fa parte, e avrebbe richieste forze ben altrimente poderose di quelle di cui disponiamo, la Scienza nuova è uno dei libri che meno si presta ad annotazioni di siffatto genere. Il Vico nello scriverla ebbe in mente tutt'altro che di esporre un sistema filosofico e nemmeno singoli problemi filosofici: la sua filosofia, quindi, bisogna ricostruirla pezzetto per pezzetto, desumendola talvolta perfino dal punto di vista da cui egli si pone nel considerare una questione storica o letteraria. Ora questa non è materia da cemento: tutto al più poteva formare oggetto di una introduzione critica. E quest’introduzione, che noi non potevamo né sapevamo dare, l’ha scritta in vece nostra Benedetto Croce col suo già ricordato libro su La filosofia di G. B. Vico; il quale forma parte così integrante del presente volume, che non sapremmo consigliare a chi sia ancora digiuno di studi vichiani di accingersi alla lettura della Scienza nuova (nella qual lettura si saltino via per la prima volta l'Idea dell’opera e le Annotazioni alla Tavola cronologica e si cominci dalle Degnità) senza valersi anzi tutto di quel libro come propedeutica, e senza ripercorrerlo a lettura compiuta, per poter tornare una seconda e terza volta al testo vichiano con adeguata preparazione circa i problemi che vi si agitano.

La sola cosa veramente utile, che si poteva fare nel campo filosofico da un cemento, era già stata fatta, e in modo eccellente dal Ferrari, mercè le belle note di cui abbiamo già discorso, poste, a cominciare dal secondo libro, a principio di ciascun capitolo. Appunto per ciò le abbiamo fatte tutte nostre, apportando in esse qualche lieve modificazione di cui non è il caso di rendere conto: semplicemente, invece di porle a piè di pagina insieme con quelle che ci appartengono, le abbiamo date a guisa di sommari, tra parentesi quadre, subito dopo i titoli dei singoli capitoli.

Pel medesimo motivo, oggetto del nostro comento non potevano essere le linee generali della storiografia vichiana: lavoro anch’esso ricostruttivo e compiuto in modo maraviglioso dal Croce. Il nostro compito insomma doveva limitarsi a una illustrazione, quanto più si poteva completa, di particolari filologici, intendendo l’aggettivo nell’accezione latissima che gli dava il Vico. Occorreva cioè: a) Controllare tutte le citazioni fatte dal Vico, additando pei libri medievali e moderni (oggi quasi tutti dimenticati) i titoli in extenso, e non già limitandoci a indicare il luogo preciso a cui egli voleva rimandare, ma informando anche il lettore, mercè il riferimento (integrale o per riassunto) dei singoli passi, delle inesattezze, e talvolta gravi errori, da lui commesse.

b) Aggiungere, col medesimo sistema avanti detto, anche le citazioni non fatte dal Vico, o fatte in modo vago («eruditi dicono», «ci è giunta tradizione», e simili); ossia indicare, fin quanto era possibile, le fonti di cui egli si serviva e il modo, quasi sempre assai singolare, in cui egli le adoperava.

c) Chiarire le numerose allusioni storiche e rettificare la non piccola quantità di errori di fatto commessi dal Vico, tentando di indagarne le cause, e a ogni modo distinguendo tra errori suoi personali (che sono la maggior parte) e quelli dovuti, più che a lui, alla cultura del suo tempo. Naturalmente anche in codesta materia ci siamo limitati a semplici errori di particolari; quindi non abbiamo apposta nessuna nota per rettificare, a mo’ d’esempio, la concezione vichiana della storia ebraica dal Diluvio in poi, o altri argomenti dello stesso genere. E di regola ci siamo ben guardati dal correggere una per una le arbitrarie etimologie e le non meno arbitrarie interpetrazioni che il filosofo napoletano dava di questo o quel mito; e ancora meno c’è venuto in mente (cosa che sarebbe stata di pessimo gusto) di contrapporre a una derivazione etimologica o a una ricostruzione mitologica vichiana quelle che oggi godono maggior favore, e che forse (ci si perdoni il nostro scetticismo in codesta materia), non ostante gl’innegabili progressi della filologia comparata, non hanno talvolta più solidi fondamenti di quelle escogitate dalla fervida fantasia di Giambattista Vico.

Che anche se limitata a questi tre punti, la nostra indagine dovesse riuscire tutt’altro che agevole, è cosa che chiunque abbia un po’ di pratica con lavori siffatti, può facilmente immaginare.

Il Vico era uomo di vasta cultura; assai disordinata e frammentaria, se si vuole, ma vasta. Aveva letto, da adolescente nella botteguccia di libraio del padre, da giovane nel castello di Vatolla, e diventato uomo maturo nella biblioteca dei Gerolamini, un mondo di libri (talvolta rari e curiosi) intorno ai più diversi argomenti: teologia, filosofia, storia, archeologia, letteratura, giurisprudenza, fisica, medicina, numismatica e, andando giù giù, perfino astrologia e araldica. La sua conoscenza, specialmente in poetica, come allora si diceva, e in linguistica, dati i tempi in cui viveva, non poteva essere più piena. Le tracce di tutte queste letture s’incontrano a ogni passo nella Scienza nuova che tra i grandi libri filosofici è forse quello che si presenta maggiormente armato da un formidabile apparato erudito.

Se cotanta sciupata erudizione fosse restata nella mente del Vico totalmente separata (come è in effetto) da quelle che sono realmente le sue grandi idee e le sue grandi scoperte, non v’ha dubbio che essa sarebbe stata di gran lunga più esatta, e la nostra fatica conseguentemente ci sarebbe riuscita meno ingrata. Il guaio è che quel dio, che si agitava in lui quando faceva il filosofo o lo storico dalle grandi linee, non lo abbandonava nemmeno quando, scendendo parecchi gradini, si dava a far l’erudito. Se per caso si poneva a leggere un libro, anche il più frivolo e insulso, finiva sempre col trovare in un periodo, in una frase, in una parola, un addentellato con la sua Estetica, con la sua Morale, con i suoi canoni di ermeneutica storica. Bastava ciò perchè egli si suggestionasse e perchè quel libro acquistasse agli occhi suoi contenuto e valore assai diversi (se non a dirittura opposti) dalla realtà.

A questo difetto originario, che era tale da rovinargli tutte le citazioni, s’aggiunga che il Vico, nonché esser dotato da madre natura d’un amore almeno platonico per la diligenza e per l’esattezza, nutriva per queste due virtù erudite il più sovrano disprezzo. «La diligenza — egli dice — dee perdersi nel lavorare d’intorno ad argomenti c’hanno della grandezza, perocch’ella è una minuta e, perchè minuta, anco tarda virtù». E circa l’esattezza, pochi uomini hanno sofferto quel che si dice «malattia dell’inesattezza» in grado così acuto. Credevamo di aver altra volta additato un esempio tipico in un luogo dell’edizione del 1730 (poi corretto in CMA), in cui il Vico, volendo esporre l’argomento del primo libro dell’Iliade, lui che s’era torturato una vita intera intorno alla questione omerica, c’ informa che Achille «per un puntiglio ingiusto non acconsente di restituirsi Criseide al padre Crise, sacerdote di Apollo, per la quale lo dio fa scempio dell’esercito greco con crudelissima pestilenza; e dappoi presovi giusto compenso Agamennone, e toltagliela e restituitala al vecchio padre, perchè nella division delle prede della guerra era la Criseide tócca ad esso lui [si badi: ad Achille], se ne richiama offeso con gli uomini e con gli dèi», e via discorrendo. Ma possiamo ora esibire qualcosa di meglio. Il Vico non sapeva essere esatto nemmeno quando citava se stesso! Si legga un passo della terza Scienza nuova, in cui egli rimanda alla prima, citandone il capo [ossia il libro] quarto, nel quale avrebbe fatto vedere «i padri di famiglia, per quindeci aspetti diversi osservati nello stato delle famiglie e delle prime repubbliche nel tempo che si dovettero formare le lingue, essere stati appellati con altrettantidiversi vocaboli da quindeci nazioni antiche e moderne». Orbene il capo [o libro] non è il quarto, ma il terzo (§ o cap. 41); gli aspetti diversi con cui ivi vengono considerati i padri di famiglia non sono quindici, ma dodici; le denominazioni, tutt’altro che relative a questi aspetti, non sono altrettante (e cioè dodici), ma quindici; e finalmente le nazioni antiche e moderne che le usarono non sono quindici, ma sette o tutt’al più (volendo tener conto anche dell’espressione generica «barbari ritornati») otto.

Posto ciò, si può bene immaginare che cosa dovesse succedere quando al Vico, dieci, quindici, vent’anni dopo d’aver letto un passo, capitava di ricordarsene nella foga dello scrivere e di volerlo citare (giusta il sistema allora in uso anche presso gli eruditi di mestiere) a memoria, e quel che è peggio, adducendolo a sostegno di qualcuna delle sue teorie. Ben altro che «Codesto non vi mis’io», quantunque in altro senso, gli avrebbe detto, a mo’ d’esempio, Cornelio Tacito, se avesse potuto alzare per un momento la testa dal sepolcro! A tutto questo complesso di circostanze e non già alla poca cultura, o, come è stato sostenuto di recente, a spirito «àcrito», e tanto meno, come si è visto, all’aver attinte tutte le sue errate citazioni di seconda mano al Lessico dell’Hoffmann è dovuta l’inverisimile massa d’inesattezze, per non dire gravi spropositi, ond’è infarcita la parte erudita della Scienza nuova.

Da ciò un raddoppiamento di lavoro per noi; lavoro (ci si consenta per una volta di lodare noi stessi) tanto più meritorio in quanto noi pei primi siamo convinti (e abbiamo avuto altra volta a manifestare questa opinione) della scarsa importanza di esso per la vera intelligenza e sopra tutto per la valutazione della Scienza nuova. Giacchè, ed è quasi inutile avvertirlo, tutti gli errori d’erudizione che abbiamo potuto notare, e gli altri che ci saranno sfuggiti, non solo non riescono nemmeno a scalfire la roccia granitica su cui poggia la fama del filosofo napoletano, ma non danno altro che una prova un po’ più abbondante d’un fatto ormai conosciuto da gran tempo: vale a dire che il sostrato erudito della Scienza nuova è assai fragile e su di esso non è da fare affidamento. Che anzi proprio l’aver potuto trovare così gran numero di volte in fallo il Vico, lungi dal suscitare in noi una «boria di dotti» o, per dir meglio, una sciocca e maligna vanità da eruditucci di provincia, deve renderci ancora più piccini e spingerci a guardare con raddoppiato senso di venerazione a quell’uomo veramente straordinario; il quale, movendo da documenti alterati, mutilati e falsificati dalla sua stessa fantasia (condizione assai peggiore di chi disponga di documenti guastati per opera altrui), e sfornito di tante qualità naturali, indispensabili per compiere l’ufficio di storiografo, seppe, con la sola forza del suo genio, assurgere a una costruzione storica di cui non si sa se ammirare maggiormente la vasta grandiosità o la profonda verità delle linee generali.

Soltanto se indirizzate a questo scopo, le nostre note potevano riuscire proficue; ed è perciò che dal canto nostro non abbiamo risparmiata fatica perchè fossero il meno indegne della grande opera a cui si riferiscono. Dire che ne siamo pienamente contenti, sarebbe asserire cosa contraria al vero, giacché fin da ora, quantunque giunti appena alla metà del lavoro, ci accorgiamo di lacune e imperfezioni che vanno riempiute o ritoccate. Ma ci è di scusa e conforto al tempo stesso la considerazione che lavori di simile genere non possono esser condotti a una relativa completezza e perfezione in una sola volta; e che, se prima di accingervisi bisogna guardare solamente in avanti, ossia mirare alla perfezione assoluta, è pur lecito, a lavoro compiuto, dare un’occhiata indietro, ossia, considerando a ciò che hanno fatto coloro che ci hanno preceduti nel medesimo campo, consolarsi col riflettere d’aver progredito di qualche passo. D’altronde auguriamo a noi stessi e anche a quella larga conoscenza del Vico fra tutte le persone colte (ch’è stato lo scopo precipuo di questa nuova edizione della Scienza nuova e delle varie pubblicazioni vichiane che escono con essa) di esser presto costretti a imprendere una ristampa del lavoro, per la quale invochiamofin da ora la larga e affettuosa collaborazione di tutti gli studiosi del Vico.

Il che per altro non deve farci scordare qui dei nomi di coloro, i quali in questo primo abbozzo ci son voluti essere prodighi d’incoraggiamenti e di consigli. Menzionare Benedetto Croce e Giovanni Gentile può quasi sembrare un fuor d’opera, giacché non è studioso di filosofia in Italia, che non conosca l’amore con cui essi dirigono questa ormai gloriosa collana filosofica e la preziosa cooperazione che in essi trovano tutti coloro cui è dato di collaborarvi. Da essi ci fu suggerita l’edizione che ora presentiamo; in essi trovammo sempre una parola di sprone e di conforto in qualche momento di sfiducia che ci ha assaliti nel corso del lavoro; a essi siamo non poche volte ricorsi, e sempre con frutto, quando qualcuno dei tanti enigmi che ci si presentavano ci sembrava di troppo complicata soluzione. Pure daremmo prova d’assai ingratitudine, se accanto a questi due nomi, tanto a noi cari, non ricordassimo l’altro del dott. Gaetano Burgada della Biblioteca nazionale di Napoli, della cui cortesia e speciale competenza abbiamo usato e, saremmo per dire, abusato.

Napoli, maggio 1911.

F. N.

SCIENZA NUOVA PRINCIPII di di GIAMBATTISTA VICO d’intorno alla comune natura delle nazioni OCCASIONE DI MEDITARSI QUEST’OPERA Dopo tre anni ch’avevamo noi dato fuori dalle stampe di Napoli i Principii della Scienza nuova dintorno alla comune natura delle nazioni, risapemmo che nella posta, la qual non sogliamo frequentare, erano lettere a noi indiritte. Di queste una fu del padre Carlo Lodoli, de’ Minori osservanti, teologo della serenissima Repubblica di Venezia, che ci aveva scritto in data de’ 15 di gennaio 1728; la qual si era nella posta trattenuta presso a sette ordinari. Con tal lettera, egli c’invita alla ristampa di cotal libro in Venezia, nel seguente tenore: Qui, in Venezia, con indicibil applauso corre per le mani de’ valentuomini il di lei profondissimo libro de’ Principii d’una Scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni; e, più che ’l van leggendo, più entrano in ammirazione e stima della vostra mente, che l’ha composto. Con le lodi e col discorso andandosi sempre più diffondendo la fama, viene più ricercato, e, non trovandosene per città, se ne fa venire da Napoli qualch’esemplare; ma, riuscendo ciò troppo incomodo per la lontananza, son entrati in deliberazione alcuni di farla ristampar in Venezia. Concorrendo ancor io con tal parere, mi è parso proprio di prenderne innanzi lingua da V. S., che è l’autore, prima per sapere se questo le fosse a grado, poi per veder ancora se avesse alcuna cosa d’aggiungere o da mutare, e se compiacer si volesse benignamente comunicarmelo.

Avvalorò il padre cotal sua richiesta con altra acclusa alla sua del signor abate Antonio Conti, nobile veneto, gran metafisico e mattematico, ricco di riposta erudizione, e per gli viaggi letterari salito in alta stima di letteratura appo il Newton, il Leibnizio ed altri primi dotti della nostra età, e per la sua tragedia del Cesare famoso nell’Italia, nella Francia, nell’Inghilterra. Il quale, con cortesia eguale a cotanta nobiltà, dottrina ed erudizione, in data degli 3 di gennaio 1728, così ci scrive: Non poteva V. S. ritruovar un corrispondente più versato in ogni genere di studi e più autorevole co’ librai di quel che sia il riveritissimo padre Lodoli, che le offre di far ristampare il libro d’una Scienza nuova. Son io stato uno de’ primi a gustarlo e a farlo gustare dagli amici miei; i quali concordemente convengono che nell’italiana favella non abbiamo un libro che contenga più cose erudite e filosofiche, e queste tutte originali della specie loro. Io ne ho mandato un picciol estratto in Francia, per far conoscere a’ Francesi che molto può aggiungersi e molto correggersi sull’idee della Cronologia e Mitologia, non meno che della Morale e della Iurisprudenza, sulla quale hanno molto studiato. Gl’Inglesi saranno obbligati a confessare lo stesso, quando vedranno il libro. Ma bisogna renderlo più universale con la stampa e con la comodità del carattere. V. S. è in tempo d’aggiungervi tutto quello che stima più a proposito, sia per accrescere l’erudizione e la dottrina, sia per isviluppare certe idee compendiosamente accennate. Io la consiglierei di mettere alla testa del libro una prefazione ch’esponesse i vari principii delle varie materie che tratta e ’l sistema armonico che da essi risulta, sino ad estendersi alle cose future, che tutte dipendono dalle leggi dell’Istoria eterna, della qual è così sublime e feconda l’idea che ne ha assegnata.

L’altra lettera che giaceva pur alla posta era del signor conte Gianartico di Porcia, fratello del signor cardinale Leandro di Porcia, signore per isplendor di sangue e per lustro di letteratura chiarissimo, che, da’ 14 dicembre 1727, ci aveva così scritto: Mi assicura il padre Lodoli (che col signor abate Conti riverisce V. S., e l’un e l’altro l’accertano della stima ben grande che fanno della di lei virtù) che ritroverà chi stampi la di lei ammirabile opera de’ Principii della Scienza nuova. Se V. S. volesse aggiungervi qualche cosa, è in pienissima libertà di farlo. Insomma, V. S. ha ora campo di poter dilatarsi in tal libro, in cui gli uomini scienziati affermano di capire da esso molto più di quello si vede espressato, e ’l considerano come capo d’opera. Io me ne congratulo con V. S., e l’assicuro che ne ho un piacer infinito, vedendo che, finalmente, produzioni del nerbo e del fondo di che sono le sue vengon a qualche ora conosciute, e che ad esse non manca fortuna, quando non mancano leggitori di discernimento e di merito.

A’ gentil inviti ed autorevoli conforti di tali e tanti uomini, noi ci credemmo obbligati di acconsentir a cotal ristampa e di scrivervi l’Annotazioni ed Aggiunte. E, dentro il tempo stesso che giugnessero in Venezia le nostre prime risposte (perchè, per la cagion sopra detta, avevano di troppo tardato), il signor abate Antonio Conti, per una particolar affezione inverso noi e le nostre cose, ci onorò di quest’altra lettera, in data de’ 10 marzo 1728.

Scrissi, due mesi fa, una lettera a V. S., che le sarà capitata unita con altra del reverendissimo padre Lodoli. Non avendo veduto alcuna risposta, ardisco d’incomodarla di nuovo, premendomi solamente che V. S. sappia quanto io l’ammiro e desidero profittare dei lumi ch’Ella abbondantemente sparge ne’ suoi Principii d’una Scienza nuova. Appena ritornato di Francia, io ne lessi il libro con sommo piacere, e mi riuscirono le scoverte critiche, istoriche e morali non meno nuove che istruttive. Alcuni vogliono intraprenderne la ristampa ed imprimerlo in carattere più comodo ed in forma più acconcia. Il padre Lodoli aveva questo disegno, e mi disse d’averne a V. S. scritto per supplicarla ad aggiugnervi altre dissertazioni sulla stessa materia o illustrazioni de’ capitoli del libro stesso. Il signor conte di Porcia mandò allo stesso padre Lodoli la Vita ch’Ella di sa stessa compose e contiene varie erudizioni spettanti al progresso del suo sistema istorico e critico. Quest’edizione è molto desiderata; e molti Francesi, a’ quali ho data una compendiosa idea del libro istesso, la chiedono con premura.

Quindi, noi tanto più ci sentimmo stimolati a scrivere delle note e commenti a quest’opera. E, nel tempo che noi vi travagliavamo, che durò presso a due anni, prima avvenne che il signor conte di Porcia, in una occasione, la qual non fa qui mestieri narrare, ci scrisse ch’esso voleva stampar un suo Progetto a’ signori letterati d’Italia più distinti per l’opere date alla luce delle stampe o più chiari per rinomea d’erudizione e dottrina, di scriver essi le loro vite letterarie sopra una tal sua idea, con la quale se ne promuovesse un altro metodo più accertato e più efficace da profittare nel corso de’ suoi studi la gioventù, e di volervi aggiugnere la nostra per saggio, che noi gli avevamo di già mandata; perchè, delle molte che già glien’erano pervenute in potere, questa sembravagli come di getto caduta sulla forma del suo disegno. Quindi io, il quale avea creduto ch’esso la stampasse con le Vite di tutti, ed, in mandandagliela, aveva professato che mi recava a sommo onore d’esser l’ultimo di tutti in si gloriosa raccolta, mi diedi a tutto potere a scongiurarlo che no ’l facesse a niun patto del mondo, perchè né esso conseguirebbe il suo fine, ed io, senza mia colpa, sarei oppresso dall’invidia. Ma, con tutto ciò, essendosi il signor conte fermo in tal suo proponimento, io, oltre di essermene protestato da Roma per una via del signor abate Giuseppe Luigi Esperti, me ne protestai altresì da Venezia per altra di esso padre Lodoli, il qual aveva io saputo da esso signor conte che vi promoveva la stampa e del di lui Progetto e della nostra Vita, come il padre Calogerà, che l’ha stampato nel primo tomo della sua Raccolta degli opuscoli eruditi, l’ha pubblicato al mondo in una Lettera al signor Vallisnieri, che vi tien luogo di prefazione; il quale quanto in ciò ci ha favorito, tanto dispiacer ci ha fatto lo stampatore, il quale con tanti errori, anco nei luoghi sostanziali, n’ha strappazzato la stampa. — Or, nel fine del catalogo delle opere nostre, che va in piedi di essa Vita, si è con le stampe pubblicato: «Principii d’una Scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni, che si ristampano con l’Annotazioni dell’autore in Venezia».

Di più, dentro il medesimo tempo, avvenne che dintorno alla Scienza nuova ci fu fatta una vile impostura, la quale sta ricevuta tra le Novelle letterarie degli Atti di Lipsia del mese di agosto 1727, che non contiene altro di vero ch’una per noi gloriosa accusa: — che cotal Scienza dia un sistema del Diritto natural delle genti conforme alla dottrina catolica. Or, dovendo noi rispondere a’ signori giornalisti lipsiani, perchè nella Risposta ci bisognava far menzione della ristampa che si promoveva di tal nostro libro in Venezia, ne scrivemmo al padre Lodoli per averne il permesso, com’infatti ne’l riportammo; onde, nella nostra Risposta, uscita dalle stampe del Mosca in dodicesimo, intitolata: Notæ in Acta lipsiensia, di nuovo con le stampe si è pubblicato che i Principii della Scienza nuova con le Annotazioni di esso autore erano ristampate in Venezia.

E quivi stampatori veneziani, sotto maschere di letterati, per lo Gessari e ’l Mosca, l’uno libraio, l’altro stampatore napoletani, ci avevano fatto richiedere di tutte l’opere nostre, e stampate e inedite, descritte in cotal Catalogo, di che volevan adornare i loro Musei, com’essi dicevano; ma, in fatti, per istamparle in un corpo, con la speranza che la Scienza nuova l’arebbe dato facile smaltimento. A’ quali, per far loro vedere che gli conosceva quali essi erano, feci intendere che, di tutte le deboli opere del mio affannato ingegno, arei voluto che sola fusse restata la Scienza nuova, ch’essi potevano sapere che si ristampava in Venezia. Anzi, per una nostra generosità, volendo assicurare anco dopo la nostra morte lo stampatore di cotal ristampa, offerimmo al padre Lodoli un nostro manoscritto di presso a cinquecento fogli, nel qual era io andato cercando questi Principii per via negativa , dal qual se n’arebbe potuto di molto accrescere il libro della Scienza nuova la prima volta stampato; che ’l signor don Giulio Torno, canonico e dottissimo teologo di questa Chiesa napoletana, per una sua altezza d’animo con cui guarda le nostre cose, voleva far qui stampare con alquanti associati; ma io, priegandolo, ne ’l rimossi, avendo di già truovati questi Principii per la via positiva.

Finalmente, dentro il mese d’ottobre dell’anno 1729 pervenne in Venezia, ricapitato al padre Lodoli, il compimento delle correzioni al libro stampato e dell’Annotazioni e Commenti, che fanno un manoscritto di presso a trecento fogli.

Or, ritruovandosi pubblicato con le stampe ben due volte che la Scienza nuova si ristampava con l’aggiunte in Venezia, ed essendo colà pervenuto tutto il manoscritto, colui che faceva la mercatanzia di cotal ristampa uscì a trattar meco come con uomo che dovesse necessariamente farla ivi stampare. Per la qual cosa, entrati noi in un punto di propia stima, richiamammo indietro tutto il nostro ch’avevamo colà mandato; la qual restituzione fu fatta, finalmente, dopo sei mesi ch’era già stampato più della metta di quest’opera. E, perchè, per le testé narrate cagioni, l’opera non ritruovava stampatore, né qui, in Napoli, né altrove, che la stampasse a sue spese, noi ci ’diemmo a meditarne un’altra condotta (la qual è, forse, la propia che doveva ella avere che noi, senza questa necessità, non avremmo altrimenti pensato), che, col confronto del libro innanzi stampato, apertamente si scorge esser dall’altra, che noi avevamo tenuto, a tutto cielo diversa. Ed, in questa, tutto ciò che nell’Annotazioni, per seguire il filo di quell'opera, distratto leggevasi e dissipato, poi, con assai molto di nuovo aggiunto, vi si osservò comporsi e reggere con uno spirito; con tal forza d’ordine (il quale, oltre all’altra, che è la propietà dello spiegarsi, è una principal cagione della brevità) che ’l libro di già stampato e ’l manoscritto non vi erano cresciuti che pochi altri fogli di più. Dello che farai per te medesimo esperienza, come, per cagion d’esemplo, sulle propietà del Diritto natural delle genti; delle quali, col primo metodo (nel capitolo primo, paragrafo settimo), ragionammo presso a sei fogli; qui, ne discorriamo con pochi versi.

Ma era stato da noi lasciato intiero il libro prima stampato per tre luoghi che dentro s’additeranno, de’ quali ci truoviamo pienamente soddisfatti; per gli quali tre luoghi principalmente era necessario il libro della Scienza nuova la prima volta stampata; la quale noi qui citeremo Scienza nuova prima, perch’era condotta con un metodo affatto diverso da questa, la quale perciò debbe dirsi Scienza nuova seconda ed avevamo lasciato la prima per gli tre luoghi anzidetti. Ma, acciocché quella non si abbia affatto a disiderare (a), si rapporteranno intieri nel fine di questi libri. Anzi, acciocché nemmeno si disiderino i libri del Diritto universale. de’ quali assai meno che della Scienza nuova prima, siccome d’un abbozzo di quella, noi eravamo contenti, e gli stimavamo solamente necessari per gli due luoghi: — uno della favola d’intorno alla Legge delle XII Tavole venuta d’Atene, l’altro d’intorno alla favola della Legge regia di Triboniano, — anco nel fine di questi libri si rapporteranno in due ragionamenti con più unità e maggior nerbo trattati. I quali due sono di quelli errori che ’l signor Giovanni Clerico nella Biblioteca antica e moderna, in rapportando que’ libri, dice che «in un gran numero di materie vi si emendano quantità d’errori volgari, a’ quali uomini intendentissimi non hanno punto avvertito». Laonde (a), in una lettera latina, data in Amsterdam a dì 8 settembre 1722 per altro, non regge più, per quel che ho detto sopra, l’argomento fondato sulla divergenza di date tra la venuta del Montesquieu a Venezia (1728) e la spedizione del ms. vichiano. — Il quale, donato dal V., insieme con la parte di esso già stampata, al p. Ludovici gesuita, è ora andato disperso (Croce, p. 36 sg.). ce ne avvanzò generosamente questo giudizio: qui (libri) mihi occasionem præcebebunt ostendendi nostris septentrionalibus eruditis acumen et ertiditìonem non minus apud Italos inveniri quam apud ipsos; imo vero doctiora et amtiora dici ab Italis quam quæ, frigidiorum orarum incolis expectari queat.

Né già questo dee sembrare fasto a taluni, che noi, non contenti de’ vantaggiosi giudizi da tali uomini dati alle nostre opere, dopo le disappruoviamo e ne facciamo rifiuto; perchè questo è argomento della somma venerazione e stima che noi facciamo di tali uomini, anzi che no. Imperciocché i rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le lor opere anche contro le giuste accuse e ragionevoli ammende d’altrui; altri, che, per avventura, sono di cuor picciolo, s’empiono de’ favorevoli giudizi dati alle loro, e, per quelli stessi, non più s’awanzano a perfezionarle. Ma a noi le lodi degli uomini grandi hanno ingrandito l’animo di correggere, supplire ed anco in miglior forma di cangiar questa nostra. — Cosi condenniamo le Annotazioni, le quali per la via niegativa andavano truovando questi Principii; perocché quella fa le sue pruove per isconcezze, assurdi, impossibilità, le quali, co’ loro brutti aspetti, amareggiano piuttosto che pascono l’intendimento; al quale la via positiva si fa sentire soave, che gli rappresenta l’acconcio, il convenevole, l’uniforme, che fanno tutta la bellezza del vero, del quale unicamente si diletta e pasce la mente umana. Ci dispiacciono i libri del Diritto universale, perchè in quelli dalla mente di Platone ed altri chiari filosofi tentavamo di scendere nelle menti balorde e scempie degli autori della gentilità, quando dovevamo tener il cammino tutto contrario (a); onde ivi prendemmo errore in (b) alquante materie. Nella Scienza nuova prima, se non nelle materie, errammo certamente nell’ordine, perchè trattammo de’ principii dell’idee divisamente da’ principii delle lingue, ch’erano per natura tra lor uniti, e pur divisamente dagli uni e dagli altri ragionammo del metodo con cui si conducessero le materie di questa Scienza, le quali, con altro metodo, dovevano fil filo uscire da entrambi i detti principii; onde vi sono avvenuti molti errori nell’ordine.