SigPhi · Giambattista Vico

La scienza nuova — Volume I

Page 12 of 17

Queste sublimi pruove teologiche naturali ci saran confermate con le seguenti specie di pruove logiche: — Che nel ragionare dell’origini delle cose divine ed umane della gentilità, se ne giugne a que’ primi oltre i quali è stolta curiosità di domandar altri primi, ch’è la propia caratteristica de’ principi!; se ne spiegano le particolari guise del loro nascimento, che si appella «natura», ch’è la nota propissima della scienza; e finalmente si confermano con l’eterna propietà che conservano, le quali non possono altronde esser nate che da tali e non altri nascimenti, in tali tempi, luoghi e con taU guise, o sia da tali nature, come se ne sono proposte sopra due Degnità i.

Per andar a truovare tali nature di cose umane procede questa Scienza con una severa analisi de’ pensieri umani d’intorno all’umane necessità o utilità della vita socievole, che sono i due fonti perenni del Diritto naturai delle genti, come pure nelle Degnità 2 si è avvisato. Onde per quest’altro principale suo aspetto questa Scienza è una storia dell’umane idee, sulla quale sembra dover procedere la Metafisica della mente umana; la qual regina delle scienze, per la Degnità ^ che «le scienze debbono incominciare da che n’incominciò la materia», cominciò d’allora ch’i primi uomini cominciarono a umanamente pensare, non già da quando i filosofi cominciaron a riflettere sopra l’umane idee (come ultimamente u’è uscito alla luce un libricciuolo erudito e dotto col titolo Historia de ideis *, che si conduce fin all’ultime controversie che ne hanno avuto i due primi ingegni di questa età, il Leibnizio e ’1 Newtone).

(a) pende appunto, come appresso Omero, dal sovrano arbitrio di un ottimo m.assimo Giove. — A queste sublimi pruove divine ci faremo scala con le seguenti, ecc.

1 Degn. XIV e XV.

2 Degn. XI.

3 Degn. evi.

•* Historia philosophica doclrino’ de ideis, qua tum veteruin imprimis grcecorum lum recentioriim philosophorum placito enarranfur (.-Vugustae Viiidelicorum, Apud Dav. Raym. Mertz et J. Jac. Mayer, MDOCXXIII).— Che l’autore sia Giacomo Brucker, DKL METODO 187 E per determinar i tempi e i luoghi a sì fatta istoria, cioè quando e dove essi umani pensieri nacquero, e si, accertarla con due sue propie Cronologia e Geografia, per dir così, metafisiche, questa Scienza usa un’arte critica, pur metafìsica, sopra gli autori d’esse medesime nazioni, traile quali debbono correre assai più di mille anni per potervi provenir gli scrittori sopra i quali la critica filologica si è finor occupata i. E ’1 criterio di che si serve, per una Degnità sovraposta 2 ^ è quello, insegnato dalla Provvedenza divina, comune a tutte le nazioni; ch’è il senso comune d’esso gener umano, determinato dalla necessaria convenevolezza delle medesime umane cose, che fa tutta la bellezza di questo mondo civile. Quindi regna in questa Scienza questa spezie di pruove: chetali dovettero, debbono e dovranno andare le cose delle nazioni quali da questa Scienza son ragionate, posti tali ordini dalla Provvedenza divina, fusse anco che dall’eternità nascessero di tempo in tempo mondi infiniti (lo che certamente è falso di fatto).

Onde questa Scienza viene nello stesso tempo a descrivere una Storia ideal eterna, sopra la quale corron in tempo le storie di tutte le nazioni ne’ loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini. Anzi ci avvanziamo ad affermare ch’in tanto, chi medita questa Scienza, egli narri a sé stesso questa Storia ideal eterna, in quanto — essendo questo mondo di nazioni stato certamente fatto dagli uomini (ch’è il primo principio indubitato che se n’è posto qui sopra 3), e perciò dovendosene ritruovare la guisa dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana, — egh, in quella pruova: «dovette, deve, dovrà», esso stesso se ’1 faccia; perchè ove avvenga che chi fa le cose, esso stesso le narri, ivi non può essere piìi certa l’istoria. Così questa Scienza noto principalmente per 5 grossi voli, di Historia critica philosophice a tempore resuscitatarum litterarum ad nostra tempora (Lipsije, Brestkopf, MDCCXLIV), è detto esplicitamente dagli Ada eruditor. di Lipsia, a. 1723, p. 392 e dallo stesso Bruckeb, Miscellanea hystoricf philosopJiica; literai iw, criV/ccP (A Ug. VindelÌCor.,MDCCXLVIII), p. HO n.

1 Cfr. Degn. XII.

2 Degn. cit.

8 Si vegga più su pp. 172-3. 188 LIBRO PRIMO — SEZIONE QUARTA procede appunto come la Geometria, che mentre sopra i suoi elementi il costruisce o ’1 contempla, essa stessa si faccia il mondo delle grandezze; ma con tanto più di realità quanta più ne hanno gli ordini d’intorno alle faccende degh uomini che non ne hanno punti, linee, superficie e figure. E questo istesso è argomento che tali pruove sieno d’una spezie divina e che debbano, leggitore, arrecarti un divin piacere; perocché in Dio (a) il conoscer e ’1 fare è una medesima cosa.

(a) [C3f"J.2] ove voglia, il conoscer e ’1 fare è una medesima cosa; di che nella nostra vita letteraria, con una pruova metafisica, la quale tuttodì sperimentiamo nelle funzioni della nostr’anima, abbiamo [CM^^] tratto questa dimostrazione i. — Sono nella nostra mente certe eterne verità le quali non possiamo sconoscere e rinniegare, e ’n conseguenza che non sono da noi. Ma del rimanente, sentiamo in noi una libertà di far, intendendovi, tutte le cose le quali hanno dipendenza dal corpo, e perciò le facciamo in tempo, cioè quando vogliamo applicarvi, e tutte intendendovi, le facciamo; come l’immagini con la fantasia; le reminiscenze con la memoria; con l’appetito le passioni; gli odori, i sapori, i colori, i suoni co’ sensi; e tutte queste cose le conteniamo dentro di noi, non essendo ninna di quelle che possa sussistere fuori di noi, onde soltanto durano quanto vi tegniamo applicata la nostra mente. Laonde delle verità eterne, clie non son in noi dal corpo, dobbiam intender esser principio un’idea eterna, che, nella sua cognizione, ove voglia, ella cria tutte le cose in tempo e le contiene tutte dentro di sé, e tutte, applicandovi, le conserva. — La qual dimostrazione ne pruova ad un fiato queste quattro grandi verità: 1. Oh’un’Idea eterna è ’1 principio di tutte le cose mortali. — il. Che Dio é principio libero delle produzioni ad extra. — III. Che ’1 mondo é stato criato in tempo. — IV. Che vi sia Provvidenza divina, la quale, intendendo, conserva tutte le coso oriate. — Per tutto ciò, quel «dovette, deve, dovrà» è una maniera archetipa e quasi creativa, la quale non si può avere che nell’idee eterne di Dio; perchè tanto vagliene «dovette» quanto vale «fu fatto», tanto «deve» quanto «si fa», tanto «dovrà > quanto «farassi». Talché cosi, in un certo modo, la mente Il brano che segue, fino alle parole «le conserva», è tratto testualmente, con qualche correzione formale verso la fine, d&lV Autobiografia, ediz. Croce (Bari, Laterza, 1911;, pp. 16-17. DEL METODO 189 Oltracciò, quando per le diffiaizioni del vero e del certo sopra proposte 1 gli uomini per lunga età non poteron esser capaci del vero e della ragione, ch’è ’1 fonte della giustizia interna, della quale si soddisfano gl’intelletti — la qual fu praticata dagli Ebrei, che illuminati dal vero Dio erano proibiti dalla di lui divina legge di far anco pensieri meno che giusti, de’ quali ninno di tutti i legislatori mortali mai s’impacciò (perchè gli Ebrei credevano in un Dio tutto mente che spia nel cuor degli uomini, e i gentili credevano negli dèi composti di corpi e mente che no ’1 potevano); e fu poi ragionata da’ filosofi, i quali non provennero che due mila anni dopo essersi le loro nazioni fondate; — frattanto si governassero col certo dell’autorità, cioè con lo stesso criterio ch’usa questa critica metafisica, il qual è ’1 senso comune d’esso gener umano ^di cui si è la diffinizione sopra, negli Elementi 2, proposta), sopra il quale riposano le coscienze di tutte le nazioni (a). Talché per quest’altro principale riguardo questa Scienza vien ad essere una Filosofia dell’autorità, che è ’1 fonte della «giustizia esterna» che dicono i morali teologi. Della qual autorità dovevano tener conto gli tre principi della dottrina d’intorno al Diritto naturai delle genti ^, e non di quella tratta da’ luoghi degli scrittori; della quale ninna contezza aver poterono gli scrittori, perchè tal autorità regnò traile nazioni assai più di mUle anni innanzi di potervi provenir gli scrittori. Onde Grozio, più degli altri due come dotto cosi umana con questa Scienza procede a produrre da sé questo mondo di nazioni come la Mente di Dio procede nel produrre il mondo della natura, il qual sommo facitore, nel suo Principio, nel suo Verbo, nella sua eterna Idea, disse in tempo quel «fiat et facta sunt»; e in cotal guisa questa Scienza, come nelle Degnità * avvisocci Aristotile, vien ad essere «de ceternis et immutahilibus». Oltracciò^ ecc. (a) perchè tal criterio accerta tutte le umane nazioni dintorno alla vita socievole. Talché ecc.

1 Si veda Degn. X.

2 Degn. XII.

8 Grozio, Selden e Puffendorf.

Degn. XXII. ]90 LIBRO PRIMO — SKZIOVE QUARTA erudito, quasi in -ogni particolar materia di tal dottrina combatte i romani giureconsulti i; ma i colpi tutti cadono a vuoto, perchè quelli stabilirono i loro principii del giusto sopra il certo dell’autorità del gener umano, non sopra l’autorità degli addottrinati.

Queste sono le pruove filosofiche ch’userà questa Scienza, e ’n conseguenza quelle che per conseguirla son assolutamente necessarie. Le filologiche vi debbono tenere l’ultimo luogo, le quali tutte a questi generi si riducono.

Primo, che sulle cose le quali si meditano vi convengono le nostre mitologie, non isforzate e contorte, ma diritte, facili e naturali; che si vedranno essere istorie civili de’ primi popoli, i quali si truovano dappertutto essere stati naturalmente poeti.

Secondo, vi convengono le frasi eroiche, che vi si spiegano con tutta la verità de’ sentimenti e tutta la propietà dell’espressioni.

Terzo, che vi convengono l’etimologie delle lingue natie, che ne narrano le storie delle cose ch’esse voci significano, incominciando dalla propietà delle lor origini e prosieguendone i naturali progressi de’ lor trasporti secondo l’ordine dell’idee sul quale dee procedere la storia delle lingue, come nelle Degni tà 2 sta premesso.

Quarto, vi si spiega il vocabolario mentale delle cose umane socievoli, sentite le stesse in sostanza da tutte le nazioni e per le diverse modificazioni spiegate con lingue diversamente, quale si è nelle Degnità ^ divisato.

Quinto, vi si vaglia dal falso il vero in tutto ciò che per lungo tratto di secoli ce ne hanno custodito le volgari tradizioni, le quali, perocché sonosi per sì lunga età e da intieri popoli custodite, per una Degnità sopraposta * debbono avere avuto un pubblico fondamento di vero.

Sesto, i grandi frantumi dell’antichità, inutili finor alla scienza perchè erano giaciuti squallidi, tronchi e slogati, arrecano de’ grandi lumi, tersi, composti ed allogati ne’ luoghi loro.

1 Si veda più oltre, lib. II, sez. I, cap. II, § VI, nelle note.

2 Degn. LXIV e LXV. 8 Degn. XXII.

Degn. XVI. DEL METODO 191 Settimo ed ultimo, sopra tutte queste cose, come loro necessarie cagioni, vi reggono tutti gli effetti i quali ci narra la storia certa (a).

Le quali pruove filologiche servono per farci vedere di fatto le cose meditate in idea d’intorno a questo mondo di nazioni, secondo il metodo di filosofare del Verulamio, ch’è «cogitare videre» i; ond’è che per le pruove filosofiche innanzi fatte, le filologiche, le quali succedono appresso, vengono nello stesso tempo ed ad aver confermata l’autorità loro con la ragione ed a confermare la ragione con la loro autorità.

Conchiudiamo tutto ciò che generalmente si è divisato d’intorno allo stabilimento de’ principii di questa Scienza (&): che poiché i di lei principii sono Provvedenza divina, moderazione di passione co’ matrimoni e immortalità dell’anime umane con le seppolture; ed il criterio che usa è che ciò che si sente giusto da tutti o la maggior parte degli uomini debba essere la regola della vita socievole (ne’ quali principii e criterio conviene la sapienza volgare di tutti i legislatori e la sapienza riposta degli più riputati filosofi (e) ): questi deon essere i confini dell’umana ra (a) Ma tutte queste, anzi che pruove le quali soddisfacciano i nostri intelletti, sono ammende che si fanno agli errori delle nostre memorie ed alle sconcezze delle nostre fantasie, e per questo istesso faranno più di violenza a riceverle e più di piacere dopo averle ricevute. Pruova sia di ciò che, se non avessimo avuto affatto scrittori, si fatte pruove punto non ci avrebbero bisognate, e senza esse resterebbono per tanto ben sodisfatti gl’intelletti di ciò che ne aremmo ragionato in idea; anzi, libero di cotante vecchie, comuni e robuste anticipate oppenioni, ci ritruoveremmo più docili a ricevere questa Scienza. — Conchiudiamo, ecc.

(6) con questo anticipato certo non picciol frutto, che, quando ^’ di lei, ecc.

(e) quali furon i platonici: questi deon esser i confini più accertati e più utili alle repubbliche cristiane che distinguono la ragione e la fede, che non sono quelli di Pier Daniello Uezio 2 ultimamente in un libro postumo usciti alla luce. E chiunque, ecc.

1 Allusione all’opera baconlana cit. più su, p. 127.

Petri Daxielis Huetii, episcopi abricensis designati, Alnetame (puestiones de 192 LIBRO PRIMO — SEZIONE QUARTA gioiie. E chiunque se ne voglia trar fuori, egli veda di non trarsi fuori da tutta l’umanità (a).

(a) Ora qui si rapportino tutte le Degnità dalla i [n] fino alla xx [xxii], la xxrx [xxxi], il secondo corollario della xli [xliu], la xlu [xliv|, la LX [lxiv] e la lxi [lxv], l’ultimo dalla e [cv], e particolarmente la ci [cYi]; e si truoverà tutto lo qui detto essere eminentemente da quelle dimostrato.

concardia rationis et fidei iCadomi, Apud Ioannera Cavalier, regis et acad. typograph., MDCXC); opera tutt’altro che postuma, giacché fu pubblicata più di trent’anni prima del giorno della morte dell’autore (26 genn. 1721). E postuma non è nemmeno la 2» ediz., quella che forse il V. doveva conoscere e a cui voleva alludere col suo «ultimamente usciti alla luce s; giacché essa reca la data: «Francofurti et Lipsise, Apud hsered. loh. Grossii, MDCCXIX s.

FINE DEL LIBRO PRIMO LIBRO SECONDO DELLA SAPIENZA POETICA 13 [PROLEGOMENI] [INTEODUZIONE] [L’antichissima sapienza non fu una filosofia ragionata, ma una poesia primitiva: l’esperienza civile nei primi abbozzi della socialità {DU, % 182-3; C/^, e. 13, § 16; SN^, III, e. 19). I filosofi sopravvenuti, all’occasione di quella poesia, meditarono la sapienza riposta (DU, § 185; SN’^, II, e. 65; III, e. 21) e spesso invilupparono la dottrina nel simbolo delle antiche favole {CI^, ce. 24, 25, 30 bis, §§ 17-20). Ne derivò, per un’illusione naturale dei dotti e per la dimenticanza delle origini, un alto rispetto al sapere dei primi poeti teologi.— Ora che il vasto tema dell’antichissima sapienza ricade nuovamente sotto la meditazione del Vico, egli richiama compendiosamente le cagioni per cui fu venerata come un sistema di dottrine combinato dalla ragione; e le trova nella boria delle nazioni e dei dotti, nella riverenza delle religioni, nelle occasioni che diedero le favole ai filosofi di meditare, nelle comodità di spiegarsi che offersero le favole ai filosofi, nelle opportunità che fornirono di avvalorare col voto dell’antichità le nuove dottrine de’ filosofi, e nel grande effetto indi seguito di questo mondo civile si sapientemente ordinato, giacché la sapienza volgare dei poeti è la regola con cui la Provvidenza ha mandato fuori il mondo delle nazioni {SN^, II, e. 2).]

Per (a) ciò che sopra si è detto nelle Degnità: che tutte le storie delle nazioni gentili hanno avuto favolosi prinoipii i, e che appo 1 Greci (da’ quali abbiamo tutto ciò ch’abbiamo dell’antichità gentilesche) i primi sappienti furon i poeti teologi, e la natura delle cose che sono mai nate o fatte porta che sieno rozze le lor origini; tali e non altrimenti si deono stimare quelle della sapienza poetica. E la somma e sovrana stima con la qual è fin a noi per (a) le sconcezze, errori, difetti e vanità d’intorno alle materie che si sono sopra apparecchiate a questa Scienza sulla Tavola cronologica, per le Degnità ch’ella si ha preso per suoi elementi co’ quali dee far i suoi lavori, per gli Principii che se n’ha stabilito, e per lo Metodo che si ha proposto di ragionare, l’origini della Sapienza poetica, conforme ad una Degnità che n’abbiamo proposta, debbon essere state rozzissime. E la somma, ecc.

> Degn. XLVI.

[PROLEGOMENI] [INTEODUZIONE] [L’antichissima sapienza non fu una filosofia ragionata, ma una poesia primitiva: l’esperienza civile nei primi abbozzi della socialità {DU, % 182-3; C/^, e. 13, § 16; SN^, III, e. 19). I filosofi sopravvenuti, all’occasione di quella poesia, meditarono la sapienza riposta (DU, § 185; SN’^, II, e. 65; III, e. 21) e spesso invilupparono la dottrina nel simbolo delle antiche favole {CI^, ce. 24, 25, 30 bis, §§ 17-20). Ne derivò, per un’illusione naturale dei dotti e per la dimenticanza delle origini, un alto rispetto al sapere dei primi poeti teologi.— Ora che il vasto tema dell’antichissima sapienza ricade nuovamente sotto la meditazione del Vico, egli richiama compendiosamente le cagioni per cui fu venerata come un sistema di dottrine combinato dalla ragione; e le trova nella boria delle nazioni e dei dotti, nella riverenza delle religioni, nelle occasioni che diedero le favole ai filosofi di meditare, nelle comodità di spiegarsi che offersero le favole ai filosofi, nelle opportunità che fornirono di avvalorare col voto dell’antichità le nuove dottrine de’ filosofi, e nel grande effetto indi seguito di questo mondo civile si sapientemente ordinato, giacché la sapienza volgare dei poeti è la regola con cui la Provvidenza ha mandato fuori il mondo delle nazioni {SN^, II, e. 2).]

Per (a) ciò che sopra si è detto nelle Degnità: che tutte le storie delle nazioni gentili hanno avuto favolosi prinoipii i, e che appo 1 Greci (da’ quali abbiamo tutto ciò ch’abbiamo dell’antichità gentilesche) i primi sappienti furon i poeti teologi, e la natura delle cose che sono mai nate o fatte porta che sieno rozze le lor origini; tali e non altrimenti si deono stimare quelle della sapienza poetica. E la somma e sovrana stima con la qual è fin a noi per (a) le sconcezze, errori, difetti e vanità d’intorno alle materie che si sono sopra apparecchiate a questa Scienza sulla Tavola cronologica, per le Degnità ch’ella si ha preso per suoi elementi co’ quali dee far i suoi lavori, per gli Principii che se n’ha stabilito, e per lo Metodo che si ha proposto di ragionare, l’origini della Sapienza poetica, conforme ad una Degnità che n’abbiamo proposta, debbon essere state rozzissime. E la somma, ecc.

> Degn. XLVI. 1 96 IJBRO SECONDO PROLEGOMENI venuta, ella è nata dalle due borie nelle Degnità i divisate: una delle nazioni, l’altra de’ dotti; e più che da quella delle nazioni, ella è nata dalla boria de’ dotti, per la quale, come Manetone sommo pontefice egizio portò tutta la storia favolosa egiziaca ad una sublime teologia naturale, come dicemmo nelle Degnità 2, cosi i filosofi greci (a) portarono la loro alla filosofia. Né già solamente per ciò perchè, come sopra pui’ vedemmo nelle Degnità ^, erano loro entrambe cotal’istorie pervenute laidissime, ma per queste cinque altre cagioni.

La prima fu la riverenza della religione, perchè con le favole furono le gentili nazioni dappertutto sulla religione fondate (&). La seconda fu il grande effetto indi seguito di questo mondo civile, sì sappientemente ordinato che non potè esser effetto che d’una sovraumana sapienza. La terza furono l’occasioni che, come qui dentro vedremo, esse favole, assistite dalla venerazione della religione e dal credito di tanta sapienza, dieder a’ filosofi di porsi in ricerca e di meditare altissime cose in filosofia. La quarta furono le comodità, come più* qui dentro farem conoscere, di spiegar essi le sublimi da lor meditate cose in filosofia con l’espressioni che loro n’avevano per ventura lasciato i poeti. La quinta ed ultima, che vai per tutte, per appruovar essi filosofi le cose da essolor meditate con l’autorità della religione e con la sapienza de’ poeti. Delle quali cinque cagioni le due prime contengono le lodi, r ultima le testimonianze, che dentro i lor errori medesimi dissero i filosofi della sapienza divina, la quale ordinò questo mondo di nazioni; la terza e quarta sono inganni permessi dalla divina Prowedenza ond’essi provenisser filosofi per intenderla e riconoscerla, qua! ella è veramente, attributo del vero Dio.

(o) [Ci¥4i] da Platone incominciando, avevan portato [SiV^] la loro storia favolosa alla filosofia, ecc.

(b) che con l’oscurezza di quelle si faceva più venerare. La seconda, ecc.

1 Degn. III-IV.

2 Degn. r.V. 8 negn. LIV.

I INTRODUZIONE 197 E per tutto questo libro si mostrerà che quanto prima avevano sentito d’intorno alla sapienza volgare i poeti, tanto intesero poi d’intorno alla sapienza riposta i filosofi; talché si possono quelli dire essere stati il senso e questi l’intelletto del gener umano. Di cui anco generalmente sia vero quello da Aristotile detto particolarmente di ciascun uomo: «NiMl est in intellecfu quin prius fuerit in sensu», cioè che la mente umana non intenda cosa della quale non abbia avuto alcun motivo (ch’i metafisici d’oggi dicono «occasione») da’ sensi, la quale allora usa l’intelletto quando da cosa che sente raccoglie cosa che non cade sotto de’ sensi; lo che propiamente a’ Latini vuol dir «intelligere» (a).

(a) [CMA^] Quindi esce questo gran corollario: che non sia materia della sapienza intiera, o sia universale, ciò di che la sapienza riposta [CMA*] de’ filosofi [Gif J.3] non n’ebbe l’occasioni dalla sapienza volgare [Cilf^*] de’ poeti; [C^ilf^S] onde l’ateismo, non già per sapienza, si ha a tenere per istoltezza e pazzia, poiché le prime nazioni, come dimostreremo, in tutte le cose oriate videro dèi, e poi i metafisici migliori, [CMA^] quali son i platonici, che ’n questa parte di filosofia furono gli più sublimi di tutti gli altri filosofi, [CW^^] da tutte le cose oriate intesero Dio.

[CAPITOLO PEIMO] DELLA SAPIENZA. GENERALMENTE [Riassume le idee generali sulla sapienza (C/S intr.), omettendo il riscontro tra quella dcH’uomo integro e quella dell’uomo decaduto (C/i, e. 4). Nel DU l& sapienza prima era volgare, poi riposta; alla contemplazione materiale degli astri succedeva quella astratta della divinità {DU, § 183; CI e. 20): ma qui, avvertito dal corso delle idee della SN secondo la ragione dei tempi la sapienza è prima teologica o civile, poi metafisica, finalmente rivelata; e la teologia egualmente è prima poetica, poi naturale, finalmente rivelata.]

Ora, innanzi di ragionare della Sapienza poetica, oi fa mestieri di vedere generalmente che cosa sia essa sapienza. Ella è «sapienza» la facultà che comanda a tutte le discipline, dalle quali s’apprendono tutte le scienze e l’arti che compiono l’umanità. Platone diffinisce la sapienza esser «la perfezionatrice dell’uomo» 1. Egli è r uomo non altro, nel propio esser d’uomo, che mente ed animo, o vogliam dire intelletto e volontà. La sapienza dee compier all’uomo entrambe queste due parti, e la seconda in séguito dalla prima, acciocché dalla mente illuminata con la cognizione delle cose altissime l’animo s’induca all’elezione delle cose ottime. Le cose altissime in quest’universo son quelle che s’intendono e si ragionan di Dio; le cose ottime son quelle che riguardano il bene di tutto il gener umano: quelle «divine», e queste si dicono «umane cose». Adunque la vera sapienza deve la cognizione delle divine cose insegnare, per condurre a sommo bene le cose umane. Crediamo che Marco Terenzio Varrone, il quale meritò il titolo di «dottissimo de’ Romani», su questa pianta avesse innalzata la sua grand’opera: Rerum divinarum et humanarum, della quale l’ingiuria del tempo > Non già propriamente una definizione della sapienza così come l’enuncia il V., ma piuttosto uno sviluppo della tesi che la sapienza sia la perfezionatrice dell’uomo dà Plat., in AlcibA, p. 124 sgg. CAPITOLO PRIMO — DELLA SAPIENZA WKNERALMENTK 199 ci fa sentire la gran mancanza. Noi in questo libro ne trattiamo secondo la debolezza della nostra dottrina e scarsezza della nostra erudizione.

La sapienza tra’ gentili cominciò dalla musa, la qual è da Omero in un luogo d’oro dell’Odissea i difl&nita «sciènza del bene e del male», la qual poi fu detta «divinazione»; sul cui naturai divieto, perchè di cosa naturalmente niegata agli uomini, Iddio fondò la vera religione agli Ebrei, onde usci la nostra de’ cristiani, come se n’è proposta una Degnità 2. Sicché la musa dovett’essere propiamente dapprima la scienza in divinità d’auspici!; la quale, come innanzi nelle Degnità 3 si è detto (e più, appresso, se ne dirà), fu la sapienza volgare di tutte le nazioni di contemplare Dio per l’attributo della sua Provvedenza, per la quale da «divinari» la di lui essenza appellossi «divinità». E di tal sapienza vedremo appresso essere stati sappienti i poeti teologi, i quali certamente fondarono l’umanità della Grecia; onde restò a’ Latini dirsi «professori di sapienza» gli astrologhi giudiziari . Quindi «sapienza» fu poi detta d’uomini chiari per avvisi utili dati al gener umano, onde furono detti i sette sappienti della Grecia. Appresso «sapienza» s’avanzò a dirsi d’uomini ch’a bene de’ popoli e delle nazioni saggiamente ordinano repubbliche e le governano. Dappoi s’innoltrò la voce «sapienza» a significare la scienza (a) delle divine cose naturali, qual è la Metafisica, che perciò si chiama «scienza divina»; la quale, (a) de’ filosofi dintorno alle divine, ecc.

2 Degn. XXIV. ^ Degn. XL.

■* SvET., Tib., 14: < Trasylluni mathematiciim, quem ut sapientice prò fé s sorem [Tiberius] contubernio udmoverat», ecc. — Ma la frase, nella dicitura più frequente di «sapientice doctores», indica in generale i filosofi. — Tac, Hist., IV, b: «[Helvidius Priscus] doctores sapienl ice secuiits est, qui sola bona quce Jionesta, mala tantum qua! turpia: poteiiliain, nobilitatem, ceteraque extra animum neque bonis neque malis adnumerant». Gfr. Sincht Ann., XIV, 16; nonché Plin., Paneg., 47; Cels., De med., praef. 200 LIBRO SECONDO PROLKGOMKNl CAPITOLO PRIMO andando a conoscere la mente dell’uomo in Dio, per ciò che riconosce Dio fonte d’ogni vero, dee riconoscerlo regolator d’ogni bene: talché la Metafisica dee essenzialmente adoperarsi a bene del gener umano, il quale si conserva sopra questo senso universale: che sia la divinità provvedente; onde forse Platone, che la dimostra, meritò il titolo di «divino», e perciò quella che niega a Dio un tale e tanto attributo, anziché «sapienza», dee «stoltezza» appellarsi (a). Finalmente «sapienza» tra gli Ebrei, e quindi tra noi cristiani, fu detta la scienza di cose eterne rivelate da Dio; la quale appo i Toscani, per l’aspetto di scienza del vero bene e del vero male, forse funne detta col suo primo vocabolo «scienza in divinità».

Quindi si deon fare tre spezie di teologia, con più verità di quelle che ne fece Varrone h una. Teologia poetica, la qual fu de’ poeti teologi, che fu la teologia civile di tutte le nazioni gentili; un’altra. Teologia naturale, ch’è quella de’ metafìsici; e ’n luogo della terza che ne pose Varrone, ch’è la poetica, la qual appo i gentili fu la stessa che la civile (la qual Varrone distinse dalla civile e dalla naturale, perocché, entrato nel volgare comun errore che dentro le favole si contenessero alti misterii di sublime fìlosofia, la credette mescolata dell’una e dell’altra), poniamo per terza spezie la nostra Teologia cristiana, mescolata di civile e di naturale e di altissima teo (a) la quale, non che di nulla giova, di troppo nuoce al gener umano. Finalmente, ecc.

1 Varr., in S. Atr&usT., De civ. Bei, VI, 5, distingue tre generi di teologia: 1») mythicon («quo maxime utuntur poetce ■"), 2°) physicon («quo philosophi»), 3") civile («quo populi»). - II V. cade quindi in tre errori. — l») Per distrazione, se non a dirittura per semplice trascorso di penna, dice: «la poetica, la qual appo i gentili fu la stessa che la civ ile *, invece di dire: -ria stessa che la mitica o favolosa»;— 2») non per distrazione, ma di proposito deliberato afferma che Varrone pone la poetica (0 mitica o favolosa) per terza, laddove lo scrittore latino le assegna il primo luogo;— 3») asserisce che Varrone credette la teologia mitica mescolata di naturale (fisica) e di civile, di che in S. Agostino non è parola alcuna.— Ho detto che il secondo errore fu commesso dal V. di proposito deliberato, perchè in iS’iV^era bene scritto originariamente: «e ’n luogo della terza spezie che ne pose Varrone, ch’è la civile*, ecc. Ma negli esemplari postillati il V., chi sa perchè, cancellò «civile» e sostituì «poetica». DELLA SAPIENZA GENERALMENTE 201 logia rivelata (a); e tutte e tre tra loro congionte dalla contemplazione della Prowedenza divina (b). La quale cosi condusse le cose umane che, dalla Teologia poetica che li regolava a certi segni sensibili, creduti divini avvisi mandati agli uomini dagli dèi, per mezzo della Teologia naturale (e) che dimostra la Provvedenza per eterne ragioni che non cadano sotto i sensi, le nazioni si disponessero a ricevere (d) la Teologia rivelata in forza d’una fede sopranaturale, nonché a’ sensi superiore ad esse umane ragioni.

(a) (che fu quella de’ soli Ebrei ed ora è de’ soli cristiani); e tutte e tre, ecc.

(b) Sopra questi fondamenti si ergerà tutta quest’opera: in dimostrare come nelle nazioni perdute la Prowedenza così condusse, ecc.

(e) de’ divini platonici, che dimostra, ecc.

(d) la scienza del vero bene eterno ed infinito in forza d’una fede sopranaturale, a certi avvisi rivelati da Dio, tutto mente e nulla corpo. Onde appo gli Ebrei tal’avvisi furon dati da esso Dio o mandati dagli angioli o da’ profeti; appo ^ cristiani, lasciatici da Giesu Cristo e datici ne’ di lei bisogni co’ dogmi della sua Chiesa.

1 Si supplisca: «noi».

[CAPITOLO SECONDO] PROPOSIZIONE E PARTIZIONE DELLA SAPIENZA POETICA