(o) [CMA 3] anche come néìV Annotazioni alla tavola cronologica’^ l’avvertimmo, di quelli Egizi che vaneggiavano d’esser stati essi i primi a disseminare l’umanità per le nazioni; e molto più che degli Egizi, nelle stesse Annotazioni^ l’osservammo de’ medesimi Ebrei, [CJi^^] e ’1 confermammo con un luogo d’oro di Giuseffo, assistito da una grave riflessione di Lattanzio; [CMA 3] e ’n conseguenza si dee perdere nello spiegare la guisa come gli Ebrei il poteron insegnar a’ gentili, quando al suo medesimo jjopolo, perchè l’aveva non poco perduto di vista nella schiavitù dell’Egitto, dovette esso Dio riordinarlo nella Legge la quale diede a Mosè sopra il Sinai. [CMA ■*] Tanto gli tre figliuoli di Noè, dopo rinuiegata la loro religione del vero Dio, poterono trammandare nelle loro razze il diritto naturai degli Ebrei ^ E finalmente Pufendorfio, ecc.
que gentibus, sive vicinis sive aliis (nec interim universis nec semper) commune habebatur».— Sulle dottrine del S. cfr. Ad. Franck, Reformateurs et publicistes de l’Europe— Dix-septième siede (Paris, Calmaiin Lóvy, 1881), p. 100 sgg. E sul peculiare significato che nel sistema vichiano ha la critica al trattatista inglese, cfr. Croce, op. e Ice. cit.
1 Si veda p. 57 sgg.
«Si veda pp. 94-5.
3 Perchè si possa intendere tutta l’ironia di quest’ultimo periodo, e utile ricordare che uno dei capisaldi del sistema del Selden (cfr. op. cit, lib. l, passim; e Fraxck, op. cit, p. 103) era che alla legge mosaica. la quale fu da Dio limitata al popolo eletto, precedettero due altre leggi, parimente rivelate da Dio, ma comuni a tutti gli uomini. Della prima, data ad Adamo, non resterebbe naturalmente alcun documento dell’altra, rivelata ai figli di Noè dopo il Diluvio e che sarebbe una delle principali fonti del diritto naturale comune a tutte le nazioni, si conserverebbero alcune tracce nel Pentateuco e specialmente nel libro di Giob, oltreché ce ne sarebbero stati trasmessi i sette precetti che la componevano nei Shéba mi^woth bene Noach del Talmud (il cemento al quali forma la maggior parte dell’opera seldeuiana).— Posto ciò, appar chiaro dal passo del V. cui ci riferiamo, che egli a codesta seconda rivelazione postdiluviana e premosaica non credesse né punto né poco; il che se è (anzi perchè è) in perfetta connessione logica con V ultima fase del pensiero di lui circa la caduta nello stato ferino di tutte tre le razze dei figli di Noè, rende ancora più ingarbugliata la questione posta a p. 209, n. 2, e fa sorgere un’altra contradizione insanabile. — Gli Ebrei — dice infatti il V.— avevano non poco perduto di vista, durante la schiavitù d’Egitto, il diritto rivelato da Dio; tanto che, ecc. ecc.— Perduto di vista? Dunque (conforme d’altronde alla tradizione biblica, a cui il V. credeva sinceramente) lo possedevano anche prima della legge mosaica: dunque a quella del Sina era dovuta precedere un’altra rivelazione. Quale e quando? Il V. non dice. — Si noti che in SN^ (nella quale, come s’è avvertito, p.209, n. 2, si escludeva ancora la razza semitica dall’imbcstiamento), il V., pur confutando la teoria del S., ne aveva accettata una parte, non senza, per altro, profondi ritocchi: vale a dire, la razza di ASPETTI PRINCIPALI DI QUESTA SCIENZA 233 il mondo alior delle nazioni, tra Ebrei e genti; né a quello: che, perchè gli Ebrei avevano perduto di vista il loro diritto naturale nella schiavitù dell’Egitto, dovett’esso Dio riordinarlo loro con la Legge la qual diede a Mosè sopra il Sina; né a quell’altro: che Iddio nella sua Legge vieta anco i pensieri meno che giusti, de’ quali niuno de’ legislatori mortali mai s’impacciò; oltre all’origini bestiali, che qui si ragionano, di tutte le nazioni gentili. E se pretende d’averlo gli Ebrei a’ gentili insegnato appresso i, gli riesce impossibile a poterlo pruovare, per la confessione magnanima di Giuseffo, assistita dalla grave riflessione di Lattanzio sopra arrecata, e dalla nimistà che pur sopra osservammo 2 aver avuto gli Ebrei con le genti, la qual ancor ora conservano dissipati tra tutte le nazioni. E finalmente Pufendorfio, che l’incomincia con un’ipotesi epicurea, che pone l’uomo gittate in questo mondo senza niun aiuto e cura di Dio ^; di che essendone stato Sem, senza aver bisogno di una nuova rivelazione, avrebbe conservato il primitivo diritto dato da Dio ad Adamo e lo avrebbe trasmesso ai soli Ebrei, i quali ne avrebbero fatto un loro monopolio.— «Venne appresso Seldeno — egli dice, 1. e, e non è inutile riferire le sue testuali parole, — il quale per lo troppo affetto che porta all’erudizione ebrea, della quale egli era dottissimo, fa principii del suo [sistema] i pochi precetti che Iddio diede a’ figliuoli di Noè: da uno de’ quali, Semo (per non riferire qui le difficultà che gliene fa contro il Pufendorfio), il quale solo perseverò nella vera religione del Dio d’Adamo, anziché un diritto comune con le genti provenute da Cam e Giafet, derivò un diritto tanto propio che ne restò quella celebre distinzione di Ebrei e genti, la quale durò infino agli ultimi tempi loro, ne’ quali Cornelio Tacito appella gli Ebrei < uomini insocievoli» e distrutti da’ Romani, tuttavia con raro esempio vivono dissipati tia le nazioni senza farvi nessuna parte».
^ Cioè dopo la legge mosaica, mercè i tanti immaginari rapporti che il Sclden si sforza di provare esservi stati tra gli Ebrei i filosofi e legislatori delle altre nazioni; in guisa che Aristotele sarebbe stato iniziato alla vera sapienza dall’ebreo Simone il giusto; Pitagora sarebbe stato discepolo diEzechielc; Numa Pompilio avrebbe avuta diretta conoscenza dei libri santi; Platone, oltre alla conoscenza indiretta della sapienza ebraica avuta per mezzo del suo maestro, il pitagorico Filolao, avrebbe direttamente studiate le sacre carte viaggiando in Palestina; Cicerone, perchè studioso di filosofia stoica, la quale prende origine da Platone e Aristotele, avrebbe indirettamente attimo anche lui a fonti ebraiche; e via discorrendo. Cfr. libro I, j}assim e Fbanck, 1. e.
2 Si veda p. 96.
3 De iure nat. et gent., II, 2 {De stalu hominum naturali), § 2: «Ut igitur statua naturalis faciem animo concipere queamus, qualis is citra ulta subsidia et inventa humana, aut divinìtus homini suggesta futurus fuerat, fingendus nobis est homo undecunque in huncce mundum proiectus, ac sibi soli piane relicfus citra omne subsidium humanuni post nalivitatem ipsi accidens, et quidem ut non amplioribus animi corporisque dotibus sit instructus, quam nunc nulla prcevia cultura depre 234 LIBRO SECONDO — SEZIONE SECONDA CAPITOLO PRIMO ripreso, quantunque con una particolar dissertazione i se ne giustificlii, però senza il primo principio della Provvedenza non può affatto aprir bocca a ragionare di diritto, come l’udimmo 2 da Cicerone dirsi ad Attico, il qual era epicureo, dove gli ragionò Delle leggi. Per tutto ciò, noi da questo primo antichissimo punto di tutti i tempi incominciamo a ragionare di diritto, detto da’ Latini «ius», contratto dell’antico «lous» (a): dal momento che nacque in mente a’ principi delle genti l’idea di Giove 3 Nello {a) [CMA 3], ch’è ’1 retto del genitivo, che ci è rimasto, «lovis» dal punto che nacque.
henduntur, neque eundem peculiari Numinis cura foveri. Huius conditio non potest non miserrima concipi^, ecc. — Il P., dopo avere in questo stesso capitolo confutato, almeno a parole, l’Hobbes e lo Spinoza (clie sia confutazione a parole mostra di credere il V. quando in «SW^, 1. e, definisce l’ipotesi del P. «affatto epicurea obbesiana, che in ciò è una cosa stessa»), come già nel lib. I, e. 2, § C aveva confutato il Grozio (anche questa il V. reputava in SN^, 1. e, mera logomachia, facendo convenire t i semplicioni di Grozio» e «i destituii di Pufendorfio...coi licenziosi violenti di Tommaso Obbes-;); soggiunge (§ 4): «Fatemur tamen universum genus humanum nunquam siinul et semel in mero statu naturali extìtisse, neque etiam existere potuisse, ideo quod divinarum auctoritate literarum persuasi, ex uno pari coniugum quicquid est mortalium originem ducere credamus». Ma qui, come già pel Grozio e per le medesime ragioni (cfr. Croce, 1. e), il V. non dà importanza a queste dichiarazioni.
^ Sam. Pdffendorfii, Apologia prò se et suo libro adversus Auctorem [il dr. losua Schwartz] libelli famosi cui titulus: «Itidex quarundam Novitatum, quas Dn. Sam. Puf. libro suo «De iure nat. et geni.» edidit conira Orthodoxa fundamenta [Lundini, 1672]», § 12, in Eris Scandica. qua udversus libros De iure noi. et genf: objecta diluuntur (Francof. a. M., Sumpt. Prider. Knochii, MDCLXXXVl), p. 22 sg.: «Postquam...ostenderam statum hominis alicuius solitarii in niundo inculto destituii fore miserrimum., inde ulterius infero; si aliquis saa-arum literarum cognitione carens et solo naturali lumine subnixus consideraverit mortalium primcevam indigentiaìn et itnbecillitatem, quani debiles sint, quam indigi omnium rerum ubi nascuntur; cum is utique rationis duetti colligere possit, aliquando genus humanum inititim cepisse: non aliier sibi persuadere potest quam peculiarem ctiram Numinis circa primam hominum stirpem intervenisse, quousque ipsi usu et meditatione, ac coniunctis inter se operis necessitaiibus suis prospicere didicissent».
’ Un accenno a questa derivazione etimologica, a cui il V. tanto teneva, si trova già nel Grozio, il quale (Proleg, § 12) dopo aver ricordato clie Crisippo [in PluTARCH., De stoicorum repugnantiis, p. 4035 e] e gli altri stoici dicevano che non bisognava cercare l’origine del diritto se non in Giove, soggiunge: «.4 quo «lovis t> nomine <! ius ^ Latinis dictuìn probabiliter d/ci 7)o/es<». — Sulle varie etimologie di «ius» cfr. Giulio Capone, Di alcune jjarole indo-europee significanti «diritto», «legge», «giustizia» (Milano, 1893); il quale, p. 27, cita anche il V.
4 ASPETTI PRINCIPALI DI QUESTA SCIENZA 235 che a maraviglia co’ Latini convengono i Greci, i quali per bella nostra ventura osserva Platone nel Cratilo i che dapprima il gius dissero «Staio v», che tanto suona quanto [a) «discurrens» «lìermanens» (la qual origine filosofica vi è intrusa dallo stesso Platone, il quale con mitologia erudita prende «Giove» per «l’etere» che penetra e scorre tutto 2; ma l’origine istorica viene da esso Giove, che pur da’ Greci fu detto «Aióg», onde vennero a’ Latini «suh dio •» egualmente e «sub love» per dir «a ciel aperto»), e che poi per leggiadria di favella 3, avessero pi’oiferito «dc’/,at,ov». Laonde incominciamo a ragionare del diritto, che prima nacque divino, con la propietà con cui ne parlò la divinazione, sia scienza degli auspicii di Giove, che furono le cose divine con le quali le genti regolavano tutte le cose umane, ch’entrambe conpiono alla giurisprudenza il di lei adeguato subbietto. E sì, incominciamo a ragionare del diritto naturale dall’idea di essa Provvedenza divina, con la quale nacque congenita l’idea di diritto; il quale, come dianzi se n’è meditata la guisa, si cominciò naturalmente ad osservare da’ principi delle genti propiamente dette e della spezie più antiche, le quali si appellarono «genti maggiori», delle quali Giove fu il primo dio.
VII VII Il settimo ed ultimo de’ principali aspetti e’ ha questa Hcieuza è di Principii della storia universale; la quale da questo primo momento di tutte le cose umane della gentilità incomincia con la prima età del mondo che dicevano gli Egizi scorsa loro dinanzi, che fu l’età degli dèi, nella quale comincia il cielo a regnar in terra e far agli uomini de’ grandi benefizi, come si («) [CiltfJ.*] «codeste» o «divinimi» da Giove che loro fu detto, ecc.
2 Qui il V. raccosta Cra^., p. 410 è, dove Platone spiega l’etere come «àeiGsVjp» («ciò che corre sempre»: àsi Osa), con Crat., p. 413 o, dove Platone accenna a un’etimologia che avvicina «Aia» (Giove) a «§ia’tóv», nel senso di giusto.
3 Cfr. Plat., 1. e: «eùaxo|iCag svsxa». 236 LIBRO SECONDO SEZIONE PRIMA — CAPITOLO SECONDO ha nelle (a) Degnità i; comincia l’età dell’oro de’ Greci, nella quale gli dèi praticavano in terra con gli uomini, come qui abbiam veduto aver incominciato a fare Giove. Cosi i greci poeti, da questa tal prima età del mondo ci hanno nelle loro favole fedelmente narrato l’universale Diluvio e i giganti essere stati in natura; e sì, ci hanno con verità narrato i principii della storia universale profana (h). Ma non potendo poscia i vegnenti entrare nelle fantasie de’ primi uomini che fondarono il gentilesimo, per le quali sembrava loro di vedere gli dèi; e non intesasi la propietà di tal voce «atterrare», ch’era «mandar sotterra»; e perchè i giganti, i quali vivevano nascosti nelle grotte sotto de’ monti, per le tradizioni appresso di genti sommamente credule furono alterati all’eccesso ed appresi ch’imponessero Olimpo, Pelio ed Ossa, gli uni sopra degli altri, per cacciare gli dèi (che i primi giganti empi non già combatterono, ma non avevano appreso finché Giove non fulminasse) dal cielo, innalzato appresso dalle menti greche vieppiù spiegate ad una sformata altezza, il quale a’ primi giganti fu la cima de’ monti, come appresso dimostreremo (la qual favola dovette fingersi dopo Omero (e) e da altri esser stata nell’Odissea ^ appiccata ad Omero, al cui tempo bastava che crollasse l’Ohmpo solo, per farne cadere gli (a) greche tradizioni; comincia il secol dell’oro a’ Greci e quel di Saturno a’ Latini, ne’ quali gli dèi praticavan in terra cogli uomini, la quale fu la prima età del mondo gentilesco. [CMA *] La qual prima età qui, come da una sua prima epoca, conforme si è nelle Degnità ^ divisato, incomincia da Giove e dalla religione degli auspici! ne’ di lui fulmini, da cui debbo incominciare tutta la storia universale. Di che i Latini ci serbarono un certo avviso in queste tre voci: «auspicari», «migurari» (per «incominciare >) ed «ììiitia» (per dire «consegrazioni >» e «incomiuciameuti» o «principii»).
(b) e la di lei perpetuità con la sagra. Ma perchè i giganti, ecc. (e) autore dell’J/iade (come vedremo del vero Omero nel libro terzo) al cui tempo, ecc.
Propriamente nelle Annotaz. alla Tav. cron., X.
2 A, 313 sgg. 8 Degn. XLII. ASPETTI PRINCIPALI DI QUESTA SCIENZA 237 dèi, che Omero neWlUade sempre narra allogati sulla cima del monte Olimpo): per tutte queste cagioni ha finora mancato il principio e, per avere finor mancato la cronologia ragionata della storia poetica, ha mancato ancora la perpetuità della storia universale profana.
[CMA^] (a) [CAPITOLO TERZO] COME DA QUESTA DEBBANO TUTTE L’ALTRE SCIENZE PRENDER I LORO PRINCIPII Questi sono gli aspetti generali per gli quali questa Scienza può essere liguardata. Ma da questo stesso primo principio di tutte le divine ed umane cose gentilesche, ch’abbiamo truovato dentro questa Metafisica del gener umano, questa medesima Scienza sublime ne darà i principii di tutte l’altre subalterne, le quali la Mei afisica deve assicurare della verità di tutti i loro particolari subbietti; che saranno le prime fila con le quali si tesserà la tela di questo libro e le prime linee con le quali s’incomincia a condurre il disegno della nostra storia dell’idee.
La Logica da questa prende le sue prime idee, che si truovano tutte divine, e le prime voci, le quali si truovano tutti parlari mentali spiegati con atti mutoli.
La Morale da questa prende il suo primo principio, ch’è ’1 conato, il qual è propio della volontà libera, la qual è ’1 subbietto delle virtii e de’ vizi.
(a) [Come &’ è avvertito nelV introduzione, questo capitolo e con esso tutti quelli che accanto al numero d’ordine recano le sigle SN- o CMA^ furono poi dal V. soppressi nella redazione definitiva.] SCIENZE POETICHE SUBALTERNE 239 III L’Iconomica da questa prende il timore della divinità, ch’è ’1 primo principio de’ matrimoni, i quali son il seminario delle famiglie.
IV La Politica da questa prende il suo subbietto, che sono due spezie d’uomini che compongono le repubbliche; e incomincia dalla più nobile di altri che vi comandino, che qui si sono truovati esser que’ pauci qitos ceqiius mnavit lupiter, a cui appresso seguirà l’altra di altri che v’ubidiscano; poiché altro non è la Politica che scienza di comandare e d’ubidire nelle città.
E qui si compierà il ramo delle scienze attive che proponemmo uscire dal tronco di questa poetica Metafisica: l’altro ramo, che pur dicemmo, delle scienze specolative comincia ad uscire da questo tronco stesso con questa serie.
La Fisica da questa Metafìsica prende i suoi pi’incipii fantasticati divini, e ’ncomincia da quello ch’i primi giganti pii appresero: lovis omnia piena; la qual poi con Platone terminò in una Fisica divina, da esso ragionata nel Parmenide, nei quale stabilisce l’idea eterna per principio di tutte le cose in tempo. 240 LIBRO SECONDO SEZIONE PRIMA — CAPITOLO TEEZO E la Fisica particolare dell’uomo prende quinci i suoi principii da questi giganti di vasti corpi e d’animi bestiali, da’ quali, come materia, col timore della divinità incomincia ad edursi la forma delle nostre giuste corporature e de’ nostri animi umani.
VI La Cosmografia quindi incomincia dal primo cielo, che fu alle prime genti l’altura de’ monti, e dal primo mondo, che fu la loro proclività; la qual antichissima idea si conservò da’ Latini in que’ loro favellari «in mmido est» per «in proclivi est», per significar «egli è facile».
VII L’Astronomia comincia dal principe de’ pianeti, ch’è Giove, quando il cielo regnò in terra e fu tanto benefico al gener umano che n’ebbe il grazioso titolo appo tutte le gentili nazioni di «ottimo».
Vili La Cronologia qui pure da Giove dà incominciamento all’età degli dèi, ch’è la pianta della nostra Tavola cronologica; e Giove sarà la prima delle dodici minute epoche di altrettante divinità maggiori, le quali serviranno per determinare tal prima età del mondo aver durato novecento anni.
IX E la Geografia finalmente, che dalle regioni e misure del cielo accerta quelle della terra, quindi incomincia dalle regioni le quali disegnavano gli auguri in cielo per prendere quindi gli auspici! di Giove, le qual’i Latini dissero «tempia ccéli», delle quali fu il primo contemplare e la prima contemplazione alla quale attesero i primi uomini al mondo. SCIENZE POETICHE SUBALTERNE 241 Talché queste nove scienze debbono essere state le nove Muse, le quaP i poeti pur ci cantarono esser tutte figliuole di Giove; e per tutte queste cose istesse or si restituisce il suo propio significato istorico a quel motto: A love prhìcipium Musce.
16 [CMA^] [CAPITOLO QUARTO] RIPRENSIONE DELLE METAFISICHE DI RENATO DELLE CARTE, DI BENEDETTO SPINOSA E DI GIOVANNI LOCKE (a) Laonde, se non s’incomincia da un dio ch’a tutti è Giove, non si può avere niuna idea né di scienza né di virtù. Cosi ha facile l’uscita la supposizione di Polibio, il qual dice che se fusser al mondo filosofi, non sarebber uopo religioni i. Perché le Metafisiche de’ filosofi debbon andar di concerto con questa Metafisica de’ poeti, in quest’importantissimo punto: onde dall’idea d’una divinità sono provenute tutte le scienze c’hanno arricchito il mondo di tutte l’arti dell’umanità; come questa Metafisica volgare insegnò agli uomini perduti nello stato bestiale a formar il primo pensier umano da quello di Giove, cosi gli addottrinati non debbon ammettere alcun vero in Metafisica che non cominci dal vero Ente, ch’è Dio.
(a) [Questo titolo nelV autografo è cancellato, e cancellato è altresì tutto il brano dalle parole: «E Renato delle Carte» fino al termine del capitolo. In guisa che quel poco che il V. avrebbe voluto che fosse restato {salvo poi in SN^ ad abolire tutto), ossia dalle parole: «. Laonde se non s’incomincia» alle altre: «dal vero Ente ch’è Dio», avrebbe dovuto essere cotichiusione del capitolo precedente. Ma si è preferito non tener conto del pentimento del V. {dericante forse dalla gran paura ch’egli aveva d’esser preso per panteista 2) e seguire, non ostanti le cancellature, il primo getto.]
Su questa costante preoccupazioue del V. cfr. Croce, op. cit., cap. XII. RIPRENSIONE DI CARTESIO, SPINOZA E LOCKE 243 E Renato delle Carte certamente l’arebbe riconosciuto, se l’avesse avvertito dentro la stessa dubitazione che fa del suo essere. Imperciocché, se io dubito se io sia o no, dubito del mio esser vero, del qual è impossibile ch’io vada in ricerca, se non vi è il vero Essere, perch’è impossibile ricercar cosa della quale non s’abbia veran’idea. Or, dubitando io dell’esser mio né dubitando del vero Essere, il vero Essere è realmente distinto dall’esser mio. Il mio essere è terminato da corpo e da tempo, che mi fanno necessità: adunque l’Ente vero è scevero da corpo, e perciò sopra il corpo, e quindi sopra il tempo, il qual é misura del corpo secondo il prima e ’1 poi, o (per me’ dire) è misurato dal moto del corpo. E ’n conseguenza di tutto ciò, l’Ente vero è eterno, infinito, libero. Cosi egli Renato arebbe, come a buon filosofo conveniva, cominciato da una idea semplicissima, che non ha mescolata ninna composizione, qual è quella dell’Ente; onde Platone con peso di parole chiamò la Metafisica «’Qv-coXoyia», «scienza dell’Ente» i. Ma egli sconosce l’Ente e ’ncomincia a conoscer le cose dalla sostanza; la qual è idea composta di due cose: d’una che sta sotto e sostiene, d’altra che vi sta sopra e s’appoggia.
Cotal maniera di filosofare diede lo scandalo a Benedetto Spinosa, uomo senza pubblica religione e ’n conseguenza rifiuto di tutte le repubbliche, e per odio di tutte intimò una guerra aperta a tutte le religioni. E non dando altro che la sostanza, e questa esser o mente o corpo, e non terminando né corpo mente né mente corpo; per tutto ciò stabili un Dio d’infinita mente in infinito corpo, e perciò operante per necessità.
Incontro a Spinosa si é fatto dalla parte opposta Giovanni Locke, il quale sullo stesso scandalo del Cartesio adorna la Metafisica d’Epicuro, e vuole che tutte l’idee sien in noi per supposizione ed essere risalti del corpo; e sì, è costretto a dar un Dio tutto corpo operante a caso. Ma il Locke veda s’ella è per 1 Platone non chiama in nessun luogo la Metafisica «Ontologia» («’OvxoXoyia» se mal, non «’Q’/zoXoyia.»); parola che pare si sia incominciata a usare nel secolo XVII. Ma forse il V. voleva intendere che per Platone la filosofia era «scienza dell’ente», «xoù 7iavxsXc&s owzo^», «toO ovxoìc, òvxog», come si dice infatti uelVEutid., p. 288 d; Phaidr., p. 247 d. 244 LIBRO SECONDO — SEZIONE PRIMA CAPITOLO QUARTO supposizione l’idea del vero Essere, la qual io mi ritraevo aver innanzi l’idea del mio essere, ch’è tanto dire quanto innanzi del mio supposto; la qual, perch’è del vero Ente (essendo del vero bene), mi mena a ricercare nel suo Essere l’esser mio: talché ella non mi è venuta dal mio corpo, del qual io ancor dubito dentro la dubitazion del mio essere. Dal corpo è nato il tempo; e dal corpo e dal tempo, che si misura col moto del corpo (ove non sia mente la qual regoli il moto del corpo) esce il Caso.
Con tali ragioni, se non andiamo errati, abbiamo scoverti manifestamente i paralogismi delle Metafisiche che tengono diverso cammino dalla platonica. Perocché quella d’Aristotile non è altro che la Metafìsica di Platone trasportata dal dialogo al metodo didascalico, che noi diremmo «insegnativo»; siccome Proclo, gran mattematico e filosofo platonico, con un aureo libro i portò i principii fisici d’Aristotile (che sono quasi gli stessi ch’i principii metafisici di Platone) al metodo geometrico.
Ora incominciamo ormai a ragionare partitamente delle subalterne scienze poetiche.
1 II V. vuole alludere alla Si;of)(£iwaig Beoì.ofi.Kri, di cui come si rileva da una sua lettera a mons. Muzio di Gaeta (cfr. Carteggio, ediz. Croce, p. 239) conosceva la traduzione latina di Francesco Patrizi (Procli Lycii Diadochi, platonici philosophi eminentissimi, Elemento theologica et physica, Opus omni admiratione prosequendum, Quce Fkanciscus Patricius de grcecis fecit latina, Ferrarite, Apud Dominicum Mamarellum, MDLXXXIII, Superiorum permissu).
[SEZIONE SECONDA] [LOGICA POETICA] [capitolo primo] della logica poetica [Come la prima Metafisica fu la poesia, l’espressione poetica fu la prima Logica, la favola fu la prima lingua. Il primo linguaggio non fu dedotto razionalmente dalla proprietà delle cose, ma si espresse fantasticamente per caratteri divini: la prima lingua quindi fu la Mitologia. Donde la conseguenza che l’etimologia ideale delle parole debba essere derivata dalle prime allegorie poetiche. Questo concetto della prima Logica è tolto quasi letteralmente dalla SN (III, ce. 1, 3, 22; Tav. delle tradiz. volgari, % 12) e si vede iniziata con la scoperta della prima lingua divina nelle Note al DU (CI, c. 23)].
Or perchè quella ch’è Metafisica in quanto contempla le cose per tutti i generi dell’essere, la stessa è Logica in quanto considera le cose per tutti i generi di significarle; siccome la poesia è stata sopra ^ da noi considerata per una Metafisica poetica per la quale i poeti teologi immaginarono i corpi essere per lo più divine sostanze, così la stessa poesia or si considera come Logica poetica per la qual le significa.
«Logica» vien detta dalla voce «λóyoς», che prima e propiamente significò «favola», che si trasportò in italiano «favella» (e la favola de’ Greci si disse anco «μῦθος», onde vien a’ Latini «mutus»); la quale ne’ tempi mutoli nacque mentale, che in un luogo d’oro dice Strabone essere stata innanzi della vocale sia dell’articolata: onde «λóγoς» significa e «idea» e «parola». E convenevolmente fu così dalla divina Provvedenza ordinato in tali tempi religiosi, per quella eterna propietà: ch’alle religioni più importa (a) meditarsi che favellarne; onde tal prima lingua ne’ primi tempi mutoli delle nazioni, come si è detto nelle Degnità, dovette cominciare con cenni atti corpi ch’avessero naturali rapporti all’idea. Per lo che «λóγoς» «verbum» significò anche «fatto» agli Ebrei; ed a’ Greci significò anche «cosa», come osserva Tommaso Gatachero, De instrumenti stylo. E pur «μ̀υθος» ci giunse diffinita «vera narratio», o sia «parlar vero», che fu il parlar naturale che Platone prima e dappoi Giamblico (a) dissero essersi parlato una volta nel mondo. I quali, come vedemmo nelle Degnità, perchè ’l dissero indovinando, avvenne che Platone e spese vana fatiga d’andarla truovando nel Cratilo, e ne fu attaccato da Aristotile e da Galeno; perchè cotal primo parlare, che fu de’ poeti teologi, non fu un parlare (b) secondo la natura di esse cose (quale dovett’esser la lingua santa ritruovata da Adamo, a cui Iddio concedette la divina onomathesia ovvero imposizione de’ nomi alle cose secondo la natura di ciascheduna), ma fu un parlare fantastico per sostanze animate, la maggior parte immaginate divine (c) Cosi Giove, Cibele o Berecintia, Nettunno, per cagione d’esempli, intesero e, dapprima mutoli additando, spiegarono esser esse sostanze del cielo, della terra, del mare, ch’essi immaginarono animate divinità, e perciò con verità di sensi gli credevano dèi; con le quali tre divinità, per ciò ch’abbiam sopra detto de’ caratteri poetici, spiegavano tutte le cose appartenenti al cielo, alla terra, al mare; e così, con l’altre, significavano le spezie dell’altre cose a ciascheduna divinità appartenenti, come tutti i fiori a Flora, tutte le frutte a Pomona. Lo che noi pur tuttavia facciamo, al contrario, delle cose dello spirito, come delle facilità della mente umana, delle passioni, delle virtù, de’ vizi, delle scienze, dell’arti; delle quali formiamo idee per lo più di donne, ed a quelle riduciamo tutte le cagioni, tutte le propietà e ’nfine tutti gli effetti ch’a ciascuna appartengono; perchè ove vogliamo trarre fuori dall’intendimento cose spirituali, dobbiamo essere soccorsi dalla fantasia per poterle spiegare e come pittori fingerne umane immagini. Ma essi poeti teologi, non potendo far uso dell’intendimento, con uno più sublime lavoro tutto contrario diedero sensi e passioni, come testé si è veduto, a’ corpi, e vastissimi corpi quanti sono cielo, terra, mare; che poi, impicciolendosi così vaste fantasie e invigorendo l’astrazioni, furono presi per piccioli loro segni. E la metonimia spose in comparsa di dottrina l’ignoranza (a) di queste finor seppolte origini di cose umane: e Giove ne divenne sì picciolo e sì leggieri ch’è portato a volo da un’aquila; corre Nettunno sopra un dilicato cocchio per mare; e Cibele è assisa sopra un lione.
Quindi le mitologie devon essere state i propi parlari delle favole (che tanto suona tal voce); talché essendo le favole, come sopra si è dimostrato, generi fantastici, le mitologie devon essere state le loro propie allegorie. Il qual nome, come si è nelle Degnità osservato, ci venne diffinito «diversiloquium», in quanto, con identità non di proporzione ma, per dirla alla scolastica, di predicabilità, esse significano le diverse spezie o i diversi individui compresi sotto essi generi; tanto che devon avere una significazione univoca, comprendente una ragion comune alle loro spezie o individui (come d’Achille, un’idea di valore comune a tutti i forti; come d’Ulisse, un’idea di prudenza comune a tutti i saggi); talché sì fatte allegorie debbon essere l’etimologie de’ parlari poetici, che ne dassero le loro origini tutte univoche, come quelle de’ parlari volgari lo sono più spesso analoghe (a) E ce ne giunse pure la diffinizione d’essa voce «etimologia», che suona lo stesso che «veriloquium»; siccome essa favola ci fu diffinita «vera narratio» (b).
[capitolo secondo] corollari d’intorno a’ tropi, mostri e trasformazioni poetiche [Le figure della prima Logica furono quelle della poesia, i tropi, e specialmente la metafora, che forma le lingue col primo lavoro dell’animazione poetica (CI, c. 12):— la metonimia, che dà nome alle cose dalle idee più particolari (ibid. e SN, III, c. 24);— la sineddoche, che indica le cose dalla parte più appariscente, ibid.); — i mostri, nati dalla povertà del primo linguaggio, incapace d’indicare le qualità con nomi astratti (CI, c. 12, notc. §14; SN, III, cc. 9, 14); — la metamorfosi, nata dall’incapacità delle lingue d’indicare il cambiamento (SN, V, c. 7). — L’origine di queste figure, già accennate nel DU e nella SN, ora nuovamente meditata sul concetto d’una Logica primitiva, include la dimostrazione che il linguaggio poetico nacque istintivamente dalle naturali necessità e non fu creato dalla riflessione (CI,cc. 1, 12). In questo capitolo il V. parla per la prima volta dell’ironia, che sorge assai tardi nella storia del linguaggio, perchè suppone la riflessione].
Di questa Logica poetica sono corollari tutti i primi tropi, de’ quali la più luminosa e, perchè più luminosa, più necessaria e più spessa è la metafora, ch’allora è vieppiù lodata quando alle cose insensate ella dà senso e passione, per la Metafisica sopra qui ragionata; ch’i primi poeti dieder a’ corpi l’essere di sostanze animate, sol di tanto capaci di quanto essi potevano, cioè di senso e di passione, e sì ne fecero le favole. Talché ogni metafora si fatta vien ad essere una picciola favoletta. Quindi se ne dà questa critica d’intorno al tempo che nacquero nelle lingue: che tutte le metafore portate con simiglianze prese da’ corpi a significare lavori di menti astratte debbon essere de’ tempi ne’ quali s’eran incominciate a dirozzar le filosofie; lo che si dimostra da ciò: che in ogni lingua le voci ch’abbisognano all’arti colte ed alle scienze riposte hanno contadinesche le lor origini. Quello è degno d’osservazione: che ’n tutte le lingue la maggior parte dell’ espressioni d’intorno a cose inanimate sono fatte con trasporti del corpo umano e delle sue parti e degli umani sensi e dell’umane passioni: come capo, per cima o principio; fronte, spalle, avanti e dietro; occhi delle viti e quelli che si dicono «lumi ingredienti» delle case; bocca, ogni apertura; labro, orlo di vaso o d’altro; dente d’aratro, di rastello, di serra, di pettine; barbe, le radici; lingua di mare; fauce o foce di fiumi o monti; collo di terra; braccio di fiume; mano, per picciol numero; seno di