SigPhi · Giambattista Vico

La scienza nuova — Volume I

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(a) che può servirci di cinosura onde giugniamo al desiderato porto di questa Scienza: che questo mondo, ecc.

1 Degù. III-IV.

Si veda più su, p. 131 «g. n. mente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perchè se ne debbono, ritmo vare i principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana. Lo che, a chiunque vi rifletta, dee recar maraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono di conseguire la scienza di questo mondo naturale, del quale, perchè Iddio egli il fece, esso solo ne ha la scienza; e traccurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, o sia mondo civile, del quale, perchè l’avevano fatto gli uomini, ne potevano conseguire la scienza gli uomini. Il quale stravagante effetto è provenuto da quella miseria, la qual avvertimmo nelle Degnità , della mente umana; la quale, restata immersa e seppellita nel corpo, è naturalmente inchinata a sentire le cose del corpo, e dee usare troppo sforzo e fatiga per intendere sé medesima, come l’occhio corporale che vede tutti gli obbietti fuori di sé ed ha dello specchio bisogno per vedere sé stesso.

Or, poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gli uomini; perchè tali cose ne potranno dare i principii universali ed eterni, quali devon esser d’ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano in nazioni.

Osserviamo tutte le nazioni così barbare come umane, quantunque, per immensi spazi di luoghi e tempi tra loro lontane, divisamente fondate, custodire questi tre umani costumi: che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutte seppelliscono i loro morti; né tra nazioni, quantunque selvagge e crude, si celebrano azioni umane con più ricercate cerimonie e più consagrate solennità che religioni, matrimoni e seppolture. Che per la Degnità che «idee uniformi, nate tra popoli sconosciuti tra loro, debbon aver un principio comune di vero», dee essere stato dettato a tutte, che da queste tre cose incominciò appo tutte l’umanità, e per ciò si debbano santissimamente custodire da tutte, perchè ’l mondo non s’infierisca e si rinselvi di nuovo. Perciò abbiamo presi questi tre 174 LIBRO PRrMO — SKZIONE TERZA costumi eterni ed universali per tre primi principii di questa Scienza.

Né ci accusino di falso il primo i moderni viaggiatori, i quali narrano che popoli del Brasile, di Cafra ed altre nazioni del mondo nuovo ^ fé Antonio Ax’naldo crede lo stesso degli abitatori dell’isole chiamate Antille ^ j, che vivano in società senza alcuna cognizione di Dio; da’ quali forse persuaso, Bayle afferma nel Trattato delle comete che possano i popoli senza lume di Dio vivere con giustizia 3; che tanto non osò affermare Polibio, al cui detto da taluni s’acclama: che «se fussero al mondo filosofi, che ’n forza della ragione non delle leggi vivessero con giustizia, al mondo non sarebber uopo religioni» ’^. — Queste sono novelle di viaggiatori che proccurano smaltimento a’ lor hbri con mostruosi ragguagli. Certamente Andrea Rudigero nella sua Fisica magnificamente intitolata «divina», che vuole che sia l’unica via di mezzo tra l’ateismo e la superstizione, egli da’ censori dell’università di Genevra (nella qual repubblica, come libera popolare, dee essere alquanto più di libertà nello scrivere ) è di tal sentimento gravemente notato che «’1 dica con troppo di sicurezza» ^^ ch’è lo stesso dire che con non poco d’audacia.

1 n V. attinge all’opera del Bayle, cit. più sotto, § 88 (IV, pp. 119-123): ■’■ Examen de ce que le pére Thomassin remarque sur la grossièreté des nations athées»; in cui si parla dei Cafri, degli Irocchesi, dei Canadesi e degli abitanti delle isole Mariane, citandosi il Dapper, Description de l’Afrique (Amsterdam, 1688) e il p. Le GOBIER, Histoire des lles Marianes.

2 «Tous ceux qui nous ont donne l’histoire des Antilles demeurent d’accora qu’avant qu’elles eùssent esté decouvertes par les Chrestiens, tous les habitans de ces isles estoient dans une profonde ignorance de Dieu», ecc. — Anche questo passo della Quatrième dénonciation de la nouvelle hérésie du peché philosophique, qui contieni la réponse à la troisième lettre des pères jésuites (in (Euv.res de messirc Axtoine Arxauld, docteur de la maison et société de Sorbonne, voi. XXXI, A Paris, Chez Sigismonde d’Arnay et Comp., MDCCLXXX, p. 274), il V. trovò nell’op. del Bayle qui sotto cit., IV, p. 167.

^ Pensées diverses écrites à un docteur de Sorbonne à l’occasion de la coinète qui parut au mois de déceinbre 1680: e Continuation des pensées, ecc., ou Réponse à plusieurs difficultez que Mr.*** a proposées à V Auteur, Nouvelle édition corrig«^e (A Rotterdam, Chez les héritiers de Reincrs Léers, MDCCXXl, 4 voli, in-16).

Si veda p. 132, n. 1. Anche il passo di Polibio qui cit. è ricordato dal Bayle, op. cit., Ili, p. 557 8g.

’ Andreae RiJDiOERi, Phil. et. Med. D., Physica divina, Recta via, Eademqttp inter auperstitionem et atheismum media, ad utramque hominis fcìicilatem, naiaralem atque moralem, ducens. In prcefatione respondetur ubivctionibus professoris BK’ PRINCIPII 175 Perchè tutte le uazioni credono in una divinità provvedente, onde quattro e non più si hanno potuto truovare religioni primarie per tutta la scorsa de’ tempi e per tutta l’ampiezza di questo mondo civile: una degli ebrei, e quindi altra de’ cristiani, che credono nella divinità d’una mente infinita libeia; la terza de’ gentili, che la credono di piìi dèi, immaginati composti di corpo e di mente libera, onde quando vogliono significare la divinità che regge e conserva il mondo, dicono «deos immortales»; la quarta ed ultima de’ maomettani, che la credono d’un dio infinita mente libera in un infinito corpo, perchè aspettano piaceri de’ sensi per premii nell’altra vita.

Niuna credette in un dio tutto corpo o pure in un dio tutto mente la quale non fusse libera. Quindi né gli Epicurei, che non danno altro che corpo e, col corpo, il caso; né gli Stoici, che danno Dio in infinito corpo infinita mente soggetta al fato (che sarebbero per tal parte gli spinosisti), poterono ragionare di repubblica né di leggi; e Benedetto Spinosa parla di repubblica come d’una società che fusse di mercadanti i. Per lo che aveva la ragion Cicerone, il qual ad Attico, perch’egli era epicureo, diceva non poter ■ esso con lui ragionar delle leggi, se quello non cuiusdam lipsiensis, et appendicis loco adiecta sunt monita doininorum censorurn cum responsionibus auctoris. Accedit Index locupletissimus (Fraucofurti ad Msenum, Typis Matthiae Audiese, MDCOXVI).— Ma l’esame del libro (o meglio, d’una parte del libro) del R. non fu fatto dai censori dell’università di Ginevra, sì bene da quei di Lipsia (p. 776: «Notum est iis qui me norunt quod per biennium, fere huius «Pàysicceii quinque priora capita sustinuerint dominorum censorurn hi e Lipsia: examen»). Inoltre nei XXXYll Motiita onde constano quelle censure non v’è quello indicato dal V. Semplicemente, nella Prcefatio ad lector., % 1 (De inscriptione libri), il R. stesso, prevedendo per l’appunto l’obiezione di soverchia audacia, dice: «iVe arrogantius dictam putes Ph ysicam divina m, monco nullo alio respectu divinam dici quam ut mechanicce,hodie fere per totam, Europam fiorenti iamque paulatim marcescenti, intelligas esse oppositam».

1 Con questa profonda e giustissima definizione dell’utilitarismo spinoziano il V. voleva forse alludere in particolar modo al cap. XVI del Tractactus theologicus politicus (ediz. originale: Hamburgi, Apud Henricum Kiinrath, MDCLXX, pp. 175-186, spec. p. 177j: «...quanto sit hominibus utilius secundum legem et certa nostrae rationis dictamina vivere, qucs, uti diximus, non nisi veruni hominum utile iaitendunt, nemo potest dubitare ^. Sui rapporti tra il V. e lo Spinoza, e la probabile influenza che per l’appunto il Tractatus theolog. polit. ehhe sul pensiero del primo, si veda B. Croce, La filosofia di G. B. V. (Bari, Laterza, 1911), cap. XVI. 176 LIBRO PRIMO — SEZIONE TERZA gli avesse conceduto che vi sia Provvedenza divina i. Tanto le due sètte, stoica ed epicurea, sono comportevoli con la romana giurisprudenza, la quale pone la Provvedenza divina per principal suo principio!

(a) L’oppenione poi ch’i concubiti, certi di fatto, d’uomini liberi con femmine libere senza solennità di matrimoni non contengano uiuna naturale malizia (6), ella da tutte le nazioni del mondo è ripresa di falso con essi costami umani, co’ quali tutte religiosamente celebrano i matrimoni e con essi diffiniscono che, ’n grado benché rimesso, sia tal peccato di bestia. Perciocché, quanto è per tali genitori, non tenendogli congionti niun vincolo necessario di legge, essi vanno a disperdere i loro figliuoli naturali, i quali, potendosi i loro genitori ad ogni ora dividere, eglino, abbandonati da entrambi, deono giacer esposti per esser divorati da’ cani; e se l’umanità o pubblica o privata non gli allevasse, dovrebbero crescere senza avere chi insegnasse loro religione, né lingua, né altro umano costume. Onde, quanto é per essi, di questo mondo di nazioni, di tante belle arti dell’umanità arrichito ed adorno, vanno a fare la grande antichissima selva per entro a cui divagavano con nefario ferino errore le brutte fiere d’Orfeo, delie qual’i figliuoli con le madri, i padri con le figliuole usavano la venere bestiale; ch’è l’infame nefas del mondo eslege (e), che Socrate con ragioni fisiche poco propie voleva pruovare esser vietato dalla natura 2, essendo egli vietato dalla natura umana, perchè tali concubiti appo tutte (a) Se voglia opporsi al secondo alcuno, che in questa mansuetudine d’atti e parole sia di mente più immane che non furono le fiere d’Orfeo e voglia appruovare a’ dissoluti ch’i concubiti, ecc.

(fe) egli fugga e si nasconda in ogni angulo più riposto del mondo, che sarà ripreso di tal sua falsa oppenione. Poiché le nazioni tutte, ecc.

(e) che determina nefari cosi fatti concubiti, de’ quali non potè intendere la ragione Socrate né gli altri (tra’ quali è Ugon G-rozio) che gli vennero appresso. Finalmente^ ecc.

1 CiC, De leg. I, 7: «Dasne igitur hoc nobis, Pomponi...deorum immortalium vi, natura, ratione, potestaie, numine, aive quod est alkid verbum quo planius significem quod volo, naturarli omncm regi? Nani,»i hoc noti probas, ab eo nobis causa ordienda est potissirnum».

2 Xenoph., Metnorab. Socr., IV, 4, 19-23. de’ PRiNcrpn 177 le nazioni sono naturalmente abborriti, né da talune furono praticati che nell’ultima loro correzione, come da’ Persiani {a).

Finalmente, quanto gran principio dell’umanità sieno le seppolture, s’immagini uno stato ferino nel quale restino inseppolti i cadaveri umani sopra la terra ad esser esca de’ corvi e cani; che certamente con questo bestiale costume dee andar di concerto quello d’esser iucolti i campi nonché disabitate le città, e che gli uomini a guisa di porci anderebbono a mangiar le ghiande, colte dentro il marciume de’ loro morti congionti. Onde a gran ragione le seppolture con quella espressione sublime: «foedera generis humani» ci furono diffinite e, con minor grandezza, «humanitatis commercia» ci furono descritte da Tacito i. Oltrecchè, questo é un placito nel quale certamente son convenute tutte le nazioni gentili: che l’anime restassero sopra la terra inquiete ed andassero errando intorno a’ loro corpi inseppolti, e ’n conseguenza che non muoiano co’ loro corpi, ma che sieno immortali. E che tale consentimento fusse ancora stato dell’antiche barbare, ce ne convincono (b) ì popoli di Guinea, come attesta Ugone Linschotano 2; di quei del Perù e del Messico, Acosta, (a) [CMA*] E la ragione naturale si è perchè con tali concubiti si pianta sopra il piantato, e si, quanto è per essi, coloro che l’usano, non a propagare, vanno a restrignere e per ultimo a finire la generazione degli uomini.

(b) non già i Chinesi, gente umanissima, ma i popoli di Guinea, ecc.

1 TA.c.,Ann.,Yl, 19, dopo avere parlato della, «immensa strages» ordinata da Tiberio dei supposti complici di Seiano, e descritti i cadaveri galleggianti sul Tevere, soggiunge: «Interciderai sortis humance[= mortis] comm,ercium vi metus: quantumque saevitia glisceret m,iseratio acerbatur».

2 Cioè Giov. Ugo van Linschooten (1563-1611). Dal passo vichiano parrebbe che il nostro a. volesse alludere alla Desariptio totius Guinea tractus, Cangi, Angola et Monopatce, eorwnque locorum, quce e regione C. S. Augustini in Brasilia iacent, Proprietates Oceani, insularumque eiusdem, S. Thomce, S. Helenae, Ascensionis, eie, portuum, altitudinis, Syrtium, vadorum ac fundi, Mirce narrationes Navigationum Batavorum, cum interioris terree descriptione. Nec non diffusa explicatio in Tabulam cosmographicam Insulae S. Laureniii sive Madagascar, cum detectione Syrtium, scopulorum omnium, ac multitudinis insularum huiiis Indici maris, situsque terree firmce a Bonce Spei promontorio per Monomotapan, Zefalam usque ad Moasambicquani, ac mox supra Quiloam, Gorgam, Melindam, Amaram, Barn, Mugadoxo, Doaram, etc, usque ad Rubrum Mare (Hagfe Comitis, Ex off. Alberti Hen 12 1 78 LIBRO PRIMO — SEZIONE TERZA De Indicis i; degli abitatori della Virginia, Tommaso Aviot 2; di quelli della Nuova Inghilterra, Riccardo Waitboi’nio; di quelli del regno di Sciam, Giuseffo Scultenio (a) 3. Laonde Seneca conchiude: «Qutim de immortalitate loquimur^ non leve monientum apud (a) Tanto che da queste nazioni ancora deve esser andato ad imparare o insegnare il dogma dell’immortalità dell’anima umana Pittagora! Laonde Seneca ecc.

rici, Anno 1599), stampata(con frontesp. e numeraz. a parte) in séguito alV Itinerarium indicum del medesimo autore. Ma in quest’opera non v’è nulla di ciò che dice il V. Tuttavia, ho fondato motivo di credere che la sua non sia un’errata citazione di terza quarta mano. Infatti nell’antico catalogo della Biblioteca oratoriana di Napoli (nella quale il V. studiò per molti anni e di cui catalogò e apprezzò il fondo Valletta) è segnata (10, 5, 31) sotto il nome del v. Linsch. una Indice Orientalis Deteriptio, divisa in 11 parti, nella quale i fratelli Gio. Teodoro e Gio. Israele de Bbt, raccolsero scritti di vari autori, e principalmente del v. Linsch., intorno all’argomento. Ora, nella Pars VI, Veram et historicam descriptionem auriferi regni Guinea, ad Africani pertÌ7ientis,quod alias ^litlua de Tnina>’ vocant,continens, qua situs loci, ratio urbium et domorum, portus item et flumina varia, cum variis incolarum superstitionibu^, educatione, forma, commerciis,linguis et moribus, succincta brevitate explicantur et percensentur, latinitate ex germanico donata studio et opera M. GoTARDi Arthus Dantiscani, Illustrata vero vivis et artificiosissime in oes incisis iconibus inque lucem edita a Jo. Theod. et Jo. Israel de Brt fratribns (Francof. ad M., Ex offic. Wolf. Richteri, Anno MDCIV). p. 42, si dice: «Accidit enim non semel ut Baiavi cum ipsis [gli abitanti della Guinea] conversantes...interrogarint...quo morientes migrent...Respondebant...mortuos...in alium quidem mundum migrare; at quomodo et quo, illud vero se nescire».

«Historia naturale e morale delle Indie, scritta dal r. padre Gioseffo di Acosta, della Compagnia del Giesù,A’e/Za quale si trattano le cose notabili del Cielo e degli Elementi, Metalli, Piante et Animali di quelle; i suoi riti e ceremonie; Leggi e governi e guerre degli Indiani, Xovamente tradotta dalla lingua Spagnuola nella Italiana da Gio. Paolo Gallucci Salodiano, Accademico Veneto, Con privilegii (In Venetia, Presso Bernardo Basa, AU’ Insegna del Sole, MDXCVi;, lib. V, cap. 7 {Delle superstitioni che usavano con gli Morti), p. 103.

2 Né questo Tommaso Aviot né U Waitbornio, di cui appresso, sono riuscito a identificare. Gesuiti non debbono essere, perché non li menziona il Sommebvogel. Ma chi sa in qual modo il V. avrà storpiato i loro nomi.

8 Cioè loost Schouten, il quale scrisse nel 1636 i Beschrijvinge van de Regeeringe, Macht, Religie, Costuymen...des Coningriicks Siam, pubbl. per la prima volta nel Beschrijving van het...lapati, di Francesco Caron (Amsterdam, 1648). — Ne ho innanzi una traduz. frane: Relation du Royaume de Siam par Ioost Schouten, directeur de la Compagnie hollandoise en ces quartiers-là, inserita in [Melchisedech ThÉVENOt], Relation de divers voyages curieu-x qui n’ont esté publiés ouqui n’ont esté traduits d’HACLDTT, de Purchas et d’autres voyageurs anglois, hollandois, portugais, allemandes, espagnoles, et de quelques persans, arabes et autres auteurs orientaux, Enrichie de figures de plantes non décrites, d’animaux inconnus à l’Europe et de cortes géographiques de pays dont on n’apoint encore donne de cortes de’ principit 179 iios habel corncw^m hoininuiìi aut fimentinm luferos (tal colcntncm; hac peìsnmione piiblica ulor» i.

(Paris, De l’Imprim. de Jacques Lauglois, ecc., MDCLXdi), I (con numeraz. a parte). A pp. 32-3: ^ Ces peuples soni divisez en plusieurs sectes; mais elles s’accordent à croire...que les àmes sont immortelles et que dans l’autre monde sont punies ou recompensées selon le inerite de leurs actiuns ’■■.

^ Sex., Epist., 117. 5-6; - Quum de animarum immoriulitate disserimus, non lece...coleiìtium. Utor hac publica persuasione: neminem invenies qui non putet et sapieiitiam bonmn et bonum. sapere..

[SEZIONE QUAETA] DEL METODO Per lo intiero stabilimento de’ priricipii, i quali si sono presi di questa Scienza, ci rimane in questo primo libro di ragionare del metodo che debbe ella usare. Perchè, dovendo ella cominciare donde ne incominciò la materia, siccome si è proposto nelle Degnità 1; e si, avendo noi a ripeterla, per gli filologi, dalle pietre di Deucalione e Pirra, da’ sassi d’Anfione, dagli uomini nati da’ solchi di Cadmo o dalla dura rovere di Virgilio 2, e per gli filosofi, dalle ranocchie d’Epicuro, dalle cicale di Obbes 3, da’ semplicioni di Grozio, da’ gittati in questo mondo senza ninna cura o aiuto di Dio di Pufendorfio, goffi e fieri quanto i giganti detti «los Patacones», che dicono ritruovarsi presso lo stretto di Magaglianes, cioè da’ Polifemi d’Omero, ne’ quali Platone riconosce i primi padri nello stato delle famiglie * (questa scienza ci han dato de’ principii dell’umanità così i filologi come i filosofi!); e dovendo noi incominciar a ragionarne da che quelli incominciaron a umanamente pensare; e nella loro immane fierezza e sfrenata libertà bestiale non essendovi altro mezzo per addimesticar quella ed infrenar questa, ch’uno spaventoso pensiero d’una qualche divinità, il cui timore, come si è detto nelle Degnità &, è ’1 solo potente mezzo di ridurre in ufizio una libertà 1 Degn. evi.

2 ^n., Vili, 315.

3 L’Hobbes non parla mai di cicale. Suppongo che l’equivoco del V. sia derivato dall’avere egli troppo frettolosamente percorra Top. cit. del Paschio (cfr. p. 131 8g. n.). Il quale, 1. e, dopo aver trascritto un passo dell’Hobbes (De cive, Vili. § 1: «IIomines tamquam si esseni iain iarn subito e terra fungorum more exorti et adulti, sine ornni unius ad alterum obliffatione», ecc.), soggiunge: <t Ex quibus apparet quos cicadis Lucretius [cfr. IV, 56 e V, 801], hos fungis Hobbium similes facere homines, quorum non, minor quam brutorvmi cojna in terras 2>rimitus effusa».

Si veda Degù. XCVflI e le note corrispondenti.

5 Degn. XXXI. 182 LIBRO PRIMO SEZIONE QUARTA inferocita: per rinvenire la guisa di tal primo pensiero umano nato nel mondo della gentilità, incontrammo l’aspre difficultà che ci han costo la ricerca di ben venti anni, e discendere da queste nostre umane ingentilite nature a quelle affatto fiere ed immani, le quali ci è affatto niegato d’immaginare e solamente a gran pena ci è permesso d’intendere (a).

Per tutto ciò dobbiamo cominciare da una qualche cognizione di Dio, della quale non sieno privi gli uomini, quantunque selvaggi, fieri ed immani. Tal cognizione dimostriamo esser questa: che r uomo, caduto nella disperazione di tutti i soccorsi della natura, disidera una cosa superiore che lo salvasse. Ma cosa superiore alla natura è Iddio, e questo è il lume ch’Iddio ha sparso sopra tutti gli uomini. Ciò si conferma con questo comune costume umano: che gli uomini libertini invecchiando, perchè si sentono mancare le forze naturali, divengono naturalmente religiosi.

Ma tali primi uomini, che furono poi i principi delle nazioni gentili, dovevano pensare a forti spinte di violentissime passioni, ch’è il pensare da bestie. Quindi dobbiamo andare da una volgar Metafìsica (la quale si è avvisata nelle Degnità i, e truoveremo (a) Oh’è la molesta fatiga che deon far i curiosi di questa Scienza, di cuoprìre d’obblio le loro fantasie e le loro memorie e lasciar libero il luogo al solo puro intendimento; e ’n cotal guisa da tal primo pensier umano incominceranno a scuoprire le finora seppellite origini di tante cose che compongono ed abbelliscono cosi questo mondo civile come quel delle scienze, per lo cui scuoprimento con tanta gloria travagliarono, del mondo civile, Marco Terenzio Varrone ne’ suoi libri Rerum divinarum et humanarum, e del mondo delle scienze, Bacone da Verulamio. E sventata ogni boria, e quella delle nazioni per ciò che attiensi al mondo civile, e quella de’ dotti per ciò che riguarda il mondo delle scienze, tutte con merito di verità e con ragion di giustizia, quali (per la serie dell’umane cose e dell’umane idee che nelle Degnità 2 proponemmo) debbon esser l’origini di tutte le cose, tutte semplici e rozze si ravviseranno qui, come in loro embrione e matrice, dentro la sapienza de’ poeti teologi, che furono i primi sappienti del mondo gentilesco. Perchè questa Scienza dee cominciare, come si è detto, chi una gualche cognizione, ecc.

1 Degli. XXXIII.

2 Degn. LUI e LIV. DEL METODO 183.

che fu la Teologia de’ poeti), e da quella ripetere il pensiero spaventoso d’una qualche divinità, ch’alle passioni bestiali di tal’uomini perduti pose modo e misura e le rende passioni umane. Da cotal pensiero dovette nascere il conato, il qual è propio dell’umana volontà, di tener in freno i moti impressi alla mente dal corpo, per o affatto acquetargli, ch’è dell’uomo sappiente, o almeno dar loro altra direzione ad usi migliori, ch’è dell’uomo civile. Questo infrenar il moto de’ corpi certamente egli è un effetto della libertà dell’umano arbitrio, e si, della libera volontà, la qual è domicilio e stanza di tutte le virtù, e traile altre della giustizia; da cui informata, la volontà è ’1 subbietto di tutto il giusto e di tutti i diritti che sono dettati dal giusto. Perchè dar conato a’ corpi tanto è quanto dar loro libertà di regolar i lor moti, quando i corpi tutti sono agenti necessari in natura; e que’ ch’i meccanici dicono «potenze». «forze», «conati» sono moti insensibili d’essi corpi, co’ quali essi o s’appressano, come volle la Meccanica antica, a’ loro centri di gravità, o s’allontanano, come vuole la Meccanica nuova, da’ loro centri del moto.

Ma gli uomini per la loro corrotta natura essendo tiranneggiati dall’amor propio, per lo quale non sieguono principalmente che la propia utilità, onde ^ eglino, volendo tutto l’utile per sé e ninna parte per lo compagno, non posson essi porre in conato le passioni per indirizzarle a giustizia. Quindi stabiliamo: che l’uomo nello stato bestiale ama solamente la sua salvezza; presa moglie e fatti figliuoli, ama la sua salvezza con la salvezza delle famiglie; venuto a vita civile, ama la sua salvezza con la salvezza delle città; distesi gl’imperi sopra più popoli, ama la sua salvezza con la salvezza delle nazioni; unite le nazioni in guerre, paci, allianze, commerzi, ama la sua salvezza con la salvezza di tutto il gener umano: l’uomo in tutte queste circostanze ama principalmente l’utilità propia. Adunque, non da altri che dalla Provvedenza divina deve essere tenuto dentro tali ordini a celebrare con giustizia la famigliare, la civile e finalmente l’umana società; per gli quali 1 S’interpetri qui «onde» nel significato di «per questa ragione» anzicliè in quello di «per la qual cosa •«: costrutto non raro nel V., che usa anche spesso il pronome relativo per il dimostrativo, in guisa che talvolta il periodo sembra a prima vista privo di proposizione principale, anche quando tale non sia. 184 LIBEO PRIMO SEZIONE QUARTA ordini, non potendo l’uomo conseguire ciò che vuole, almeno voglia conseguire ciò che dee dell’utilità; ch’è quel che dicesi «giusto». Onde quella che regola tutto il giusto degli uomini è la giustizia divina, la quale ci è ministrata dalla divina Provvedenza per conservare l’umana società.

Perciò questa Scienza per uno de’ suoi principali aspetti dev’essere una Teologia civile ragionata della Provvedenza divina, la quale sembra aver mancato finora; perchè i filosofi o l’hanno sconosciuta affatto, come gli Stoici e gli Epicurei, de’ quali questi dicono che un concorso cieco d’atomi agita, quelli che una sorda catena di cagioni e d’effetti strascina le faccende degli uomini; o l’hanno considerata solamente sull’ordine delle naturali cose, onde «Teologia naturale» essi chiamano la Metafisica, nella quale contemplano questo attributo di Dio, e ’1 confermano con l’ordine fisico che si osserva ne’ moti de’ corpi, come delle sfere, degli elementi, e nella cagion finale sopra l’altre naturali cose minori osservate. E pure sull’iconomia delle cose civili essi ne dovevano ragionare con tutta la propietà della voce, con la quale la Provvedenza fu appellata «divinità» da «divinari», «indovinare», ovvero intendere o ’1 nascosto agli uomini, ch’è l’avvenire, o ’1 nascosto degli uomini, ch’è la coscienza; ed è quella che propiamente occupa la prima e principal parte del subbietto della giurisprudenza, che son le cose divine, dalle quali dipende l’altra che 1 compie, che sono le cose umane. Laonde cotale Scienza dee essere una dimostrazione, per così dire, di fatto isterico della Provvedenza, perchè dee essere una storia degli ordini che quella, senza verun umano scorgimento o consiglio, e sovente contro essi proponimenti degli uomini, ha dato a questa gran città del gener umano; che, quantunque questo mondo sia stato criato in tempo e particolare, però gli ordini ch’ella v’ha posto sono universali ed eterni.

Per tutto ciò, entro la contemplazione di essa Provvedenza infinita ed eterna questa Scienza ritruova certe divine pruove con le quali si conferma e dimostra. Imperciochè la Provvedenza divina, avendo per sua ministra l’onnipotenza, vi debbe spiegar i suoi ordini per vie tanto facili quanto sono i naturali costumi umani; pere’ ha per consigliera la sapienza infinita, quanto vi DEL METODO 185 dispone debbe essere tutto ordine; pere’ ha per suo fine la sua stessa immensa bontà, quanto vi ordina debb’esser indiritto a un bene sempre superiore a quello che si han proposto essi uomini.

Per tutto ciò nella deplorata oscurità de’ principii e neli’innumerabile varietà de’ costumi delle nazioni, sopra un argomento divino che contiene tutte le cose umane (a), qui pruove non si possono più sublimi disiderare che queste istesse che ci daranno la naturalezza, l’ordine e ’1 fine, ch’è essa conservazione del gener amano. Le quali pruove vi riusciranno luminose e distinte, ove rifletteremo con quanta facilità le cose nascono ed a quali occasioni, che spesso da lontanissime parti, e talvolta tutte contrarie ai proponimenti degli uomini, vengono e vi si adagiano da sé stesse; e tali pruove ne somministra l’onnipotenza. Combinarle e vederne l’ordùie, a quali tempi e luoghi loro propi nascono le cose ora che vi debbono nascer ora, e l’altre si differiscono nascer ne’ tempi e ne’ luoghi loro, nello che all’avviso d’Orazio i consiste tutta la bellezza dell’ordine; e tah pruove ci apparecchia l’eterna sapienza: e finalmente considerare se siam capaci d’intendere se a quelle occasioni, luoghi e tempi, potevano nascere altri benefìcii divini, co’ quali in tali o tali bisogni o malori degli uomini si poteva condarre meglio a bene e conservare l’umana società; e tali pruove ne darà l’eterna bontà di Dio.

Onde la propia continua pruova che qui farassi sarà il combinar e riflettere se la nostra mente umana, nella serie de’ possibili la quale ci è permesso d’intendere, e per quanto ce n’è permesso, possa pensare o più o meno o altre cagioni di quelle ond’escono gH effetti di questo mondo civile. Lo che faccende, il leggitore pruoverà un divin piacere, in questo corpo mortale, di contemplare nelle divine idee questo mondo di nazioni per tutta la distesa de’ loro luoghi, tempi e varietà; e truoverassi aver convinto di fatto gli Epicurei che ’l loro caso non può pazzamente divagare e farsi per ogni parte l’uscita, e gli Stoici che la loro catena eterna delle cagioni, con la qual vogliono avvinto il mondo.

(a) in quanto si sottomettono a diritto e ragione, qui yruove ecc.

1 Ej). ad Pis., 42 sgg. e cfr. ivi le note del V.; in cui egli paragona l’ordine della composizione poetica all’ordine della natura, anzi identifica natura e ordine. ] 86 LIBRO PRIMO SEZIONE QUARTA ella (a) penda dall’onnipotente, saggia e benigna volontà dell’Ottimo Massimo Dio.