GIUS. LATERZA & FIGLI 1913 Indice 418 LIBRO SECONDO SEZIONE QUARTA CAPITOLO PRIMO detti a’ Latini i luoghi ove fossero de’ sepolcri i. E quivi cominciò l’universale credenza, che noi pruovammo sopra ne’ Principii ^ (de’ quali questo era il terzo che noi abbiamo preso di questa Scienza), cioè dell’immortalità dell’anime umane, le quali si dissero «dii manes» e nella Legge delle XII Tavole, al capo De parricidio^ «deivei parentum» si appellano ^. Altronde essi dovettero, in segno di seppoltura, o sopra o presso a ciascun tumulo, che altro dapprima non potè essere propiameiite che terra alquanto ^ CI e. 20, De success., ecc.: «Tantae utilitatis successiones humanum genus adgnovit, quod gentes, a matrimoniis auspicato initis coeptae, successionibus potissirnum sunt conservatae. Quare post auspicia secundum religionis locum deorum maniutn cultus tenuit. Et iura, quibus sepulturae institutae, «leges deorum» Euripides in «Supplicibus», Papinius «mundi foedera», Philo et losephus «ius naturae» appellarunt; et ab ritu hutnandi «hum,anitas» primum coepit proprieque sic appellata. Atque his de caussis apud om,nes ferm,e terrarum gentes permansit, ut in om.ni vita haec duo sum,m.a sanctitate et religione celebrarentur, nuptiae et sepulturae, quo gentium successiones essent qunm fieri posset certissimae; quibus utrisque respublicae omnes, omnia regna et imperia fundata sunt.,. Certe liane cullus partem [il culto pei trapassati] Romani xax’ ^^oyr^’^ «religionem» dixere et «religiosa loca > ubi mortui inferrentur, quasi hac re conservarentur deorum religiones».
2 Si veda sopra p. 177, e cfr. DU., § 185; «Atque adeo animum humanum, qui platonicis asseritur, per hoc quod sit supra corpus, imtnortalis, iurisconsulti statuunt omnium omnino iurium domicilium et sedem, qui uno ore omnes dicunt ■iura animo parari», «animo conservari», «animo alienari». — Hanc iuris metaphysicam Romani a gentibus antiquissimis accepere, a quibus haec generis humani traditio erta est, qua gentes humanae omnes credunt (nam quae non credunt, si quae sunt, omnino barbarae ac ferae sunt) aniìnos humanos esse immortales; quam traditionem si Flatonis demonstrationibus incoeptam et per gentes diffusam et propagatam dicerem, equidem viderer erudite ineptire. Doctrina constemus igitur. Diximus ius humunum ab humandis mortuis incoepisse, et ius humanum a divino sumpsisse exordia, et ius divinum humanumque apud ìnaiores gentes utrumque esse fundatum; uti cantra infer exleges inipios cadavera inhumata iacuisse...Sed et maiores gentes definivimus viriles stirpes, quae in plures familias dividebantur. Igitur liane stirpium in familiarum ramos diductionem necesse est inde factam quod posteri, ordine mortalitatis, quem eleganter Papinianus dicit, suos maiores alium post alium condidissent...Itaque pietas ipsa suo cultu optÌTuis genealogias, sive gentium successiones, imprudentibus conservavit commonstravitque; quod cum animadverterent, sedulo postea curarunt ut ea sacra in familiis servare/itur. Quod patricii romani praeter caeteras...custodierunt; et Cicero ex romanis moribus in sua republica, quam ad romanae exemplum format, caput illud legum concipit: «Sacra fa miliaria perpetua (non interrupta) manento». Ea ratione optimi a religione fontium...ad religionem deorum manium progressi; a iure humano iterum ad diviniun rediere. — Hac fuaiores gentium a posteris divinitate donati, persuasionetn induxere animos, non corpora, sed quasdam corporum imagines esse, ac proinde immortales ■, ecc. ecc.
[SEZIONE QUINTA] [POLITICA POETICA I [CAPITOLO PRIMO] DRLI.A POLITICA TORTICA, CON LA QUALE NACQUERO LE PRIME REPUBlìLlOlIR AL MONDO DI FORMA SEVERISSIMA ARISTOCRATICA La politica delle genti ma^frioii si può desumere dalla storia delle clientelo e delle plilii fino alla comunicazione del connubio.— Il giofro dei i)adri doveva essere insoffriljile ai famoli, se era tremendo pei figli. Costoro, stanchi di quei patimenti che furono simboleggiati nei tormenti d’Issioue, Tantalo, Sisifo (NDU, ad C/*, e. 2-J; SN^, V, 9) si rivoltarono. I padri, per conservare i dominii, si sirinsere in ordini; e la falange dei forti, guidata da un re, domò sotto il senato eroico la ribellione (DU, lOf), 106, 107; CI^ e. 22; SN Tavola delle irati, vnhjari). — Di qui le aristocrazie eroiche {SN ^, II, ’A2), si)arse sulla terra nei tempi barbari, trovate da Tacito presso i riennani, evidenti negli eroi d’Omero e nello ste.sso Olimpo, dove Giove è soggetto al consiglio degli dl’i (C’/^ ce. 21, 27;.SW, V, 7).— Di qui la prima potenza, Opi, donde furono nominati gli «ottimi» (CV^ e. 21;.bW, V, 7), tenacemente conservata nelle due custodie dai senati regnanti (C/*, e. 22). I miti di Saturno e di Minerva sono le due pagine di questa storia. Il primo nel DU {CI^, e 2H) indicava gli «ottimi» coltivatori de" campi; nella SN^ (V, 7) era padie di Giove, perchè tra i primi occupatori delle terre nacque il mito di (Uove: qui, per un’applieazione progressiva della teoria dei caratteri dopi)i, è un simbolo di plebei rivoltati: vuol divorare Giove o la potenza nascente dei patrizi. Quindi la favola dei sacerdoti di (;ibele, che lo sottraggono a Saturno, riceve una spiegazione più acconcia (.ViV, II, 34). — Sulla mitologia di Minerva, -imbolo della prudenza aristocratica, sono ripetute ed ampliate le interpetrazioni del J)U (CI’ ce 21, 22, 28 e SN^, V, 7). -Da per tutto le città sorsero coi senati eroici, o.ssia con la riunione degli ottimi: perciò sono frequenti nelle epoche barbare le aristocrazie eroiche, come si può rilevare dalla storia della Grecia, e particolarmente dell’areopago (CI-, c.2l; ÓW, II, 34), dei Cureti, degli Eraclidi, dei Quiriti {SN^, II, 34). Cosi le prime città furono composte di soli nobili, che, per dominare le plebi, dovettero concedere la prima agraria, che convertì gli schiavi in giornalieri (Z)C7, §127); ma gelosamente custodirono il counubio, dal quale derivavano tutte le ragioni della città eroica {(^^, e. 32; SN I, 7, corollario].
In cotal guisa i si fondarono le famiglie di sì fatti famoli, ricevuti in fede o forza o protezione dagli eroi, che furon i primi 1 II V. considera come una parentesi i capp. Ili e IV della sezione precedente. Il suo «in cotal guisa» si riferisce quindi all’argomento trattato nel secondo capitolo.
[CAPITOLO QUINTO] COROLLARIO CHE LA DIVINA PROVVEDENZA È l’oRDINATRICK DELLE REPUBBLICHE E NELLO STESSO TEMPO DEL DIRITTO NATURA L DELLE GENTI h [Gli avvenimenti, che trascinano l’uomo isolato e in guerra con tutto entro la città aristocratica, non sono in balia del caso né della volontà umana. Nel J5C/ la Provvidenza governa ogni progresso istorico 2. Nella -SW la Provvidenza è principio d’umanità: con «lungo raggirato lavoro» introduce la divisione dei campi, abbozza i regni, dà origine alla nobiltà ^. Col riassunto progressivo delle idee già 1 Per l’esegesi filosofica di questo capitolo il lettore supponga riprodotto qui integralmente il X cap. della citata monografia del Cboce, dedicato per l’appunto a LaProovidema. — Per la storia, àel concetto di <r Provvidenza» nel pensiero vlcliiano, si vedano le due note seguenti.
2 «Nel DA, e. 8, § 3, è stabilito che la Provvidenza regola l’universo, ed è accennato quell’ottimismo leibniziano, che fa servire il male al bene. Nel DU, 7, il V. riproduce lo stesso principio, e si propone di seguire il corso delle necessità materiali che occasionano le manifestazioni del diritto nella società civile (ivi, 46): cosi come egli dava fine al DA dichiarando che «il mondo della natura è una repubblica regolata dalla fortuna» (Provvidenza), egualmente verso la fine del CI^ (e. 30, § 20) conchiude essere " orbis terrarum una civitas sub Dei imperio». Sparsamente poi nel DU, CI^ e NDU il V. mostra la mano della Provvidenza: nel conservare la specie umana con le vaste stature dei giganti (C/^, e. 9, §§ 12-3); nell’iniziare la civiltà col pudore (ivi, e. 3, § 12); nel por fine alla guerra eslege dei violenti di Hobbes con la proprietà (ivi, e..5, § 7); nel mansuefare la primitiva ferocia dell’uomo cogl’imperii paterni (ivi, e. 20, § -5); nel preparare le città alla difesa, educandole naturalmente all’arte della guerra (ivi, e. 30, § 12); nel promovere con le guerre l’associazione umana (ivi, e. 30, §§ 23-4); nel provvedere al commercio della vita civile, al progresso della mente, alla conservazione delle tradizioni, col linguaggio col canto (ivi, e. 13 e NDU, ad CI e. 12, § 21); nel preparare ciascuna nazione con ristesso corso di idee alle relazioni esterne delle genti umane (DU, § 136; C/*, e. 30, § 20)» (Nota dd Ferrari; SN II, 1).
’ Il secondo libro della SN^ s’inizia per l’appunto con un capitolo intitolato: La Provvedema è primo principio delle nazioni. In esso il V., attingendo anche alle sue opere anteriori, sviluppa i seguenti concetti: «La società è un commercio; al commercio è necessaria la buona fede, è necessaria la giustizia, la fiducia reciproca, la verità delle parole: quindi, ad iniziare la società civile, essendo l’uomo naturalmente corrotto [DU, 21), è necessaria la credenza in una «divinità la quale veda nel fondo del cuor degli uomini», dalla quale possa cominciare quella verità che è 562 LIBRO SECONDO — SEZIONE QUINTA — CAPITOLO QUINTO tutto ciò che facevÉtei essi uomini (onde de’ padri regnanti nello stato delle famiglie ne fecex’o Giove i; de’ medesimi, chiusi in ordine nel nascere delle prime città, ne fecero Minerva 2; de’ lor ambasciadori mandati a’ sollevati clienti ne fecero Mercurio 3; e, come poco appresso vedremo, degli eroi corsali ne’ fecero finalmente Nettunno) *, — è da sommamente ammirare la Provvedenza divina. La qual, intendendo gli uomini tutt’altro fare, ella portogli in prima a temer la divinità ^ (la cui religione è la prima fondaraental base delle repubbliche); indi dalla religione furon fermi nelle prime terre vacue, ch’essi primi di tutt’altri occuparono (la qual occupazione è ’1 fonte di tutti i dominiij; e, gli più robusti giganti avendole occupate nell’altura de’ monti, dove sorgono le fontane perenni ’^, dispose che si ritruovassero in luoghi sani e forti di sito e con copia d’acqua, per poter ivi star fermi, né più divagare: che sono le tre qualità che devon avere le terre per poi surgervi le città; — appresso, con la religione medesima, gli dispose ad unirsi con certe donne in perpetua compagnia di lor vita ^: che son i matrimoni, riconosciuti fonte di tutte le potestà; — dipoi, con queste donne si ritruovarono aver fondato le famiglie, che sono il seminario delle repubbliche 9; — finalmente, con l’aprirsi degli asili, si ritrovarono aver fondato le clientele ^^, onde fussero apparecchiate le materie tali, che poi, per la prima legge agraria, nascessero le città sopra due comuni d’uomini che le componessero: uno di nobili che vi comandassero, altri di plebei ch’ubbidissero n (che Telemaco, in una diceria appo Omero chiama «altro popolo» i^, cioè popolo soggetto, diverso dal popolo regnante, il qual si componeva d’eroi); on 1 Si veda p. 503, n. 6.
2 Si veda p. 508 e note relative.
3 Si veda p. 536.
Si veda capitolo seguente.
5 Si veda in questo libro sez. I, cap. I, passim. ^ Ivi, e cfr. p. 338, n. 4, nonché p. 524 sgg. n. ’ Ivi, e cfr. pp. 410-417.
Ivi, e cfr. la sez. Ili di questo libro.
B Sez. IV, cap I.
10 Sez. IV, cap. II.
" Sez. V, cap. I.
[SEZIONE UNDECIMA] [GE0C4RAFIA POETICA] [CAPITOLO PRIMO] DELLA GEOGRAFIA POETICA [Nelle NDU si mostra che entro i confini della Grecia fu prima abbozzata la geo?.rafla: i Greci, uscendo dalle loro terre, trasportarono alle altre regioni le denominazioni de’ loro paesi e delle loro città: quindi la prima Asia, la prima Africa, la prima Esperia, l’India primitiva furono entro le terre de’ Greci; quindi i viaggi di Ercole, di Bacco e di altri eroi restano circoscritti entro i brevi limiti dell’orbe greco, e restano spiegate molte apparenti assurdità dei poemi di Omero {NDU, ad (’/*, e. 12). Nella óW (II, 60) si riproducono le stesse idee con qualche sviluppo, e vengono trasportate sul principio di una geografia ideale, cercata nelle leggi della mente umana, e uniforme si nella Grecia che nel Lazio e presso le altri nazioni.— Nel liassumere in questo capitolo le idee già esposte, se ne estende l’applicazione, si mostrano le apparenze e le illusioni, che ne’ tempi umani inevitabilmente alterano, scambiano, intrecciano le antiche tradizioni dei varii popoli. Evandro, già nazionale del Lazio, i)er queste illusioni fu creduto Arcade; per le stesse illusioni Enea fu fatto venire da Troia nel Lazio; e per assimilazione alcuni re di Roma furono creduti stranieri, perchè denominati col nome delle genti di cui avevano le qualità.]
Or ci rimane finalmente di purgare l’altro occhio della Storia poetica, cb’è la poetica Geografia; la quale, per quella propietà di natura umana, che noi noverammo traile Dognità i, che gli uomini le cose sconosciute e lontane, ov’essi non ne abbian avuto la vera idea o la debbano spiegar a chi non l’ha, le descrivono per somiglianze di cose conosciute e vicine, ella, nelle sue parti ed in tutto il suo corpo, nacque con picciol’idee dentro la medesima Grecia, e, coU’uscirne i Greci poi per lo mondo, s’andò ampliando nell’ampia forma nella qual ora ci è rimasta descritta. E i geografi antichi convengono in questa verità, ma poi non ne sepper far uso; i quali affermano che le antiche nazioni, por» Degn. II.
[SEZIONE UNDECIMA] [GE0C4RAFIA POETICA] [CAPITOLO PRIMO] DELLA GEOGRAFIA POETICA [Nelle NDU si mostra che entro i confini della Grecia fu prima abbozzata la geo?.rafla: i Greci, uscendo dalle loro terre, trasportarono alle altre regioni le denominazioni de’ loro paesi e delle loro città: quindi la prima Asia, la prima Africa, la prima Esperia, l’India primitiva furono entro le terre de’ Greci; quindi i viaggi di Ercole, di Bacco e di altri eroi restano circoscritti entro i brevi limiti dell’orbe greco, e restano spiegate molte apparenti assurdità dei poemi di Omero {NDU, ad (’/*, e. 12). Nella óW (II, 60) si riproducono le stesse idee con qualche sviluppo, e vengono trasportate sul principio di una geografia ideale, cercata nelle leggi della mente umana, e uniforme si nella Grecia che nel Lazio e presso le altri nazioni.— Nel liassumere in questo capitolo le idee già esposte, se ne estende l’applicazione, si mostrano le apparenze e le illusioni, che ne’ tempi umani inevitabilmente alterano, scambiano, intrecciano le antiche tradizioni dei varii popoli. Evandro, già nazionale del Lazio, i)er queste illusioni fu creduto Arcade; per le stesse illusioni Enea fu fatto venire da Troia nel Lazio; e per assimilazione alcuni re di Roma furono creduti stranieri, perchè denominati col nome delle genti di cui avevano le qualità.]
Or ci rimane finalmente di purgare l’altro occhio della Storia poetica, cb’è la poetica Geografia; la quale, per quella propietà di natura umana, che noi noverammo traile Dognità i, che gli uomini le cose sconosciute e lontane, ov’essi non ne abbian avuto la vera idea o la debbano spiegar a chi non l’ha, le descrivono per somiglianze di cose conosciute e vicine, ella, nelle sue parti ed in tutto il suo corpo, nacque con picciol’idee dentro la medesima Grecia, e, coU’uscirne i Greci poi per lo mondo, s’andò ampliando nell’ampia forma nella qual ora ci è rimasta descritta. E i geografi antichi convengono in questa verità, ma poi non ne sepper far uso; i quali affermano che le antiche nazioni, por» Degn. II. 682 LIBRO SRCONDO — SEZIONE UNDECIMA — CAPITOLO PRIMO tandosi in terre straniere e lontane, diedero i nomi natii alle città, a’ monti, a’ fiumi, colli di terra, stretti di mare, isole e promoutorii.
Nacquero, adunque, entro Grecia la parte orientale, detta Asia o India; l’occidentale, detta Europa o Esperia; il settentrione, detto Tracia o Scizia; il mezzodì, detto Libia o Mauritania; e furono cosi appellate le parti del mondo co’ nomi delle parti del picciol mondo di Grecia per la simiglianza de’ siti, ch’osservaron i Greci in quelle, a riguardo del mondo, simili a queste, a riguardo di Grecia. Pruova evidente di ciò sieno i venti cardinali, i quali, nella loro geografia, ritengono i nomi che dovettero certamente avere la prima volta dentro essa Grecia. Talché le giumente di Reso debbono ne’ lidi dell’Oceano (qual or or vedremo detto dapprima ogni mare d’interminato prospetto ^) essere state ingravidate da Zefiro, vento occidentale di Grecia 2; e pur ne’ lidi dell’Oceano (nella prima significazione, la quale testé si è detta) devon essere da Zefiro generati i cavalli d’Achille; come le giumente d’Erictonio die’ Enea ad Achille ^ essere state ingravidate da Borea, dal vento settentrionale della Grecia medesima. Questa verità de’ venti cardinali ci è confermata in un’immensa distesa, che le menti greche, in un’immensa distesa spiegandosi, dal loro monte Olimpo, dove a’ tempi d’Omei’O se ne stavano i dèi, diedero il nome al cielo stellato, che gli restò *.
Posti questi principii, alla gran penisola situata nell’oriente di Grecia restò il nome d’Asia minore, poi che ne passò il nome d’«Asia» in quella gran parte orientale del mondo ch’Asia ci restò detta assolutamente. Per lo contrario, essa Grecia, ch’era occidente a riguardo dell’Asia, fa detta «Europa», che Giove, cangiato in toro, rapi: poi il nome d’«Europa» si stese in quest’altro gran continente fin all’oceano occidentale. Dissero «Esperia» la parte occidentale di Grecia, dove dentro la quarta parte dell’orizonte sorge la sera la stella Espero: poi videro l’Italia nel 3 IL, X, 221 sgg.
Si veda p. 661, n. 4. DELLA GEOGRAFIA PORTICA 688 medesimo sito (a), e la chiamaron «Esperia magna»; si stesero finalmente nella Spagna del medesimo sito, e la chiamaron «Esperia ultima». I Greci d’Italia, al contrario, dovettero chiamar«Ionia» la parte a lor riguardo orientale di Grecia oltramare, e restonne il nome, tra l’una e l’altra Grecia, di «mar Ionio»: poi, per la somiglianza del sito delie due Grecie, natia ed asiatica, i Greci natii chiamaron «Ionia» la parte a lor riguardo orientale dell’Asia minore. E dalla prima Ionia è ragionevole che fusse in Italia venuto Pittagora da Samo, una dell’isole signoreggiate da Ulisse, non da Samo dell’Ionia seconda i. Dalla Tracia natia venne Marte, che fu certamente deità greca; e quindi dovette venir Orfeo, un de’ primi poeti greci teologi (&). Dalla Scizia greca venne Anacarsi, che lasciò in Grecia gli oracoli scitici, che dovetter esser simili agli oracoli di Zoroaste (che bisognò fusse stata dapprima una storia d’oracoli 2), onde Anacarsi è stato ricevuto tra (a) ma molto maggiore di quella parte di Grecia, e la chiamarono, ecc.
(6) [CM.43J Altrimenti, s’egli è Orfeo della Sitonia, posta nello più addentrato seno di Ponto, un tanto eroe, che fu fondatore della greca umanità, vien ad essere uno scellerato traditore della sua patria, il quale scorgesse i greci argonauti a farvi la ruba del vello d’oro. Ma il primo Ponto dovett’essere il picciolo stretto di mare dello Bosforo tracio, che poi distese il nome a tutto quel mare. [Segue un brano, che in SN^ fv, posposto; e indi:] Dalla Scizia, ecc.
1 «Prima Samus fuit Ulyssica, quae et «Sanie» Straboni, et comrnunìter «Cephalenia» dieta, lonii maris insula Achaiae adiacens; quae Samus cum Ithaca et Dulichio in Ulyssis ditione fuerat^ cum ex his tribus insulis Pene lopes proci fuisse ab Homero narrentur Deinde, graecis coloniis in Asiam minorem deductis, ex simili situ, quo Samus Vlyssica erat occidua Graeciae, insula occidua Asiae «Samus» dieta, quae celeberrima posteris mansit. Et Ionia, regio occiduae Asiae maritima, ab prima Ionia, quae fuerit occidua Graeciae maritimae ora; unde lonium mare dictuni mansit, quod occiduam Oraeciam alluit; a quo mari appellata Ionia, tractus Magnae Graeciae circa Crotonem urbem: nisi, si ita dieta sii ab Samo italica, Calabriae ulterioris oppido, nunc, Barrio teste. Crepacuore, ubi Pythagoram habitasse ferunt, illuc secum a Samo Ulyssica vocabulo comportato; quod oppidum in excellentissimi I. B. Philomarini, Roccae principis, ditione nunc est» (NDU, ad CI C. 31).
2 «Das scheint su heissen, der Mytlius von Anacharsis stelle die Geschichte der Urakel dar. Es sind iibrigens, wie auch aus dem Folgenden hervorgeht, die Sinn 684 LIBRO SECONDO — SEZIONE UNDECIMA CAPITOLO PHIM(» gli antichissimi dèi fatidici. I quali oracoli dall’impostura poi furono trasportati in dogmi di filosofia; siccome gli Orfici ci furon supposti versi fatti da Orfeo (a), i quali, come gli oracoli di Zoroaste, nulla sanno di poetico e danno troppo odore di scuola platonica e pittagorica i. Perciò da questa Scizia, per gl’Iperborei natii 2, dovettero venir in Grecia i due famosi oracoli delfico e dodoneo, come ne dubitammo nell’Annotazioni alla Tavola cronologica 3; perchè Anacarsi nella Scizia, cioè tra questi Iperborei natii di Grecia, volendo ordinare l’umanità con le greche leggi, funne ucciso da Caduido, suo fratello *. Tanto egli profittò nella filosofia barbaresca dell’Ornio ^^ che non seppe ritruovargliele dappersè! Per le quali ragioni, quindi, dovett’essere pur scita Abari, che si dice aver scritto gli oracoli scitici, che non potèron esser altri che gli detti testé d’Anacarsi; e gli scrisse nella Scizia, nella quale Idantura, molto tempo venuto dopo, scriveva con esse cose ^: onde necessariamente è da credersi essere stati scritti da un qualche impostore, de’ tempi dopo essere state introdutte le greche filosofie. E quindi gli oracoli d’Anacarsi dalla boria de’ dotti furono ricevuti per oracoli di sapienza riposta, i quali non ci son pervenuti ’^. Zamolsci fu Geta (come Geta fu Marte) il qual, al riferire d’Erodoto, portò a’ Greci (a) [CAfJ.3], il quale, con una sublime filosofìa, unita al popolaresco, dovette cantargli alle fiere di Grecia per ridurle all’umanità; ma questi, come gli oracoli^ ecc.
spriiche des Anacharsis bei Diogenes Laertius gemeint» (Weber). Si veda d’altronde p. 100, n. 1. > Si veda p. 72 sgg.
Cioè: da quella parte settentrionale di Grecia, che in tempi preistorici si chiamò «Scizia», per mezzo di quel popolo, indigeno della Grecia, in cui, in quegli stessi tempi, era dato il nome di «Iperborei».
3 Si vedano pp. 100-L Si veda p. 101, n. 10. Il trovarsi qui scritto «Anacarsi», e non «Abari», come nelle Ann. alla Tav. cron., mostra che l’errore là commesso dai V. fu mera distrazione.
«Si veda p. 279, n. 2. Il concetto del V. è: non è possibile che Abari scrivesse oracoli d’indole filosofica in iscrittura alfabetica, una volta che Idantura, venuto tanto dopo di lui, si esprimeva ancora in linguaggio mutolo, con geroglifici.
il dogma dell’immortalità dell’anima i. Così da alcun’India greca dovette Bacco venire dell’indico Oriente trionfatore (da alcuna greca terra ricca d’oro poetico), e Bacco ne trionfa sopra un carro d’oro (di frumento); onde lo stesso è domatore di serpenti e di tigri, qual Ercole d’idre e lioni, come si è sopra spiegato 2. Certamente il nome, che ’1 Peloponneso serba fin a’ nostri di, di «Morea» troppo ci appruova che Perseo, eroe certamente greco, fece le sue imprese nella Mauritania natia; perchè ’1 Peloponneso tal è per rapporto all’Acaia qual è l’Affrica per rapporto all’Europa. Quindi s’intenda quanto nulla Erodoto seppe delle sue pi-opie antichità (come gliene riprende Tacidide ^), il quale narra ch’i Mori un tempo furono bianchi *, quali certamente erano i Mori della sua Grecia, la quale fin oggi si dice «Morea bianca» 5. Cosi dev’esser avvenuto che dalla pestilenza di questa 1 Non si tratta di un dio Geta, sì bene dei Geti, popolo trace, tra i quali solamente (e non già fra tutti i Greci) Zalmoxi (e non Zaniolsci) riuscì, giusta la leggenda, mediante una gherminella, a introdurre la credenza nell’immortalità, che egli aveva appresa appunto dal contatto con gli altri Greci, e nientedimeno con Pitagora» di cui un tempo sarebbe stato servo. Herod., IV, 93-90, e cfr. Platone, Charmid., p. 156 d. Strabone, VII, 5, p. 297; Diog. Laert., Vili, 2 2 Si veda p. 444.
8 Tucidide dice soltanto di non voler narrare la storia «(bg KOvqz’x.L» e «d)g Xoyoypd^oi», ma da storico (1,21,1), quantunque egli sappia bene che le cose da lui narrate, appunto perchè prive di favole, diletteranno meno i.1, 22, 4); ma né nel primo né nel secondo luogo nomina Erodoto. Senonché gli Scholia, ad 11. ce, hanno, rispettivamente: «AoyoYpot^ot’] atvtxTSxat xòv ’HpóSoxov», e «Tó |j,yj (lu9(55sg aùxóóv] tzóXvì upòg ’HpóSoxov [aìvtxxsxai]». Ma il V., forse, pensava al passo riferito a p. 102, n. 2 Erodoto non afferma in alcuna parte che i Mori una volta fossero bianchi. Semplicemente Plinio, N. H., V, 8, dice: «Interiori autem amhitu Africae ad meridiem versus, superque Gaetulos, intervenientibiis desertis, primi omnium Libiiaegyptiiy deinde Leucaethiopes habitant». Al che l’ilarduin postilla: «AsuxatGiÓTieg, albi Aethiopes, Plolemeo, lib IV, cap. 6, et Agalliemero, Geogr., lib. /, cap. 5; nempe quia ceteris candidiores’sunt». — Cfr. anche Ezechiele Spanheim nel suo cemento a Callimaco, a proposito del v. 11 dell’inno a Cerere («sax’ STtì xtbg [JiéXavag [AìGtOTcag] xai òncf. xà ypóosa |jiàXa»), in Callimachi Hymni, epigrammata et fragmenta, ecc., a cura di Gio. Augusto Ernesti (Lugd. Batavorum, 1701), II p. 754.
’ Il nome di «Morea j fu dato al Peloponneso nel medio evo, al tempo della quarta crociata, a cau.sa del gran numero di gelsi mori cln’vi fiorivano. 686 LIBRO SECONDO — SEZIONE UNDECIMA — CAPITOLO PRIMO Mauritania {a) avesse Eusculapio coii la sua arte preservato la sua isola di Coo; che, se la doveva preservare da quella de’ popoli di Marocco, egli Farebbe dovuto preservare da tutte le pestilenze del mondo. In cotal Mauritania dovett’Ercole soccombere al peso del cielo, che ’1 vecchio Atlante era già stanco di sostenere: che dovette dapprima dirsi cosi i il monte Ato, che, per un collo di terra, che Serse dappoi forò 2, divide la Macedonia dalla Tracia, e vi restò pur quivi, traila Grecia e la Tracia, un fiume appellato Atlante ^; poscia, nello stretto di Gibilterra, osservati i monti AbUa e Calpe cosi per uno stretto di mare dividere l’Affrica dall’Europa, furono detti da Ercole ivi piantate colonne, che, come abbiamo sopra detto, sostenevano il cielo, e ’1 monte nell’Affrica quivi vicino fu detto «Atlante» *. E ’n cotal (a) (dove fin a’ di nostri dura l’indole di tal cielo maligna, che quasi ogni anno vi sia la peste) avesse^ ecc.
^ Cioè, «Atlante».
2 Herod., vii, 21 sgg. Mache l’Athos si chiamasse originariamente «Atlante» è, naturalmente, congettura vichiana.
3 Heeod., IV, 49.
passo della SN^, II, 60: «I Greci, quando poi videro lo stretto di Gibilterra fra due alti monti, Abila e Calpe, perchè osservarono così l’Europa divisa dall’Africa da picciolo stretto di mare, com’era nel mondo di Grecia l’Attica dal Peloponneso se non per un collo di terra somigliante, sopra questa somiglianza de’ siti spiegarono naturalmente le loro idee, e con le idee stesero le loro prime voci..., e dissero «Esperia» la Spagna...e «Mauritania» tal parte d’Africa...; e ’1 monte Abila e Calpe dovettero appellare «Atlante», diviso in due colonne, che poi si dissero «di Ercole», che succede ad Atlante nel peso di sostenere il cielo», ossia di «sostenere la religione con un’altra spezie di divinazione». Infatti, continua il V., «gli efori di Sparta, capitale del Peloponneso, indovinavano dal tragitto delle stelle cadenti la notte». Ora questa astronomia volgare non potè certamente provenir loro dagli Eraclidi, e quindi da Ercole, che non «fu mai spiegato da’ mitologi che avesse perpetuata alcuna sapienza riposta de’ suoi più antichi». Deve dunque trattarsi di una importazione straniera. Donde la legittima congettura che «nel Peloponneso venne alcuna colonia d’Oriente (come da Pelope Frigio ebbe certamente il nome di Peloponneso), che vi portò questa sorte d’indovinare propia degli orientali: perchè tutti gli altri Greci indovinavano dalla folgore e dal tuono; con la sola differenza da’ Latini, che le parti destre a quelli erano a questi sinistre, e le sinistre al contrario». Il latto dunque che gli Eraclidi fecero propria la divinazione insegnata loro dai Frigi, venne poi rappresentato mitologicamente con Ercole che succede ad Atlante nel peso di sostenere il cielo, ossia gli dèi della propria nazione, mercè la divinazione. DELLA GEOGRAFIA POETICA 691