SigPhi · Giambattista Vico

La scienza nuova — Volume I

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(6) appigliatisi temerariamente a due volgari tradizioni: una che Zoroaste fu sappiente (ma quella intese della sapienza volgare con la quale si fondarono i popoli), l’altra che gli oracoli sono le cose più antiche che ci narra essa antichità (ma questa volle dir oracoli d’indovini, non di filosofi). E ’nfatti tali oracoli di Zoroaste non fann’altro che smaltire per vecchia, ecc.

Si veda p. 61, nota 2. tonici. Ma tal boria de' dotti non si fermò qui, chè gonfiò più col fingerne anco la succession delle scuole per le nazioni: — che Zoroaste addottrinò Beroso, per la Caldea; Beroso, Mercurio Trimegisto, per l'Egitto; Mercurio Trimegisto, Atlante, per l'Etiopia; Atlante, Orfeo, per la Tracia; e che, finalmente, Orfeo fermò la sua scuola in Grecia. Ma quindi a poco si vedrà quanto furono facili questi lunghi viaggi per le prime nazioni, le quali, per la loro fresca selvaggia origine, dappertutto vivevano sconosciute alle loro medesime confinanti, e non si conobbero tra loro che con l'occasion delle guerre o per cagione de' traffichi (a). (a) Quindi, frattanto, però s'intenda di che bollore di fantasia fer- vette cotal boria de' dotti nel capo di Samuello Reyero, De mathesi mosaica ^, ove vaneggia che la torre di Babillonia fessesi innal- zata per osservatoio delle stelle; lo che deve andar di séguito a ciò che, forse per conciliar con le novelle curiose la maraviglia a' suoi libri De ccelo [GMA^ (se pur sono suoi, [CAf^^] perocché i critici glieli negano), [SN'^ narra Aristotile 3 che Callisteue, suo genero, gli aveva maudato l'osservazioni astronomiche fatte da' Caldei ben mille novecento e tre anni del temjjo suo, le quali, tornando in- dietro, portavano fin al tempo ch'essa torre si alzò. — [CMA^*] Cer- 1 È inutile quasi d'avvertire che il V. scriveva molto prima che, per mezzo dell'Anquentil-Duperron, si conoscesse in Europa il Zend-Avesta. Degli oracoli in versi greci attribuiti a Zoroastro egli doveva avere conoscenza diretta, essendo essi pubbl. anche in appendice alla Storio, della filosofia dello Stanley, da lui più d' una volta citata (si vegga, p. e., più oltre, p 74, nota 2). 2 Samelis REYnERi, Juris et Mathematnni Prof. Pubi., Mathesis mosaica, sive Loca Pentateuchi Èlatlieinutica inatheniatice enìlicata, cum Appendice aliorum S. Script. Locorum Mathematicorum (Kilise Holsatorum, Literis et Sumptibus Joachimi Reumanni, Acad. Typogr., A. 0. R. OIOIOCLXXIX), p. 196: « Minime rejicula est seii- tentia illorum fé si cita Gassend., Vit.Tychom., prsefat., p. 21], qui...Ulani turrivi extruciani fiiisse arbitrantur, ut commodius sideruni ortus et occasus aliaque pha'~ nornena ccelestia possent ad notare, quod Inter alias etiam testatur Diodorus Si culus ». Il che, per altro, non vuoi dire che tale fosse sull'argomento l'opinione del R.; il quale, anzi, poco dopo p. 108), soggiunge: «7jr««c(>a/e/«i>rocer«m et seniorumNiìnrodi intentionem fuisse institutionem alicuius regni solitarii sive monatici, quod omnes universi generis humani liontines in una societate coactos complecterentur », ecc. ' Il V. confonde Aristotele con Simplicio. Il quale ultimo nel suo cemento al De Ccelo aristotelico [II, 12, p. 293 a], p. 226 b (ediz. Hei))crg, Berlin, 1894, p. 506), dice solamente che, mentre Aristotele scriveva, non erano ancora giunte in Gre- cia le osservazioni mandate da Callistene da Babilonia, «a$ laxopel Iloptfó- pioq èxctìv slvai )(iXcwv xaì [lupcaòcov xptcòv scog twv 'AXsgavSpo toO MaxsSóvog aa)^o|jLévag xpó'^wv », ecc. Ma de’ Caldei gli stessi filologi, sbalorditi dalle varie volgari tradizioni che ne hanno essi raccolte, non sanno s’eglino fussero stati particolari uomini, o intiere famiglie, o tutto un popolo o nazione. Le quali dubbiezze tutte si solveranno con questi principii: — che prima furono particolari uomini, dipoi intiere famiglie, appresso tutto un popolo e, finalmente, una gran nazione sulla quale si fondò la monarchia dell’Assiria; e ’l loro sapere fu prima in volgare tamente, de’ Zoroasti ce ne vennero nominati il caldeo, il medo, l’eroarmenio, il panfilio, i quai solamente ha saputo osservar e raccogliere lo Stanleo nella sua Istoria della filosofia1. Ma queste notizie son troppo oscure e confuse per poter ragionare con iscieuza de’ principii della storia universale; la quale, con tutte queste notizie, ella, così per gli mostri di cronologia poco sopra accennati, come per questi di geografia i quali qui accenneremo, ha finor mancato al mondo delle scienze. Diciamo, adunque, [CMA4 che, per una maniera poetica di pensare (che nella Metafisica poetica2 si truoverà uniforme per natura in tutte le prime nazioni gentili), siccome gli Egizi tutti i fondatori dell’altre nazioni dissero aver preso il nome dall’Ercole Egizio, e siccome i Greci fecero andar il lor Ercole per lo mondo a disseminare per le nazioni l’umanità, cosi i Caldei tutti gli autori delle nazioni dell’Asia dissero Zoroasti. [CMA3*] E per questi stessi nostri principii di geografia, ritruoveremo che Zoroaste Caldeo fu Battriano, come narrano le storie; però da Battro posto dentro i confini della Caldea medesima, siccome ritruoveremo Orfeo essere stato della Tracia posta dentro i confinì della medesima Grecia, perch’egli certamente fu uno de’ poeti teologi greci; e che così Orfeo uscì dal di lei settentrione a fondar la Grecia, come Zoroaste uscì dal di lei settentrione a fondar la Caldea. E tali principii s’hanno a dare alla Caldea, ne’ suoi primi tempi di brievissimi confini, dentro i quali Battro, donde fu Zoroaste, dev’essere stato nel mezzo dell’Asia, perchè si faccia ancor verisimile il vero della storia sagra dintorno a questi tre punti massimi: l°) che, dopo il Diluvio, l’arca 1 Cinque Zoroastri si annoverano nella Historia philosophiae, Vitas, opiniones resque gestas et dicta philosophorum sectae cuiusvis complexa, Autore Thoma. Stanleio, Ex anglico sermone in latinum translata, emendata, et variis dissertationibus atque observationibus passim aucta (Lipsiae, Ap. Thomam Fritsch, A. MDCCXI), Par. XIII, sect. I, cap. Il (pp. 1111-4): il caldeo, il battriano, il medo-persiano, il panfilio o ero-armenio (non già: e ero-armrnio), il proconnesio. 2 Si vegga più giù, lib. II, sez. I, cap. I. ANNOTAZIONI ALLA TAVOLA CRONOLOGICA 75 divinità, con la qual indovinavano l’avvenire dal tragitto delle stelle cadenti la notte; e poi in astrologia giudiziaria, com’a’ Latini l’astrologo giudiziario restò detto «chaldceus» (a).

vili [Giapeto, dal quale provvengon i giganti. — Anni del mondo 1856] I quali, con istorie fisiche truovate deatro le greche favole, e praove come fisiche cosi morali tratte da dentro l’istorie civili, si dimostreranno i essere stati in natura appo tutte le prime nazioni gentili, IX [Nebrod o confusione delle lingue. — Anno del mondo 1856] La quale (b) avvenne in una maniera miracolosa, onde all’i si fermò ne’ monti dell’Armenia, 2°) che Noè si fermò nella Mesopotamia, S") che Semo quivi propagò la sua nazione, da’ cui rinniegati provennero essi Caldei; — ed ad un fiato si faccia credibile la storia profana, la qual appo Giustino propone come suoi antiprincipii, innanzi alla monarchia degli Assiri, Tauai Scita e Sesostride Egizio [e si continua come nel testo, p. 63, v. 5, fino olle parole: «provincia o di Egitto o diScizia» [p. 64, v. 3). Indi si prosegue:] Con tanta traccuratezza hanno finora tutti i dotti ricevuto i principii della storia universale! E ciò sia detto di Zoroaste.— M«de^ Caldei, ecc.

(rt) Per tutto ciò abbiamo noi allogato Zoroaste a lato di Giapeto, perocché sia il cai’attere della razza di Sem, che tratto tratto passò dalla vera religione all’idolatria, dalla quale si fondò il regno di Nebrod.

(b) pei- gli nostri principii si dimostra esser avvenuta nella discendenza di Sem per lo mondo dell’Asia orientale, ma essere stata diversa l’origine della diversità delle lingue nelle razze già fatte e disperse per l’Asia settentrionale (e quindi nella Scizia) e per la meridionale (e quindi nelF indie), per l’Affrica e per l’Europa, con l’errore di dugento anni, nel quale Cam e Giafet l’avevano mandate. Che tanto vi volle di tempo dalla divisione della terra tra questi tre figliuoli di Noè infili alla confusione babillonese delle lingue, se mai» Cfr. lib. II, Proieg., cap. IV. Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/172 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/173 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/174 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/175 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/176 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/177 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/178 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/179 84 LIBRO PRIMO — SEZIONE PRMA XIX [Danao Egizio caccia gl’Inachidi dal regno d’Argo.— Anni del mondo 2553] Queste successioni reali sono gran canoni di Cronologia: come Danao occupa il regno d’Argo, signoreggiato innanzi da nove re della casa d’Inaco, per gli quali dovevano correre trecento anni (per la regola de’ cronologi), come presso a cinquecento per gli quattordici re latini che regnarono in Alba.

Ma Tucidide dice che ne’ tempi eroici gli re si cacciavano tutto giorno di sedia l’un l’altro i; come Amulio caccia Numitore dal regno d’Alba, e Romolo ne caccia Amulio e rimettevi Numitore. Lo che avveniva tra per la ferocia de’ tempi, e perch’erano smurate l’eroiche città ^, uè eran in uso ancor le fortezze, come dentro si rincontra de’ tempi barbari ritornati.

XX [Eraclidi sparsi per tutta Grecia, che vi fanno l’età degli eroi.— Cureti in Creta, Saturnia, ovvero Italia, ed in Asia, clie vi fanno regni di sacerdoti.— Anni del mondo 2682] Questi due grandi rottami d’antichità si osservano da Dionigi Petavio 3 gittati dentro la greca storia avanti il tempo eroico de’ Greci. E sono sparsi per tutta Grecia gli Eraclidi, o sieno figliuoli d’Ercole, più di cento anni innanzi di provenirvi Ercole loro padre, il quale, per propagarli in tanta generazione, doveva esser nato molti secoli prima.

XXI [Bidone va a fondar Cartagine] La quale noi poniamo nel fine del tempo eroico de’ Penici, e, sì, cacciata da Tiro, perchè vinta in contesa eroica, com’ella • Non già che i re si cacciassero dal trono l’un l’altro, ma che nell’epoca delle migrazioni era facile che un popolo cangiasse sede perchè a ciò costretto da un popolo più forte, dice Thuc, 2 Thdc, I, 5.

DioNYsii Petavii Adrelianensis e Societate lesu Opiis de doctrina tempurum, Aiictius in hac nova editione (Antwerp<a’, Apud Georgiuiii Gallett, MDOCIII, Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/181 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/182 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/183 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/184 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/185 90 LIBRO PRIMO — SEZIONE PRIMA XXV [Guerra troiana. — Anni del mondo 2820] La quale, com' è narrata da Omero, avveduti critici giudi- cano non essersi fatta nel mondo; e i Ditti Cretesi e i Dareti Frigi, che la scrissero in prosa come storici del lor tempo, da' medesimi critici sono mandati a conservarsi nella libraria del- l'impostura. XXVI [Sesostride regna in Tebe. — Anni del mondo 2949] Il quale ridusse sotto il suo imperio le tre altre dinastie del- l'Egitto; che si truova esser '1 re Ramse che '1 sacerdote egizio narra a Germanico, appresso Tacito i. XXVII [Colonie greche in Asia, in Sicilia, in Italia. — Anni del mondo 2949] Questa è una delle pochissime cose nelle quali non seguiamo l'autorità d'essa Cronologia, forzati da una prepotente cagione. Onde poniamo le colonie de' Greci menate in Italia ed in Sicilia da cento anni dopo la guerra troiana e, si, da un trecento anni innanzi al tempo ove l'han poste i cronologi, cioè vicino a' tempi ne' quali i cronologi pongono gli errori degli eroi, come di Me- nelao, di Enea, d'Antenore, di Diomede e d'Ulisse. Ne dee recare ciò maraviglia, quando essi variano di quattrocensessant' anni d'intorno al tempo d'Omero, ch'è '1 più vicino autore a si fatte cose de' Greci. Perchè la magnificenza e dilicatezza di Siragosa a' tempi delle guerre cartaginesi non avevano che invidiare a quelle d'Atene medesima; quando nell'isole più tardi che ne' con- tinenti s' introducono la morbidezza e lo splendor de' costumi, e ne' di lui tempi, Cotrone fa compassione a Livio 2 del suo » Ann., II, 60. Si veda p. 59. 2 Ma Livio non parla punto di « milioni » di abitanti che avesse una volta Ootrone: narra solamente (XXIII, 30) che, nel 536 d. R., « Bruttiorum exercUus OroPagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/187 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/188 ANNOTAZIONI ALLA TAVOLA CRONOLOGICA 93 loro colonie tra’ Greci; o sono novelle de’ viaggiatori fenici, che da molto innanzi a’ tempi d’Omero mercantavano nelle marine di Grecia.

XXXII [Esopo, moral filosofo volgare.— Anni del mondo 3334] Nella Logica poetica si truoverà Esopo non essere stato un particolar uomo in natura, ma un genere fantastico, ovvero un carattere poetico de’ soci ovvero famoli degli eroi, i quali certamente furon innanzi a’ sette saggi di Grecia (a).

XXXIII [Sette savi di Grecia, de’ quali uno, Solone, ordina la libertà popolare d’Atene; l’altro, Talete Milesio, dà incominciamento alla Filosofia con la Fisica. — Anni del mondo 3406] E cominciò da im principio troppo sciapito: dall’acqua; forse perchè aveva osservato con l’acqua crescer le zucche.

XXXIV [Pittagora, di cui, vivo, dice Livio che nemmeno il nome potè sapersi in Roma.— Anni del mondo 3468, di Roma 225] Ch’esso Livio ^ pone a’ tempi di Servio Tullio (tanto ebbe per vero che Pittagora fosse stato maestro di Numa in divinità!); e ne’ medesimi tempi di Servio Tullio, che sono presso a dugento anni dopo di Numa, dice che ’n quelli tempi barbari dell’Italia mediterranea fosse stato impossibile, nonché esso Pittagora, il di lui nome per tanti popoli di lingue e costumi diversi avesse potuto da Cotrone giugnere a Roma. Onde s’in (a) [In SN2, cm giunte in CMA^ e CIMA*, e nella prima stesura^ indi cancellata, di SN^, era qui sviluppata la riduzione di Esopo a carattere poetico, che poi il V. trasportò, mediante un foglietto aggiunto, nel Uh. TI, sez. II, cap. Ili, § IX. Riferiremo là le varianti].

presso Platone, in uno degli Alcibiadi i ), ch’i Greci fossero sempre fanciulli. Laonde bassi a dire che per cotal boria i Greci, a riguardo degK Sciti e degli Egizi, quanto essi guadagnarono di vanagloria, tanto perderono di vero inerito.

XXXIX [Guerra peloponnesiaca. Tucidide, il qual scrive che fin a suo padre 1 Greci non seppero nulla delle antichità loro propie, onde si diede a scrivere di cotal guerra.— Anni del mondo 3530] Il qual era giovinetto nel tempo ch’era Erodoto vecchio, che gli poteva esser padre, e visse nel tempo più luminoso di Grecia, che fu quello della guerra peloponnesiaca, di cui fa contemporaneo, e perciò, per iscrivere cose vere, ne scrisse la storia; da cui fa detto ch’i Greci fin al tempo di suo padre, ch’era quello d’Erodoto, non seppero nulla dell’antichità loro propie 2. Che hassi a stimare delle cose straniere che essi narrano, e quanto essi ne narrano tanto noi sappiamo dell’antichità gentilesche barbare? Che hassi a stimare fin alle guerre cartaginesi, delle cose antiche di que’ Romani, che fin a que’ tempi non avevan ad altro atteso ch’all’agricoltura ed al mestiere dell’armi quando Tucidide stabilisce questa verità de’ suoi Greci, che provennero 1 Né nel primo né nel secondo Alcibiade (di entrambi i quali soli interlocutori sono Socrate e Alcibiade), ma nel Timeo, III, p. 22 b, Crizia riferisce il famoso detto di uno dei sacerdoti egizi: «StbXwv, ScóXcov, "EXXvjvsg dei naìSég èoxs, yépttìv 5è ’EXXvjv oùx loTiv».

2 «Die Stelle des Thucydides, deren ungefahren Sinn Vico hier ausdriickt, steht: 1,20 [«01 Yàp àvGpcDTioi làg àxoàg twv 7ipoYSYevvyjnéva)v, xaì r)v èui^tòpia oqjfaiv ^, óiiotcog àpaoavtoTtog uap’àXXrjXcav Séxovxai»]. Durch ein wunderbares Misverstdndniss macht er aus dem Participium upoySTevv/j(lévcùV dem Thucydides einen allegorischen Valer Herodotus. In der ersten Ausgabe, Seite 29 [ossia SN^, ed. cit., p. 13], sagt er wenigstens weniger nàrrisch: t bis auf die Zeit ihrer (der Griechen) Valer [«fino al tempo dei loro padri»]». (Weber).— Ora, senza dubbio, l’interpetrazione vichiana è del tutto arbitraria; ma il V., d’altra parte, non ha mai pensato a fare d’Erodoto un padre «allegorico» di Tucidide. Col dire «fin al tempo di suo padre» il V. pensava solamente al padre effettivo di Tucidide, e cioè alla generazione precedente a quella di Tucidide: quindi, voleva dire lo stesso di quanto aveva detto in SNK Che poi Erodoto e Oloro, padre di Tucidide, sieno stati su per giù coetanei, è un fatto riferito da tutte le biografie di Tucidide, nelle quali si ricorda anche una famosa profezia fatta da Erodoto vecchio a Tucidide giovanetto (cfr., p. e., negli scolii a Tue, Marcellinus, De Thuc. vita et orationit forma, 91; Sdid., ad v. 6ouxu6.). Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/199 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/200 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/201 106 LIBRO PRIMO SEZIONE PRIMA col tenergli partitamente divisi in coltivar i di loro campi, de' quali cosi dovette comporsi il fondo pubblico del territorio ro- mano, come di essi padri Romolo compose il senato. Appresso, Servio Tullio vi ordinò il censo, con permettere a' giornalieri il dominio bonitario de' campi eh' erano propi de' padri, i quali essi coltivassero per sé, sotto il peso del censo, con 1' obbligo di servir loro a propie spese nelle guerre; con- forme, di fatto, i plebei ad essi patrizi servirono dentro cotesta fìnor sognata libertà popolare. La qual legge di Servio Tullio fu la prima legge agraria del mondo, ordinatrice del censo pianta deUe repubbliche eroiche, ovvero antichissime aristocrazie di tutte le nazioni. Dappoi, Giunio Bruto, con la discacciata de' tiranni Tarqui- ni, restituì la romana repubblica a' suoi principii; e con ordi- narvi i consoli, quasi due re aristocratici annali (come Cicerone gli appella nelle sue Leggi i ), invece di uno re a vita, vi rior- dinò la libertà de' signori da' lor tiranni, non già la libertà del popolo da' signori. Ma i nobili mal serbando 1' Agraria di Servio a' plebei, questi si criarono i tribuni della plebe, e gli si fecero giurare dalla nobiltà, i quali difendessero alla plebe tal parte di naturai libertà del dominio bonitario de' campi: sic- come perciò, disiderando i plebei riportarne da' nobili il do- minio civile, i tribuni della plebe cacciarono da Roma Marcio Coriolano, per aver detto eh' i plebei andassero a zappare, cioè che, poiché non eran contenti dell'Agraria di Servio Tullio e vole- vano un'Agraria più piena e più ferma, si riducessero a' gior- nalieri di Romolo 2. Altrimente, che stolto fasto de' plebei sde- gnai'e 1' agricoltura, la quale certamente sappiamo che si re- cavano ad onore esercitar essi nobili; e per si Keve cagione ac- cendere si crudel guerra che Marcio, per vendicarsi deU'esiglio, era venuto a rovinar Roma, senonsè le pietose lagrime della madre e della moglie l'avessero distolto dall'empia impresa?

III, 2: <i Regio imperio duo sunto K non già la frase addotta dal V., la quale si trova, invece, in Corn. Nep., Hann., 7: « Ut enim Romoe consules, sic Cartilagine quotannis annui bini reges creabantur ». •iSi annonam...veterem[plebei] volunt, ius pristinum reddant patribus^-, e non altro, fa dire Liv., (II, 34), su quest' argomento, a Coriolano. Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/203 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/204 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/205 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/206 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/207 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/208 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/209 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/210 [SEZIONE SECONDA] (a) DEGLI ELEMENTI Per dar forma adunque alle materie qui innanzi apparecchiate sulla Tavola cronologica, proponiamo ora qui i seguenti assiomi o Degnità così filosofiche come filologiche, alcune poche, ragionevoli e discrete domande, con alquante schiarite diffinizioni; le quali, come per lo corpo animato il sangue, così deono per entro scorrervi ed animarla in tutto ciò che questa Scienza ragiona della comune natura delle nazioni (b).

i i (c) L’uomo, per l’indiffinita natura della mente umana, ove questa si rovesci nell’ignoranza, egli fa sé regola dell’universo (d). Questa Degnità è la cagione di que’ due comuni costumi umani: uno che «fama crescit eundo», l’altro che «minuit præsentia famam». La qual, avendo fatto un cammino lunghissimo, quanto è dal principio del mondo, è stata la sorgiva perenne di tutte le magnifiche oppenioni che si sono finor avute delle sconosciute da noi lontanissime antichità, per tal propietà della mente umana avvertita da Tacito nella Vita d'Agricola con quel motto: «Omne ignotum pro magnifico est».

ii È altra propietà della mente umana ch’ove gli uomini delle cose lontane e non conosciute non possono fare ninna idea, le stimano dalle cose loro conosciute e presenti.

Questa Degnità addita il fonte inesausto di tutti gli errori presi dall’intiere nazioni e da tutt’i dotti d’intorno a’ principii dell’umanità; perocché da’ loro tempi illuminati, colti e magnifici, ne’ quali cominciarono quelle ad avvertirle, questi a ragionarle, hanno estimato l’origini dell’umanità, le quali dovettero per natura essere picciole, rozze, oscurissime (a).

A questo genere sono da richiamarsi due spezie di borie che si sono sopra 2 accennate: una delle nazioni ed un’altra de’ dotti.

iii Della boria delle nazioni udimmo quell’aureo detto di Diodoro Sicolo: — che le nazioni, o greche o barbare, abbiano avuto tal boria, d’aver esse prima di tutte l’altre ritruovati i comodi della vita umana e conservar le memorie delle loro cose fin dal principio del mondo.

Questa Degnità dilegua ad un fiato la vanagloria de’ Caldei, Sciti, Egizi, Chinesi (a), d’aver essi fondato l’umanità dell’antico mondo. Ma Flavio Giuseffo Ebreo ne purga la sua nazione, con quella confessione magnanima ch’abbiamo sopra udito: — che gli Ebrei avevano vivuto nascosti a tutti i gentili; — e la sagra storia ci accerta l’età del mondo essere quasi giovine a petto della vecchiezza che ne credettero i Caldei, gli Sciti, gli Egizi e fin al di d’oggi i Chinesi: lo che è una gran pruova della verità della storia sagra.

iv A tal boria di nazioni s’aggiugne qui la boria de’ dotti, i quali ciò ch’essi sanno, vogliono che sia antico quanto che ’l mondo (b). Questa Degnità dilegua tutte le oppinioni de’ dotti d’intorno alla sapienza innarrivabile degli antichi; convince d’impostura gli oracoli di Zoroaste Caldeo, d’Anacarsi Scita, che non ci son pervenuti, il Pimandro di Mercurio Trimegisto, gli Orfici (o sieno versi d’Orfeo), il Carme aureo di Pittagora, come tutti gli più scorti critici vi convengono; e riprende d’importunità tutti i sensi mistici dati da’ dotti a’ geroglifici egizi e l’allegorie filosofiche date alle greche favole (c). La Filosofia, per giovar al gener umano, dee sollevar e reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura né abbandonarlo nella sua corrozione. Questa Degnità allontana dalla scuola di questa Scienza gli stoici, i quali vogliono l’ammortimento de’ sensi, e gli epicurei, che ne fanno regola, ed entrambi niegano la Provvedenza, quelli faccendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso, e i secondi oppinando che muoiano l’anime umane coi corpi; i quali entrambi si dovrebbero dire «filosofi monastici o solitari»): e vi ammette i filosofi politici, e principalmente i platonici, i quali convengono con tutti i legislatori in questi tre principali punti: che si dia Provvedenza divina, che si debbano moderare l’umane passioni (a) e farne umane virtù, e che l’anime umane sien immortali. E ’n conseguenza, questa Degnità ne darà gli tre principii di questa Scienza.

vi La Filosofia considera l’uomo quale dev’essere; e, sì, non può fruttare ch’a pochissimi, che vogliono vivere nella repubblica di Platone, non rovesciarsi nella feccia di Romolo.

vii La legislazione considera l’uomo qual è, per farne buoni usi nell’umana società; come della ferocia, dell’avarizia, dell’ambizione, che sono gli tre vizi che portano a travverso tutto il gener umano, ne fa la milizia, la mercatanzia e la corte, e, sì, la fortezza, l’opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i quali certamente distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra, ne fa la civile felicità.

Questa Degnità pruova esservi Provvedenza divina e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale delle passioni degli uomini tutti attenuti alle loro private utilità (a), per le quali viverebbono da fiere bestie dentro le solitudini, ne ha fatto gli ordini civili per gli quali vivano in umana società.

viii Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano.

Questa Degnità sola, poiché il gener umano da che si ha memoria del mondo ha vivuto e vive comportevolmente in società, ella determina la gran disputa della quale i migliori filosofi e i morali teologi ancora contendono con Carneade scettico e con Epicuro (né Grozio l’ha pur inchiodata): se vi sia diritto in natura, o se l'umana natura sia socievole, che suonano la medesima cosa.

Questa medesima Degnità, congionta con la settima e ’l di lei corollario, pruova che l’uomo abbia libero arbitrio, però debole, di fare delle passioni virtù; ma che da Dio é aiutato, naturalmente con la divina Provvedenza, e soprannaturalmente dalla divina grazia.

ix Gli uomini che non sanno il vero delle cose proccurano d’attenersi al certo, perché, non potendo soddisfare l’intelletto con la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza. x La Filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero; la Filologia osserva l’autorità dell’umano arbitrio, onde viene la coscienza del certo.

Questa Degnità per la seconda parte diffinisce i filologi essere tutti i gramatici, istorici, critici, che son occupati d’intorno alla cognizione delle lingue e de’ fatti de’ popoli; così in casa, come sono i costumi e le leggi; come fuori, quali sono le guerre, le paci, l’alleanze, i viaggi, i commerzi.

Questa medesima Degnità dimostra aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d’avverare le loro autorità con la ragion de’ filosofi; lo che se avessero fatto, sarebbero stati più utili alle repubbliche e ci avrebbero prevenuto nel meditar questa Scienza.

xi L’umano arbitrio, di sua natura incertissimo, egli si accerta e determina col senso comune degli uomini d’intorno alle umane necessità o utilità, che son i due fonti del Diritto natural delle genti.

xii Il senso comune è un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il gener umano.

Questa Degnità con la seguente diffinizione ne darà una nuova arte critica sopra essi autori delle nazioui, tralle quali devono correre assai più di mille anni per provenirvi gli scrittori sopra i quali finora si è occupata la critica. xiii Idee uniformi nate appo intieri popoli tra essoloro non conosciuti debbon avere un motivo comune di vero.

Questa Degnità è um gran principio, che stabilisce il senso comune del gener umano esser il criterio insegnato alle nazioni dalla Provvedenza divina per diffinire il certo d’intorno al Diritto natural delle genti: del quale le nazioni si accertano con intendere l’unità sostanziali di cotal diritto, nelle quali con diverse modificazioni tutte convengono. Ond’esce il Dizionario mentale, da dar l’origini a tutte le lingue articolate diverse, col quale sta conceputa la Storia ideal eterna che ne dia le storie in tempo di tutte le nazioni; del qual Dizionario e della qual Istoria si proporranno appresso le Degnità loro propie.

Questa stessa Degnità rovescia tutte l’idee che si sono finor avute d’intorno al Diritto natural delle genti, il quale si è creduto esser uscito da una prima nazione da cui l’altre l’avessero ricevuto; al qual errore diedero lo scandalo gli Egizi e i Greci, ( i quali vanamente vantavano d’aver essi disseminata l’umanità per io mondo. Il qual error certamente dovette far venire la Legge delle XII Tavole da’ Greci a’ Romani. Ma in cotal guisa, egli sarebbe un diritto civile comunicato ad altri popoli per umano provvedimento (a), e non già un diritto con essi costumi umani naturalmente dalla divina Provvedenza ordinato in tutte le nazioni (b).Questo sarà uno de’ perpetui lavori che si farà in questi libri: in dimostrare che ’l Diritto natural delle genti nacque privatamente appo i popoli senza sapere nulla gli uni degli altri; e che poi con l’occasioni di guerre, ambasciarle, allianze, commerzi, si riconobbe comune a tutto il gener umano.

xiv Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon le cose.

xv Le propietà inseparabili da’ subbietti devon essere produtte dalla modificazione o guisa con che le cose son nate; per lo che esse ci posson avverare tale e non altra essere la natura o nascimento di esse cose, xvi Le tradizioni volgari devon avere avuto pubblici motivi di vero, onde nacquero e si conservarono da intieri popoli per lunghi spazi di tempi.

Questo sarà altro grande lavoro di questa Scienza: di ritruovarne i motivi del vero, il quale, col volger degli anni e col cangiare delle lingue e costumi (a)(a) per mano di genti rozze, ci pervenne, ecc.», ci pervenne ricoverto di falso.

xvii I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi degli antichi costumi de’ popoli, che si celebrarono nel tempo ch’essi si formaron le lingue. xviii Lingua di nazione antica, che si è conservata regnante finché pervenne al suo compimento (a), dev’esser un gran testimone de costumi de’ primi tempi del mondo.

Questa Degnità ne assicura che le pruove filologiche del Diritto natural delle genti (b) (del quale, senza contrasto, sappientissima sopra tutte l’altre del mondo fu la romana) tratte da’ parlari latini sieno gravissime. Per la stessa ragione potranno far il medesimo i dotti della lingua tedesca, che ritiene questa stessa propietà della lingua romana antica.

xix Se la Legge delle XII Tavole furono costumi delle genti del Lazio, incominciativisi a celebrare fin dall’età di Saturno, altrove sempre andanti e da’ Romani fissi nel bronzo e religiosamente custoditi dalla romana giurisprudenza; ella è un gran testimone dell’antico Diritto naturale delle genti del Lazio.

Ciò si è da noi dimostro esser vero di fatto, da ben molti anni fa, ne’ Principii del Diritto universale; lo che più illuminato si vedrà in questi libri (c).

xx Se i poemi d’Omero sono storie civili degli antichi costumi greci, saranno due grandi tesori del Diritto naturale delle genti di Grecia.

Questa Degnità ora qui si suppone; dentro sarà dimostrata di fatto. xxi I greci filosofi affrettarono il natural corso che far doveva la loro nazione, col provenirvi essendo ancor cruda la lor barbarie, onde passarono immediatamente ad una somma dilicatezza, e nello stesso tempo serbaronv’intiere le loro storie favolose così divine com’eroiche; ove i Romani, i quali ne’ lor costumi caminarono con giusto passo, affatto perderono di veduta la loro storia degli dèi (onde l’età degli dèi che gli Egizi dicevano, Varrone chiama «tempo oscuro» d’essi Romani), e conservarono con favella volgare la storia eroica che si stende da Romolo fino alle leggi Publilia e Petelia, che si truoverà una perpetua mitologia storica dell’età degli eroi di Grecia.