SigPhi · Benedetto Croce

Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale

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La teoria estetica del Bello di natura — La teoria dei Sensi este- tici — La teoria dei generi dello stile — La teoria delle forme gram- maticali, o parti del discorso — La teoria della Critica estetica — La distinzione di gusto e di genio — Il concetto della Storia artistica e letteraria — Conclusione.

PARTE PRIMA TEORIA JJa conoscenza umana ha due forme: è o conoscenza Laoonoscen- intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fan- tasia o conoscenza per Tintelletto; conoscenza dell'in-, \ dividuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni: è, insomma, o pro- duttrice d'immagini o produttrice di concetti.

Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillo- gismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere anzi tutto nell'educando la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teoriche e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragiona- menti.

Ma a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teorìa e TEORIA della filosofia. Della conoscenza intellettiva e' è una scien- za antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la Logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è ap- pena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non ammazza e divora la sua compagna, le concede ap- pena un umile posticino di ancella o di portinaia. — Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della in- tellettiva? È un servitore senza padrone; e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al se- condo, per campare la vita. L'intuizione è cieca; l'intel- letto le presta gli occhi.

Ora, il primo punto che bisogna fissar bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chie- dere in prestito gli occhi altrui, perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. Senza dubbio, in molle intuizioni si possono trovar mescolati concetti. Ma, in molte altre, non è traccia di simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario. L'impressione di un chiaro di luna, ri- tratta da un pittore; il contorno di un paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chie- diamo, comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben esser tutti fatti intuitivi senza ombra di rife- rimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempì, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile sieno impregnate di concetti, v'è ben altro, e più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intui- zioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici ele- menti d' intuizione. Le massime filosofiche, messe in bocca a un personaggio di tragedia o di commedia, hanno colà fan- zione, non già di concetti, ma di caratteristiche di quei per- sonaggi; allo stesso modo che il rosso in una figara dipinta non sta come il concetto del color rosso dei fisici, ma come elemento caratterizzante di quella data figura. 11 tutto è quel che determina la qualità delle parti. Un'opera d'arte può esser piena di concetti filosofici; può averne, anzi, in maggior copia, e anche più profondi, di una dissertazione filosofica; la quale potrà essere, a sua volta, ricca e riboc- eante di descrizipni e intuizioni. Ma, nonostante tutti quei concetti, il risultato dell'opera d'arte è un'intuizione; e, nonostante tutte quelle intuizioni, il risultato della disser- tazione filosofica è un concetto. I Promessi sposi conten- gono copiose osservazioni e distinzioni di Etica; ma non per questo vengono a perdere, nel loro insieme, il ca- rattere di semplice racconto, d'intuizione. Parimenti, gli aneddoti e le efiusioni satiriche, che possono trovarsi nei libri di un filosofo come lo Schopenhauer, non tolgono a quei libri il carattere di trattazioni intellettive. Nel ri- sultato, nell'eflfetto diverso a cui ciascuna mira, e che de- termina e asservisce tutte le singole parti, non già in queste singole parti staccate e considerate astrattamente per sé, sta la differenza tra un'opera di scienza e un'opera d'arte, cioè tra un fatto intellettivo e un fatto intuitivo.

Se non che, per avere un' idea vera e precisa dell' intui- intai«ione o zione, non basta riconoscerla come indipendente dal con- cetto. Tra coloro che cosi la riconoscono, o che almeno non la fanno esplicitamente dipendente dall'intellezione, appare un altro errore, il quale offusca e confonde l'indole propria di essa. Per intuizione s'intende frequentemente la percezione, ossia la conoscenza della realtà accaduta, l'apprensione di qualcosa come reale.

Di certo, la percezione è intuizione: le percezioni della stanza nella quale scrivo, del calamaio e della carta che peroeaione.

TEORIA L* intalslone e i oonoettl di epftsio e di tempo.

ho innanzi, della penna di cui mi servo, degli oggetti che tocco e adopero come istromenti della mia persona, la qnale, se scrive, dunque esiste; — sono tutte intuizioni. Ma è ugualmente intuizione T immagine, che ora mi passa pel capo, di un me che scrive in un'altra stanza/in un'al- tra città, con carta, penna e calamaio diversi. Il che vuol dire che la distinzione tra realtà e non realtà è estra- nea all'indole propria dell' intuizione, e secondaria. Suppo- nendo uno spirito umano che intuisca per la prima volta, sembra ch'egli non possa intuire se non realtà effettiva, ossia abbia soltanto intuizioni del reale. Ma, poiché la co- scienza della realtà si basa sulla distinzione tra immagini reali e immagini irreali, e questa distinzione nel primo momento non esiste, quelle, in verità, non saranno intui- zioni né del reale né dell'irreale, non percezioni, ma pure intuizioni. Dove tutto è reale, niente è reale. Una certa idea, assai vaga e ben da lontano approssimativa, di que- sto stato ingenuo può darci il fanciullo, con la sua difficoltà a discernere il reale dal finto, la storia dalla favola, che per lui fan tutt'uno. L'intuizione è l'unità indifferenziata della percezione del reale e della semplice immagine del possibile. Nell'intuizione noi non ci contrapponiamo come esseri empirici alla realtà esterna, ma oggettiviamo, sem- plicemente, le nostre impressioni, quali che sieno.

Sembrerebbe perciò che si appressino di più al vero co- loro i quali considerano l'intuizione come la sensazione formata e ordinata semplicemente secondo le categorie dello spazio e del tempo. Spazio e tempo (essi dicono) sono le forme dell'intuizione; intuire è porre nello spazio e nella serie temporale. L'attività intuitiva consisterebbe quindi in questa doppia e concoAente funzione della spazialità e della temporalità. Se non che, è da ripetere per queste due categorie ciò che si è detto per le distinzioni intellet- tuali, che pur si trovano fuse nell' intuizione. Noi abbiamo intuizioni senza spazio e senza tempo: una tinta di cielo e una tinta di sentimento, an « ahi! > di dolore e uno slancio di volontà oggettivati nella coscienza, sono intui- zioni che possediamo, e dove nulla è formato nello spazio e nel tempo. £ in alcune intuizioni si può ritrovare la spazialità e non la temporalità, in altre, questa e non quella; ma anche dove si ritrovano tutte due, Tapperce- pirle è una riflessione posteriore: esse possono fondersi nel- r intuizione allo stesso modo che tutti gli altri elementi di questa: vi staranno cioè mcUerialiter e non formaliter^ come ingredienti e non come ordinamento. Chi, senza un atto di riflessione che interrompa per un momento la contem- plazione, s'accorge dello spazio innanzi a un ritratto o ma- gari a un paesaggio? Chi, senza un simile atto riflessivo e interruttivo, s'accorge della serie temporale innanzi a un racconto o a un pezzo musicale? Ciò che s'intuisce, in un'opera d'arte, non è spazio o tempo, ma carattere, flsonomia individuale. Del resto, parecchi tentativi che si notano nella fllosofla moderna, accennano a conformarsi aUa veduta qui esposta. Spazio e tempo, anziché funzioni semplicissime e primitive, si vanno rivelando come costru- zioni intellettuali molto complicate. E, d'altro canto, anche in alcuni di coloro che non rifiutano del tutto allo spazio e al tempo la qualità di formanti o di categorie e funzioni, si nota lo sforzo di unificarli e intenderli in modo diverso dal concetto che si ha ordinariamente di esse categorie. Vi è ehi riduce l'intuizione all'unica categoria della spa- zialità, sostenendo che anche il tempo non s'intuisca se non spazialmente. Altri abbandonano, come filosoficamente non necessarie, le tre dimensioni dello spazio, e concepi- scono la funzione della spazialità come vuota di ogni par- ticolare determinazione spaziale. £ che cosa sarebbe mai siffatta ftinzione spaziale, semplice ordinamento, che ordi- nerebbe perfino il tempo? Non è essa forse un residuo di 8 TEORIA critiche e di negazioni, dal quale si ricava soltanto l'esi- genza di porre un'attività genericamente intuitiva? E non* è, quest'ultima, veramente determinata, allorché le si attri- buisce un'unica categoria o funzione, non spazialeggiante né temporalizzante, ma caratterizzante? o, meglio, allor- ché vien concepita essa stessa come categoria o ftinzione, che ci dà la conoscenza delle cose nella loro concretezza e individualità? • Intuizione e Liberata, in tal modo, la conoscenza intuitiva da qualsensasone. ^j^^. gQggg^ione intellettualistica e da ogni aggiunta po- steriore ed estranea, noi dobbiamo chiarirla e determinarne i confini da un altro lato e contro una diversa invasione e confusione. Dall'altro lato, di qua dal limite inferiore, è la sensazione, è la materia informe, che lo spirito non può mai afferrare in sé stessa, in quanto mera materia, e che possiede soltanto con la forma e nella forma, ma di cui postula il concetto come, appunto, di un limite. La mate- ria, nella sua astrazione, è meccanismo, è passività, è ciò che lo spirito umano subisce, ma non produce. Senza di essa non è possibile alcuna conoscenza e attività umana; ma la mera materia ci dà l'animalità, ciò che nell'uomo è di brutale e impulsivo, non il dominio spirituale, eh' è l'umanità. Quante volte ci travagliamo nello sforzo d'in- tuire chiaramente ciò che si agita in noi! Intravediamo qualcosa, ma non l'abbiamo innanzi allo spirito oggetti- vato e formato. Gli è in quei momenti che meglio ci ac- corgiamo della profonda differenza tra materia e forma; le quali sono non già due atti nostri, di cui l'uno stia di fìroute all'altro; ma l'uno è un di fuori che ci assalta e ci tras- porta, l'altro è un di dentro che tende ad assorbire quel di fuori e a farlo suo. La materia, investita e trionfata dalla forma, dà luogo alla forma concreta. È la materia, è il contenuto ciò che differenzia una nostra intuizione da un'altra: la forma è costante, ed è l'attività spirituale; la matepìa è mutevole, e senza di essa Tattività spirituale non uscirebbe dalla sua astrattezza per diventare attività con- creta e reale, questo o quel contenuto spirituale, questa o quella intuizione determinata.

È curioso e caratteristico della condizione dei nostri tempi che proprio questa forma, proprio l'attività dello spirito, proprio ciò eh' è noi stessi, venga facilmente igno- rato o negato. E vi ha chi confonde l'attività spirituale dell'uomo con la metaforica e mitologica attività della co- siddetta natura, eh' è meccanismo, e che non somiglia al- l'attività umana, se non quando, come nelle favole esopi- che, s'immagina che arbores loqìiantur non tantum fermi e vi ha chi asserisce di non aver mai osservato in sé tale « miracolosa > attività; quasi che tra il sudare e il pen- sare, il sentir freddo e l'energia della volontà non sia al- cun divario o si tratti soltanto di differenza quantitativa. Altri, certo meno irrazionalmente, vuole, invece, che atti- vità e meccanismo, specificamente distinti, si unifichino entrambi in un concetto più generale; ma, lasciando per ora di esaminare se tale unificazione suprema sia possibile e in qual senso, e ammettendo che la ricerca sia da ten- tare, è chiaro che unificare due concetti in un terzo signi- fica anzi tutto porre una differenza tra i due primi; e qui la differenza c'importa e ad essa diamo rilievo.

L' intuizione è stata scambiata spesso con la sensazione intaicione bruta. Ma) poiché questo scambio urta troppo perfino il co- mune buon senso, più di frequente esso è stato attenuato o larvato con una fraseologia, che pare voglia nello stesso tempo confondere e distinguere. Cosi è stato asserito cher rintuizione sia sensazione, ma non già semplice sensazione, 81 bene associazione di sensazioni. L'equivoco nasce ap- punto.dalla parola «associazione». La quale, o s'intende come memoria, associazione mnemonica, ricordo cosciente; e, in tal caso, appare evidente l'assurdità di voler congiunaasooiazlone.

10 TEORIA gere nella memoria elementi che non sono intuiti, distinti, posseduti in qualche modo dallo spirito e prodotti dalla coscienza: o s'intende come associazione di elementi inco- scienti; e, in quest'altro caso, non si esce dalla sensazione e dalla naturalità. Che se poi, come taluni associazionisti fanno, si parla di un'associazione che non è né memoria, né flusso di sensazioni, ma è associazione produttiva (formativa, costruttiva, distinguente); in questo caso, si concede la cosa e si nega solo la parola. Infatti, l'associa- zione produttiva non è più associazione nel significato dei sensualisti, ma sintesi, cioè attività spirituale. Si chiami pure associazione la sintesi; ma con quel concetto di pro- duttività si è già posta la distinzione tra passività e at- tività, tra sensazione e intuizione.

Altri psicologi sono disposti a distinguere dalla sensa- zione qualcosa che non è più tale, ma non è ancora il concetto intellettivo: la rappresentazione o immagine. Quale differenza corre tra la loro rappresentazione o im- magine, e la nostra conoscenza intuitiva? Grandissima, e nessuna. Anche « rappresentazione > è parola molto equivoca. Se s'intende come qualcosa di ritiiglìato e ri- saltante sul fondo psichico delle sensazioni, la rappresen- tazione è r intuizione. Se, invece, vien concepita come sen- sazione complessa, si ritorna alla sensazione bruta, che non muta qualità perché ricca o povera, eflFettuantesi in un organismo rudimentale o in un organismo sviluppato e pieno di tracce di sensazioni passate. Né all'equivoco si rimedia col definire la rappresentazione un prodotto psi- *chico di secondo grado, rispetto alla sensazione, che sarebbe di primo. Che cosa significa qui secondo grado? Differenza qualitativa, formale? E, in questo caso, siamo d'accordo: rappresentazione è elaborazione della sensazione, è intui- zione. Ovvero maggior complessità e complicazione, diffe- renza quantitativa, materiale? In quest'altro caso, invece, r intuizione sarebbe di nuovo confusa con la sensazione bruta.

Eppure vi è un modo sicuro di distinguere l'intui- intaiiione ed zione vera, la vera rappresentazione, da ciò che le è in- «P"^one. feriore: quel fatto spirituale dal fatto meccanico, passivo, naturale. Ogni vera intuizione o rappresentazione è, insie-. me, espressione. Ciò che non si oggettiva in un'espres- '\ sione non è intuizione o rappresentazione, ma sensazione e naturalità. Lo spirito non intuisce se non facendo, for- mando, esprimendo. Chi separa intuizione da espressione, non riesce mai più a ricongiungerle.

L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. \ Se questa proposizione sembra alla prima paradossale, gli è anzi tutto perché si dà di solito alla parola « espressione > un significato troppo ristretto, pensandosi con essa alle sole espressioni che si dicono verbali. Ma vi sono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni; e a queste tutte si estende la nostra affermazione. L'in- v tuizione, ed espressione insieme, di un pittore, è pittorica; quella di un poeta è verbale. Ma, pittorica o verbale o musicale o come altro si chiami, l'espressione non può mancare in nessuna intuizione, giacché è parte inscindi- > bile della natura di questa. Come possiamo intuir davvero una figura geometrica, se non ne abbiamo cosi netta l' im- magine da essere in grado di tracciarla immediatamente sulla carta o sulla lavagna? Come possiamo intuir davvero il contorno d'una regione, per esempio dell'isola di Sici- lia, se non siamo in grado di disegnarlo cosi come esso è in tutti i suoi meandri? A ognuno è dato di sperimentare la luce che gli si fa internamente, quando riesce, e solo in quel punto che riesce, a formolare a sé stesso le sue im- pressioni e i suoi sentimenti. Sentimenti o impressioni pas- sano allora, mediante la parola, dall'oscura regione della psiche alla chiarezza dello spirito contemplatore. È impos- 12 TEORIA lUnsioni snl- la loro dlffe- renu.

sibile, in questo processo conoscitivo, distinguere l'intui- zione dall'espressione. L'una viene ftiori con l'altra, nel- l'attimo stesso dell'altra, perché non son due ma uno.

La cagione principale che fa sembrare paradossale la tesi da noi propugnata, è l'illusione o pregiudizio che noi intuiamo della realtà più di quanto effettivamente ne in- tuiamo. Si ode spesso taluni affermare: di avere in mente molti e importanti pensieri, ma di non riuscire a espri- merli. In verità, se li avessero davvero, li avrebbero co- niati in tante belle parole sonanti, e perciò espressi. Se, nell'atto di esprimerli, quei pensieri sembrano dileguarsi, o si riducono scarsi e poveri, gli è che o non esistevano o erano appunto scarsi e poveri. Egualmente si crede che noi tutti, uomini ordinari, intuiamo e immaginiamo paesi, figure, scene, come i pittori, e corpi, come gli scultori; salvo che pittori e scultori sanno dipingere e scolpire quelle immagini, e noi le abbiamo soltanto dentro al nostro animo. Una Madonna di Raffaello, si crede, avrebbe po- tuta immaginarla chiunque; ma Raffaello è stato Raffaello per l'abilità meccanica di averla portata sulla tela. Niente è più falso. Il mondo che intuiamo ordinariamente è poca cosa, e consiste in piccole espressioni, le quali si fanno via via maggiori e più ampie solo con la crescente con- centrazione spirituale in dati momenti. Sono le parole interne che diciamo a noi stessi, i giudizi che esprimiamo tacitamente: « ecco un uomo, ecco un cavallo, questo pesa, questo è aspro, questo mi piace, ecc. ecc. >; ed è un bar- baglio di luce e di colori, che pittoricamente non potrebbe avere altra sincera ed esatta espressione se non in un guaz- zabuglio di colori, e dal quale appena si sollevano pochi tratti distintivi particolari. Ciò, e non altro, possediamo nella nostra vita ordinaria, ed è base della nostra azione ordinaria. È l'indice di un libro; sono, come è stato detto, le etichette che si attaccano sulle cose e ci tengon luogo di queste: indice ed etichette (espressioni anch'esse), suf- ficienti ai piccoli bisogni e alle piccole azioni. Dì tanto in tanto, dall'indice passiamo al libro, dall'etichetta alla cosa, 0 dalle piccole intuizioni alle più grandi e alle gran- dissime ed eccelse. E il passaggio è talvolta tntt'altro che agevole. È stato osservato da coloro che hanno meglio in- dagato la psicologia degli artisti che, quando dal vedere con sguardo rapido una persona ci si dispone a intuirla davvero, per farle, per esempio, il ritratto, quella visione ordinaria, che sembrava cosi vivace e precisa, si rivela per poco men che nulla; ci si accorge di possedere, tutt'al più, qualche tratto superficiale, non bastevole neppure per un pupazzetto; la persona da ritrarre si pone innanzi all'ar- tista come un mondo da scoprire. E Michelangelo diceva che e si dipinge col cervello, non con le mani >; e Leo- nardo scandalizzava il priore del convento delle Orazio con lo star giorni interi avanti al Cenacolo senza mettervi pen- nello, e diceva che e gl'ingegni elevati talor che manco lavorano più adoprano, cercando con la mente l'inven- zione >. Il pittore è pittore perché vede ciò che altri sente solo, o intravede, ma non vede. Un sorriso crediamo di vederlo, ma in realtà ne abbiamo solo qualche vago accenno, non scorgiamo tutti i tratti caratteristici da cui ri- sulta, come, dopo averci lavorato intorno, li scorge il pit- tore, che perciò può fermarlo compiutamente sulla tela. Anche del nostro più intimo amico, di colui che ci sta accanto tutti i giorni e tutte le ore, non possediamo in- tuitivamente se non qualche tratto appena della fisono- mia, che ce lo fa distinguere dagli altri. Meno facile è l'illusione per le espressioni musicali; perché a ognuno parrebbe strano il dire che a un motivo, il quale è già nell'animo di chi non è compositore, il compositore ag- giunga o appiccichi le note; quasi che V intuizione del Bee- thoven non fosse, per esempio, la sua Nona sinfonia, e la sua