Né era un'arcadia di filologi e filosofanti. V'erano amicizie profonde di spiriti fraternizzanti, ma c'erano anche pugni e ba- stonate. Non parlo delle discussioni calorose, che frequente- mente s'accendevano alla fine della mensa, quando si restava soli, tra i letterati da un lato e i matematici dall'altro, che non eravamo mai d'accordo; e pareva che di qua e di là della ta- vola si guardasse il mondo con diversi occhi; e che ci fosse una logica per quelli, e una per noi: quelle discussioni, per quanto si strillasse, fino a far accorrere Pippo, finivano sempre in una risata. I pugni, se non ricordo male, vennero quanto il cresciuto interesse politico, allora tenuto desto negli animi nostri dai lut- tuosi fatti d'Africa e dagli appassionati dibattiti intorno alla mo- ralità e al valore politico del Grispi, fece nascere nella scuola una sala di lettura, per la quale il D'Ancona ci concesse il lo- cale e l'uso degli ultimi numeri di alcune riviste piti interessanti della nastra biblioteca o sue. Lì leggevamo sempre tutte le re- censioni del Giornale storico del Eenier, che esercitava una grande efficacia sulle nostre menti. Ma lì leggevamo anche i giornali politici, che accendevano allora il nostro animo, ed eran causa di guai.
Quando inaugurammo la nostra sala vennero, per nostro invito, il D'Ancona e il Rosati con Filippo Serafini, il romani- sta, allora rettore dell'Università: e noi facemmo quella sera per bene gli onori di casa, con paste ed applausi, che non fini- vano piti. La sala non era grande; e tra i normalisti interni e gli aggregati, che v'erano raccolti, era una folla che si stillava attorno ai vecchi maestri, acclamati calorosamente. Il Serafini aveva un nodo alla gola; e non riuscì a parlare. Ma il D' An- cona, che aveva sempre il discorso pronto e adatto per tutte le occasioni, pur con voce che tremava, ci disse belle parole dì augurio e di consiglio, lodando il nostro proposito d' inte- ressarci alle questioni politiche, poiché la scienza riceve il suo valore dalla vita; ma esortandoci col suo esempio a non perdervi troppo tempo e a non mettervi troppo interesse, per- chè non ne avrebbero sofferto solo i nostri studi, ma anche l'animo nostro. « Non leggete troppi giornali, e non cercate in essi altro che i fatti; ma imparate da voi con la vostra coscienza « coi vostri studi, soprattutto con la storia, a giudicarli. Non vi asservite ai partiti; conservate gelosi quella libertà del giudizio da tutte le passioni, che s'addice a chi vive di studi ». Quelle pa- role furono ascoltate con religioso raccoglimento, e applaudite vi- vamente. Ma poi non riuscimmo a ricordarcele sempre; e le dispute politiche, specialmente quelle intorno al Crispi, non furono sem- pre spassionate e libere, né tutte pacifiche. E vere tempeste si sca- tenavano nelle assemblee generali in cui si faceva la scelta dei giornali, a cui la sala dovesse abbonarsi: perchè i nostri odii per certi giornali, secondo il vario colore, eran feroci. Ma an- <5he quella ferocia, ora che ci ripenso, la benedico. Era un opportuno correttivo alla passione per lo specialismo dei nostri sludi, par l'astrattezza del loro oggetto rimoto dalla vita, alla quale pure avremmo dovuto un giorno educare; passione, che il genere degli studi prevalenti nella Scuola alimentava intanto di continuo. E un altro salutare correttivo era a tutti gli alunni della sezione di lettere e filosofia l'insegnamento normalistico, a tutti comune, nel primo anno, della filoso6a, affidato a un uomo, come Donato Jaja, che non era tanto un dotto, quanto un apostolo ed educatore vero. Tutti erano obbligati alle sue conferenze, ma tutti ei venivano pur volentieri; e non tutti magari seguivano il pen- siero del maestro, e riuscivano a vedere la verità e il valore di <5iò che egli insegnava; ma tutti si sentivano attratti dalla sua parola verso qualche cosa, che era la vita, e prometteva la vita. Era per tutti una voce, che scuoteva le coscienze, e faceva sen- tire allo specialista il suo specialismo, e ne faceva modesto l'a- nimo col sospetto di quel mondo superiore, in cui egli non en- trava. Bicordo una volta che s'uscì col Salza, uno de' più va- lenti tra quelli che s'erano già specializzati, da una conferenza,, in cui il Jaja, a proposito di giudizi analitici e sintetici, ci aveva parlato della sintesi a priorij ed era andato a fondo 232 LA PREPARAZIONI!: neir illustrazione di questa scoperta kantiana; e con anima vibrante aveva additato 1\ il segreto della filosofia moderna. Il Salza doveva tornare su, nella sua stanza, a studiare non so pili se le tragedie di Antonio Conti o le commedie di Lu- dovico. Dolce; ma in quel momento non ci pensava certo, ed era commosso e molto turbato: « Bello, oggi; hai ragione ». E fui io che gli riparlai de' suoi autori. Ma il mio buon* Salza, V erudito e modesto Salza, non può aver dimenticato quella lezione. Nelle con- ferenze della Normale D. Jaja era piti intimo, e quindi piii ef- ficace. In conferenze di questo genere, anche senza 1' anima di D. Jaja, ogni professore di filosofìa farebbe un po' di bene a tutti gli alunni, per la stessa natura della materia. — Invece^ no: la sola materia filosofica per tutti, nella scuola di ma«:i- stero vuol essere la pedagogia, in quanto è altra cosa dalla filo- sofia, come dicono. — Quella pedagogia alla Scuola Normale non c'era.
Ma ce n'era una, che s'insinuava ad ora ad ora nei nostri spiriti per la vita che vivevamo. E quando, laureati e abilitati, eravamo raccolti per l'ultima volta alla mensa della nostra scuo- la, e questa volta col Direttore e tutti i nostri professori, e il D'Ancona ci diceva la parola d'addio, e ci raccomandava la me- moria della Scuola, che paragonava al cavallo di Troja, noi sen- tivamo come suggellato quasi un patto solenne tra la nostra scuola e noi: sentivamo di dovere a lei quello che eravaraa diventati, e di dover pagare il debito della nostra gratitudine portando nella nostra scuola futura la stessa coscienza e la stesso amore, che avevamo trovati in essa. E nella coscienza e nell'amore non è tutta la pedagogia?
VII.
II 1899, giubilatosi dall'insegnamento universitario, il D'An- cona dovette lasciare anche la direzione della Normale. Ma gli sottentrò un altro luminare dell'Università pisana, il sen. Ulisse Dini, uno di quei maestri che tutti i giovani dell'università son capaci di stimare e rispettare, a qualunque facoltà appartengano. E col Dini la scuola continua la sua bella tradizione; né altra desidera, a mio parere, che un aumento di assegni, rimasti immu- tati dal '62; aumento che permetta un incremento della biblioteca (che pur possiede oggi un 20,000 volumi); un insegnamento di storia delle istituzioni scolastiche, fatta col metodo che si richiede in DEGL^ INSEGNANTI MEDI 283 Ogni maniera di ricerca storica; e un professore interno fran- cese di francese, che conviva nella scuola coi Korraalisti, come si fa a Budapest nel Collegio Eotvos. Altro almeno io non sa- prei desiderare per la Scuola; ed è sperabile che l'autorità del Dini e il credito della Scuola possano fra non guari ottenerle siffatti miglioramenti.
A indice delle sue benemerenze io non ricorderò altri nomi di insegnanti che sono usciti dalla Scuola Normale dal 1677 in qua: fra i quali ve n'ha, di università e di licei, che tutta l'Ita- lia conosce e onora. Ricorderò soltanto che dal 1871 la scuola ha ymbblicati (Ino al 1907 ben 20 volumi (alcuni di ben grossa mole) di lavori scientifici, spettanti alla Sezione di lettere e fi- losofia, e 10 (l) di lavori dell'altra sezione. In quelli si hanno la- vori, oltre i già ricordati, come le tesi di A. Crivellucci, Bel governo popolare di Firenze (1494-1512) e il suo riordinamento se- condo il Guicciardini (voi. IT, 1879), di F. C. Pellegrini, Sulla repubblica fiorentina a tempo di Cosimo il vecchio^ e del Setti ^ La critica letteraria in Aristofane (III, l.'^80); del Puntoni su Le rappresentanze figurate relative al mito di Ippolito (IV, 1884); del Saviotti su Pandolfo Collenurcio (V, 188^); del Barbi su la Fortuna di Dante nel 500 (VII, 1890); del Flamini, La lirica to- scana nel rinascimento anteriore ni tempi del Magnifico (Vili, 1891); del Pavolini, L itomi e gli epiteti omerici del mare (IX, l.s92); del Goidanich, Quaestiones Plautinae (ivi); del Pirro, Studi erodoteij (X, 1894); del C laceri, Contributo alla storia dei culti delV antica Sicilia (XI, 1896); del Mancini snl Dramma satirico greco (ivi); del Govotti, Sulla filosofia di Protagora^ e Le teorie dello spazio e del tempo nella filosofia greca fino ad Aristotele (XII, 1897); gli studi del Ferrari e del Clerici sul Caffè e sul Conciliatore (XIV, XVII, 1900 e 1903); quelli del Volpe sulle Lstituzioni co- munali a Pisa nei secc. XIL e XIIL (XV, 1902); ed altri, ed al- tri; fino al recentissimo lavoro del Pellizzari, La vita e le opere di Guittone d^ Arezzo. Negli Annali della sezione di scienze han visto la luce con i già menzionati altri studi di grande originalità: a cominciare dalla tesi del Padova Sul moto di un elissoide fiuido ed omogeneo^ con cui si apre il V volume (1871); e da quelle del Bian^ chi, Sulle superficie applicabili ^{ì Ricerche sulle super fide a curvatura costante e sulle elicoidi (II, 1874); poi quella del Venturi, Sul moto (1) Il voi. X è in corso di pubblicazione.
284 LA PRBPABAZIONE perturbato delle Comete (III, 1883); e quella del Volterra, 8opra alcuni problemi della teoria del potenziale (ivi); e molte altre: Bigiavi, Sopra una elasèe di equazioni differenziali lineari a coef- ficienti doppiamente periodici (VI, 1880); Bonaventura, Bulle for- mule generali di moltiplicazione complessa delle funzioni ellittiche (VII, 1895); Tedone, Il moto di un ellissoide fluido secondo Vi- potesi di Dirichlet (ivi); Piccoletti, Sopra un caso speciale del problema di Plateau (ivi) e Sulla trasformazione delle equazioni lineari di secondo ordine con due variabili indipendenti (Vili, 1899): Fubini, Il parallelismo di Clifford negli spazii ellittici, e I principii fondamentali della teoria delle funzioni armoniche ne- gli spazi a curvatura costante (IX, 1904). Non tutte queste tesi sono state preparate per il diploma d'abilit;izione; poiché negli ultimi anni gli Annali han pubblicato anche tesi di laurea; ma tutte sono state preparate nella Scuola Normale, e tutte atte- stano magnifica mente qaali frutti essa sia atta a produrre.
E più ne produrrà se sarà meno ignorata in Italia e piò favorita dallo Stato, siccome merita; e se riuscirà a causare il contraccolpo della riforma toccata negli ultimi anni q>\V École Normale di Parigi. Poiché anche da noi si bisbiglia che una riforma sarebbe opportuna secondo i criteri i di moda che si vo- glion far prevalere nella preparazione degl'insegnanti. E forse c'è da aspettarsi contro la nostra Normale critiche analoghe a quelle che i)resero a manifestarsi apertamente contro la fran- cese nel 1899, in occasione dell'inchiesta i)arlamentare sull'in- segnamento secondario. Ohe si disse allora in Francia?
Il Lavisse (oggi direttore della École Normale) notava che gli aggregati difettavano di educazione pedagogica, a dif- ferenza dei maestri primari, i quali, secondo il Lavisse, se ne avvantaggiano molto; e dichiarava che àìVÉcole Normale spet- tava di preoccui)arsene: « Oggi essa fa un doublé empiei con le facoltà di lettere. Bisognerà bene che trovi il modo di differen- ziarsi, in una maniera o in un'altra...Io son obbligato a con- fessiare che l'educazione pedagogica non é in grande stima nel- l'insegnamento secondario. I termini stessi pedagogia, pedagogo sembrano ridicoli. Ebbene! al posto di pedagogia, mettiamo scienza dell'educazione, e insegniamo questa scienza » (1).
Ma il Perrot, l'eminente direttore d'allora della stessa École, DKGl/ INSEGNANTI MEDI 285 protestava poco dopo che questo entusiasmo per la ]K.»(lagofi;ia teorica è uno degli eagouementH nati per leggerezza in Fran- cia dopo il 1870, quando si credeva clie tutto si dovesse ]»rendere dalla Germania; e die iva ai pmlamentari della Commissione: — « Io non s:) se fra voi ci sia nessuno che abbia avuto l'occa- sione d'insegnare; ma io domando a lui se crede che con teo- rie insegnate alla École si possa preparare ad assumere quell'au- torità, per cui è dato d'imporsi a un uditorio qualunque, a giovani o ad uomini* fatti. O non piuttosto con la nettezza del pensiero, e soprattutto con la fermezza del carattere, mediante certa ener- gia intima, la cui impressione si nota nel linguaggio e nel ge- sto e comanda 1' obbedienza ». E riconiava che \x\V École e' era stato una volta, per due anni, un corso di pedagogia. « Questo corso era fatto da un uomo distintissimo, che né vide egli stesso 1' inutilità, il Thurot; egli stesso chiese d'essere incari- cato, invece del corso di pedagogia, delle conferenze di gramma- tica, che ha fatte benissimo» (1), E non il solo Perrot si dichiarò contrario alla pedagogia. Il Poincaré disse: « Vi si è parlato di corsi di pedagogia: io non credo affatto alla loro efficacia pei professori dell' insegna- mento secondario; questi corsi hanno sempre un carattere piut- tosto teorico che pratico; io crederei invece all'utilità d'un certo tirocinio, d'un certo periodo di prova» (2). Ma, quanto al tirocinio, « il vero tirocinio, aveva detto il Pierrot, è quello d' insegnare: v' eat en forgeant qu'on devient forgeron. Se si dà loro una classe, essi forse non la fanno subito così bene come la faranno in capo ad uno o due anni; ve n' ha che non arri- vano mai a farla, in modo soddisfacente, e io non parlo soltanto degli alunni deìVÉcole. Altri, al contrario, a capo di qualche mese han preso il loro equilibrio. Ce n'ò che riescono benissimo a primo tratto ». E in questa opinione — si badi — conveniva il Fernet « inspecteur general de l'Instruction publique pour les « Sciences »: che, a proposito di stage préliminaire, disse chiaro e tondo: « Ma, anche una volta, io non ne vedo gran fatto l'u- tilità. Io mi ricordo delle mie prime prove. Quando si giunge in una classe come professore, si ha il ricordo dei buoni pro- fessori, che si ebbe da scolari; di essi s'è conservato il ricordo; si rammentano le qualità che si son notate nelle lezioni che (2) Op, Gii., li, 679.
286 LA PREPARAZIONE Tina volta si capi: queste lezioni si prendono a modello. In- fine, si perfeziona il proprio insegnamento soprattutto con l'in- terrogazione degli alunni. Io, quanto a me, fo ogni momento questa raccomandazione ai giovani professori: interrogate, in- terrogate molto, soprattutto a principio; vi accorgerete che <5erti punti che credevate di aver bene dilucidati, non sono stati penetrati; che su altri punti non era necessario insister tanto. Farete da voi stessi V esperienza dell' efficacia del vo- stro insegnamento; e il vostro secondo anno non somiglierà in tutto al primo, sarà probabilmente migliore, e così di sè- guito » (1).
Il Fouillée, che fu anche lui una volta maitre de conférenctis a VÉoole dormale alla domanda del questionario, che era stato distribuito dalla Commissione d' inchiesta, « quali misure po- trebbero esser i)rese per meglio assicurare la preparazione dei professori dal punto di vista professionale », lasciando ili i)ace la Scuola normale rispose brevemente, e bene: « Esigere che tutti i professori, compresi quelli di grammatica, di storia e di scienze, abbiano fatto buoni studi filosofici. Ciò è necessario e sufficiente » (2).
E contro quelli che chiedevano la pedagogia aWÉcole Xor- male, Gaston Boissier: « ma non tutti — osservava— sono con- vinti che i corsi di questo genere sieno gran che efficaci. Per- mettetemi su questo punto un ricordo personale. Negli ultimi tempi del mio soggiorno all' Éoole Xormale^ venimmo a sapere con sorpresa che ci si dava un professore di pedagogia; ma fummo assai piti meravigliati quando ci si disse il nome. — Era un giovane aggregato di grandissimo merito, che è poi di- venuto uno scienziato egregio, ma che era molto timido e che, nel collegio dove era stato inviato, non aveva potuto tenere i suoi scolari. Non sapendo dove metterlo, gli si diede l'incarico d'insegnare agli altri quello che non aveva saputo fare lui stesso (Sorrisi della commissione). I consigli certo non sono mai inu- tili, ma l'esi)erienza vai meglio, e credo che un maestro intel- ligente imparerà prestissimo a fare la sua scuola facendola » (3).
Intanto la pedagogia batteva insistente alla porta della Normale. 11 ministro della istruzione, in una pubblica lettera ili liibofc, presidente della Commissione parlanientaiv, disse «-he la scuola doveva diventare un haut ìnsfìtut pédapnrfique. Que- sto ccmcetto fa pure consacrato in un ordine del g'iorno della Oamera dei deputati. Allora, odorando il vento intido, la Scuola Normale si risolse infine « à cntrer spontanonKMit dans le voies « nouvelles au licii d'attendre que l'on la y cJitrainat d'office ». E il Lyon ci fa sapere che egli (allora i)rofessore di filosofia al- VÉoole) e i suoi colleglli, ad invito del direttore Perrot, presero al principio del 1901 « l'iniziativa d' organizzare tutto un com- plesso di lavori teorici e pratici che rendessero familiari ai loro alunni le difficoltà dell'arte d'istruire ». Si costituirono in Commissione organizzatrice, allo scopo di elaborare un pro- gramma completo di lezioni dommatiche e di esercizi d'applica- zione relativi alla pedagogia, che il niinistro doveva approvare o rigettare. Il Perrot nel 1902 espose questa riforma, che la scuola già aveva iniziata spontaneamente, in un Bajiport adressé à M. le ministre de V In strìiction pulii qne^ the pubblicò in un opuscolo. Troppo tardi. « J'ai la conviction — dice il Lyon — que si cet apprentissage pédagogique uìené en conimun, simplement, sans apparat, se fùt produit quatre ou cinq années plus tòt; si nous ne nous étions pas laissé gagner de vitesse par la réglementa- tion, le rajeunissement de l'École normale eùt pu s'opérer sans crisej des modifications moins graves à sa structure entière eus- sent été réclamées » (1).
Venne la riforma per decreto, il lo novembre 1903: la scuola fu annessa all'Università, e tutti i suoi insegnamenti ridotti a conférences pratiques: tutti pedagogia! Immaginarsi! Vi sono 10 insegnamenti per la sola sezione letteraria, alcuni dei quali divisi tra due e anche tre insegnanti: 1. Lingua e letteratura francese; 2. lingua e letteratura la- tina; 3. lingua e letteratura greca; 4. grammatica; 5. grammatica storica del francese; G. storia antica; 7. storia medievale; 8. sto- ria moderna; 9. filosofia; 10. geografia. E di ognuna di queste discipline non s'insegna lì se non il modo d' insegnarla! E la Eepubblica ci spende più di 250 mila lire.
Se non che, a dispetto della riforma, la Normale rimane e ri- marrà per i vantaggi offerti ai giovani che vi sono raccolti tutt'al- tra cosa da quello che la riforma stessa vorrebbe. Un suo alunno (1) G. Lyon, Ensdgnement et réligion, études phlosophiquea, Paris, Al- cali, 1907, pp. 5-6 288 LA PUEPAU AZIONE ne ha rivendicato assai bene, l'anno scorso, V indole propria e le vere benemerenze. « UÉcole Normale^ — egli ha potuto dire pur dopo la deplorata riforma — è ben altro che un istituto di pedagogia. U Éiole Normale è \\n foyer ^ è nna biblioteca, è un laboratorio. Es^a può, e dev'essere, l'organo essenziale della preparazione tecnica^ e non soltanto pedagogica, all' insegna- mento secondario e superiore. È un foyer: ossia procura a quelli dei suoi scolari che vengono di provincia, e che non po- trebbero vivere da se a Parigi, dove hi vita è molto cara, «•olla- magra borsa che è loro concessa dallo Stato, non solamente il vitto e 1' alloggio, che è già molto, ma anche tutti i van- taggi d'una società intellettuale di giovani. Non solo essa li libera, senza aumento sensìbile di spese per il bilancio, «fa cure materiali intollerabili ai lavoratori intellettuali, ma anche li fa vivere d'una vita comune, concentra i loro sforzi, crea tra essi vincoli durevoli di collaborazione e cawcruderie. Gli stessi esterni amano venirvi, a prendervi i loro i)asti, lavorare nelle sue sale di studio, conversare, discuter di letteratura, filosofìa o politi- ca, in una parola mettere le loro idee e il loro temperamento a contatto di quelli de' loro compagni di studi. Essa è la « (3asa degli studenti », destinati all'iiusegnamento. In questa società intellettuale di giovani, la vita in comune rimedia feli- cemente ai vizi inerenti alla specializzazione. Nulla di simigliante fuori deWÉcole Normale, Gli studenti delle facoltà vi- vono isolati, o non si ritrovano che al caft'è.
« IPÉcole Normale^ d'altro lato, è una biblioteca (1). Essa è la sola biblioteca di Parigi che contenga un numero sufficiente di esemplari delle ojjere indispensabili ai nostri studi. Soprattutto è la sola che permetta allo studente, abiti o no alla École^ por- tarsi i libri con sé, e sfogliarseli sul suo tavolino...Infine, VÉcole Normale è un laboratorio scientifico, e uno de' meglio forniti di tutta la Francia (2) ».
Tutto questo 1' Éoole Normale era prima ed è dopo la ri- forma. Ma il laboratorio scientifico non può che perderci nel rajeunissevient di cui parla il Lyon: ed esso è pure l' interesse maggiore dell'istituto e il focolare vero della preparazione mo- rale dell'insegnante. VÉcole di Parigi aveva bensì bisogno di (1) Nel 1906 la Biblioteca della École Xormale contava 200,000 volumi.
(2) Vedi V art. cit. A propos de VÉcole Xormale nella Rtvue intern, de Venaeigntment del 15 mars 1907, pp. 231-2.
essere più strettamente legata all'università; e per questa parte la riforma è stata opportuna. Ma da questo lato la scuola di Pisa non ba niente che fare colPordinamento di quella di Pa- rigi prima del 1903.
Onde la Scuola Normale nostra Hon ha bisogno di rifor- ma; e se un desiderio ci fa nascere lo studio che abbiamo fatto del modo in cui vi si provvede alla preparazione degP inse- gnanti, esso è questo: oggi che in Italia cominciamo, a quel che pare, a preoccuparci seriamente di questa preparazione, cui di certo sono legate le sorti della nostra scuola media e però di' tutta la nostra cultura, anzi della nostra vita nazionale, altre scuole sul tipo di quella di Pisa dovrebbero sorgere nelle altre regioni d'Italia; poiché realmente quella sola è affatto spro- porzionata ai bisogni di tutte gì' istituti secondari italiani*. E certamente, se vogliamo schiarirci bene le idee su questa que- stione, e far qualche cosa con un po' di buon senso per que- sta desiderata preparazione de' nostri insegnanti, non ci sono aperte se non due vie: o ci persuadiamo che la scuola di Pisa non giova al suo fine, e bisogna riformarla e trasformarla; o ci persuadiamo che essa prepara davvero alla x^rofessione màgi- strale; e allora, poiché essa è tutt' altra cosa dalle scuole di ma- gistero, dobbiamo sentire l'obbligo di moltiplicarne i benefìcii col far sorgere in altre città d'Italia scuole simili, con internati, da bastare al bisogno effettivo della scuola media.
'NelVUpistolario del Settembrini c'è una lettera dell' aprile 1864 al Villari (allora direttore della Scuola di Pisa), dove è detto: « La provincia di Terra di Lavoro ha determinato di fondare una scuola normale, assegnato fondi, luogo, ogni cosar ha nominata una commissione universitaria che sceglierà i pro- fessori dopo un concorso. In questa Commissione ha nominato me. Vuole che il concorso si faccia secondo il programma e le norme della Scuola Normale di Pisa. Io dunque mi rivolgo a voi, e vi prego di mandarmi cotesto programma e le noi*me, se ne avete; e vi prego di mandarmeli subito. Aiutate anche voi una buona opera provinciale » (1). Ma credo che "per allora i buoni propositi non dovettero giungere in porto. Il Settembrini tuttavia non abbandonò l'idea, e qualche cosa riuscì a fare sol- (1) L. Settembrini, Epistolario, a cura di F. Fiorentino e F. Torra- ca, Napoli, Morano, 1898, pp. 198-9.
fr. Gentilb. — Scuola « filotoJLa. Id 290 LA PBKPABAZIONE tanto nel 1870. In una lettera del 12 febbraio di quell'anno scri- veva allo stesso Y illari: « La Scuola Normale è aperta^ cioè è aperto il termine all' iscrizione sino al 3 marzo. L'ordinamento intemo fu approvato, è stampato, e ho detto di mandarvi tutte le cose stampate. Voglio farlo di ufficio, acciocché tutto rimanga. Kon si voleva ai>rire la scuola in questo anno; ma io, seguendo le prescrizioni della benedetta nota ministeriale che mi cavò d'im- piiccio, ho aperto le iscrizioni. Spero che Provincie e munieipii l^ogliano stabilire borse » (I). Il consiglio di questa scuola deli- berò poi di iniziare i corsi a novembre (1870) (2).
E quattr'anni dopo un regio decreto, ministro lo Scialoja, or- dinava che non solo a Napoli, ma anche a Padova, a Torino, a Roma sorgesse, presso la rispettiva università, una « Scuola Normale Superiore » dove fosse dato « uno speciale ammaestra- mento per abilitare gli alunni all'ufficio di professore nelle let- tere, nella filosofia, nella storia e nelle scienze i>. Queste scoo- le furono tutte istituite sullo stesso modello di quella che c^eia già a Napoli: senza internato. Divisa ciascuna in tre ae- iioni: A) Sezione di lettere e grammatica comparata; ^) » )> filosofia, storia e geografia, Alla sezione A erano aggiunti due corsi di lingue straniere viventi, da servire, del resto, per gli alunni di tutte le sezioni. Jia scuola doveva avere un direttore, nominato dal Ministro; de- gli insegnamenti di ciascuna sezione erano incaricati i i»x>fes- fiiori delle stesse materie nell'università, e solo in difetto, per- (|one estranee alla facoltà. Ciascuna sezione eleggeva un preside; 6» i presidi col direttore tòrmavano il consiglio direttivo della •Quola. L'organico della prima sezione comprendeva un incari- cato del corso speciale di lettere italiane; un altro per le lettere latine, un terzo per le lettere greche e un quarto per la gram- matica comparata. Quello della seconda sezione: un incaricato del corso speciale normale- di filosofia « nella misura dell' inse- gnamento secondario »: e uno di storia e uno di geografia. Quello, infine, della terza: altri 4 incaricati, per « corsi normali nella mi- sura dell'istruzione secondaria per le matematiche, la fisica e chimica e storia naturale ». Aggiungi i due incaricati di lingue straniere; e ciascuno incaricato con lÒOO di retribuzione. Ag. giungi ancora il direttore con 500 o 1000 lire secondo che fos90 o no insegnante della stessa scuola. In tutto, ciascuna scuola importava da 13,500 a 14,000 lire, per solo personale: poiché tutti questi insegnamenti erano annessi all'Università.
Dal regolamento della scuola di Fisa era presa la dispo^i- zìone (art. 4) ehe « ninno potesse frequentare la Scuola KormaI§ ^e uon avesse sostenuto un esame di ammissione », oltre ad es- sere inscritto ai corsi delle rispettive facoltà. Si lasciava poi al regolamento di ciascuna scuola il determinare le materie e I9 jU)rme speciali di questo esame di ammissione.
Il concetto dei corsi speciali normali era così espresso (ar- ticolo 5): « Gl'insegnamenti delle scuole si daranno con confe- renze, nelle quali i professori indicheranno le fonti delle materia trattate, e degli speciali argomenti da loro proposti, o scelti dagli alunni; eserciteranno i medesimi nella disputa e nell'artil^ cntica, chiamandoli vicendevolmente ad esaminare i loro lavorij e cureranno che l'esposizione delle loro idee, così a voce, coqi§ per iscritto, sia fatta con metodo, con chiarezza e con corre- zione di lingua. — I professori di lettere faranno anche rispettiva- mente esercitare gli alunni nel comporre in ciascuna delle lin- gue antiche o moderne da loro insegnate. Questi componimenti saranno esaminati, criticati e giudicati nel modo che sopra è detto degli altri lavori ».
Kiente metodologia, come si vede, e niente pedagogia, né anche qui: ma raffinamento di cultura ed esercizio di critica. Secondo il concetto del Matteucci, in queste scuole normali si voleva che si badasse anche al lato letterario della tratta- zione che gli alunni avrebbero fatto dei loro temi nella se- zione filosofica e nella sezione scientifica; e si stabiliva per- ciò che alla lettura e all'esame dei lavori di queste sezioni, as- sistesse, oltre il professore della materia, un professore tra quelli che il Consiglio della scuola doveva annualmente designare « piti specialmente alla critica dei lavori, sotto il rispetto letterario ».
Molto importante era l'art. 7 di quel Decreto, rispetto al reclutamento degl'insegnanti, al quale le Scuole Normali do- vrebbero naturalmente servire: e l'art. 8 per il sano interesse pedagogico, che la relazione annuale da esso prescritta avrebbe 292 LA PREPARAZIONE DEGL'INSEGNANTI MEDI potuto suscitare, e il controllo vigile della pubblica opinione che avrebbe reso possibile intorno a questi istituti (1).
Ma due anni appresso tutte queste normali cedettero il luogo alle scuole di magistero. E delle normali si perdette pre- sto anche la memoria. Oggi si dovrebbe, per cominciare, richia- marle in vita, ma ordinandole rigorosamente come veri semi- narli scientifici; com'è per l'appunto la scuola di Pisa; e mi- rando poscia con energia a compierle con l'internato. Ai tanti alunni valorosi della Scuola IN'ormale Superiore, che occupano posti cospicui nell'insegnamento miedio e alto, e nell' ammini- strazione della P. Istruzione, e nel Parlamento, e han voce che è ascoltata; ad essi che possono alla scuola benemerita render sicura testimonianza dell'efficacia del suo ordinamento, venu- tosi costituendo quasi spontaneamente per naturale sviluppo del germe che conteneva, ad essi spetta di difendere contro il gonfio e vano pedagogismo, che minaccia la cultura scien- tifica e la scuola italiana, la vecchia e onorata bandiera della Scuola ^N'ormale: e difenderla promovendone con vigore la tra- dizione di studi che essa rappresenta, e adoperandosi perchè Pe- sperienza fruttifichi in altre scuole, che trapiantino nelle prin- cipali regioni del nostro paese la!N^ormale di Pisa.
(1) «Art. 7. — Ciascun i)rofcssore farà anniml mente una rei azìoue, nella quale darà giudizio: