[NeUa sapienza ragionata dei filosofi la Metafisica ripartisce alle scienze le loro materie {DA, e. 1, § 2); egualmente nella sapienza dei poeti dalla Metafisica deriveranno le altre scienze. Se la poesia è il senso e l’embrione occasionale delle idee, deve necessariamente rappresentare embrionalmente un’immagine delle diramazioni della sapienza dei filosofi].
Ma perchè la Metafisica è la scienza sublime, che ripartisce i certi loro subbietti a tutte le scienze che si dicono «subalterne»; e la sapienza degli antichi fu quella de’ poeti teologi, i quali senza contrasto furono i primi sappienti del gentilesimo, come si è nelle Degnità i stabilito; e le origini delle cose tutte debbono per natura esser rozze: dobbiamo per tutto ciò dar incominciamento alla Sapienza poetica da una rozza lor Metafisica, dalla quale, come da un tronco, si diramino per un ramo la Logica, la Morale, l’Iconomica e la Politica, tutte poetiche; e per m altro ramo, tutte eziandio poetiche, la Fisica, la qual sia stata madre della loro Cosmografia, e quindi dell’Astronomia, che ne dia accertate le due sue figliuole, che sono Cronologia e Geografia (a). E con ischiarite e distinte guise farem vedere come i fondatori dell’umanità gentilesca con la loro Teologia naturale sia Metafisica s’immaginarono gli dèi, con la loro Logica si (a) per leggere con iscienza di principii la storia universale, che dappertutto, come si è nelle Degnità ^ sopraposto, mette capo nelle lor favole. Lo che tutto e nella Scienza nuova e neìV Annotazioni è stato da noi trattato senza quest’ordine col quale bisognava trattarsi, e ’n conseguenza, talmente ch’ora ce ne pentiamo e generosamente ammendiamcene [brano cancellato negli esemplari postillati].
1 Degn. XrjV.
2 Degn. XLVI. PROPOSIZIONE E PARTIZIONE DELLA SAPIENZA POETICA 203 truovarono le lingue, con la Morale si generarono gli eroi, con r Iconomica si fondarono le famiglie, con la Politica le città; come con la loro Fisica si stabilirono i principii delle cose tutte divini, con la Fisica particolare dell’uomo in un certo modo generarono sé medesimi, con la loro Cosmografia si fìnsero un lor universo tutto di dèi, con l’Astronomia portarono da terra in cielo i pianeti e le costellazioni, con la Cronologia diedero principio ai tempi, e con la Geografia i Greci, per cagion d’esemplo, si descrissero il mondo dentro la loro Grecia. Di tal maniera che questa Scienza viene ad essere ad un fiato una Storia dell’idee, costumi e fatti del gener umano (a). E da tutti e tre si vedranno uscir i principii della storia della natura umana, e guest’esser i principii della storia universale, la quale sembra ancor mancare ne’ suoi principii.
(a) [CM^^^ ch’è tanto dire che delle leggi ed una storia de’ fatti del gener umano. E vedrassi dalla storia dell’idee o sia delle menti uscir la storia de’ costumi o sia degli animi, e da entrambe uscir la storia delle lingue, e da tutte tre uscir la storia della natura umana, che propiamente non è altro che mente, animo e lingua; e con tal condotta si descriverà la storia universale (che tutt’i dotti confessano mancare ne’ suoi principii e nella perpetuità ovvero continovazione), ma sopra un’idea che ninno de’ dotti ha potuto finora disiderare. La quale ci sarà scritta da essa volgar sapienza in modo di commentari, ne’ quali le scienze vi tengon il luogo de’ consigli, i costumi quello de’ mezzi di tutto ciò che la natura umana ha operato in questo mondo di nazioni.
[CAPITOLO TERZO] DEL DILUVIO UNIVERSALE E DE’ GIGANTI [La terra appena sgombra dalle acque del Diluvio e i giganti sono la scena e gli attori da cui si sviluppò il dramma grandioso deU’ antica Sapienza poetica. Con una lunga discussione sui dati dell’erudizione dei suoi tempi, il V. fin dal Z>C7, per orientarsi nella storia del tempo oscuro, aveva stabilito: la dispersione del genere umano nella selva della terra,— il diluvio antecedente, — l’esistenza dei giganti dimostrata dalla storia civile e naturale,— la Provvidenza che conserva la specie umana coU’ingigantire gli uomini dispersi,— il vero senso della tradizione che i giganti sono figli della terra, — le lavande e il timore dei padri, che al cominciai-e dell’umanità riconducono gli uomini aUe giuste stature {CD, e. 9).— Nella SN^ questi risultamenti erano uno dei dati a cui appoggiavasi la nuova arte critica per risalire alla formazione delle società primitive (67^, II, e. 12).— In questo luogo gli stessi risultamenti escono dimostrativamente dalle premesse del libro primo, e si agglomerano e afforzano colla storia delle lustrazioni romane e con altre testimonianze.]
(a) Gli autori dell’umanità gentilesca dovetter essere uomini delle razze di Cam che molto prestamente, di Giafet che alquanto dopo, e finalmente (h) di Sem; ch’altri dopo altri tratto tratto rinnunziarono alla vera religione del loro comun padre Noè, la qual sola nello stato delle famiglie poteva tenergli in umana società con la società de’ matrimoni, e quindi di esse famiglie medesime. E perciò dovetter andar a dissolver i matrimoni e disperdere le famiglie coi concubiti incerti; e con un ferino error divagando per la gran selva della terra (quella di Cam per l’Asia (e) meridionale, per l’Egitto e ’1 rimanente dell’Affrica; quella di Giafet per l’Asia settentrionale, ch’è la Scizia, e di là per r Europa; quella di Sera per tutta l’Asia di mezzo ad esso Oriente), per campar dalle fiere, delle quali la gran selva ben doveva abbondare, e per inseguire le donne, ch’in tale stato (a) [CMA^] Alla quale [alla storia universale] dando incominciamento, diciam.o che gli autori^ ecc. {b) molti fZi, ecc. (e) orientale, per V Egitto, ecc. DET, DILUVIO UNIVERSALK E De’ (4IGANTI 205 dovevan esser selvagge, ritrose {a) e schive, e si, sbandati per truovare pascolo ed acqua, le madri abbandonando i loro figliuoli, questi dovettero tratto tratto crescere senza udir voce umana nonché apprender uman costume, onde andarono in uno stato affatto bestiale e ferino. Nel quale le madri, come bestie, dovettero lattare solamente i bambini e lasciargli nudi rotolare dentro le fecce loro propie, ed appena spoppati abbandonargli per sempre; e questi — dovendosi rotolare dentro le loro fecce i, le quali co’ sali nitri maravigliosamente ingrassano i campi; — e sforzarsi per penetrare la gran selva, che per lo fresco Diluvio doveva esser foltissima, per gli quali sforzi dovevano dilatar altri muscoli per tenderne altri, onde i sali nitri in maggior copia s’insinuavano ne’ loro corpi; — e senza alcun timore di dèi, di padri, di maestri, il qual assidera il più rigoglioso dell’età fanciullesca; — dovettero a dismisura ingrandire le carni e l’ossa, e crescere vigorosamente robusti, e si provenire giganti. Ch’è la ferina educazione, ed in grado più fiera di quella nella quale, come nelle Degnità^ si è sopra avvisato. Cesare e Tacito rifondono la cagione della gigantesca statura degli antichi Germani, onde fu quella de’ Goti che dice Procopio 3, e qual oggi è quella de los Patacones che si credono presso lo stretto di MagagUanes; d’intorno alla quale han detto tante inezie i filosofi in fisica (6), raccolte dal Cassanione che scrisse De gigantihus ^. De’ quali (a) affin di sfogar in esse la bestiale libidine,...e quivi, dovendo spesso gli uomini abbandonare le donne, le donne gli uomini, e le madri, ecc.
(6) Perchè furon i giganti de’ poeti tanti e tali, cioè di grandi corpi e goffissimi, quali los Patacones, de’ quali, ecc.
1 II V. s’ispira qui a un pregiudizio ancor oggi diffuso nel popolino napoletano, vale a dire che abbia grande efficacia sullo sviluppo fisico dei lattanti il lasciarli a lungo bagnati nelle fasce.
2 Degn. XXVI.
^ Nel De bello goth. non trovo alcun passo che corrisponda, anche approssimativamente, a ciò che dice il V.; nemmeno quello additato a q. 1. dal Weber, e cioè Hist^ lib. V, p. 92 dell’ediz. Hoeschel. Credo invece che il V. abbia voluto alludere a Iornandes, De reb. get., I, 3, ove, per altro, parlandosi in generale degli abitanti della Scandinavia, si dice semplicemente che sono «■ Romnnis corpnre et aninio i/randiores i.
Si veda p. 129, nota 1. 206 LIBRO SECONDO — PROLEGOMENI CAPITOLO TERZO giganti si sono traevate e tuttavia si truovano, per lo più sopra i monti (la qual particolarità molto rileva per le cose ch’appresso se n’hanno a dire), i vasti teschi e le ossa d’una sformata grandezza; la quale poi con le volgari tradizioni si alterò all’eccesso, per ciò che a suo luogo diremo.
Di giganti cosi fatti fu sparsa la terra dopo il Diluvio; poiché, come gli abbiamo veduti sulla storia favolosa de’ Greci, cosi i filologi latini, senza avvedersene, gli ci hanno uarrati sulla vecchia storia d’Italia, ov’essi dicono che gli antichissimi popoli dell’Italia detti «Aborigini» si dissero «àu-cóxOovsg», che tanto suona quanto «figliuoli della Terra», ch’a’ Greci e Latini significano «nobili» ^. E con tutta propietà i figliuoli della Terra da’ Greci furon detti «giganti», onde madre de’ giganti dalle favole ci è narrata la Terra; e «àuxóxOovsg» de’ Greci si devono voltare in latino «indigence», che sono propiamente i natii d’una terra, siccome gli dèi natii d’un popolo o nazione si dissero «dii indigetes» 2, quasi «indi geniti», ed oggi più speditamente si direbbono «ingeniti». Perocché la sillaba «de» qui è una deUe ridondanti delle prime lingue de’ popoli, le quali qui appresso ragionei’emo; come ne giunsero de’ Latini quella «induperator» per «imperator», e nelle Leggi delie XII Tavole quella «endoiacito» ^ per «iniicito» (onde forse rimasero dette «inducice» gli armistizi, quasi «iniicìce», perché debbon essere state cosi dette da «icere foedus», «far patto di pace»). Siccome, al nostro proposito, dagl’«indigeni» ch’or ragioniamo restarono detti «ingenui», i quali, prima e propiamente, significarono «nobili» 4 (onde restarono dette «artes ingenuce», «arti nobili»), e finalmente restarono a significar «liberi» (ma pur artes liberales» restaron a significar «arti nobili»); perchè di soli nobili, come appresso sarà dimostro, si composero le prime città, nelle qual’i plebei furono schiavi abbozzi di schiavi.
Tutto ciò è congettura del V. senza alcun riscontro nelle fonti classiche: cfr.
Garofalo, p. 131.
I, 2: «Si calvitdr pedemve strdit, manum endo iacito>, in due parole.
Allusione a Cic, Phil., Ili, 11: <i Nihil apparet in eo [Antonio] ingenuutn, nihil moderatinn j, ecc. Ma «ingeTìuum» Sta qui per «civile», non per «nobile». Cfr. Garofalo, 1. e. DEL DILUVIO UNIVERSALE E DE’ GIGANTI 207 CtU stessi latini filologi osservano che tutti gli antichi popoli furon detti «Aborigini», e la sagra storia ci narra esserne stati intieri popoli, che si dissero Emmei e Zanzummei i, ch’i dotti della lingua santa ^ spiegano «giganti», uno de’ quali fu Nebrot; e ne’ giganti innanzi il Diluvio, la stessa storia sagra gli diffinisce «uomini forti, famosi, potenti del secolo» ^. Perchè gli Ebrei con la pulita educazione e col timore di Dio e de’ padri durarono nella giusta statura, nella qual Iddio aveva criato Adamo, e Noè aveva procriato i suoi tre figliuoli; onde, forse in abbominazione di ciò, gli Ebrei ebbero tante leggi cerimoniali, che s’appartenevano alla pulizia de’ lor corpi. E ne serbarono un gran vestigio i Romani nel pubblico sagrifizio con cui credevano purgare la città da tutte le colpe de’ cittadini, ii quale facevano con l’a e qu a e ’1 fuoco; con le quali due cose essi celebravano altresì le nozze solenni, e nella comunanza delle stesse due cose riponevano di più la cittadinanza, la cui privazione perciò dissero «interdidmn aqua et igni», E tal sagrifizio chiamavano «lustrum», che, perchè dentro tanto tempo si ritornava a fare, significò lo spazio di cinque anni, come l’olimpiade a’ Greci significò quel di quattro *. E «instrum» appo i medesimi significò «covile di fiere», ond’è «lustravi» che significa egualmente e «spiare» e «purgare», che dovette significar dapprima spiare si fatti lustri e purgargli dalle fiere ivi dentro intanate; e «aqua lustralis» restò detta ^ Deut., II, 10-11: ’ Emim primi fuerunt habitatores eius [di kv],populus magnus et validus et tam excelaus, ut de Enacim stirpe quasi gigantes crederentur, et essent similes filiorum Enacim. Denique Moabitce appellant eos Emim >-. — Ibid., 20-1: " Terra gigantum reputata est: et in ipsa olim habitaverunt Zomzommim,, populus ■magnus et multus et procerce longittidinis, sicut Enacim, quos delevit Dominus a facie eoruìn -.
’ Si allude aU’op. del Boulduc cit. più oltre a p. 212, nota 1; il quale, come vedremo, sostiene proprio il contrario di ciò che gli attribuisce il V.
’ Oen., VI, 4: ’ Gigantes autem, erant super terram in diebus illis. Postquam enim ingressi sunt filii Dei adfiliashominum,illcequegenuerunt,istisuntpotentes a sceculo viri famosi ".
Oltre all’evidente confusione che il V. fa tra la lustrazione simbolica e la lavanda materiale dei corpi, si noti che la prima presso i Romani «non si faceva con le lavande o la benedizione dell’acqua lustrale, sì veramente col sacrifizio di un porco, di una pecora e di un toro: il primo della specie fu celebrato nel Campo marzio (Liv. I. 44) «. Ciò «si vede altresì dalla definizione...di Varrone (De l L, VI, 11): ". Lustrum noininatum tempus quinquennale a luendo, id est solvendo, quod quinto quoque anno vectigalia et ultra tributa per eensores persolvebantur >. — Garofalo, p. 135. 208 LIBRO SECONDO — PROLEGOMENI CAPITOLO TERZO quella ch’abbisognava ne’ sagrifizi. E i Romani, con più accorgimento forse che i Grreci, che incominciarono a noverare gli anni dal fuoco che attaccò Ercole alla selva nemea per seminarvi il frumento (ond’esso, come accennammo neìl’Jdea dell’opera e appieno vedremo appresso, ne fondò l’olimpiadi i); con più accorgimento, diciamo, i Romani dall’acque delle sagre lavande cominciarono a noverare i tempi per lustri; perocché dall’acqua, la cui necessità s’intese prima del fuoco (come nelle nozze e nelr interdetto dissero prima «aqtia» e poi a igni»), avesse incominciato l’umanità (a). E questa è l’origine delle sagre lavande, che deono precedere a’ sagrifizi, il qual costume fu ed è comune di tutte le nazioni. Con tal pulizia de’ corpi e col timore degli dèi e de’ padri, il quale si troverà, e degli uni e degli altri, essere ne’ primi tempi stato spaventosissimo, avvenne che i giganti degradarono alle nostre giuste stature; il perchè forse 2 da «TzoXiz&icx.»j ch’appo i Greci vuol dir «governo civile», venne a’ Latini detto «polittis», «nettato» e «mondo».
Tal degradamento dovette durar a farsi fin a’ tempi umani delle nazioni, come il dimostravano le smisurate armi de’ vecchi eroi, le quali, insieme con l’ossa e i teschi degli antichi giganti. Augusto, al riferire di Suetonio 3, conservava nel suo museo.
(a) [CMA^] come appresso sarà dimostro; siccome viaggiatori riferiscono esservi ancor oggi nazioni selvagge che non hanno ancor inteso la necessità del fuoco. E questa, ecc.
1 Si veda p. 18. Non a Ercole, ma a Ifito la tradizione attribuisce l’origine delle olimpiadi.
2 Questo «forse» mostra che in fondo neppure il V. credeva troppo alla curiosa derivazione di «^oK^ms» da «TtoXtxeta», anch’essa indicata inesorabilmente dal Garofalo, p. 136, come uno degli errori commessi dal filosofo napoletano. Ma le strane e arbitrarie etimologie vichìane sono così frequenti e manifeste che è davvero puerile prendersi la briga di avvertirne il lettore. Ciò che piuttosto era da ricercare sono le cause (molto più profonde di quel che si soglia credere) che spinsero il V. a fantasticare il romanzo, mirabile per ingenuità, contenuto in questo capitolo, con cui egli dà inizio alla sua trattazione della «storia universale». E ciò ha fatto da par suo Benedetto Croce nella cit. monografia sul V., cap. XIII.
8 SvET., Oct., e. 7, dice che Augusto adornò il suo museo di cose notevoli per antichità e rarità, «guaita sunt Capreis iìtmanium b elluarum ferarumque [non si tratta quindi di sentitivi ìxm&ui] membra prcegrandia, quce dicuntur * gigantum ossa >’, el arma heroum». Cfr. le osservazioni del Corcia, riferite dal Garofalo, p. 136. DEL DILUVIO UNIVERSALE E De’ GIGANTI 209 Quindi, come si è nelle Degnità i divisato, di tutto il primo mondo degli uomini si devono fare due generi: cioè uno d’uomini di giusta corporatura, che furon i soli Ebrei, e l’altro di giganti, che furono gli autori delle nazioni gentili; e de’ giganti fare due spezie: una de’ figliuoli della Terra, ovvero nobili, che diedero il nome all’età de’ giganti, con tutta la propietà di tal voce, come si è detto (e la sagra storia gli ci ha diffiniti «uomini forti, famosi, potenti del secolo»); l’altra, meno propiamente detta, degli altri giganti signoreggiati.
Il tempo di venire gli autori delle nazioni gentili in si fatto stato si determina cento anni dal Diluvio per la razza di Sem, e duecento per quelle di Giafet e di Cam, come sopra ve n’ha un postulato 2; e quindi a poco se n’arrecherà la storia fisica, 1 Degn. XXVII.
2 Mi maraviglio come il Garofalo non si sia accorto della contradizione (che pure non sfuggi al Finetti, op.cit., p. 17) in cui cade il V. in questo stesso capitolo, che comincia con l’asserzione che la razza dì Cam abbandonò la religione noaica subito dopo il Diluvio, seguita a breve distanza da quella di Giafet e in ultimo da quella di Sem; e termina con l’altra asserzione che la prima a cadere nello stato ferino fu la razza di Sem, a cui tennero dietro, cento anni dopo, l’una insieme con l’altra, quelle di Cam e di lafet. Né credo che qui si possa trattare di semplice trascorso di penna, e cioè che il secondo passo si debba leggere: ’ si determina a due cento anni dal Diluvio per la razza di Sem e cento per quelle di Giafet e di Cam» (ipotesi che neppure eliminerebbe in tutto e per tutto l’antinomia). Anzitutto il passo è uno di quelli su cui il V. tojnò parecchie volte. Infatti se la dicitura di SN^ è in q. 1. identica a SN^, in SN^, come si desume dall’autografo, il V. aveva scritto originariamente; «dugento anni per la razza di Cam e lafet e cento per quella di Sem»; espressione a cui poi sostituì quella data sopra nel testo. Si potrà obiettare (cosa poco probabile) che il V., appunto perchè s’era accorto d’una contradizione, avesse voluto correggerla, salvo poi, per una delle sue solite distrazioni, a eseguire una semplice inversione, pur credendo dì fare una correzione. E sia pure. Ma ciò non toglie che il pensiero di lui su quest’argomento sia continuamente contradittorio. P. e. proprio nel «postulato» a cui egli rimanda, e cioè nella Degn. XLII, si dice che «dentro tal lunghissimo corso d’anni le razze empie dei tre figliuoli di Noè fussero andate in uno stato ferino;•; il qual «lunghissimo corso d’anni» nella Degnità precedente è portato né a cento né a dugento, ma a «p i ù centinaia d’anni». — Noto a questo proposito che in una prima fase del suo pensiero il V. aveva esplicitamente esclusa la razza di?em dalla caduta nello stato ferino. — ^ Semus — si dice nel CI^, e. 9 — inter suos posferos veram Dei creatoris religioneìn, vera; religionis culiu innocentiam, innocentia humanam societatem, socieiate linguaìn usque ad Babylonis confusionem servavit». L’esclusione è attenuata, ma ancora implicita, in SN^, II, e. 12, in cui si parla solamente «delle razze...di Cam e di Giafet...mandate da’ loro autori nell’empietà e quindi dopo qualche tempo [qui non si fissano né cento né dugento anni dopo il Diluvio] da sé stessi iti nella libertà bestiale», 14 210 LIBRO SECONDO — PROLEGOMENI CAPITOLO TBRZO narrataci bensì dalle greche favole, ma finora non avvertita, la quale nello stesso tempo ne darà un’altra storia fisica dell’universale Diluvio.
ossia nello stato ferino; e si soggiunge l’ipotesi che come, prima del Diluvio, «dalla confusione de’ semi j- dei discendenti di Set coi discendenti di Caino, cosi, dopo il Diluvio, dalla medesima confusione tra discendenti di Sem e discendenti di Cam e Jafet, erano nati i giganti. In •S’iV^, pur non essendovi più esclusione né esplicita né implicita, si fa tuttavia una piccola restrizione, e quindi passano attraverso lo stato ferino le razze di Cam, di lafet e «molti» della razza di Sem (cfr. più sopra p. 204, var. (6)); con che si escludono dall’imbestiamento alcuni pochi, e cioè il primo ceppo da cui in progresso di tempo derivarono gli Ebrei. In SN^, invece, sparisce anche il «molti» restrittivo, e dallo stato ferino non si salva proprio nessuno. — Come poi il V. riuscisse a mantenere in armonia con quest’ultima fase del suo pensiero il presupposto (enunciato, per colmo di contradizione, proprio nella Degn. C, in cui si parla delle «razze perdute degli tre figliuoli di Noè») di tutta la SN, cioè che vi fu un popolo, discendente per l’appunto da Sem, in cui per speciale privilegio di Dio, religione, morale, ecc., si formarono, a differenza degli altri popoli per rivelazione divina, e non naturalmente; tutto ciò né s’intende, né (ch’è quello che importa) si trova qualche frase che valga a indicarci come il V. si spiegasse la cosa. Si potrebbero a questo proposito fare parecchie ipotesi; ma esporle e discuterle eccederebbe di molto i confini di una nota.
[SEZIONE PRIMA] [METAFISICA POETICA] [CAPITOLO PEIMO] la) DELLA METAFISICA POETICA, CHE NE DÀ L’ORIGINI DELLA POESIA, DELL’IDOLATRIA, DELLA DIVINAZIONE E DE’ SACRIFIZI.
[La SN^ comincia dalla necessità di prolungare la Metafisica nelle menti delle genti primitive, per potere così ricostruire la storia (I, e. 11). Qui, ripetendo lo stesso punto di partenza sotto la nuova veduta che regge la partizione di questo libro, sono nuovamente riordinate le idee del BU e della SN^. I-a poesia, naturalmente animatrice delle prime genti, fu la prima Metafisica: quando il ciclo fu solcato dai fulmini, la natura fu per esse un vasto corpo animato; ogni segno che apparve nei cieli ebbe una mente, un’intenzione. La prima favola divina dominò la natura e gli uomini; il primo dio Giove arrestò i giganti, diede origine ad un tempo all’idolatria, alla divinazione, ai sagrifici (SN III, ce. 2-5; II, e. 14; C/^, e. 20). Ogni nazione ha un Giove, perchè universale presso tutte fu la catastrofe del Diluvio e l’impressione dei primi fulmini (SN^, II, e. 13). Sulla fine del capitolo il V. ricorda ancora che queste idee sono in opposizione con le idee generali sulla prima sapienza e sui primi poeti (C/2, c. Isgg.).]
Da si fatti primi uomini, stupidi, insensati (b) ed orribili bestioni, tutti i filosofi e filologi dovevan incominciar a ragionare la sapienza degli antichi (e) gentili; cioè da’ giganti, teste presi nella loro propia significazione. De’ quali il padre Boulduc, De (a) La Metafisica poetica o la teologia de’ poeti fu la prima poesia, che fu la divina. — [CJ/^*] Della Metafisica poetica ovvero della poesia divina o sia della teologia de’ poeti.
(è) goffi, balordi, scempi e bestioni, ecc.
(e) da’ quali, ove proponemmo i principii di questa Scienza i, essi tutti convengono aver incominciato il gener umano, se egli, come infatti non lo è, il mondo non è eterno. E dovevano incominciarla, ecc.
1 Propriamente nella sez. IV del I libro {Del metodo). Si veda p. 183.
[SEZIONE PRIMA] [METAFISICA POETICA] [CAPITOLO PEIMO] la) DELLA METAFISICA POETICA, CHE NE DÀ L’ORIGINI DELLA POESIA, DELL’IDOLATRIA, DELLA DIVINAZIONE E DE’ SACRIFIZI.
[La SN^ comincia dalla necessità di prolungare la Metafisica nelle menti delle genti primitive, per potere così ricostruire la storia (I, e. 11). Qui, ripetendo lo stesso punto di partenza sotto la nuova veduta che regge la partizione di questo libro, sono nuovamente riordinate le idee del BU e della SN^. I-a poesia, naturalmente animatrice delle prime genti, fu la prima Metafisica: quando il ciclo fu solcato dai fulmini, la natura fu per esse un vasto corpo animato; ogni segno che apparve nei cieli ebbe una mente, un’intenzione. La prima favola divina dominò la natura e gli uomini; il primo dio Giove arrestò i giganti, diede origine ad un tempo all’idolatria, alla divinazione, ai sagrifici (SN III, ce. 2-5; II, e. 14; C/^, e. 20). Ogni nazione ha un Giove, perchè universale presso tutte fu la catastrofe del Diluvio e l’impressione dei primi fulmini (SN^, II, e. 13). Sulla fine del capitolo il V. ricorda ancora che queste idee sono in opposizione con le idee generali sulla prima sapienza e sui primi poeti (C/2, c. Isgg.).]
Da si fatti primi uomini, stupidi, insensati (b) ed orribili bestioni, tutti i filosofi e filologi dovevan incominciar a ragionare la sapienza degli antichi (e) gentili; cioè da’ giganti, teste presi nella loro propia significazione. De’ quali il padre Boulduc, De (a) La Metafisica poetica o la teologia de’ poeti fu la prima poesia, che fu la divina. — [CJ/^*] Della Metafisica poetica ovvero della poesia divina o sia della teologia de’ poeti.
(è) goffi, balordi, scempi e bestioni, ecc.
(e) da’ quali, ove proponemmo i principii di questa Scienza i, essi tutti convengono aver incominciato il gener umano, se egli, come infatti non lo è, il mondo non è eterno. E dovevano incominciarla, ecc.
1 Propriamente nella sez. IV del I libro {Del metodo). Si veda p. 183. 2 1 2 LIBRO SECONDO — SEZIONE PRIMA — CAPITOLO PRIMO ecclesia ante Legem dice che i nomi de’ giganti ne’ sagri libri significano «uomini pii, venerabili, illustri»; lo che non si può intendere che de’ giganti nobili, i quali con la di viuazione fondarono le religioni a’ gentili e diedero il nome all’età de’ giganti. E dovevano incominciarla dalla Metafisica, siccome quella che va a prendere le sue pruove non già da fuori ma da dentro le modificazioni deUa propia mente di chi la medita; dentro le quali, come sopra dicemmo 2^ perchè questo mondo di nazioni egli certamente è stato fatto dagli uomini, se ne dovevan andar a truovar i principii; e la natura umana, in quanto ella è comune con le bestie (a), porta seco questa propietà: ch’i sensi sieno le sole vie ond’ella conosce le cose (h).
Adunque la Sapienza poetica, che fu la prima sapienza della gentilità, dovette incominciare da una Metafisica, non ragionata ed astratta qual è questa or degli addottrinati, ma sentita ed immaginata quale dovett’essere di tai primi uomini, siccome quelli ch’erano di ninno raziocinio e tutti robusti sensi e vigorosissime fantasie, com’è stato nelle Degnità ^ stabilito. Questa fu la loro propia poesia, la qual in essi fu una facultà loro connaturale (per («) la quale dee supporsi di tai primi uomini, porta seco, ecc. (b) sicché i sensi in lei si faccian prima sentir ch’esse cose. Adunque, ecc. [brano soppresso negli esemplari postillati], 1 De ecclesia ante Legem. Libri tres, In quibus indicatur quis a mundi principio tisque ad May seti fuerit or do Ecclesics, qua festa, quce tempia, quce sacrificia, qui ministri, quce ritus et ceremoniw, Et alia multa arcana ex fontibiis j>rcesertim sacì-i sermonis exhausta, Anctore Iacopo Boulduc Parisiiio, ordinis Minoritanira Capuccinorum uuncupati prapdicatore (I.ugdiini, Suniptib. Claudii Landry, MDCXXVI, cum privilegio). Il B., per altro, sostiene la tesi della non esistenza dei giganti: «Notandum est — egli dice, p. 18 — nullum esse vocabulum hebraum in Scriptura, qtiod ex se significet <’ prodìgiosoe molis hoìnines s>.?iisi aliquid addatur quod id expritnat: sed nomina «Raphaim», ’< Zmim >;...quce 2>o.ssim certitntur «gigantes» esse honorifica nomina, quibus primi fideles, qui tam ante quam post diluvium primi fuerunt terrarum et regionum incolte cognominabantur; qui ob eximiam et admirabilem sanctitalem per huiitsmodi nomiita ab illis qui eis successerunt vocabantur, id est: «fortes, celebres, prosternentes se, torquati, illustres, sapientes», ut postca pluribus explicabitur *; e cioè 1. 1, e. 8, e specie e. 9, p. 71 sgg.: Ostenditur ex Scriptura nomina Emim, Zuzim.etc.ìion homincs gigantes, sed priinos post diluvium mundi ac pietatis restauratores significare; et de illoriim gymnasiis.
2 Si veda più sopra, ]i. 17.").» Degù. XXXVI. Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/309 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/310 Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/311 2 IH LIBRO SKCONDO — SKZIONK PRIMA — CAPITOLO PRIMO di tutta la natura un vasto corpo animato che senta passioni ed affetti, conforme nelle Degnità i anco si è divisato.
Ma siccome ora (per la natura delle nostre umane menti, troppo ritirata da’ sensi nel medesimo volgo con le tante astrazioni di quante sono piene le lingue con tanti vocaboli astratti, e di troppo assottigliata con l’arte dello scrivere, e quasi spiritualezzata con la pratica de’ numeri che volgarmente sanno di conto e ragione) ci è naturalmente niegato di poter formare la vasta immagine di cotal (a) donna che dicono «natura simpatetica» (che mentre con la bocca dicono, non hanno nulla in lor mente, perocché la lor mente è dentro il falso, ch’è nulla, né sono soccorsi già dalla fantasia a poterne formare una falsa vastissima immagine); cosi ora ci è naturalmente niegato di poter entrare nella vasta immaginativa di que’ primi uomini, le menti de’ quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualezzate, perch’erano tutte immerse ne’ sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne’ corpi: onde dicemmo sopra ch’or appena intender si può, affatto immaginar non si può, come pensassero i primi uomini che fondarono l’umanità gentilesca.
Tri tal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima favola divina, la più grande di quante mai se ne finsero appresso, cioè Giove, re e padre degli uomini e degli dèi, ed in atto di fulminante 2; si popolare, perturbante ed insegnativa, ch’essi stessi, che se ’1 fìnsero, se ’1 credettero e con ispaventose religioni, le quali appresso si mostreranno, il temettero, il riverirono e l’osservarono. E per quella propietà della mente umana (b) che nelle Degnità ^ udimmo avvertita da Tacito, tali uomini tutto ciò che vedevano, immaginavano ed anco essi stessi facevano, credettero (a) smisurata donna ecc.
(b) invasa da spaventosa superstizione, che nelle Degnità, ecc.» Degn. XXXIl.
2 Reminiscenza del passo oraziano: «Ccelo tonanfem credidimus lovem liegnare» (Carni., Ili, 5, vv. 1-2). Ma sul significato profondamente originale che esso assume nel V. cfr. la cit. monografia del Croce, cap. VII.
8 Degn. XXXIV. Pagina:Vico - La scienza nuova, 1, 1911.djvu/313 218 LIBKO SECONDO SEZIONE PRIMA — CAPITOLO PRIMO Quindi tanti Giovi che fanno maraviglia a’ filologi, perchè ógni nazione gentile n’ebbe uno (de’ quali tutti, gli Egizi, come si è sopra detto nelle Degnità i, per la loro boria dicevano il loro Giove Ammone essere lo più antico), sono tante istorie fisiche conservateci dalle favole, che dimostravano essere stato universale il Diluvio, come il promettemmo nelle Degnità 2.
Cosi, per ciò che si è detto nelle Degnità ^ d’intorno a’ principii de’ caratteri poetici, Giove nacque in poesia naturalmente carattere divino, ovvero un universale fantastico, a cui riducevano tutte le cose degli auspicii tutte le antiche nazioni gentili, che tutte perciò dovetter essere per natura poetiche; che incominciarono la Sapienza poetica da questa poetica metafisica di contemplare Dio per l’attributo delia sua Provvedenza; e se ne dissero «poeti teologi», ovvero sappienti che s’intendevano del parlar degli dèi conceputo con gli auspicii di Giove, e ne furono detti propiamente «divini», in senso d’«indovinatori», da «divinari», che propiamente è «indovinare» «predire». La quale scienza fu detta «Musa», diffinitaci sopra ^ da Omero essere la scienza del bene e del male, cioè la divinazione, su ’1 cui divieto ordinò Iddio ad Adamo la sua vera religione, come nelle Degnità ■’ si è pur detto. Dalla qual mistica teologia i poeti da’ Greci furon chiamati «mystce», che Orazio con iscienza trasporta «interpetri degli dèi» ^, che spiegavano i divini misteri degli auspicii e degli oracoli. Nella quale scienza ogni nazione gentile ebbe una sua sibilla, delle quali ce ne sono mentovate pur dodici ’^; e le sibille e gli oracoli sono le cose più antiche delle gentilità.
1 Degn. XLII, nella quale per altro non si parla degli Egizi, intorno a cui cfr. invece Annotaz. alla Tav. cron., I.
2 Degn. XXV.
3 Degn. XLIX.
P. 199.
8 Degn. XXIV.
Ep. ad Pis., vv. 391-2 «...sacer mterpres...deorutn...Orpheus»; cui il V. postilla: «Qui Grcecis dicitur «|j,uaTyjg», unde prima gentium- my steri a fuere fabttlce poetarum et prima Theologia mystica fuit qtiam professi stml poetae theologi ^■.
^ ♦ il/. Varrò...in libris Rerum, divinarum...ait...sybillas decem [non dodici] numero /«me», dice Lact., Div. Insi.. I, 6. Cfr. a questo proposito le osservazioni del OoRCiA, riferite dal Garofalo, p. 142" sgg. DELLA METAFISICA POETICA 219 Cosi con le cose tutte qui ragionate accorda quel i d’Eusebio riferito nelle Degnità 2, ove ragiona de’ principii dell’idolatria: che la prima gente, semplice e rozza, si finse gli dèi «ob terrorem 2:rceseniis potentice». Cosi il timore fu quello che finse gli dèi nel mondo; ma, come si avvisò nelle Degnità 3, non fatto da altri ad altri uomini, ma da essi a sé stessi. Con tal principio dell’idolatria si è dimostrato altresì il principio della divinazione, che nacquero al mondo ad un parto; a’ quali due principii va di séguito quello de’ sagrifizi, ch’essi facevano per «proccurare» sia ben intender gli auspicii.