Finalmente, il timone è in lontananza dall’aratro, ch’in faccia dell’altare gli si mostra infesto e minaccevole con la punta; perchè i famoli, non avendo parte, come si è divisato, nel dominio de’ terreni, che tutti eran in signoria de’ nobili, ristucchi di dover servire sempre a’ signori, dopo lunga età, finalmente, faccendone la pretensione e perciò ammutinati, si rivoltarono contro gli eroi in sì fatte contese agrarie, che si truoveranno assai più antiche e di gran lunga diverse da quelle che si leggono sopra la storia romana ultima. E, quivi, molti capi d’esse caterve di famoli sollevate e vinte da’ lor eroi (come spesso i villani d’Egitto lo furono da’ sacerdoti, all’osservare di Pier Cuneo, De Republica Hebræorum), per non esser oppressi e truovare scampo e salvezza, con quelli delle loro fazioni, si commisero alla fortuna del mare ed andarono a truovar terre vacue per gli lidi del Mediterraneo, verso occidente, ch’a que’ tempi non era abitato nelle marine: ch’è l’origine della trasmigrazione de’ popoli già dalla religione umanati, fatta da Oriente, da Egitto, — e dall’Oriente, sopra tutti, dalla Fenicia; — come, per le stesse cagioni, avvenne de’ Greci appresso. In cotal guisa, non le innondazioni de’ popoli, che per mare non posson farsi; non la gelosia di conservare gli acquisti lontani con le colonie conosciute, perchè dall’Oriente, da Egitto, da Grecia non si legge essersi nell’Occidente alcun imperio disteso; non la cagione de’ traffichi, perchè l’Occidente, in tali tempi, si truova non essere stato ancora sulle marine abitato; — ma il diritto eroico fece la necessità a sì fatte brigate d’uomini di tali nazioni d’abbandonare le propie terre, le quali, naturalmente, senonsè per qualche estrema necessità s’abbandonano. E, con sì fatte colonie, le quali, perciò, saranno appellate «eroiche oltramarine», propagossi il gener umano, anco per mare, nel resto del nostro mondo; siccome, con l’error ferino, lunga età innanzi, vi si era propagato per terra.
Esce più in fuori, innanzi l’aratro, una tavola, con iscrittovi un alfabeto latino antico (che, come narra Tacito, fu somigliante all’antico greco) e, più sotto, l’alfabeto ultimo che ci restò. Egli dinota l’origine delle lingue e delle lettere che sono dette volgari, che si truovano essere venute lunga stagione dopo fondate le nazioni, ed assai più tardi quella delle lettere che delle lingue; e, per ciò significare, la tavola giace sopra un rottame di colonna d’ordine corintiaco, assai moderno tra gli ordini dell’architettura.
Giace la tavola molto dapresso all’aratro e lontana assai dal timone, per significare l’origine delle lingue natìe, le quali si formarono prima ciascuna nelle propie lor terre, ove, finalmente, si ritruovarono a sorte, fermati dal loro divagamento ferino, gli autori delle nazioni, che si erano (come sopra si è detto) sparsi e dispersi per la gran selva della Terra; con le quali lingue natìe, lunga età dopo, si mescolarono le lingue orientali o egiziache o greche, con la trasmigrazione de’ popoli fatta nelle marine del Mediterraneo e dell’Oceano che si è sopra accennata. E qui si dànno altri principii d’etimologia (e se ne fanno spessissimi saggi per tutta l’opera), per gli quali si distinguono l’origini delle voci natìe da quelle che sono d’origini indubitate straniere, con tal importante diversità: — che l’etimologie delle lingue natìe sieno istorie di cose significate da esse voci su quest’ordine naturale d’idee, che prima furono le selve, poi i campi colti e i tuguri, appresso le picciole case e le ville, quindi le città, finalmente l’accademie e i filosofi (sopra il qual ordine ne devono dalle prime lor origini camminar i progressi); — e l’etimologie delle lingue straniere sieno mere storie di voci le quali una lingua abbia ricevuta da un’altra.
La tavola mostra i soli principii degli alfabeti e giace rimpetto alla statua d’Omero, perchè le lettere, come delle greche si ha dalle greche tradizioni, non si ritruovarono tutte a un tempo; ed è necessario ch’almeno tutte non si fussero ritruovate nel tempo d’Omero, che si dimostra non aver lasciato scritto niuno de’ suoi poemi. Ma dell’origine delle lingue natìe si darà un avviso più distinto qui appresso.
Finalmente, nel piano più illuminato di tutti, perchè vi si espongono i geroglifici, significanti le cose umane più conosciute, in capricciosa acconcezza l’ingegnoso pittore fa comparire un fascio romano, una spada ed una borsa appoggiate al fascio, una bilancia e ’l caduceo di Mercurio.
De’ quali geroglifici il primo è ’l fascio, perchè i primi imperi civili sursero sull’unione delle paterne potestadi di padri; i quali, tra’ gentili, erano sappienti in divinità d’auspicii, sacerdoti per proccurargli (o sia ben intendergli) co’ sacrifizi, re, e, certamente, monarchi, i quali comandavano ciò che credevano volesser gli dèi con gli auspicii e, ’n conseguenza, non ad altri soggetti ch’a Dio. Così, egli è un fascio di litui, che si truovano i primi scettri del mondo. Tai padri, nelle turbolenze agrarie di sopra dette, per resistere alle caterve de’ famoli sollevati contro essoloro, furono naturalmente menati ad unirsi e chiudersi ne’ primi ordini di senati regnanti (o senati di tanti re famigliari), sotto certi loro capi-ordini, che si truovano essere stati i primi re delle città eroiche; i quali pur ci narra, quantunque troppo oscuramente, la storia antica che, nel primo mondo de’ popoli, si criavano gli re per natura, de’ quali qui si medita e se ne truova la guisa. Or, tai senati regnanti, per contentare le sollevate caterve de’ famoli e ridurle all’ubbidienza, accordarono loro una legge agraria, che si truova essere stata la prima di tutte le leggi civili che nacque al mondo; e che, naturalmente, de’ famoli, con tal legge ridutti, si composero le prime plebi delle città. L’accordato da’ nobili a tai plebei fu il dominio naturale de’ campi, restando il civile appo essi nobili, i quali soli furono i cittadini delle città eroiche, e ne surse il dominio eminente appo essi ordini, che furono le prime civili potestà, o sieno potestà sovrane de’ popoli; le quali tutte e tre queste spezie di domini si formarono e si distinsero col nascere di esse repubbliche, le quali, da per tutte le nazioni, con un’idea spiegata in favellari diversi, si truovano essere state dette «repubbliche erculee», ovvero di cureti, ossia di armati in pubblica ragunanza. E, quindi, si schiariscono i principii del famoso ius Quiritium, che gl’interpetri della romana ragione han creduto esser propio de’ cittadini romani, perchè negli ultimi tempi tale lo era; ma, ne’ tempi antichi romani, si truova essere stato diritto naturale di tutte le genti eroiche. E, quindi, sgorgano, come da un gran fonte più fiumi, l’origine delle città, che sursero sopra le famiglie, non solo de’ figliuoli, ma anco de’ famoli (onde si truoveranno naturalmente fondate sopra due comuni: uno di nobili che vi comandassero, altro di plebei ch’ubbidissero; delle quali due parti si compone tutta la polizia, o sia la ragione de’ civili governi); le quali prime città, sopra le famiglie sol di figliuoli, si dimostra che non potevano, nè tali nè di niuna sorta, affatto nascer nel mondo; — l’origini degl’imperi pubblici, che nacquero dall’unione degl’imperi privati paterni-sovrani nello stato delle famiglie; — l’origini della guerra e della pace, onde tutte le repubbliche nacquero con la mossa dell’armi, e poi si composero con le leggi; della qual natura di cose umane restò questa eterna propietà: che le guerre si fanno perchè i popoli vivano sicuri in pace; — l’origini de’ feudi, perchè con una spezie di feudi rustici i plebei s’assoggettirono a’ nobili, e con un’altra di feudi nobili, ovvero armati, i nobili, ch’eran sovrani nelle loro famiglie, s’assoggettirono alla maggiore sovranità de’ lor ordini eroici; e si ritruova che sopra i feudi sono sempre surti al mondo i reami de’ tempi barbari, e se ne schiarisce la storia de’ nuovi reami d’Europa, surti ne’ tempi barbari ultimi, i quali ci sono riusciti più oscuri de’ tempi barbari primi che Varrone diceva. Perchè tai primi campi da’ nobili furon dati a’ plebei col peso di pagarne loro la decima, che fu detta «d’Ercole» (appresso i Greci), ovvero «censo» (che si truova quello da Servio Tullio ordinato a’ Romani), ovvero «tributo» (il quale portava anco l’obbligazione di servir a propie spese i plebei a’ nobili nelle guerre, come pur ben si legge apertamente nella storia romana antica). E quivi si scuopre l’origine del censo, che poi restò pianta delle repubbliche popolari; la qual ricerca ci ha costo la maggior fatiga di tutte sulle cose romane, in ritruovare la guisa come in questo si cangiò il censo di Servio Tullio, che si truoverà essere stato la pianta delle antiche repubbliche aristocratiche; lo che ha fatto cadere tutti in errore di credere Servio Tullio aver ordinato il censo della libertà popolare. Dallo stesso principio esce l’origine de’ commerzi, che, ’n cotal guisa qual abbiam detto, cominciarono di beni stabili col cominciare d’esse città; che si dissero «commerzi» da questa prima mercede che nacque al mondo, la quale gli eroi, con tali campi, diedero a’ famoli sotto la legge ch’abbiam detto di dover questi ad essoloro servire; — l’origine degli erari, che si abbozzarono col nascere delle repubbliche e, poi, i propiamente detti da æs æris, in senso di «danaio», s’intesero con la necessità di somministrare dal pubblico il danaio a’ plebei nelle guerre; — l'origine delle colonie, che si truovano caterve, prima di contadini che servivano agli eroi per lo sostentamento della lor vita, poi di vassalli che ne coltivavano per sè i campi sotto i reali e personali pesi già divisati; le quali s’appellarono «colonie eroiche mediterranee», a differenza delle oltramarine già sopra dette; — e, finalmente, l’origini delle repubbliche, le quali nacquero al mondo di forma severissima aristocratica, nelle quali i plebei non avevano niuna parte di diritto civile. E, quindi, si ritruova il romano essere stato regno aristocratico, il quale cadde sotto la tirannia di Tarquinio Superbo, il quale avea fatto pessimo governo de’ nobili e spento quasi tutto il Senato; chè Giunio Bruto, il quale nel fatto di Lugrezia afferrò l’occasione di commuovere la plebe contro i Tarquinii e, avendo liberato Roma dalla tirannide, ristabilì il Senato e riordinò la Repubblica sopra i suoi principii e, per un re a vita, con due consoli annali, non introdusse la popolare, ma vi raffermò la libertà signorile. La qual si truova che visse fin alla legge Publilia, con la quale Publilio Filone, dittatore (detto perciò «popolare»), dichiarò la repubblica romana esser divenuta popolare di stato; e spirò, finalmente, con la legge Petelia, la quale liberò affatto la plebe dal diritto feudale rustico del carcere privato, ch’avevano i nobili sopra i plebei debitori. Sulle quali due leggi, che contengono i due maggiori punti della storia romana, non si è punto riflettuto nè da’ politici nè da’ giureconsulti nè dagl’interpetri eruditi della romana ragione, per la favola della Legge delle XII Tavole, venuta da Atene libera per ordinar in Roma la libertà popolare, la quale queste due leggi dichiarano essersi ordinata in casa co’ suoi naturali costumi (la qual favola si è scoverta ne’ Principii del Diritto universale, usciti molti anni fa dalle stampe). Laonde, perchè le leggi si devono interpetrare acconciamente agli stati delle repubbliche, da sì fatti principii di governo romano si danno altri principii alla romana giurisprudenza.
La spada che s’appoggia al fascio dinota che ’l diritto eroico fu diritto della forza, ma prevenuta dalla religione, la qual sola può tener in ufizio la forza e l’armi, ove non ancora si sono ritruovate (o, ritruovate, non hanno più luogo) le leggi giudiziarie; il qual diritto è quell’appunto d’Achille, ch’è l’eroe cantato da Omero a’ popoli della Grecia in esemplo dell’eroica virtù, il qual riponeva tutta la ragione nell’armi. E qui si scuopre l’origine de’ duelli; i quali, come certamente si celebrarono ne’ tempi barbari ultimi, così egli si truova essersi praticati ne’ tempi barbari primi, ne’ quali non erano ancor i potenti addimesticati di vendicare tra loro le offese e i torti con le leggi giudiziarie, e si esercitavano con certi giudizi divini, ne’ quali protestavano Dio testimone e si richiamavano a Dio giudice dell’offesa, e dalla fortuna, qual fusse mai, dell’abbattimento, ne ossequiavano con tanta riverenza la dicisione che, se essa parte oltraggiata vi cadesse mai vinta, riputavasi rea. Alto consiglio della Provvedenza divina, acciocchè, in tempi barbari e fieri ne’ quali non s’intendeva ragione, la stimassero dall’aver propizio o contrario Dio, onde da tali guerre private non si seminassero guerre ch’andassero a spegnere finalmente il gener umano; il quale natural senso barbaro non può in altro rifondersi che nel concetto innato c'hanno gli uomini di essa Provvedenza divina, con la quale si devono conformare, ove vedano opprimersi i buoni e prosperarsi gli scellerati. Per le quali cagioni tutte, funne il duello creduto una spezie di purgazione divina; onde, quanto oggi, in questa umanità la quale con le leggi ha ordinato i giudizi criminali e civili, sono vietati, tanto ne’ tempi barbari furono creduti necessari i duelli. In tal guisa, ne’ duelli, o sieno guerre private, si truova l’origine delle guerre pubbliche, che le faccino le civili potestà, non ad altri soggette ch’a Dio, perchè Iddio le diffinisca con la fortuna delle vittorie, perchè ’l gener umano riposasse sulla certezza degli Stati civili; ch'è ’l principio della giustizia esterna, che dicesi delle guerre.
La borsa pur sopra il fascio dimostra ch’i commerzi i quali si celebrano con danaio non cominciarono che tardi — dopo fondati già gl’imperii civili; — talchè la moneta coniata non si legge in niuno de’ due poemi d’Omero. Lo stesso geroglifico accenna l’origine di esse monete coniate, la qual si truova provvenire da quelle dell’armi gentilizie, le quali si scuoprono (come sopra se n’è alquanto accennato de’ primieri campi d’armi) aver significato diritti e ragioni di nobiltà appartenenti più ad una famiglia che ad altra; onde poi nacque l’origine dell’imprese pubbliche, o sien insegne de’ popoli, le quali poi s’innalberarono nell’insegne militari (e se ne serve, come di parole mute, la militar disciplina) e, finalmente, diedero l’impronto per tutti i popoli alle monete. E qui si dànno altri principii alla scienza delle medaglie e, quindi, altri alla scienza che dicono del blasone; ch’è uno degli tre luoghi de’ quali ci truoviamo soddisfatti della Scienza nuova la prima volta stampata.
La bilancia dopo la borsa dà a divedere che, dopo i governi aristocratici, che furono governi eroici, vennero i governi umani, di spezie prima popolari; ne’ quali i popoli, perchè avevano già, finalmente, inteso la natura ragionevole (ch’è la vera natura umana) esser uguale in tutti, da sì fatta ugualità naturale (per le cagioni che si meditano nella Storia ideal eterna e si rincontrano appuntino nella romana) trassero gli eroi, tratto tratto, all’egualità civile nelle repubbliche popolari; la quale ci è significata dalla bilancia, perchè, come dicevano i Greci, nelle repubbliche popolari tutto corre a sorte o bilancia. Ma, finalmente, non potendo i popoli liberi mantenersi in civile egualità con le leggi per le fazioni de’ potenti, e andando a perdersi con le guerre civili, avvenne naturalmente che, per esser salvi, con una legge regia naturale, la qual si truova comune a tutti i popoli di tutti i tempi in tali Stati popolari corrotti (perchè la Legge regia civile, che dicesi comandata dal popolo romano per legittimare la romana monarchia nella persona d’Augusto, ella ne’ Principii del Diritto universale si dimostra esser una favola; la quale, con la favola ivi dimostrata della Legge delle XII Tavole venuta da Atene, sono due luoghi per li quali stimiamo non avere scritto inutilmente quell’opera), con tal legge o più tosto costume naturale delle genti umane, vanno a ripararsi sotto le monarchie, ch’è l’altra spezie degli umani governi. Talchè, queste due forme ultime de’ governi che sono umani, nella presente umanità, si scambiano vicendevolmente tra loro; ma ninna delle due passano per natura in istati aristocratici, ch’i soli nobili vi comandino e tutti gli altri vi ubbidiscano; onde son oggi rimaste al mondo tanto rade le repubbliche de’ nobili: in Germania, Norimberga; in Dalmazia, Ragugia; in Italia, Vinezia, Genova e Lucca. Perchè queste sono le tre spezie degli Stati che la divina Provvedenza, con essi naturali costumi delle nazioni, ha fatto nascere al mondo, e con quest’ordine naturale succedono l’una all’altra; perchè altre, per provvedenza umana di queste tre mescolate, perchè essa natura delle nazioni non le sopporta, da Tacito (che vidde gli effetti soli delle cagioni che qui si accennano e dentro ampiamente si ragionano) son diffinite: che «sono più da lodarsi che da potersi mai conseguire; e, se, per sorta, ve n’hanno, non sono punto durevoli». Per la qual discoverta, si dànno altri principii alla dottrina politica, non sol diversi, ma affatto contrari a quelli che se ne sono immaginati finora.
Il caduceo è l’ultimo de’ geroglifici, per farci avvertiti ch’i primi popoli, ne’ tempi lor eroici ne’ quali regnava il diritto natural della forza, si guardavano tra loro da perpetui nimici, con continove rube e corseggi (e, come, ne’ tempi barbari primi, gli eroi si recavano a titolo d’onore d’esser chiamati ladroni, così, a’ tempi barbari ritornati, d’esser i potenti detti corsali), perchè, essendo le guerre eterne tra loro, non bisognava intimarle; ma, venuti poi i governi umani, o popolari o monarchici, dal diritto delle genti umane furon introdutti gli araldi ch’intimasser le guerre, e si cominciarono a finire l’ostilità con le paci. E ciò, per alto consiglio della Provvedenza divina; perchè, ne’ tempi della loro barbarie, le nazioni che novelle al mondo dovevano germogliare si stessero circoscritte dentro i loro confini, nè, essendo feroci e indomite, uscissero quindi a sterminarsi tra essolor con le guerre; ma, poichè, con lo stesso tempo, fussero cresciute e si truovassero insiememente addimesticate e, perciò, fatte comportevoli de’ costumi l’une dell’altre, indi fusse facile a’ popoli vincitori di risparmiare la vita a’ vinti con le giuste leggi delle vittorie.
Così, questa Nuova Scienza, o sia la Metafisica, al lume della Provvedenza divina meditando la comune natura delle nazioni, avendo scoverte tali origini delle divine ed umane cose tralle nazioni gentili, ne stabilisce un sistema del Diritto natural delle genti, che procede con somma egualità e costanza per le tre età che gli Egizi ci lasciaron detto aver camminato per tutto il tempo del mondo corso loro dinanzi, cioè: — l’età degli dèi, nella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divini governi e ogni cosa essere lor comandata con gli auspicii e con gli oracoli, che sono le più vecchie cose della storia profana; — l’età degli eroi, nella quale dappertutto essi regnarono in repubbliche aristocratiche, per una certa da essi riputata differenza di superior natura a quella de’ lor plebei; — e, finalmente, l’età degli uomini, nella quale tutti si riconobbero esser uguali in natura umana, e perciò vi si celebrarono prima le repubbliche popolari e, finalmente, le monarchie, le quali entrambe sono forme di governi umani, come poco sopra si è detto.
Convenevolmente a tali tre sorte di natura e governi, si parlarono tre spezie di lingue, che compongono il vocabolario di questa Scienza: — la prima, nel tempo delle famiglie, che gli uomini gentili si erano di fresco ricevuti all’umanità; la qual si truova essere stata una lingua muta per cenni o corpi ch’avessero naturali rapporti all’idee ch’essi volevan significare; — la seconda si parlò per imprese eroiche, o sia per somiglianze, comparazioni, immagini, metafore e naturali descrizioni, che fanno il maggior corpo della lingua eroica, che si truova essersi parlata nel tempo che regnaron gli eroi; — la terza fa la lingua umana per voci convenute da’ popoli, della quale sono assoluti signori i popoli, propia delle Repubbliche popolari e degli Stati monarchici, perchè i popoli dieno i sensi alle leggi, a’ quali debbano stare con la plebe anco i nobili; onde, appo tutte le nazioni, portate le leggi in lingua volgare, la scienza delle leggi esce di mano a’ nobili, delle quali, innanzi, come di cosa sagra, appo tutte, si truova che ne conservavano una lingua segreta i nobili, i quali, pur da per tutte, si truova che furono sacerdoti: ch’è la ragion naturale dell’arcano delle leggi appo i patrizi romani, finchè vi surse la libertà popolare. Queste sono, appunto, le tre lingue che pur gli Egizi dissero essersi parlate innanzi nel loro mondo, corrispondenti a livello, così nel numero come nell’ordine, alle tre età che nel loro mondo erano corse loro dinanzi: — la geroglifica, ovvero sagra o segreta, per atti muti, convenevole alle religioni, alle quali più importa osservarle che favellarne; — la simbolica, o per somiglianze, qual testè abbiam veduto essere stata l’eroica; — e, finalmente, la pistolare, o sia volgare, che serviva loro per gli usi volgari della lor vita. Le quali tre lingue si truovano tra’ Caldei, Sciti, Egizi e Germani e tutte le altre nazioni gentili antiche; quantunque la scrittura geroglifica più si conservò tra gli Egizi, perchè più lungo tempo che le altre furono chiusi a tutte le nazioni straniere (per la stessa cagione onde si è truovata durare tuttavia tra’ Chinesi), e quindi si forma una dimostrazione d’esser vana la lor immaginata lontanissima antichità.
Però qui si dànno gli schiariti principii come delle lingue così delle lettere, d’intorno alle quali ha finora la Filologia disperato, e se ne darà un saggio delle stravaganti e mostruose oppenioni che se ne sono finor avute. L’infelice cagione di tal effetto si osserverà ch’i filologi han creduto, nelle nazioni, esser nate prima le lingue, dappoi le lettere; quando (com’abbiamo qui leggiermente accennato e pienamente si pruoverà in questi libri) nacquero esse gemelle e caminarono del pari, in tutte e tre le loro spezie, le lettere con le lingue. E tai principii si rincontrano appuntino nelle cagioni della lingua latina, ritruovate nella Scienza nuova stampata la prima volta, — ch’è l’altro luogo degli tre onde di quel libro non ci pentiamo; — per le quali ragionate cagioni si sono fatte tante discoverte dell’istoria, governo e diritto romano antico, come in questi libri potrai, o leggitore, a mille pruove osservare. Al qual esemplo, gli eruditi delle lingue orientali, greca e, tralle presenti, particolarmente della tedesca, ch’è lingua madre, potranno fare discoverte d’antichità fuori d’ogni loro e nostra aspettazione.
Principio di tal’origini e di lingue e di lettere si truova essere stato ch’i primi popoli della gentilità, per una dimostrata necessità di natura, furon poeti, i quali parlarono per caratteri poetici; la qual discoverta, ch’è la chiave maestra di questa Scienza, ci ha costo la ricerca ostinata di tutta la nostra vita letteraria, perocchè tal natura poetica di tai primi uomini, in queste nostre ingentilite nature, egli è affatto impossibile immaginare e a gran pena ci è permesso d’intendere. Tali caratteri si truovano essere stati certi generi fantastici (ovvero immagini, per lo più di sostanze animate, o di dèi o d’eroi, formate dalle lor fantasia), ai quali riducevano tutte le spezie o tutti i particolari a ciascun genere appartenenti; appunto come le favole de’ tempi umani, quali sono quelle della commedia ultima, sono i generi intelligibili, ovvero ragionati dalla moral filosofia, de’ quali i poeti comici formano generi fantastici (ch’altro non sono l’idee ottime degli uomini in ciascun suo genere), che sono i personaggi delle commedie. Quindi, sì fatti caratteri divini o eroici si truovano essere state favole, ovvero favelle vere; e se ne scuoprono l’allegorie, contenenti sensi non già analoghi ma univoci, non filosofici ma istorici di tali tempi de’ popoli della Grecia. Di più, perchè tali generi (che sono, nella lor essenza, le favole) erano formati da fantasie robustissime, come d’uomini di debolissimo raziocinio, se ne scuoprono le vere sentenze poetiche, che debbon essere sentimenti vestiti di grandissime passioni e, perciò, piene di sublimità e risveglianti la maraviglia. Inoltre, i fonti di tutta la locuzion poetica si truovano questi due, cioè: povertà di parlari e necessità di spiegarsi e di farsi intendere; da’ quali proviene l’evidenza della favella eroica, che immediatamente succedette alla favella mutola per atti o corpi ch’avessero natural rapporto all’idee che si volevan significare, la quale ne’ tempi divini si era parlata. E, finalmente, per tal necessario natural corso di cose umane, le lingue, appo gli Assiri, Siri, Fenici, Egizi, Greci e Latini, si truovano aver cominciato da versi eroici, indi passati in giambici, che, finalmente, si fermarono nella prosa; e se ne dà la certezza alla storia degli antichi poeti, e si rende la ragione perchè nella lingua tedesca, particolarmente nella Slesia, provincia tutta di contadini, nascono naturalmente verseggiatori, e, nella lingua spagnuola, francese ed italiana, i primi autori scrissero in versi.
Da sì fatte tre lingue si compone il vocabolario mentale, da dar le propie significazioni a tutte le lingue articolate diverse, e se ne fa uso qui sempre, ove bisogna. E, nella Scienza nuova la prima volta stampata, se ne fa un pieno saggio particolare, ove se ne dà essa idea: — che dall’eterne propietà di padri, che noi, in forza di questa Scienza, meditammo aver quelli avuto nello stato delle famiglie e delle prime eroiche città nel tempo che si formaron le lingue, se ne truovano le significazioni propie in quindeci lingue diverse, così morte come viventi, nelle quali furono, ove da una ove da un’altra propietà, diversamente appellati (ch’è ’l terzo luogo nel quale ci compiacciamo di quel libro di già stampato). Un tal lessico si truova esser necessario per sapere la lingua con cui parla la Storia ideal eterna sulla quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni, e per potere con iscienza arrecare l’autorità da confermare ciò che si ragiona in Diritto natural delle genti e, quindi, in ogni giurisprudenza particolare.
Con tali tre lingue (propie di tali tre età, nelle quali si celebrarono tre spezie di governi, conformi a tre spezie di nature civili, che cangiano nel corso che fanno le nazioni), si truova aver camminato con lo stess’ordine, in ciascun suo tempo, un’acconcia giurisprudenza.
Delle quali, si truova la prima essere stata una Teologia mistica, che si celebrò nel tempo ch’a’ gentili comandavano i dèi; della quale furono sappienti i poeti teologi (che si dicono aver fondato l’umanità gentilesca), ch’interpetravano i misteri degli oracoli, i quali da per tutte le nazioni risposero in versi. Quindi, si truova nelle favole essere stati nascosti i misteri di sì fatta sapienza volgare; e si medita così nelle cagioni onde poi i filosofi ebbero tanto disiderio di conseguire la sapienza degli antichi, come nelle occasioni ch’essi filosofi n’ebbero di destarsi a meditare altissime cose in Filosofia e nelle comodità d’intrudere nelle favole la lora sapienza riposta.
La seconda si truova essere stata la Giurisprudenza eroica, tutta scrupolosità di parole (della quale si truova essere stato prudente Ulisse), la quale guardava quella che da’ giureconsulti romani fu detta æquitas civilis e noi diciamo «ragion di Stato»; per la quale, con le loro corte idee, estimarono appartenersi loro naturalmente quello diritto, ch’era ciò, quanto e quale si fusse con le parole spiegato; come pur tuttavia si può osservare ne’ contadini ed altri uomini rozzi, i quali, in contese di parole e di sentimenti, ostinatamente dicono la lor ragione star per essi nelle parole. E ciò, per consiglio della Provvedenza divina, acciocchè gli uomini gentili, non essendo ancor capaci d’universali, quali debbon esser le buone leggi, da essa particolarità delle loro parole fussero tratti ad osservare le leggi universalmente; e, se, per cotal equità, in alcun caso, riuscivan le leggi non solo dure ma anco crudeli, naturalmente il sopportavano, perchè naturalmente tale stimavano essere il loro diritto. Oltrechè, gli vi attirava ad osservarle un sommo privato interesse, che si truova aver avuto gli eroi medesimamente con quello delle loro patrie, delle quali essi soli erano cittadini; onde non dubitavano, per la salvezza delle loro patrie, consagrare sè e le loro famiglie alla volontà delle leggi, le quali, con la salvezza comune delle loro patrie, mantenevano loro salvi certi privati regni monarchici sopra le loro famiglie. Altronde, tal privato grande interesse, congionto col sommo orgoglio propio de’ tempi barbari, formava loro la natura eroica, dalla quale uscirono tante eroiche azioni per la salvezza delle loro patrie. Con le quali eroiche azioni si componghino l’insopportabil superbia, la profonda avarizia e la spietata crudeltà con la quale i patrizi romani antichi trattavano gl’infelici plebei, come apertamente si leggono sulla storia romana, nel tempo che lo stesso Livio dice essere stata l’età della romana virtù e della più fiorente finor sognata romana libertà popolare; e truoverassi che tal pubblica virtù non fu altro che un buon uso che la Provvedenza faceva di sì gravi, laidi e fieri vizi privati, perchè si conservassero le città, ne’ tempi che le menti degli uomini, essendo particolarissime, non potevano naturalmente intendere ben comune. Per lo che, si dànno altri principii per dimostrare l’argomento che tratta Sant’Agostino, De virtute Romanorum, e si dilegua l’oppinione che da’ dotti finor si è avuta dell’eroismo de’ primi popoli. Sì fatta civil equità si truova naturalmente celebrata dalle nazioni eroiche così in pace come in guerra (e se n’arrecano luminosissimi esempli così della storia barbara prima come dell’ultima); e da’ Romani essersi praticata privatamente finchè fu quella repubblica aristocratica, che si truova esserlo stata fin a’ tempi delle leggi Publilia e Petelia, ne’ quali si celebrò tutta sulla Legge delle XII Tavole.