repubbliche d’un ordine di pochi che vi comandi e della moltitudine de’ plebei la qual v’ubbidisca; che sono le due parti che compiono il subbietto della Politica. La qual generazione degli Stati civili con le famiglie sol di figliuoli (a) si dimostrerà dentro essere stata impossibile.
lxxxiii Questa legge d’intorno a’ campi si stabilisce la prima agraria del mondo; né per natura si può immaginar o intendere un’altra che possa essere più ristretta.
Questa legge agraria distinse gli tre dominii che posson esser in natura civile appo tre spezie di persone: il bonitario, appo i plebei; il quiritario, conservato con l’armi e ’n conseguenza nobile, appo i padri; e l’eminente, appo esso ordine, ch’è la signoria, sia la sovrana potestà, nelle repubbliche aristocratiche.
È un luogo d’oro d’Aristotile ne’ Libri politici ove nella divisione delle repubbliche novera i regni eroici, ne’ quali gli re in casa ministravan le leggi, fuori amministravan le guerre (a), ed erano capi della religione.
Questa Degnità cade tutta a livello ne’ due regni eroici di Teseo e di Romolo; come di quello si può osservar in Plutarco nella di lui vita, e di questo sulla storia romana, con supplire la storia greca con la romana, ove Tullio Ostilio ministra la legge nell’accusa d’Orazio (b). E gli re romani erano ancora re delle cose sagre, detti «reges sacrorum»; onde, cacciati gli re da Roma, per la certezza delle cerimonie divine ne orlavano uno che si dicesse «rex sacrorum», ch’era il capo de’ feciali, sia degli araldi (c).
lxxxv lxxxv E pur luogo d’oro d’Aristotile ne’ medesimi libri ove riferisce che l’antiche repubbliche non avevano leggi da punire l’offese ed ammendar i torti privati; e dice tal costume esser de’ popoli barbari, perchè i popoli per ciò ne’ lor incominciamenti sono barbari perchè non sono addimesticati ancor con le leggi.
Questa Degnità dimostra la necessità de’ duelli e delle ripresaglie ne’ tempi barbari, perchè in tali tempi mancano le leggi giudiziarie.
lxxxvi È pur aureo negli stessi libri d’Aristotile quel luogo ove dice che nell’antiche repubbliche, Pol., V, 7 (9), p. 1310. i nobili giuravano d’esser eterni nemici della plebe (a).
Questa Degnità ne spiega la cagione de’ superbi, avari e crudeli costumi de’ nobili sopra i plebei, ch’apertamente si leggono sulla storia romana antica; che dentro essa finor sognata libertà popolare lungo tempo angariarono i plebei di servir loro a propie spese nelle guerre, gli anniegavano in un mar d’usure, che non potendo quelli meschini poi soddisfare, gli tenevano chiusi tutta la vita nelle loro private prigioni, per pagargliele co’ lavori e fatighe, e quivi con maniera tirannica gli battevano a spalle nude con le verghe come vilissimi schiavi.
lxxxvii Le repubbliche aristocratiche sono rattenutissime di venir alle guerre per non agguerrire la moltitudine de’ plebei.
Questa Degnità è ’l principio della giustizia dell’armi romane fin alle guerre cartaginesi.
lxxxviii Le repubbliche aristocratiche conservano le ricchezze dentro l’ordine de’ nobili, perchè conferiscono alla potenza di esso ordine.
Questa Degnità è ’l principio della clemenza romana nelle vittorie, che toglievano a’ vinti le sole armi, e sotto la legge di comportevol tributo rillasciavano il dominio bonitario di tutto; ch’è la cagione perchè i padri resistettero sempre all’Agrarie de’ Gracchi, perchè non volevano arricchire la plebe.
lxxxix L’onore è ’l più nobile stimolo del valor militare.
xc I popoli debbon eroicamente portarsi in guerra, se esercitano gare di onore tra lor in pace, altri per conservarglisi, altri per farsi merito di conseguirgli.
Questa Degnità è un principio dell’eroismo romano dalla discacciata de’ tiranni fin alle guerre cartaginesi, dentro il qual tempo i nobili naturalmente si consagravano per la salvezza della lor patria, con la quale avevano salvi tutti gli onori civili dentro il lor ordine, e i plebei facevano delle segnalatissime imprese per appruovarsi meritevoli degli onori de’ nobili. xci Le gare, ch’esercitano gli ordini nelle città, d’uguagliarsi con giustizia sono lo più potente mezzo d’ingrandir le repubbliche.
Questo è altro principio dell’eroismo romano, assistito da tre pubbliche virtù: dalla magnanimità della plebe di volere le ragioni civli comunicate ad essolei con le leggi de’ padri, dalla fortezza de’ padri nel custodirle dentro il lor ordine, e dalla sapienza de’ giureconsulti nell’interpetrarle e condurne fil filo l’utilità a’ nuovi casi che domandavano la ragione; che sono le tre cagioni propie onde si distinse al mondo la giurisprudenza romana.
Tutte queste Degnità, dalla ottantesimaquarta incominciando, espongono nel suo giusto aspetto la storia romana antica: le seguenti tre vi si adoprano in parte.
xcii I deboli vogliono le leggi; i potenti le ricusano; gli ambiziosi, per farsi séguito, le promuovono; i principi, per uguagliar i potenti co’ deboli, le proteggono. Questa Degnità per la prima e seconda parte è la fiaccola delle contese eroiche nelle repubbliche aristocratiche, nelle qual’i nobili vogliono appo l’ordine arcane tutte le leggi, perchè dipendano dal lor arbitrio e le miaistrino con mano regia. Che sono le tre cagioni ch’arreca Pomponio giureconsulto i, ove narra che la plebe romana desidera la Legge delle XII tavole, con quel motto che l’erano gravi «ius latens, incertum et manus regia»; ed è la cagione della ritrosia ch’avevano i padri di dargliele, dicendo: «mores patrios servandos», «leges ferri non oportere», come riferisce Dionigi d’Alicarnasso, che fu meglio informato che Tito Livio delle cose romane (perchè le scrisse istrutto delle notizie di Marco Terenzio Varrone, il qual fu acclamato «il dottissimo de’ romani»), e in questa circostanza è per diametro opposto a Livio, che narra intorno a ciò: «i nobili», per dirla con lui, «desideria plebis non aspernari». Onde per questa ed altre maggiori contrarietà osservate ne’ Principii del Diritto universale (a), essendo cotanto tra lor opposti i primi autori che scrissero di cotal favola da presso a cinquecento anni dopo, meglio sarà di non credere a niun degli due. Tanto più che ne’ medesimi tempi non la credettero né esso Varrone, il quale nella grande opera: Rerum divinarum et humanarum diede origini tutte natie del Lazio a tutte le cose divine ed umane d’essi Romani; né Cicerone, il qual in presenza di Quinto Muzio Scevola, principe de’ giureconsulti della sua età, fa dire a Marco Crasso oratore che la sapienza de’ decemviri di gran lunga superava quella di Dragone e di Solone che diedero le leggi agli ateniesi, e quella di Ligurgo che diedele agli spartani; ch’è lo stesso che la Legge delle XII Tavole non era né da Sparta né da Atene venuta in Roma. E crediamo in ciò apporci al vero: che non per altro Cicerone fece intervenire Quinto Muzio in quella sola prima giornata che — essendo al suo tempo cotal favola troppo ricevuta tra’ letterati, nata dalla boria de’ dotti di dare origini sappientissime al sapere ch’essi professavano; lo che s’intende da quelle parole che ’l medesimo Crasso dice: «Fremant omnes; dicam quod sentio», — perchè non potessero opporgli ch’un oratore parlasse della storia del diritto romano, che si appartiene saper da’ giureconsulti (essendo allora queste due professioni tra lor divise), se Crasso avesse d’intorno a ciò detto falso, Muzio ne l’avrebbe certamente ripreso; siccome, al riferir di Pomponio, riprese Servio Sulpizio, ch’interviene in questi stessi ragionamenti, dicendogli: «Turpe esse patricio viro ius in quo versar eiur ignorare».
Ma più che Cicerone e Varrone, ci dà Polibio un invitto argomento di non credere né a Dionigi né a Livio; il quale senza contrasto seppe più di politica di questi due, e fiori da dugento anni più vicino a’ decemviri che questi duc. Egli (nel libro sesto, al numero quarto e molti appresso dell’edizione di Giacomo Gronovio a piè fermo si pone a contemplare la costituzione delle repubbliche libere più famose de’ tempi suoi; ed osserva la romana esser diversa da quelle d’Atene e di Sparta, e più che di Sparta esserlo da quella d’Atene, dalla quale più che da Sparta i pareggiatori del gius attico col romano vogliono esser venute le leggi per ordinarvi la libertà popolare già innanzi fondata da Bruto. Ma osserva al contrario somiglianti tra loro la romana e la cartaginese, la quale niuno mai si è sognato essere stata ordinata libera con le leggi di Grecia; lo che è tanto vero ch’in Cartagine era espressa legge che vietava a’ Cartaginesi sapere di greca lettera. Ed uno scrittore sappientissimo di repubbliche non fa sopra ciò questa cotanto naturale e cotanto ovvia riflessione, e non ne investiga la cagion della differenza: — Le repubbliche romana ed ateniese, diverse, ordinate con le medesime leggi; e le repubbliche romana e cartaginese, simili, ordinate con leggi diverse? — Laonde, per assolverlo d’un’oscitanza sì dissoluta, è necessaria cosa a dirsi che nell’età di Polibio non era ancor nata in Roma cotesta favola delle leggi greche venute da Atene ad ordinarvi il governo libero popolare.
Questa stessa Degnità per la terza parte apre la via agli ambiziosi nelle repubbliche popolari di portarsi alla monarchia, col secondare tal disiderio natural della plebe, che non intendendo universali, d’ogni particolare vuol una legge. Onde Silla capoparte di nobiltà, vinto Mario capoparte di plebe, riordinando lo Stato popolare con governo aristocratico, rimediò alla moltitudine delle leggi con le «Quistioni perpetue».
E questa Degnità medesima per l’ultima parte è la ragione arcana perchè, da Augusto incominciando, i romani principi fecero innumerabili leggi di ragion privata, e perchè i sovrani e le potenze d’Europa dappertutto, ne’ loro Stati reali e nelle repubbliche libere, ricevettero il Corpo del diritto civile romano e quello del diritto canonico.
xciii Poiché la porta degli onori nelle repubbliche popolari tutta si è con le leggi aperta alla moltitudine avara che vi comanda, non resta altro in pace che contendervi di potenza non già con le leggi ma con le armi, e per la potenza comandare leggi per arricchire, quali in Roma furon l’Agrarie de’ Gracchi; onde provengono nello stesso tempo guerre civili in casa ed ingiuste fuori.
Questa Degnità, per lo suo opposto, conferma per tutto il tempo innanzi de’ Gracchi il romano eroismo.
xciv La natural libertà è più feroce quanto i beni più a’ propi corpi son attaccati, e la civil servitù s’inceppa co’ beni di fortuna non necessari alla vita.
Questa Degnità per la prima parte è altro principio del natural eroismo de’ primi popoll; per la seconda, ella è ’l principio naturale delle monarchie (a).
xcv Gli uomini prima amano d’uscir di suggezione e disiderano ugualità: ecco le plebi nelle repubbliche aristocratiche, le quali finalmente cangiano in popolari; — di poi si sforzano superare gli uguali: ecco le plebi nelle repubbliche (b) popolari, corrotte in repubbliche di potenti; — finalmente vogliono mettersi sotto le leggi: ecco l’anarchie, o repubbliche popolari sfrenate, delle quali non si dà’ piggiore tirannide, dove tanti son i tiranni quanti sono gli audaci e dissoluti delle città. E quivi le plebi, fatte accorte da’ propi mali, per truovarvi rimedio vanno a salvarsi sotto le monarchie; ch’è la Legge regia naturale con la quale Tacito legittima la monarchia romana sotto di Augusto, «qui cuncta bellis civilibus fessa nomine principis sub imperium accepit». xcvi Dalla natia libertà eslege i nobili, quando sulle famiglie si composero le prime città, furono ritrosi ed a freno ed a peso: ecco le repubbliche aristocratiche nelle quali nobili son i signori; — dappoi, dalle plebi, cresciute in gran numero ed agguerrite, indutti a sofferire e leggi e pesi egualmente coi lor plebei: ecco i nobili nelle repubbliche popolari; — finalmente, per aver salva la vita comoda, naturalmente inchinati alla suggezione d’un solo: ecco i nobili sotto le monarchie.
Queste due Degnità con l’altre innanzi, dalla sessantesimasesta incominciando, sono i principii della Storia ideal eterna la quale si è sopra detta.
xcvii Si conceda ciò che ragion non offende, col dimandarsi che dopo il Diluvio gli uomini prima abitarono sopra i monti, alquanto tempo appresso calarono alle pianure, dopo lunga età finalmente si assicurarono di condursi a’ lidi del mare.
xcviii Appresso Strabone è un luogo d’oro di Platone, che dice, dopo i particolari diluvi ogigio e deucalionio aver gli uomini abitato nelle grotte sui monti, e gli riconosce ne’ Polifemi, ne’ quali altrove rincontra i primi padri di famiglia del mondo; — di poi, sulle falde, e gli avvisa in Bardano che fabbricò Pergamo che divenne poi la rocca di Troia; — finalmente, nelle pianure, e gli scorge in Ilo, dal quale Troia fu portata nel piano vicino al mare e fu detta «Ilio».
xcix xcix E pur antica tradizione che Tiro prima fu fondata entro terra, e dipoi portata nel lido del mar fenicio; com’è certa istoria indi essere stata tragittata in un’isola ivi da presso, quindi da Alessandro Magno riattaccata al suo continente.
L’antecedente postulato e le due Degnità che gli vanno appresso ne scuoprono che prima si fondarono le nazioni mediterranee, dappoi le marittime. E ne danno un grand’argomento che dimostra l’antichità del popolo ebreo, che da Noè si fondò nella Mesopotamia, ch’è la terra più mediterranea del primo mondo abitabile e si, fu l’antichissima di tutte le nazioni. Lo che vien confermato, perchè ivi fondossi la prima monarchia, che fu quella degli Assiri, sopra la gente caldea; dalla qual erano usciti i primi sappienti del mondo, de’ quali fu principe Zoroaste.
c Gli uomini non s’inducono ad abbandonar affatto le propie terre, che sono naturalmente care a’ natii, che per ultime necessità della vita; o di lasciarle a tempo che per l’ingordigia d’arricchire co’ traffichi, o per gelosia di conservare gli acquisti. Questa Degnità è ’l principio della trasmigrazione de’ popoli, fatta con le colonie eroiche marittime, con le innondazioni de’ barbari (delle quali sole scrisse Wolfango Lazio ), con le colonie» romane ultime conosciute e con le colonie degli Europei (a) nell’Indie.
E questa stessa Degnità ci dimostra che le razze perdute degli tre figliuoli di Noè dovettero andar in un error bestiale, perchè col fuggire le fiere (delle quali la gran selva della terra doveva pur troppo abbondare) e coll’iuseguire le schive e ritrose donne (ch’in tale stato selvaggio dovevan essere sommamente ritrose e schive), e poi per cercare pascolo ed acqua, si ritruovassero dispersi per tutta la terra nel tempo che fulminò la prima volta il cielo dopo il Diluvio; onde ogni nazione gentile cominciò da un suo Giove. Perchè se avessero durato nell’umanità come il popolo di Dio vi durò, si sarebbero come quello ristati nell’Asia, che, tra per la vastità di quella gran parte del mondo e per la scarsezza allora degli uomini, non avevano ninna necessaria cagione d’abbandonare, quando non è natural costume ch’i paesi natii s’abbandonino per capriccio.
ci I Fenici furono i primi navigatori del mondo antico.
cii Le nazioni nella loro barbarie sono impenetrabili, che si debbono irrompere da fuori con le guerre, o da dentro spontaneamente aprire agli stranieri per l’utilità de’ commerzi, come Psammetico apri l’Egitto a’ Greci dell’Ionia e della Caria, i quali dopo i Fenici dovetter essere celebri nella negoziazione marittima; onde per le grandi ricchezze nell’Ionia si fondò il templo (a) nell’Affrica e nell’Indie occidentali ed orientali.
. di Giunone Samia (a) e nella Caria si alzò il mausoleo d’Artemisia, che furono due delle sette maraviglie del mondo; la gloria della qual negoziazione restò a quelli di Rodi, nella bocca del cui porto ergerono il gran colosso del Sole, ch’entrò nel numero delle maraviglie saddette. Cosi il Chinese per l’utilità de’ commerzi ha ultimamente aperto la China a’ nostri Europei.
Queste tre Degnità ne danno il principio d’un altro Etimologico delle voci d’origine certa straniera, diverso da quello sopra detto delle voci natic. Ne può altresì dare la storia di nazioni dopo altre nazioni portatesi con colonie ia terre straniere; come Napoli si disse dapprima «Sirena» con voce siriaca (ch’è argomento che i Siri, ovvero Fenici, vi avessero menato prima di tutti una colonia per cagione di traffichi), dopo si disse «Partenope» con voce eroica greca, e finalmente con lingua greca volgare si dice «Napoli»: che sono pruove che vi fussero appresso passati i Greci per aprirvi società di negozi; ove dovette provenire una lingua mescolata di fenicia e di greca, della quale, più che della greca pura, si dice Tiberio imperadore essersi dilettato. Appunto come ne’ Lidi di Taranto vi fu una colonia siriaca detta «Siri», i cui abitatori erano chiamati «Siriti» (b), e poi da’ Greci fu detta «Polieo» "; e ne fu appellata «Minerva Poliade» Questa Degnità altresì dà i principii di scienza all’argomento di che scrisse il Giambullari: che la lingua toscana sia d’origine siriaca; la quale non potè provenire che dagli più antichi Fenici, che furono i primi navigatori del mondo antico, come poco sopra n’abbiamo proposto una Degnità; perchè, appresso, tal gloria fu de’ Greci della Caria e dell’Ionia, e restò per ultimo a’ Rodiani.
ciii ciii Si domanda ciò ch’è necessario concedersi: che nel lido del Lazio fusse stata menata alcuna greca colonia, che poi da’ Romani vinta e distrutta, fusse restata seppellita nelle tenebre dell’antichità.
Se ciò non si concede, chiunque riflette e combina sopra l’antichità, è sbalordito dalla storia romana, ove narra Ercole, Evandro, Arcadi, Frigi dentro del Lazio, Servio Tullio greco, Tarquinio Prisco figliuolo di Demarato corintio, Enea fondatore della gente romana. Certamente le lettere latine Tacito osserva somiglianti all’antiche greche; quando a tempi di Servio Tullio, per giudizio di Livio, non poterono i Romani nemmeno udire il famoso nome di Pittagora ch’insegnava nella sua celebratissima scuola in Cotrone, e non incominciaron a conoscersi co’ Greci d’Italia che con l’occasione della guerra di Taranto, che portò appresso quella di Pirro co’ Greci oltramare. civ È un detto degno di considerazione quello di Dion Cassio; che la consuetudine è simile al re e la legge al tiranno; che deesi intendere della consuetudine ragionevole e della legge non animata da ragion naturale.
Questa Degnità dagli effetti diffinisce altresì la gran disputa: — Se vi sia diritto in natura o sia egli nell’oppenione degli uomini; — la qual è la stessa che la proposta nel corollario dell’ottava: — Se la natura umana sia socievole. — Perchè il Diritto natural delle genti essendo stato ordinato dalla consuetudine (la qual Dione dice comandare da re con piacere), non ordinato con legge (che Dion dice comandare da tiranno con forza), perocché egli è nato con essi costumi umani usciti dalla natura comune delle nazioni (ch’è ’l subbietto adeguato di questa Scienza), e tal diritto conserva l’umana società; né essendovi cosa più naturale (perché non vi è cosa che piaccia più) che celebrare i naturali costumi: per tutto ciò (a) la natura umana, dalla quale sono usciti tali costumi, ella è socievole.
Questa stessa Degnità, con l’ottava e ’l di lei corollario, dimostra che l’uomo non è ingiusto per natura assolutamente, ma per natura caduta e debolc. E ’n conseguenza dimostra il primo principio della cristiana religione, ch’è Adamo intiero, qual dovette neir idea ottima essere stato criato da Dio. E quindi dimostra i catolici principii della grazia: ch’ella operi nell’uomo, ch’abbia la privazione, non la niegazione delle buon’opere (b), e sì, ne abbia una potenza inefficace, e perciò sia efficace la grazia; che perciò non può stare senza il principio dell’arbitrio libero, il quale naturalmente è da Dio aiutato con la di lui Provvedenza (come si è detto sopra, nel secondo corollario della medesima ottava), sulla quale la cristiana conviene con tutte l’altre religioni. Ch’era quello sopra di che Grozio, Seldeno, Pufendorfio dovevano innanzi ogni altra cosa fondar i loro sistemi e convenire coi romani giureconsulti, che diffiniscono «il Diritto natural delle genti essere stato dalla divina Provvedenza ordinato» (a).
cv Il Diritto natural delle genti è uscito coi costumi delle nazioni tra loro conformi in un senso comune umano, senza alcuna riflessione e senza prender essemplo l’una dall’altra.
Questa Degnità, col detto di Dione riferito nell’antecedente, stabilisce la Provvedenza essere l’ordinatrice del Diritto natural delle genti, perch’ella è la regina delle faccende degli uomini.
Questa stessa stabilisce la differenza (b) del Diritto natural degli Ebrei, del Diritto natural delle genti e Diritto natural de’ filosofi: perchè le genti n’ebbero i soli ordinari aiuti dalla Provvedenza; gli Ebrei n’ebbero anco aiuti estraordinari dal vero Dio, per lo che tutto il mondo delle nazioni era da essi diviso tra Ebrei e genti; e i filosofi il ragionano più perfetto di quello che ’l costuman le genti, i quali non vennero che da un duemila anni dopo» essersi fondate le genti. Per tutte le quali tre difFerenae non osservate, debbon cadere gli tre sistemi di Grozio, di Seldeno, di Pufendorfio.
cvi Le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che trattano.
Questa Degnità, allogata qui per la particolar materia del Diritto natural delle genti, ella è universalmente usata in tutte le materie che qui si trattano. Ond’era da proporsi traile Degnità generali; ma si è posta qui, perchè in questa più che in ogni altra particolar materia fa vedere la sua verità e l’importanza di fame uso.
cvii cvii Le genti cominciarono prima delle città; e sono quelle che da’ Latini si dissero «gentes maiores», o sia case nobili antiche, come quelle de’ padri de’ quali Romolo compose il senato e, col senato, la romana città (a); come al contrario si dissero «gentes minores» le case nobili nuove fondate dopo le città, come furono quelle de’ padri de’ quali (a) Giunio Bruto, cacciati gli re, riempie il senato, quasi esausto per le morti de’ senatori fatti morire da Tarquinio Superbo.
cviii Tale fu la divisione degli dèi: tra quelli delle genti maggiori, ovvero dèi consagrati dalle famiglie innanzi delle città, i quali appo i Greci e Latini certamente (e qui pruoverassi appo i primi Assiri, ovvero Caldei, Fenici, Egizi) furono dodici (il qual novero fu tanto famoso tra i Greci che l’intendevano con la sola parola «δώδεκα») e vanno confusamente raccolti in un distico latino riferito ne’ Principii del Diritto universale 2; i quali però qui, nel libro secondo, con una Teogonia naturale, o sia generazione degli dèi naturalmente fatta nelle menti de’ Greci, usciranno così ordinati: Giove, Giunone; Diana, Apollo; Vulcano, Saturno, Vesta; Marte, Venere; Minerva, Mercurio; Nettunno; — e gli dèi delle genti minori, ovvero dèi consegrati appresso dai popoli, come Romolo il qual, morto, il popolo romano appellò «dio Quirino».
Per queste tre Degnità, gli tre sistemi di Grozio, di Seldeno, di Pufendorfio mancano ne’ loro principii, ch’incominciano dalle nazioni guardate tra loro nella società di tutto il gener umano; il quale appo tutte le prime nazioni, come sarà qui dimostrato, cominciò dal tempo delle famiglie, sotto gli dèi delle genti dette «maggiori».
cix Gli uomini di corte idee stimano diritto quanto si è spiegato con le parole.Liv., II, 1. cx È aurea la diffinizione ch’Ulpiano assegna dell’equità civile: ch’ella è «probabilis quædam ratio non omnibus hominibus naturaliter cognita (com’è l’equità naturale), sed paucis tantum qui prudentia, usu, doctrina prœditi didicerunt quæ ad societati humanæ conservationem sunt necessaria»; la quale in bell’italiano si chiama «ragion di Stato».
cxi Il certo delle leggi è un’oscurezza della ragione unicamente sostenuta dall’autorità, che le ci fa sperimentare dure nel praticarle, e siamo necessitati praticarle per lo di lor «certo», che in buon latino significa «particol arizzato» o, come le scuole dicono, «individuato»; nel qual senso «certum» e «commune», con troppa latina eleganza, son opposti tra loro.
Questa Degnità con le due seguenti diffinizioni costituiscono il principio della ragion stretta, della qual è regola l’equità civile; al cui certo, o sia alla determinata particolarità delle cui parole, i barbari d’idee particolari naturalmente s’acquetano, e tale stimano il diritto che lor si debba. Onde ciò che in tali casi Ulpiano dice: «Lex dura est, sed scripta est» tu diresti, con più bellezza latina e con maggior eleganza legale: «Lex dura est, sed certa est». cxii Gli uomini intelligenti stimano diritto tutto ciò che detta essa uguale utilità delle cause.
cxiii Il vero delle leggi è un certo lume e splendore di che ne illumina la ragion naturale; onde spesso i giureconsulti (a) usan dire «verum est» per «æquum est».
Questa diffinizione come la centoundecima sono proposizioni particolari per far le pruove nella particolar materia del Diritto natural delle genti, uscite dalle due generali, nona e decima, che trattano del vero e del certo generalmente, per far le conchiusioni in tutte le materie che qui si trattano.
cxiv L’equità naturale della ragion umana tutta spiegata è una pratica della sapienza nelle faccende dell'utilità, poiché «sapienza» nell’ampiezza sua altro non è che scienza di far uso delle cose, qual esse hanno in natura.
Questa Degnità con l’altre due seguenti diffinizioni costituiscono il principio della ragion benigna, regolata dall’equità naturale, la qual è connaturale alle nazioni ingentilite; dalla quale scuola pubblica si dimostrerà esser usciti i filosofi.
Tutte queste sei ultime proposizioni fermano che la Provvedenza fu l’ordinatrice del Diritto natural delle genti; la qual permise che, poiché per lunga scorsa di secoli le nazioni avevano a vivere incapaci del vero e dell’equità naturale (la quale più rischiararono, appresso, i filosofi), esse si attenessero al certo ed all’equità civile, che scrupolosamente custodisce le parole degli ordini e delle leggi; e da queste fussero portate ad osservarle generalmente anco ne’ casi che riuscissero dure, perchè si serbassero le nazioni.
E queste istesse sei proposizioni, sconosciute dagli tre principi della dottrina del Diritto natural delle genti, fecero ch’essi, tutti e tre, errassero di concerto nello stabilirne i loro sistemi; perc’han creduto che l’equità naturale nella sua idea ottima fusse stata intesa dalle nazioni gentili fin da’ loro primi incominciamenti, senza riflettere che vi volle da un duemila anni perchè in alcuna fussero provenuti i filosofi, e senza privilegiarvi un popolo con particolarità assistito dal vero Dio.
Note [SEZIONE TERZA] (a) DE’ PEINCIPn Ora, per fare sperienza se le proposizioni noverate finora per elementi di questa Scienza debbano dare la forma alle materie apparecchiate nel principio sulla Tavola cronologica, preghiamo il leggitore (b) che rifletta a quanto si è scritto d’intorno a’ principii di qualunque materia di tutto lo scibile divino ed umano della gentilità, e combini se egli faccia sconcezza con esse proposizioui, o tutte più o una; perchè tanto si è con una quanto sarebbe con tutte, perchè ogniuna di quelle fa acconcezza con tutte. Che certamente egli, f accendo cotal confronto, s’accorgerà (e) che sono tutti luoghi di confusa memoria, tutte immagini di (a) [CMA^] Proposizione de’ principii di questa Scienza. (6) che richiami alla memoria e risvegli nella fantasia qualunque anticipato concetto di qualunque materia [CMA^] d’intorno all’origini di tutto lo scibile, ecc. (e) essere tutti pregiudizi oscuri e sconci, e la lor fantasia esser un covile di tanti mostri e la lor memoria una cimmeria grotta di tante tenebre. Ma perchè egli cangi in piacere la dispiacenza che certamente dovrà recargli cotal veduta, la quale quanto egli sarà più addottrinato dovrà farglisi sentire maggiore, perchè più il disagia ed incomoda di ciò sullo che esso già riposava: per tutto ciò esso faccia conto che quanto immagina e si ricorda d’intorno a’ principii di tutte le parti che compiono il subbietto deUa sapienza profana, sia una di quelle capricciose dipinture, le quali, sfacciate, danno a vedere informissimi mostri, ma, dal giusto punto deUa loro prospettiva guardate di profilo, danno a vedere bellissime formate figure. — Ma tal giusto punto di prospettiva ci niegano di ritruovare le due borie che nelle Degnità abbiamo dimostro. La boria delle gentili nazioni, che diceva Diodoro Sicolo, d’essere state ogniuna la prima del mondo (dalla quale da Gioseffo udimmo essere stata lontana l’ebrea), ci disanima di ritruovare i principii di questa Scienza 172 LIBRO PRIMO — SEZIONE TERZA mal regolata fantasia, e niun esser parto d’intendimento, il qual è stato trattenuto ozioso dalle due borie che nelle Degnità i noverammo. Laonde, perchè la boria delle nazioni, d’essere stata ogniuna la prima del mondo, ci disanima di ritruovare i principii di questa Scienza da’ filologi; altronde la boria de’ dotti, i quali vogliono ciò ch’essi sanno essere stato eminentemente inteso fin dal principio del mondo, ci dispera di ritruovargli da’ filosofi: quindi, per questa ricerca, si dee far conto come se non vi fussero libri nel mondo.
Ma in tal densa notte di tenebre ond’è coverta la prima da noi lontanissima antichità, apparisce questo lume eterno, che non tramonta, di questa verità (a) la quale non si può a patto alcuno chiamar in dubbio: che questo mondo civile egli certa da’ filologi; la boria de’ dotti, che vogliono ciò che essi sanno essere stato eminentemente inteso dal principio del mondo [Cil/A^] (perchè la gloria di ciò noi sopra dimostrammo, per lo giusto calcolo ch’essi han fatto de’ tempi del mondo, essere stata de’ soli Ebrei) [S^^j^ ci dispera di ritruovargli da’ filosofi. In tal disperazione bassi a porre il leggitore che voglia profittare di questa Scienza, come se per lo di lei acquisto non ci fussero affatto libri nel mondo. Né noi Paremmo ritruovata altrimenti, senonsè la Provvedenza divina ci avesse cosi guidato nel corso de’ nostri studi che, non avendo avuto maestri, non ci determinammo da ninna passione di scuola o setta; e ’n cotal guisa, dalla bella prima che incominciammo a profondare ne’ principii dell’umanità gentilesca, sempre meno e meno soddisfaccendoci ciò che se n’era scritto, stabilimmo finalmente da ben venti anni fa di non legger più libri; come ultimamente risapemmo aver fatto con magnanimo sforzo ma con infelice evento l’inghilese Tommaso Obbes, il quale in questa parte credette di accrescere la greca filosofia, [CMA^] al riferire di Giorgio Paschio, De emditis ìiuius sascitli inventis, [SN^] e se ne vantava co’ dotti amici che, se esso come quelli avesse seguitato a leggere gli scrittori, non sarebbe più d’ogniuno di essi ^.— Ma in tal densa notte, ecc.