SigPhi · Benedetto Croce

Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale

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costantemente, la loro illusione. Poco male che l'Estetica venga chiamata Estetica sociologica; o la Logica, Logica sociologica. Il male grave è, che quell'Estetica è un vec- chiume sensualistico, o che quella Logica è verbale e in- coerente. Due frutti buoni si sono avuti, rispetto alla sto- ria, dal movimento filosofico a cui abbiamo accennato. Si è acuito, prima di tutto, il bisogno di costruire una teoria della storiografia, ossia d'intender la natura e i li- miti della storia; teoria che, in conformità dell'analisi fatta di sopra, non può trovar soddisfacimento se non in una scienza generale dell'intuizione, in un'Estetica, dalla quale si stacchi, per l'interposta funzione degli unistetiohe nei" la Logica.

y. EBRORI ANALOGHI NELLA ISTORIOA, EOC. 49 versali, come un capìtolo speciale, T Isterica. Inoltre, sotto r involncro falso e presuntuoso di una filosofia della storia, si sono affermate spesso verità concrete relative ad avve- nimenti storici, e formolati canoni e ammonimenti empi- rici, non superflui ai ricercatori e critici. Questa utilità non pare possa negarsi alla più recente delle filosofie della storia, al cosiddetto materialismo storico; il quale ha get- tata luce assai viva su molti lati della vita sociale, prima negletti o mal compresi.

Un'invasione della storicità nella scienza o filosofia è inTasioni e- ìl principio di autorità, Vipse dixit, che ha infierito nelle scuole, e che sostituisce alla introspezione e analisi filoso- fica quella testimonianza, quel documento, queirafierma- zione autorevole, di cui certo non può far di meno la sto- ria. — Ma i pili gravi e dannosi turbamenti ed errori, per r impreciso concetto del fatto estetico, li ha soflfertl la scienza del pensiero e della conoscenza intellettuale, la Logica. E come potrebbe esser altrimenti, se Fattività lo- gica vien dopo quella estetica, e l'implica in sé? Un'Este- tica inesatta deve tirarsi dietro di necessità una Logica inesatta.

Chi apra 1 trattati di Logica, dall'Organo aristotelico fino ai moderni, deve convenire che in essi tutti si trova un gua'zzabuglio di fatti verbali e di fatti di pensiero, di forme grammaticali e di forme concettuali, di Estetica e di Logica. Non che sieno mancati tentativi per uscir fuori dall'espressione verbale e cogliere il pensiero nella sua ef- fettiva natura. La stessa Logica aristotelica non diventò mera sillogistica e verbalismo senza qualche titubanza e oscillazione; nel medio evo, le dispute dei nominalisti, rea- listi e concettualisti toccarono di frequente il problema pro- priamente logico; le scienze naturali moderne col Galilei e col Bacone misero in onore l'induzione; il Vico combatté contro la logica formalistica e matematica in favore dei 50 TEORIA 50 TEORIA metodi inventivi; il Kant richiamò l'attenzione snlla sin- tesi a priori; V idealismo assoluto disprezzò la Logica ari- stotelica; gli berbartiani, ligi a questa, dettero, per altro^ rilievo a quei giudizi, che dissero narrativi e che han carat- tere del tutto divei*so dagli altri giudizi logici; i linguisti, infine, battettero suir irrazionalità, della parola rispetto ai concetto. Ma un movimento conscio, sicuro, radicale, di riforma, non può trovare base e punto di partenza se non nella scienza estetica. La LogioA In una Logica, convenientemente riformata su tale base^ ne snaes- Converrà anzitutto proclamare questa verità e trame tutte le conseguenze: — il fatto logico, il solo fatto logico^ è il concetto, l'universale, lo spirito che forma, e in quanto ^orma, l'universale. E, se per induzione s'intende^ come si è inteso talvolta, la formazione degli universali, e per deduzione lo svolgimento verbale di essi, è chiaro che la Logica vera non può essere se non Logica induttiva. Ma, giacché più frequentemente con la parola « deduzione » si sono avuti di mira i procedimenti propri della matematica, e con la parola < induzione » quelli delle scienze na- turali, sarà opportuno evitare Tuna e l'altra denomina- zione, e dire che la Logica vera è Logica del concetto; il quale, adoperando un metodo che è insieme induzione e deduzione, non adopera né l'una né l'altra come distinte, e cioè adopera il metodo che gli è intrinseco (speculati voj. Il concetto, l'universale è in sé, astrattamente conside- rato, inesprimibile. Nessuna parola gli è propria. Ci6 è tanto vero, che il concetto logico resta sempre il mede- simo, nonostante il variar delle forme verbali. Rispetto al concetto, l'espressione è semplice segno o indizio: non può mancare, un'espressione dev'esserci; ma quale debba essere, questa o quella, è determinato dalle condizioni storiche e psicologiche dell'individuo che parla: la qualità dell'espressione non si deduce dall'indole del cony. ERRORI ANALOGHI NELLA ISTORICA, ECX).

51 cetto. Non vi è nn senso vero (logico) delle parole: chi forma un concetto, conferisce egli, volta per volta, il senso vero alle parole.

Ciò posto, le sole proposizioni davvero logiche (cioè, estetico-logiche), i soli giudizi rigorosamente logici, non possono essere se non quelli che hanno per contenuto pro- prio ed esclusivo la determinazione di un concetto. Queste proposizioni o giudizi sono le definizioni. La scienza stessa non è se non un complesso di definizioni, unificate in una definizione suprema; sistema di concetti, o sommo concetto.

Bisogna escludere, quindi, dalla Logica tutte quelle pro- posizioni, che non afi'ermano universali. I giudizi narrativi, non «meno che quelli chiamati non enunciativi da* Aristo- tele, quali le espressioni dei desiderì, non son giudizi pro- priamente logici, ma o proposizioni puramente estetiche o proposizioni storiche. « Pietro passeggia; Oggi piove; Ho sonno; Voglio leggere »: queste e le infinite proposizioni di questo genere non sono se non: o un semplice chiudere in parole l'impressione del fatto di Pietro che passeggia, della pioggia che cade, del mio organismo che inchina al sonno, e della mia volontà che si dirige alla lettura; o un'afifer- inazione esistenziale circa quei fatti. Espressioni del reale 0 dell'irreale, fantastico-storiche o fantastico-pure; non già definizioni di universali.

Questa esclusione non può incontrare grandi difficoltà. È già un fatto quasi compiuto; e si tratta solo di renderla esplicita, decisa, coerente. Ma che cosa deve farsi di tutta quella parte del pensiero umano, che si dice sillogistica, e che consta di giudizi e ragionamenti che s'aggirano su concetti? Che cosa è la sillogistica? è da considerare dal- l'alto e sprezzantemente, quasi roba inutile, come si è fatto tante volte, nella reazione degli umanisti contro la scolastica, nell'idealismo assoluto, nell'entusiastica ammi* Dlflilnsloiie del giadist loirlol dai non logici.

Lft amogi- stioa.

52 TEORIA razione dei tempi nostri pei metodi di osservazione e di sperimento delle scienze naturali? — La sillogistica, il ra- gionare in forma, non è scoperta di verità: è arte di esporre, discettare, disputare con sé stesso e con altri. Mo- vendo da concetti già trovati, da fatti già osservati, e fa- cendo appello alla costanza del vero o del pensiero (tale è il significato del principio d'identità e di contradizione), essa trae da quei dati le conseguenze, ossia ripresenta il già trovato. Perciò, se dal punto di vista inventivo è un idem per idem, pedagogicamente ed espositivamente, è ef- ficacissima. Ridurre le affermazioni allo schematismo sillo- gistico è un modo di controllare il proprio pensiero e di criticare il pensiero altrui. È facile ridere dei sillogizzanti; ma, se* la sillogistica è nata e si mantiene, deve aver le sue buone radici. La satira di essa non può concernere se non gli abusi: per esempio, il pretendere di risolvere sil- logisticamente questioni che son di fatto, di osservazione e intuizione; o il dimenticare, per la esteriorità sillogi- stica, la profonda meditazione e la spregiudicata investi- gazione dei problemi. E, se allo scopo di ricordare fa- cilmente, di maneggiare prontamente i dati del proprio pensiero, può soccorrere talvolta la cosiddetta Logica matematica, ben venga anche questa forma speciale di sii* logistica, augurata, fra i tanti, dal Leibniz e tentata da molti, anche ai giorni nostri.

Ma, appunto perché la sillogistica è arte di esporre e di discettare, la teoria di essa non può avere il primo posto in una Logica filosofica, usurpando quello che spetta alla dottrina del concetto, eh' è la dottrina centrale e domi- nante, cui tutto ciò che vi ha di logico nella sillogistica si riduce senza residuo (rapporti di concetti, subordinazione, coordinazione, identificazione, e via dicendo). Né bisogna mai dimenticare che concetto, e giudizio (logico) e sillogi- smo, non stanno sulla stessa linea. Solo il primo è il fatto V. ERRORI ANALOGHI NELLA ISTORIO A, ECC.

53 logico: il secondo e il terzo sono le forme con cui il primo si manifesta; le quali, in quanto forme, non possono esa- minarsi se non esteticamente (grammaticalmente); e, in quanto hanno contenuto logico, se non trascurando le for- me stesse e passando alla dottrina del concetto.

Si riconferma con ciò la verità deirosservazione comu- ne: che chi ragiona male, parla o scrive anche male; che l'esatta analisi logica è fondamento deiresprimersi bene. Verità, eh' è una tautologia: ragionar bene, infatti, è espri- mersi bene, perché Tespressione è il possesso intuitivo del proprio pensiero logico. Lo stesso principio di contradi- zione non è altro, in fondo, che il principio estetico della coerenza. Si dirà che movendo da concetti erronei, si può parlare e scrivere benissimo, come si può ragionare benis- simo; che investigatori poco acuti possono essere scrittori limpidissimi; giacché lo scriver bene dipende dall'avere una intuizione chiara del proprio pensiero, anche se erro- neo; non dalla verità scientifica del pensiero, ma dalla sua verità estetica, anzi è questa verità stessa. Un filosofo può fantasticare, corno lo Schopenhauer, che Tarte sia rappre- sentazione delle idee platoniche, dottrina scientificamente falsissima; e svolger questa falsa scienza in una prosa ec- cellente ed esteticamente verissima. Ma a siffatta obiezione abbiamo già risposto quando abbiamo osservato che, nel punto preciso in cui un parlante o uno scrivente enuncia un concetto mal pensato, è anche cattivo parlante e cat- tivo scrivente; per quanto possa poi rifarsi nelle tante altre parti del suo pensiero, le quali constano di proposi- zioni vere, non connesse con Terrore precedente, e quindi di espressioni limpide, che seguono a espressioni torbide.

Tutte le ricerche sulle forme dei giudizi e dei sillogi- smi, sulle loro conversioni e i loro vari rapporti, che in- gombrano ancora i trattati di Logica, sono, dunque, desti- nate ad assottigliarsi, a trasformarsi, a ridursi ad altro.

Falso logico e vero este- Uoo.

La Logica riformata.

54 TEORIA La dottrina del concetto e dell' organismo dei concetti, della definizione, del sistema, della filosofia e delle varie scienze, e simili, ne occuperà il campo; e costituirà, da sola, la vera e propria Logica.

I primi ch'ebbero qualche sentore del rapporto intimo che corre tra Estetica e Logica, e che concepirono TEiste- tica come una Logica della cognizione sensibile, si compiacquero singolarmente nell'applicare le categorie lo- giche alla nuova scienza, parlando di concetti estetici, giudizi estetici, sillogismi estetici, e cosi via. Noi, meno superstiziosi verso la saldezza della Logica tradizio- nale delle scuole e più scaltriti suir indole dell* Estetica, raccomandiamo, non Tapplicazione della Logica all'Este- tica, ma la liberazione della Logica dalle forme estetiche; le quali, seguendo distinzioni afifatto arbitrarie e grosso- lane, han dato luogo alle inesistenti forme o categorie lo- giche.

La Logica, cosi riformata, sarà sempre Logica formale; studierà la vera forma o attività del pensiero, il concetto, prescindendo dai singoli e particolari concetti. Quella an- tica malamente si chiama formale, e meglio si direbbe verbale o formalistica. La Logica formale scaccerà la formalistica. E a questo fine non sarà necessario ricorrere, come altri ha fatto, a una Logica reale o materiale, che non è pili scienza del pensiero, ma pensiero in atto: non Logica soltanto, ma il complesso della Filosofìa, in cui la Logica anche è inclusa. La scienza del pensiero (Logica) è quella del concetto, come la scienza della fantasia (Este- tica) è quella dell'espressione. Nell'eseguire esattamente, e in ogni particolare, la distinzione tra i due domini è ri- posta la salute dell'una e dell'altra scienza.

VI L'attività teoretica e l'attività pratica Pc orma intuitiva e forma intellettiva esauriscono, come abbiamo detto, tutta la forma teoretica dello spirito. Ma non si può conoscerle a pieno, né criticare un'altra serie di teoriche estetiche erronee, se prima non se ne stabili- scono chiaramente le relazioni con Taltra forma dello spi- rito, ch'è la forma pratica.

La forma o attività pratica è la volontà. Questa pa- La volontà, rola non è qui presa da noi nel senso di qualche sistema filosofico, in cui la volontà è il fondamento dell'universo, è il principio delle cose, è la realtà vera; e neanche nel senso ampio di altri sistemi, i quali intendono per volontà Tenergia dello spirito, lo spirito o l'attività in genere, fa- cendo di ogni atto dello spirito umano un atto di volontà. Né quel senso metafisico, né quest'uso metaforico è il no- stit). La volontà è per noi, come nella comune accezione, l'attività dello spirito diversa dalla mera contemplazione teoretica delle cose, e produttrice, non di conoscenze, ma di azioni. L'azione in tanto è davvero azione in quanto è volontaria. Non occorrerebbe poi neppur ricordare che nella volontà del fare è incluso, in senso scientifico, anche ciò che volgarmente si chiama non-fare: la volontà del resistere, del ripugnare, la volontà prometeica, è anch'essa azione.

56 TEORIA La Tolontà come grado ulteriore ri- spetto alla oonoaoenca.

Oblesioni o chiarimenti.

Con la forma teoretica l'uomo comprende le cose, con la pratica le va mutando; con Tuna si appropria T uni- verso, con Taltra lo crea. Ma la prima forma è base della seconda; e si ripete fra le due, più in grande, il rapporto di doppio grado, che abbiamo già ritrovalo tra l'attività estetica e la logica. Un conoscere, indipendente dal volere, è pensabile; una volontà, indipendente dal conoscere, è impensabile. La volontà cieca non è volontà; la volontà vera è occhiuta.

Come si può volere se non si hanno innanzi intuizioni storiche (percezioni) di oggetti, e conoscenze di rapporti (logici), che illuminino sull'indole di quegli oggetti? Come si può voler davvero, se non conosciamo il mondo che ci circonda, e il modo di mutar le cose operando su di esse?

È stato obiettato che gli uomini d'azione, gli uomini pratici in senso eminente, sono i meno disposti al contem- plare e teorizzare: la loro energia non si attarda in con- templazioni, si precipita subito in volontà. E che, per con- verso, i contemplatori e i filosofi son di frequente uomini pratici ben mediocri, di debole volontà, negletti perciò e messi da banda nel tumulto della vita. — È facile scor- gere che queste distinzioni sono meramente empiriche e quantitative. Certo, l'uomo pratico, per operare, non ha bisogno di un sistema filosofico; ma, nelle sfere in cui egli opera, parte da intuizioni e concetti che ha chiaris- simi. Fin le più ordinarie azioni non potrebbero, altri- menti, esser volute; non sarebbe possibile, p. e., neppur cibarsi volontariamente, se non si avesse conoscenza del cibo e del legame di causa ed effetto tra certi movimenti e certi appagamenti. E, salendo via via alle forme più complesse d'azione, per esempio a quella politica, come si potrebbe volere alcunché di politicamente buono o cat- tivo, senza conoscere le condizioni reali della società, e quindi i mezzi ed espedienti da adoperare? Quando Tuo- VI. l'attività teoretica, ecc. 57 mo pratico si accorge di essere airoscuro circa uno o più di questi ponti, o quando è preso dal dubbio, l'azione o non comincia o s'arresta; il momento teoretico che, nella rapidità del succedersi delle azioni umane, vien appena avvertito e presto dimenticato, diventa allora importante e occupa più a lungo la coscienza. E, se quello si prolunga ancora, l'uomo pratico può diventare Amleto, diviso tra il desiderio dell'azione e la poca chiarezza teoretica circa le situazioni e i mezzi; e, se egli, prendendo gusto al con- templare e allo scoprire, lascia agli altri, in parte più o meno larga, il volere e l'operare, si forma in lui la calma disposizione dell'artista e dello scienziato e filosofo, tal- volta uomini pratici inetti o addirittura colpevoli. Tutte codeste sono ovvie osservazioni, di cui non può sconoscersi la giustezza; ma, ripetiamo, si fondano su distinzioni quan- titative e non distruggono, anzi confermano il fatto, che un'azione, per quanto minima, non può esser azione dav- vero, cioè azione voluta, se non sia preceduta dall'attività conoscitiva.

Alcuni psicologa fanno, per altro, precedere l'azione pra- critica dei tica da una classe tutta speciale di giudizi, ch'essi chiamano giudizi pratici o di valore. Per risolversi ad un'azione lore. (dicono), è necessario aver giudicato: « quest'azione è utile, quest'azione è buona-». E ciò sembra a prima vista aver dalla sua il testimonio della coscienza. Ma, chi meglio os- servi e più sottilmente analizzi, si accorge che quei giu- dizi, anziché precedere, seguono raffermarsi della volontà; e non sono se non l'espressione della già avvenuta voli- zione. Un'azione utile o buona è un'azione voluta: dallo studio obiettivo delle cose sarà sempre, impossibile distil- lare una goccia sola di utilità o di bontà. Noi non vo- gliamo le cose, perché le conosciamo utili o buone; ma le conosciamo utili e buone, perché le vogliamo. Anche qui la rapidità con la quale si seguono i fatti di coscienza ha giudlst pra- tici 0 di ya- 58 TEORIA dato luogo a un'illosione. L'azione pratica è precedata da conoscenze, ma non da conoscenze pratiche, o meglio, del pratico: per aver queste, è necessario che si abbia prima l'azione pratica. Tra i due momenti o gradi, teo- retico e pratico, non s'interpone dunque il terzo momento, affatto immaginario, dei giudizi pratici o di valore. — D'altra parte, e in generale, non vi sono scienze norma- tive, regolati ve o imperative, che scoprano e indichino valori all'attività pratica; perché non ve ne sono per nes- sun'altra attività, presupponendo ogni scienza già realiz- zata e svolta quell'attività, che essa poi assume a oggetto. EMiosione Stabilite queste distinzioni, dobbiamo condannare ^me dftii^eeteu^ ©rrouca ogni teoria che aggreghi l'attività estetica a quella co. pratica, o le leggi della seconda introduca nella prima.

Che la scienza sia teoria, e l'arte sia pratica, è stato af- fermato molte volte. E quelli che cosi affermano, e il fatto estetico considerano come fatto pratico, noi fanno a ca- priccio 0 perché brancolino nel vuoto; ma perché hanno l'occhio a qualcosa eh' è veramente pratico. Soltanto, il pratico a cui essi mirano non è l'estetico, né dentro l'este- tico, ma è fuori e accanto a esso; e, benché frequen- temente vi si trovi congiunto, non vi si congiunge neces- sariamente, ossia per legame d'identità di natura.

Il fatto estetico si esaurisce tutto nell'elaborazione espressiva delle impressioni. Quando abbiamo conquistata la parola interna, concepita netta e viva una figura o una statua, trovato un motivo musicale, l'espressione è nata ed è completa; non ha bisogno d'altro. Che noi poi apria- mo e vogliamo aprir la bocca per parlare o la gola per cantare, e cioè diciamo a voce alta e a gola spiegata ciò che abbiam già sommessamente detto e cantato a noi stessi; 0 stendiamo e vogliamo stender le mani a toccare i tasti del pianoforte o a prendere i pennelli e lo scalpello, fa- cendo, cioè, spiccatamente quei movimenti, che già abbia- VI. L' ATTIVITÀ TBOBETIOA, EOO.

59 mo fatto rapidamente, e facendoli in modo da lasciarne tracce più o meno durature; — è questo un fatto soprag- giunto, che obbedisce a tutt'altre leggi che non il primo, e del quale, per ora, non dobbiamo tener conto; benché* fin da ora riconosciamo che esso è produzione di cose e fatto pratico o di volontà. Si suol distinguere l'opera d'arte interna dall'opera d'arte esterna: la terminologia ci pare infelice, giacché l'opera d'arte (l'opera estetica) è sempre interna; e quella che si chiama esterna non è più opera d'arte. Altri distingue tra fatto estetico e fatto artistico, intendendo pel secondo lo stadio esterno e pratico, che può seguire, e segue di solito, al primo. Ma si tratta, in tal caso, di semplice uso linguistico, lecito senza dubbio, sebbene forse non opportuno.

Per le stesse ragioni è assurda la ricerca del fine del- l'arte, quando s'intenda dell'arte come arte. E, giacché porre un fine è scegliere, un'altra forma dello stesso er- rore è la teorica la quale pretende che il contenuto del- l'arte debba essere scelto. Una scelta tra le impressioni e sensazioni suppone che queste sieno già espressioni: al- trimenti, come scegliere nel continuo e nell'indistinto? Scegliere è volere: voler questo e non voler quello; e que- sto e quello debbono starci innanzi, espressi. Il pratico segue e non precede il teoretico; l'espressione è libera ispirazione.

L'artista vero, infatti, si trova gravido del suo tema e non sa come; sente avvicinarsi il parto, ma non può vo- lerlo 0 non volerlo. Se egli volesse operare a controsenso della sua ispirazione, se volesse sceglierla arbitrariamente; se, nato Anacreonte, volesse cantar di Atride e di Alcide; la cetra l'avvertirebbe dello sbaglio, risonando, nonostante i suoi sforzi in contrario, sol di Venere e d'Amore.

Perciò il tema o il contenuto non può esser colpito praticamente e moralmente da aggettivi di lode o di bia- OritloadeUa toorloa del fine dell'ar- te e della scelta del contenuto.

Inoolpabi- UtA pratica deU*arte.

60 TEORIA Simo. Quando i critici d'arte notano che un tema è male scelto, si tratta, nei casi in cui quell'osservazione ha un fondo giusto, di un biasimo non già alla scelta del •tema (il che costituirebbe un assurdo), ma al modo col quale l'artista l'ha trattato, all'espressione non riuscita per le contradizioni che contiene. E, quando gli stessi critici innanzi a opere che proclamano artisticamente perfette si ribellano al tema o al contenuto come a tale che è inde- gno dell'arte e biasimevole; se quelle espressioni son poi davvero perfette, non resta se non consigliare ai critici di lasciar in pace gli artisti, i quali non possono ispirarsi se non a ciò che ha fatto su di essi impressione; e pen- sare invece, se mai, a promuovere mutamenti nella natura circostante o nella società, perché quelle impressioni non abbiano più luogo. Se le brutture spariranno dal mondo, se si stabilirà la virtù e felicità universale, gli artisti, chi sa?, non saranno più rappresentatori di sentimenti mal- vagi o pessimistici; ma calmi, innocenti e giulivi, arcadi di un'Arcadia reale. Ma, fintanto che brutture e turpitu- dini sono in natura e s'impongono all'artista, non si pu6 impedire che sorga anche l'espressione di queste; e, quando è sorta, factum infectum fieri nequit, — Diciamo ciò sempre dal punto di vista estetico, e del critico estetico puro. A noi non spetta qui passare a rassegna i danni che la critica della scelta reca alla produzione artistica, coi pregiudizi che produce o mantiene negli artisti* stessi, e col contrasto, cui dà luogo, tra spinte artistiche e impo- sizioni critiche. È vero che talora sembra che essa faccia anche qualche bene, aiutando gli artisti a scoprire sé mede- simi, ossia le proprie impressioni e la propria ispirazione, e ad acquistar coscienza del compito che viene a essi come imposto dal momento storico in cui vivono e dal loro individuale temperamento. In questi casi, pur cre- dendo di generare, la critica della scelta non fa se non VI. l'attività teoretica, ecc.

61 riconoscere e aiutare le espressioni già in via di forma- zione. S'illude d'esser madre, dove, tutto al più, è sol- tanto levatrice.

L'impossibilità della scelta del contenuto compie il teo- rema dell'indipendenza dell'arte; ed è anche il solo significato legittimo del motto: l'arte per l'arte. L'arte è indipendente cosi dalla scienza, come dall'utile e dalla morale. Né si tema che con ciò si giustifichi l'arte frivola o ft*edda, giacché ciò che è davvero frivolo o freddo, è tale perché non è stato sollevato a espressione; o, in altri termini, la frivolezza e la freddezza nascono sempre dalla forma dell'elaborazione estetica, dal mancato possesso di un contenuto, e non dalle qualità materiali di questo.

Anche la sentenza: lo stile è l'uomo, non si può in- teramente criticare, se non partendo dalla distinzione fra il teoretico e il pratico, e dal carattere teoretico dell'atti- vità estetica. L'uomo non è semplice conoscere e contem- plare: l'uomo è volontà, la quale comprende in sé il mo- mento conoscitivo. Laonde quella sentenza o è del tutto vuota, come allorché con essa s'intende che lo stile sia l'uomo in quanto stile, cioè l'uomo, si, ma solo in quanto attività espressiva; ovvero è erronea, quando, da ciò che l'uomo ha visto ed espresso, si pretenda dedurre ciò che l'uomo ha fatto o voluto, aflermandosi, insomma, che tra un conoscere e un volere ci sia legame necessario. Da codesta erronea identificazione sono sorte molte leggende nelle biografìe degli artisti, sembrando impossibile che chi espresse sentimenti generosi non fosse poi, nella vita pra- tica, uomo nobile e generoso; o che chi fece dar molte coltellate nei suoi drammi, non ne avesse somministrata almeno qualcuna egli stesso, nella vita reale. E invano gli artisti protestano col lasciva est nohis pagina^ vita proba. Ne ricavano, di giunta, la taccia d'ipocriti e bugiardi. Oh, ben più caute femminucce di Verona, che almeno ap- L'indlpen- densa del- rarte.

Critioa del- la sentenza: lo stilo ò Tuomo.

62 TEORIA Oritloa del oonoetto di slnoerità in arte.

poggiavate la vostra credenza, che Dante fosse ^ceso real- mente all'Inferno, sul suo viso afftunicato. La vostra, se non altro, era una congettura storica.