SigPhi · Benedetto Croce

Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale

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STORIA cipio estetico consista nella < maggior possibile bellezza della conoscenza sensibile > '. E la sosteneva, dichiarando erronea la credenza che questa conoscenza sensibile sia del tutto sensibile e conftisa, senza lume alcuno di distinzione e di razionalità. Affatto sensibile è la conoscenza, p. e., del dolce, dell'amaro, del rosso, e cosi via. Ma esiste un'altra conoscenza, eh' è, al tempo stesso, sensibile e intellettuale, confusa e distinta, e nella quale collaborano entrambe le facoltà, r inferiore e la superiore. Quando in siffatta cono- scenza prevale l' intellettività, si ha scienza; quando la sensitività, poesia. < Secondo la nostra spiegazione, le forze conoscitive inferiori debbono raccogliere tutto il materiale di una poesia, tutte le sue parti. L' intelletto, per altro, e la ragione esercitano una vigilanza, perché questi materiali sieno posti in tal modo l'uno accanto all'altro, che nella loro connessione si riscontri distinzione e ordine »^. Qua un tuffo nel sensualismo, là un fuggevole incontro col vero; ma, più spesso, e in conclusione, un aderire all'antica teoria meccanica, esornativa, pedagogica, della poesia: questo lo spettacolo che offrono gli scritti estetici del Meier.

Il Mendelssohn, altro seguace del Baumgarten, consi- derando la bellezza come < immagine indistinta di una perfezione », ne deduceva, giustamente, che Dio non può avere sentimento di bellezza, essendo questa fenomeno dell'imperfezione umana. Una prima fonte del piacere è, secondo lui, il piacevole dei sensi, consistente nello < stato migliorato della costituzione del nostro corpo »; una se- conda, il fatto estetico della bellezza sensibile, cioè del- l'unità nella varietà; una terza, la perfezione, o l'ae-* cordo nella varietà^. Rifiutava anch'egli il Devs ex ma- 3 Briefe uber die Empfindungen, 1755 (in Opere filotoficke^ trad. ital., Parma, 1800, voi. II), lett. 2, 5, 11.

VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEI. SECOLO XVIII 281 china deirHutcheson. La bellezza sensibile, perfezione quale può essere percepita dai sensi, è indipencj^nte dal fatto che l'oggetto rappresentato sia bello o brutto, buono 0 cattivo in natura: basta che esso non ci riesca indiffe- rente; onde il Mendelssohn aderiva alla definizione del Baumgarten, che e il poema è un discorso sensibilmente perfetto » ^ Elia Schlegel (1742) ripigliava il concetto dell'arte come imitazione, che non sia servile al punto da parer copia, e riesca simile, non identica, alla natura; e poneva come fine principale della poesia il piacere, e come fine accessorio, T istruzione*. Le trattazioni di Este- tica, corsi universitari o volumetti leggieri pel pubblico colto, Teorie delle belle arti e letterey Manuali, Schizzi, Te- sti, Principi, Introduzioni, Lezioni, e Saggi e Considera- zioni sul gusto, piovvero Tun sull'altro senza posa, in Ger- mania, nella seconda metà del Settecento. Sono almeno una trentina le trattazioni ampie o complete, e parecchie decine quelle minori e frammentarie. Dalle università pro- testanti, la nuova scienza si estese a quelle cattoliche, per mezzo del Riedel in Vienna, dell' Herwigh in Wtlrzburg, del Ladrone in Magonza, del Jacobi in Friburgo, di altri in. Ingolstadt, dopo la cacciata dei gesuiti ^. Per le scuole cattoliche scriveva, nel 1790, un galante volumetto di Pri- mi principi delle belle arti ^ quel famigerato frate france- scano, Eulogio Schneider; il quale, sfratato, doveva poi terrorizzare Strasburgo, al tempo della Convenzione, e fi- * BetrtKhtungen ùb, d. Quellen d, 9ch. Wisa, u, JT., 1767, poi col ti- tolo: Ueberdie HauptgrundMee, etc., 1761, in Opere, ed. cit., II, pp. 10, s J. E. Schlegel, Voti der Nachahmung, 1742: cfr. Braitmaisb, Gesch, 4 Die ersten Grundeàtee der schOnen KUnU Uberhaupl, und der schonen Schreibart inbetondere, Bonn, 1790: cfr. Sulzeb, I, p. 55 e Kolleb, pp,55-6.

282 8TORIA Dire sulla ghigliottina. Il susseguirsi incalzante di codeste Estetiche tedesche è paragonabile soltanto a quello delle Poe- tiche in Italia, nel Cinquecento, dopo il rifiorire del trattato aristotelico. Nel 1771-4, lo svizzero Sulzer pubblicava una grande enciclopedia estetica: Teoria generale delle belle arti, in ordine alfabetico, con cenni storici per ciascun articolo, diventati ricchissimi nella seconda edizione del 1792, cu- rata dal capitano prussiano in ritiro, signor di Blanken- burg ^ E nel 1799 un J. KoUer tentava un primo Schizzo di storia dell' Efttetica^f nel quale poteva già osservare con ragione: < sarà forse pei patriottici giovanetti una gradita considerazione il riconoscere, che i tedeschi hanno, in questo campo, prodotto più di ogni altra na- zione > '.

Limitandoci a menzionare le opere del Riedel (1767), del Faber (1767), dello Schtitz (1776-8), dello Schubart (1777-81), del Westenrieder (1777), dello Szerdahel (1779), del Kónìg (1784), del Gftng (1785), del Meiners (1787), dello Schott (1789), del Moritz (1788) *, noteremo nella folla la Teoria delle belle arti e lettere (1783) di Giov. Aug. L'Bberhapd Eberhard, succeduto al Meier nella cattedra di Halle ^, e e rBaohoD- y^ Schizzo di Una teoria e letteratura delle belle lettere burg.

(1783), di Giov. Gioacchino Eschenburg, uno dei libri più divulgati e studiati nelle scuole^. Entrambi sono baum- gartiani, inclinanti al sensualismo; e T Eberhard considera, 1 V. Appendice bibliografica.

< Entwurf 8. G^schichte u. LUeratur d, Aesthelikf ecc., Begensburg, ^ Notizie ed estratti in Sclzeb e Kolleb, U. ce.

s JoH. Auo. Eberhard, Theorie der schOnen KUnate u. Wi$9en»ch,, Halle, ^ JoH. JoACH. EscHENBUBO, Eìitwurf eìner Theorie und LUeratur d. «.

VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECOLO XVIII 283 tra Taltro, il bello come e il piacevole dei sensi più distinti », cioè della vista e dell'udito. Merita anche un cenno il già nominato Sulzer, nel quale il nuovo e il vec- o. o. suItop. chio, tra gl'influssi quasi romantici della scuola svizzera e l'utilitarismo e moralismo del tempo, si alternano in maniera curiosa. Per lui, gii ha bellezza dove si trova unità, varietà, ordine: l'opera dell'artista è propriamente nella forma, nella vivace esposizione {lebhafte Darstellung). La materia è fuori dell'arte; ma sceglierla bene è dovere di ogni uomo ragionevole e savio. La bellezza, che serve di veste cosi al buono come al cattivo, non è ancora quella pa- radisiaca e celeste Bellezza, nascente dall'unione del bello, del perfetto e del buono, 'la quale ci desta, più che piacere, vera voluttà, che s'impadronisce dell'anima e la rende felice. Tale la figura umana, che, allettando l'oc- chio con la piacevolezza delle forme, proveniente dalla va- rietà, proporzione e ordine delle parti, interessi anche la fantasia e l'intelletto col risvegliare l'idea dell'interna perfezione; tale la statua di un uomo eccellente, scolpita da!Pidia, o un'orazione patriottica di Cicerone. Se la ve- rità è fuori dell'arte e appartiene alla filosofia, la più no- bile applicazione di quella è, per altro, di far sentire le verità importanti e dare a esse forza ed efficacia; per non dire che la verità entra poi nell^arte stessa, in quanto ve- rità dell'imitazione o rappresentazione. Il Sulzer ripete perfino (e non è l'ultimo), che oratori, storici e poeti sono gl'intermediari tra la filosofia speculativa e il popolo ^ — Alla migliore tradizione risale Carlo Enrico Heydenreich o. b. Hey- (1790), il quale definisce l'arte e rappresentazione di un de- terminato stato della sensibilità >, osservando che l'uomo, in quanto essere conoscitivo, ha la spinta ad allargare le denreioh.

1 Allgan. Th. d. ach, KUntU, sab Sehùn, SchOnheU, Wahrheit, Werke de$ Geschmcicks^ ecc.

284 STORIA proprie conoscenze e a diffonderle tra i suoi simili; e, in quanto essere sensitivo, quella a rappresentare e comuni- care le proprie sensazioni: donde la scienza e Tarte. Ma air Heydenreich non è del tutto chiaro il valore conosci- tivo deirarte; tanto che, secondo lui, le sensazioni ven- gono rappresentate dall'arte o perché piacevoli o, quando non siano tali, perché giovevoli agli scopi morali dell'uomo in società. Gli oggetti della sensibilità, che costituiscono Tarte, debbono avere interna eccellenza e valore, e rife- rirsi, non già al singolo individuo, ma a questo in quanto essere razionale; donde l'oggettività e necessità del gusto. Egli tripartisce l'Estetica, a simiglianza del Baumgarten e del Meier, in una dottrina della inventio, in una rnetlio- dica e in una ars signiflcandi ^ GioT. Goti. Al Baumgarten si riattacca anche l'Herder. Grande "* stima questi faceva del vecchio filosofo berlinese, considerandolo come e l'Aristotele dei suoi tempi »; e ne pren- deva calorosamente le difese contro coloro che ne parla- vano come di e stolto, insensibile sillogizzatore » (1769). Pregiava poco l'Estetica posteriore, in cui (come, p. e., in quella del Meier) trovava, e non a torto, < per una parte. Logica rimasticata, e, per un'altra, orpelli di deno- minazioni metaforiche, comparazioni ed ^esempi ». < Oh Estetica! (esclama enfaticamente), la più feconda, la più bella e, in molte parti, la più nuova di tutte le scienze astratte,...in quale caverna delle Muse dorme il gio- vinetto della mia filosofica nazione, che ti deve perfezionare? »*. Dello stesso Baumgarten criticava i Karl Heinrich Heydekbeich, Syntem der Aetthetik, voi. I, Lipsia, 1790; V., in ispecie, pp. 149-154, «67-85, 885-92.

« Kritùche Wàlder oder Betrachtungen iiber die Winenèchafl und Kunst dea Schùneti. Quarta selva, 1769, in S&mmtliche Werke,' ed. B. Suphan, Berlino, 1878, voi. IV, pp. 19, 21, 27.

VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECOLO XVIII 285 giastamente la pretesa di stabilire un'ara pulcre cogitandi, in vece di una semplice scientia de pulcro et pulcris phi- losophice cogitans, e gli scrupoli che l'Estetica fosse di- sotto alla dignità della Filosofia ^ Ma, in compenso, ac- coglieva da lui la fondamentale definizione della poesia come oi'atìo sensitiva perfecta; gioiello di definizione, la migliore che si sia mai escogitata, che entra nel profondo della cosa, tocca il vero principio della poesia, e apre la più ampia veduta suir intera filosofia del bello, e appaiando la poesia con le sue sorelle, le belle arti » *. L'Herder, il quale, come in Italia il Cesarotti, ma con maggiore fi- nezza e genialità, aveva studiato la poesia primitiva, Os- sian e i canti degli antichi popoli, lo Shakespeare (1773), i canti popolari d'amore (1778), lo spirito della poesia ebraica (1782), la poesia orientale; era, nel corso di tali studi, rimasto vivamente colpito dal carattere sensitivo della poesia. Il suo amico Hamann aveva scritto (1762) le memorabili parole, che sembrerebbero appartenere a una dignità del Vico: « La Poesia è la lingua materna del genere umano: al modo stesso che il giardino è più antico del campo arato, la pittura della scrittura, il canto della declamazione, il baratto del commercio. Un sonno più profondo era il riposo dei nostri antichissimi progenitori; e il loro movimento una danza tumultuosa. Passarono sette giorni nel silenzio della riflessione o dello stupore; e aprirono la bocca a pronunziare motti alati. Parlavano sensi e passioni, e non intendevano se non im- magini. E d' immagini consiste tutto il tesoro della cono- scenza e felicità umana > ^. E, benché l'Herder, il quale s Nel frammento: Von BaumgarUn Dsnkart] e cfìr. 1. e, pp. 182-8. 3.^Mèlica in nuoe, nei KreuzzUge dea Philologeny E5nigsberg, 1762; cit. in Hbrdbb, Werke^ XII, 145.

286 STORIA conobbe ed elogiò il Vico ^ non lo citi in connessione con le questioni estetiche, si potrebbe pensare a un'efficacia su lui del pensatore napoletano, almeno nel rassodamento ul- timo delle sue idee. Comunque, invece del Vico, egli cita (1800), a proposito di poesia e linguaggio, il Du Bos, il Goguet e il Condillac, osservando che « il principio del discorrere umano in toni, in gesti, neirespressione delle sensazioni e dei pensieri per mezzo d'immagini e segni, non potette essere altro che una specie di rozza poesia, e- tale è presso tutti i popoli selvaggi della terra *. Non un discorrere con interpunzioni e con sentimento della sillaba, come accade a noi, che impariamo a leggere e a scrivere; ma una melodia insillabata, dalla quale usci l'epos primitivo. « L'uomo di natura dipinge ciò ch'egli vede e come lo vede, vivo, potente, mostruoso: nel disordine o nell'or- dine, come egli lo vede e l'ode, lo riproduce. Cosi ordi- nano le loro immagini non solo tutte le lingue selvagge, ma anche quelle dei greci e dei romani. Come le danno i sensi, tali le espone il poeta; in ispecie Omero, il quale, in questo punto del venire e del dileguare delle immagini, segue la natura in modo quasi inarrivabile. Egli 'dipinge cose e avvenimenti, tratto per tratto, scena per scena, e, allo stesso modo, gli uomini, quali si presentano coi loro corpi, come parlano e agiscono ». Posteriormente, dal- l'epica si distinse ciò che si chiama storia; giacché la prima < non racconta soltanto ciò eh' è accaduto, ma lo descrive intero, com'è accaduto, come nelle date circo- stanze non altrimenti sarebbe potuto accadere, nel corpo e nello spirito »; di qui il carattere più filosofico della poesia rispetto alla storia. E che noi ci dilettiamo delle poesie, sta bene; ma che il poeta le abbia fatte per diver- timento, è da negare in modo reciso. < Gli dei d'Omero 1 Si veda sopra, p. 267.

VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECJOLO XVIII 287 erano cosi essenziali e indispensabili al suo mondo, come, al mondo dei corpi, le forze del movimento. Senza le riso- luzioni e le operazioni dell' Olimpo, niente accadeva sulla terra, niente di ciò che doveva accadere. L'isola magica di Omero nel mare occidentale appartiene alla carta delle peregrinazioni del suo eroe con la stessa necessità, con la quale era allora sulla carta del mondo: indispensabile allo scopo del suo canto. Cosi, al severo Dante, i suoi circoli dell'Inferno e del Paradiso ». L'arte è formatrice: essa modera, ordina, governa la fantasia e tutte le forze del- l'uomo. Non solo essa creò la storia; < ma, prima ancora, creò forme di dei e d'eroi, e purificò le selvagge rappre- sentazioni e favole usuali del popolo, titani, mostri, gor- goni. Essa ridusse in limiti, sotto leggi, la disordinata fantasia di uomini ignoranti, che non trova mai termine e confine » ^ Nonostante queste intuizioni, cosi simili a quelle espo- ste, nel principio del secolo, dal Vico, l'Herder rimane, come filosofo, disotto al suo grande predecessore, e, a conti fatti, non oltrepassa il Baumgarten. Applicando la legge leibni- ziana della continuità, anch'egli ritiene piacevole, vero, bello e buono tutto un fatto solo. 11 piacevole sensibile è < una partecipazione del vero e del buono, in quanto il senso possa comprenderli; il sentimento di piacere e di dolore non è altro che il sentimento del vero e del buono, cioè l'avvertire che lo scopo dell'organo, la conservazione del nostro benessere, l'allontanamento del nostro danno, è stato raggiunto » *. Le belle arti e le lettere sono tutte educatrici (bildend); donde il loro nome di humamiora, e ii greco xoXóv, il pulcrum romano, le arti galanti dall'epoca della cavalleria, les belles lettres et les beaux arts dei fran- ^ Kaligone, 1800, in Werke, ed. cit., XII, pp. 145-150. 2 Redigane^ pp. 34-55.

288 STORIA cesi. Un grappo di esse, ginnastica, ballo e simili, educa il corpo; un secondo gruppo, pittura, plastica e musica, educa i sensi nobili dell'umanità, occhio, orecchio, mano e lingua; un terzo, poesia, si rivolge all'intelletto, alla fantasia e alla ragione; un quarto, infine, alle tendenze e inclinazioni del- l'uomo ^ L'Herder s'opponeva, perciò, a coloro, i quali, scrivendo facili teorie delle arti, cominciavano, senz'altro, dalla definizione della bellezza, eh' è concetto complesso e complicato. La teoria delle belle arti si divideva, secondo lui, nelle tre teorie, da costruire quasi dalle fondamenta, della vista, dell'udito e del tatto, cioè della pittura, della musica e della scultura; e, quindi, in un'Ottica, in un'Acu- stica e in una Fisiologia estetiche. « Per quanto sia stata elaborata dal lato psicologico e soggettivo, l' Estetica è an- cora poco elaborata dal lato degli oggetti e della loro bella sensibilità; e, senza ciò, non si può avere mai una feconda teoria del Bello, la quale penetri in tutte le arti > *. 11 gusto non è € una forza fondamentale dell'anima, ma un'appli- cazione diventata abituale nel nostro giudizio (intellettivo) agli oggetti della bellezza »; una prontezza acquisita del- l'intelletto, della quale, seguendo tal principio, l'Herder abbozza la genesi ^. Il poeta è poeta non solo con la fan- tasia, ma anche con l'intelletto. « Il nome barbarico testé inventato: Estetica (dice anche in uno scritto del 1782) non designa altro che una parte della Logica: ciò che noi chia- miamo gusto, non è altro che un vivo e rapido giudizio, il quale non esclude la verità e la profondità, ma anzi le pre- suppone e le promuove. Tutte le poesie didascaliche non sono altro che una filosofia fatta sensibile: la favola, esposi- zione di una dottrina generale, è verità in atto, in azione...

8 KrUiache Walder, l. e, IV, pp. 47-127.

ffiO.

VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECOLO XVIII 289 La Filosofia, esposta e applicata umanamente, è non solo essa stessa arte bella (schòne Wissenschaft), ma è la madre del Bello. La Rettorica e la Poesia le debbono ciò che hanno di educativo, di utile, di veramente gradevole > ^ All'Herder e air Hamann spetta il merito di aver fatto FUoeofia sentire come un soffio d'aria fresca anche negli studi di ^®ii*^amafi^ filosofia del linguaggio. Dietro l'impulso e l'esempio degli scrittori di Port-Royal, si erano venute componendo, dal principio del secolo, grammatiche logiche o gene- rali. < La grammaire generale (diceva l'Enciclopedia fran- cese) est la science raisonnée des principes immtuibles et génératix de la parole prononcée ou écrite dans toutes les langues >*; e il D'Alembert parlava di grammatici di ge- nio e di grammatici di memoria, attribuendo ai primi il compito di dare la metafisica della grammatica^. E grammatiche generali avevano scritto il Du Marsals, il De Beauzée, il Condillac in Francia, l'Harris in Inghilterra, e altri molti ^. Ma qual era il rapporto tra la grammatica generale e le grammatiche particolari? Come mai, se la Logica è una, le lingue sono varie? La varietà delle lin- gue è forse la deviazione di esse da un modello unico? E, se non è deviazione ed errore, come si spiega? Che cosa è, com'è nato il linguaggio? Se il linguaggio è estrinseco al pensiero, come mai il pensiero non esiste se non nella lingua? e 81 les hommes (diceva Gian Giacomo Rousseau) * Encifctopédie, ad verb.

3 Eloge de Du Maraaia, 1766 (innanzi alle CEuvres de Bu Mabsais, Parigi, 1797, voi. I).

* Du Marsais, Méthode raisonnée, 1?22; Traiti de» tropea, 1780; Traile de grammaire generale {rie\VEncyclopédie)\ De Bbauzbb, Ghrammaire gène' rate pour servir de fondeaient à Vétude de toutea tea languea, 1767; Con- dillac, Grammaire franqaiee, 1755; J. Habbis, Hermea or a phUoaophioaL inqtUry conoerning language and univeraal grammar, 1751.

290 STOBIA ont eu besoin de la parole pour apprendre à penser, ils ont eu bien plus besoin encóre de savoir penser pour trouver l'art de la parole »; e, spaventato dalle difficoltà, si di* cbiarava convinto « de l' impossibilité presqtie demontrée que les langues aient pu naìtre et s* établir par des moyens purevnent humains » \ Tali questioni vennero in moda; e suirorigine e Ja formazione del linguaggio scrissero in Francia il De Brosses (1765) e il Court de Gébelin (1776), in Inghilterra il Monboddo (1774), in Germania il SUss- milch (1766) e il Tiedemann, in Italia il Cesarotti (1785), e qualche altro, al quale il Vico non fti ignoto, sebbene ne traesse poco profitto*. Nessuno degli scrittori menzionati seppe liberarsi dall'idea che la parola fosse, o cosa natu- rale e meccanica, o segno, appiccicato al pensiero; laddove non era possibile sciogliere davvero le difficoltà, nelle quali essi si dibattevano, se non abbandonando il concetto di segno, e scoprendo la fantasia attiva ed espressiva, la fantasia verbale, il linguaggio come espressione d'intui- zione e non d'intelletto. Qualche avviamento in questo indirizzo si trova, per l'appunto, nella entusiastica e imma- ginosa dissertazione del 1770, con la quale l'Herder rispose al tema, messo a concorso dell'Accademia di Berlino, sull'origine del linguaggio. La lingua (si dice in essa) è la riflessione o coscienza (Besonnenheit) dell'uomo. «L'uomo mostra riflessione, quando spiega con tale libertà la forza ^ Dìtcours.,, tur VinegeUiU parrai let hommetf 1754.

2 Db Bbo88B8, Truiié de la fomuUion méoaniqu» dea languea, 1765; Court DE GOBELIN, Hùtoire naturelle de la parole^ 1776; Momboddo, Origin and proffreta of languagey 171 A \ StissMiLCH, Beweii, da$ der Ur$prung der fnen- schUchen Sprache gOUlich mi, 1766; Tisdemamn, Unprungder Spradte] Ce- sarotti, Saggio Bulla filoaofia delle lingue, 1785 (in Opere, voi. I); D. Co- LAO Agata, Piano ovvero ricerche filotoficke aulU lingue, 1774; Soave, Ri- cerche intorno aW inetituzione naturale d^una aocietà e d^una lingua ^ 1774.

VI. DOTTRINE ESTETICHE MINORI DEL SECOLO XVIII 291 della sua anima, da potere, per cosi dire, in tutto l'oceano dalle sensazioni penetranti pei suoi sensi, separare un'onda, ritenerla, dirigervi sopra l'attenzione, e osservarla consa- pevolmente. Egli mostra riflessione, quando può, nell'on- deggiante sogno delle immagini che passano innanzi ai suoi sensi, raccogliersi in un momento di veglia, libera- mente soffermarsi sopra una immagine, prenderla in chiara e calma considerazione, separarne alcuni contrassegni. Egli mostra, infine, riflessione, quando può, non solo conoscerne vivacemente e chiaramente tutte le proprietà, ma anche riconoscerne una o più proprietà distintive >. Il linguag- gio umano « non è efi'etto di un'organizzazione della bocca, giacché anche colui eh' è muto per tutta la vita, se riflette, ha in sé linguaggio; non è grido della sen- sazione, giacché esso non fu trovato da una macchina respirante, ma da una creatura riflettente; non è cosa d'imitazione, giacché l'imitazione della natura è un mezzo, e qui si tratta di spiegare lo scopo; molto meno è convenzione arbitraria: il selvaggio nella solitudine del bosco avrebbe dovuto creare il linguaggio per sé me- desimo, quand'anche non l'avesse parlato. Il linguaggio è l'intesa dell'anima con sé stessa, altrettanto necessa- ria quanto che l'uomo sia uomo» ^ A questo modo la funzione linguistica comincia ad apparire, non più fatto mec- canico o di arbitrio e invenzione, ma fatto creativo e affer- mazione prima dell'attività umana. Lo scritto dell'Herder non dà certo un risultato netto; ma è un importante sin- tomo e presentimento, al quale l'autore stesso non rese sempre, in séguito, la meritata giustizia. L'Hamann, criti- cando l'amico, nega anch'egli l'invenzione e l'arbitrio.

1 Abhandlung aber den Urtprung der Spracke, nel libretto: Zioei Preit- tckriften eoe. (2.^ ed. di Berlino, 1789), specialmente pp. 60>5.

292 STORIA accentua la libertà umana, e fa del linguaggio qualcosa che l'uomo ha, non foggiato, ma appreso mediante una mistica communicatio idiomatum con Dio ^ Un modo, anche questo, di riconoscere, che il mistero del linguaggio non si chiarisce, se non si trasporta a capo del problema dello spirito.

* Steimthal, Uraprung der Sprache^j pp. 89-68.

VII Altre dottrine estetiche DELLO stesso PERIODO G, Tran gaazzabnglio d'idee disparate si trova in altri Altri Borit- scrittori di Estetica del secolo XVIII, i quali ebbero, tut- J^to:*ii tavia, non poca celebrità ed efficacia. Nel 1746, vide la Batteux. luce un volumetto dell'abate Batteux, dal titolo attraente: Le belle arti ridotte a un sol principio ^ in cui Tautore ten- tava di unificare le molteplici regole dei trattatisti. Tutte le regole (diceva il Batteux) sono come rami nascenti da un sol tronco. Chi possiede il semplice principio ne dedurrà via via le singole regole, senza impigliarsi nella moltitu- dine di queste, fatte non per rischiarare le menti, ma per creare vani scrupoli. Passò, a tal uopo, in rassegna, oltre Orazio e il Boileau, i libri del Rollin, dei Dacier, del Le Bossu, del D'Aubiguac; ma luce ebbe solo da Aristotele, da quel principio della mimesi, di cui gli parve di poter fare agevoli e calzanti applicazioni alla poesia, alla pit- tura, alla musica, all'arte del gesto. Se non che, la mimesi aristotelica si muta subito, pel Batteux, nella < imitazione della bella natura >. Le arti debbono compiere < una scelta delle più belle parti della natura, per formarne un tutto squisito, che sia più perfetto della natura stessa, senza, tuttavia, cessare di esser naturale ». Ora, che cosa