SigPhi · Giambattista Vico

La scienza nuova — Volume I

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mare, il golfo; fianchi e lati, i canti; costiera di mare; cuore, per lo mezzo (ch’«umbilicus» dicesi da’ Latini); gamba o piede di paesi, e piede per fine; pianta per base sia fondamento; carne, ossa di frutte; vena d’acqua, pietra, miniera; sangue della vite, il vino; viscere della terra; ride il cielo (a), il mare; fischia il vento; mormora l’onda; geme un corpo sotto un gran peso; e i contadini del Lazio dicevano «sitire agros», «laborare fructus», «luxuriari segetes»; e i nostri contadini «andar in amore le piante», «andar in pazzia (b) le viti», «lagrimare gli orni»; ed altre che si possono raccogliere innumerabili in tutte le lingue. Lo che tutto va di séguito a quella Degnità: che l’uomo (c) ignorante si fa regola dell’universo, siccome negli esempli arrecati egli di sé stesso ha fatto un intiero mondo. Perchè come la Metafisica ragionata insegna che «homo intelligendo fit omnia», cosi questa Metafisica fantasticata dimostra che «homo non intelligendo fit omnia»; e forse con più di verità detto questo che quello, perchè l’uomo con l’intendere spiega la sua mente e comprende esse cose, ma col non intendere egli di sé fa esse cose e col transformandovisi lo diventa.

II Per cotal medesima Logica, parto di tal Metafisica, dovettero i primi poeti dar i nomi alle cose dall’idee più particolari e sensibili; che sono i due fonti, questo della metonimia e quello della sineddoche. Perocché la metonimia degli autori per l’opere nacque perchè gli autori erano più nominati che l’opere; quella de’ subbietti per le loro forme ed aggiunti nacque perchè, come nelle Degnità abbiamo detto, non sapevano astrarre le forme e la qualità da’ subbietti; certamente quella delle cagioni per gli di lor effetti sono tante picciole favole, con le quali le cagioni s’immaginarono esser donne vestite de’ lor effetti, come sono la Povertà brutta, la Vecchiezza trista, la Morte pallida.

III III La sineddoche passò in trasporto poi con l’alzarsi i particolari agli universali o comporsi le parti con le altre con le quali facessero i lor intieri. Cosi «mortali» furono prima propiamente detti i soli uomini, che soli dovettero farsi sentire mortali. Il «capo», per l’«uomo» (a) o per la «persona», ch’è tanto frequente in volgar latino, perché dentro le boscaglie vedevano di lontano il solo capo dell’uomo; la qual voce «uomo» è voce astratta, che comprende come in un genere filosofico il corpo e tutte le parti del corpo, la mente e tutte le facultà della mente, l’animo e tutti gli abiti dell’animo. Cosi dovette avvenire che «tignum» e «culmen» significarono con tutta propietà «travicello» e «paglia», nel tempo delle pagliare; poi, col lustro delle città, significarono tutta la materia e ’l compimento degli edifìci. Cosi «tedum» per l’intiera «casa», perchè a’ primi tempi bastava per casa un coverto. Cosi «puppis» per la «nave», che, alta, è la prima a vedersi da’ terrazzani; come a’ tempi barbari ritornati si disse «una vela» per «una nave». Cosi «mucro» per la «spada», perchè questa è voce astratta e come in un genere comprende pomo, elsa, taglio e punta; ed essi sentirono la punta, che recava loro spavento. Cosi la materia per lo tutto formato, come «il ferro» per (a) «la spada», perchè non sapevano astrarre le forme dalla materia. Quel nastro di sineddoche e di metonimia: Tertia messis erat Tertia messis erat nacque senza dubbio da necessità di natura, perchè dovette correre assai più di mille anni per nascere traile nazioni questo vocabolo astronomico: «anno»; siccome nel contado fiorentino tuttavia dicono: «abbiamo tante volte mietuto» per dire «tanti anni». E quel gruppo di due sineddochi e d’una metonimia: Post aliquot, mea regna videns mirabor, aristas di troppo accusa l’infelicità de’ primi tempi villerecci a spiegarsi, ne’ quali dicevano «tante spighe», che sono particolari più delle messi, per dire «tanti anni»; e perch’era troppo infelice l’espressione, i gramatici v’hanno supposto troppo di arte. IV L’ironia certamente non potè cominciare che da’ tempi della riflessione, perch’ella è formata dal falso, in forza d’una riflessione che prende maschera di verità (a). E qui esce un gran principio di cose umane, che conferma l’origine della poesia qui scoverta: che i primi uomini della gentilità essendo stati semplicissimi quanto i fanciulli, i quali per natura son veritieri, le prime favole non poterono fingere nulla di falso; per lo che dovettero necessariamente essere, quali sopra ci vennero diffinite, vere narrazioni.

V V Per tutto ciò si è dimostrato che tutti i tropi (che tutti si riducono a questi quattro), i quali si sono finora creduti ingegnosi ritruovati degli scrittori, sono stati necessari modi di spiegarsi tutte le prime nazioni poetiche, e nella lor origine aver avuto tutta la loro natia piopietà. Ma poiché, col più spiegarsi la mente umana, si ritruovarono le voci che significano forme astratte, o generi comprendenti le loro spezie, o componenti le parti co’ loro intieri, tai parlari delle prime nazioni sono divenuti trasporti. E quindi s’incominciau a convellere que’ due comuni errori de’ gramatici: che ’l parlare de’ prosatori è propio, impropio quel de’ poeti; e che prima fu il parlare da prosa, dopoi del verso.

VI VI I mostri e le trasformazioni poetiche provennero per necessità di tal prima natura umana, qual abbiamo dimostrato nelle Degnità che non potevan astrarre le forme o le propietà da’ subbietti; onde con la lor Logica dovettero comporre i subbietti per comporre esse forme, o distrugger un subbietto per dividere la di lui forma primiera dalla forma contraria introduttavi. Tal composizione d’idee fece i mostri poetici (a); come in ragion romana, all’osservare di Antonio Fabro nella Giurisprudenza papinianea, si dicon «mostri» i parti nati da meretrice, perc’hanno natura d’uomini insieme e propietà di bestie a esser nati da’ vagabondi o sieno incerti concubiti; i quali truoveremo essere i mostri i quali la Legge delle XII Tavole (nati da donna onesta senza la solennità delle nozze) comandava che si gittassero in Tevere.

VII La distinzione dell’idee fece la metamorfosi; come, fralle altre conservateci dalla giurisprudenza antica, anco i Romani nelle loro frasi eroiche ne lasciarono quella «fundum fieri» per «autorem» . (a) di che abbiamo nella ragion romana ch’ogni padre di famiglia romano ha tre capi, per significare tre vite; perchè «vita» è termine astratto e ’l capo è la più cospicua sensibil parte dell’uomo, onde gli eroi giuravan per lo capo per significare che giuravano per la vita. Le quali tre vite erano: una naturale della libertà, un’altra civile della cittadinanza, la terza famigliare della famiglia. — La distinzione dell’idee, ecc. fieri» 1, perchè come il fondo sostiene il podere o il suolo e ciò ch’è quivi seminato o piantato o edificato, così l’appruovatore sostiene l’atto, il quale senza la di lui appruovagione rovinerebbe, perchè l’approvatore, da semovente ch’egli è, prende forma contraria di cosa stabile (a).

1 Cic, Pro Balbo, 8: «Sed negat ex federato piopulo quemquam potuisse, nisi is populus fundus factus esset, in hanc civitatem venire». — Aul. Gell., XVI, 13: «Municipes..., nuìlis aliis necessitatibus, neque ulla populi romani lege adstricH,nisi in quam populus eorum fundus factus est». — Paul. Diac, ad v.: «Fundus...dicitur populus esse rei quam alienai, hoc est auctor».

[capitolo terzo] corollari d’intorno al parlare per caratteri poetici delle prime nazioni [I caratteri poetici del linguaggio primitivo dovettero naturalmente prolungarsi nei tempi storici; quindi il V. s’inoltra a interpetrare i racconti antichi delle storie come se fossero caratteri di una mitologia. — La tradizione di Pitagora, già alterata dalla critica del V. (CI c. 22, note, in fine; e. 30, note, § 20; SN, II, c. 63 in fine), diventa la tradizione di un sapiente volgare, come quella di Orfeo, di Zoroastro, di Trismegisto. Dracone diventa un carattere dell’aristocrazia ateniese; Esopo un simbolo di famoli. Solone, la cui sapienza si considerava sterile di conseguenze civili nella SN (V, c. 2), diventa, come Teseo, un carattere poetico; e Teseo risponde a un tratto di storia romana. I primi re di Roma e l’antica storia di Livio, già scossi nella loro base dai dubbi del V. e già paragonati ai simboli della mitologia [DU, § 171; CI, cc. 22, 30, note, § ult, 31; SN,I, c. 10; II. c. 34; III, cc. 14 e 39), ora presentano anche in Numa, in Servio Tullio, in Tarquinio Prisco, nelle XII Tavole altrettanti caratteri poetici.]

La favella poetica, com’abbiamo in forza di questa Logica poetica meditato, scorse per cosi lungo tratto dentro il tempo istorico, come i grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il mare e serbano dolci l’acque portatevi con la violenza del corso; per quello che Giamblico ci disse sopra nelle Degnità: che gli Egizi tutti i loro ritruovati utili alla vita umana riferirono a Mercurio Trismegisto; il cui detto confermammo con quell’altra Degnità: ch’i fanciulli con l’idee e nomi d’uomini, femmine, cose, c’hanno la prima volta vedute, apprendono ed appellano tutti gli uomini, femmine, cose appresso, c’hanno con le prime alcuna simiglianza o rapporto; e che questo era il naturale gran fonte de’ caratteri poetici, co’ quali naturalmente pensarono e parlarono i primi popoli. Alla qual natura di cose umane se avesse Giamblico riflettuto e vi avesse combinato tal costume ch’egli stesso riferisce degli antichi Egizi, dicemmo nelle Degnità che certamente esso ne’ misteri della sapienza volgare degli Egizi non arebbe a forza intruso i sublimi misteri della sua sapienza platonica.

Ora, per tale natura de’ fanciulli e per tal costume de’ primi Egizi, diciamo che la favella poetica in forza d’essi caratteri poetici ne può dare molte ed importanti discoverte d’intorno all’antichità.

I (a) Che Solone dovett’esser alcuno uomo sappiente di sapienza volgare, il quale fusse capoparte di plebe ne’ primi tempi ch’Atene era repubblica aristocratica. Lo che la storia greca pur conservò, ove narra che dapprima Atene fu occupata dagli ottimati — ch’è quello che noi in questi libri dimostreremo universalmente di tutte le repubbliche eroiche, nelle quali gli eroi, ovvero nobili, per una certa loro natura creduta di divina origine, per la quale dicevano essere loro propi gli dèi, e ’n conseguenza propi loro gli auspicii degli dèi, in forza de’ quali chiudevano dentro i lor ordini tutti i diritti pubblici e privati dell’eroiche città, ed a’ plebei, che credevano essere d’origine bestiale, e ’n conseguenza esser uomini senza dèi e perciò senza auspicii, concedevano i soli usi della natural libertà (ch’è un gran principio di cose che si ragioneranno per quasi tutta quest’opera) — e che tal Solone avesse ammonito i plebei ch’essi riflettessero a sé medesimi e riconoscessero essere d’ugual natura umana co’ nobili, e ’n conseguenza che dovevan esser con quelli uguagliati in civil diritto. Se non, pure, tal Solone furon essi plebei ateniesi, per questo aspetto considerati. Perchè anco i Romani antichi arebbono dovuto aver un tal Solone fra loro; tra quali i plebei nelle contese eroiche co’ nobili, come apertamente lo ci narra la storia romana antica, dicevano: i padri de’ quali Romolo aveva composto il senato (da’ quali essi patrizi erano provenuti) «non esse cœlo demissos», cioè che non avevano cotale divina origine ch’essi vantavano e che Giove era a tutti eguale. Ch’è la storia civile di quel motto Iupiter omnibus æquus, dove poi intrusero i dotti quel placito: che le menti son tutte eguali e che prendono diversità dalla diversa organizzazione de’ corpi e dalla diversa educazione civile. Con la quale riflessione i plebei romani incominciaron ad adeguare co’ patrizi la civil libertà, fino che affatto cangiarono la romana repubblica da aristocratica in popolare, come l’abbiamo divisato per ipotesi nelle Annotazioni alla Tavola cronologica, ove ragionammo in idea della Legge Publilia, e ’l faremo vedere di fatto, nonché della romana, essere ciò avvenuto di tutte l’altre antiche repubbliche, e con ragioni ed autorità dimostreremo che universalmente, da tal riflessione di Solone principiando, le plebi de’ popoli vi cangiarono le repubbliche da aristocratiche in popolari. Quindi Solone fu fatto autore di quel celebre motto «Nosce te ipsum», il quale, per la grande civile utilità ch’aveva arrecato al popolo ateniese, fu iscritto per tutti i luoghi pubblici di quella città; e che poi gli addottrinati il vollero detto per un grande avviso, quanto infatti lo è, d’intorno alle metafisiche ed alle morali cose; e funne tenuto Solone per sappiente di sapienza riposta e fatto principe de’ sette saggi di Grecia. In cotal guisa, perchè da tal riflessione incominciarono in Atene tutti gli ordini e tutte le leggi che formano una repubblica democratica, perciò, per questa maniera di pensare per caratteri poetici de’ primi popoli, tali ordini e tali leggi, come dagli Egizi tutti i ritruovati utili alla vita umana civile a Mercurio Trimegisto, furono tutti dagli Ateniesi richiamati a Solone.

II Cosi dovetter a Romolo esser attribuite tutte le leggi d’intorno agli ordini.

III A Numa, tante d’intorno alle cose sagre ed alle divine cerimonie, nelle quali poi comparve ne’ tempi suoi più pomposi la romana religione.

IV A Tullo Ostilio, tutte le leggi ed ordini della militar disciplina. V A Servio Tullio, il censo, ch’è il fondamento delle repubbliche democratiche, ed altre leggi in gran numero d’intorno alla popolar libertà; talché da Tacito vien acclamato «præcipuus sanctor legum». Perchè, come dimostreremo, il censo di Servio Tullio fu pianta delle repubbliche aristocratiche, col qual i plebei riportarono da’ nobili il dominio bonitario de’ campi, per cagion del quale si criarono poi i tribuni della plebe per difender loro questa parte di natural libertà, i quali poi, tratto tratto, fecero loro conseguire tutta la libertà civile. E così il censo di Servio Tullio, perchè indi ne incominciarono l’occasioni e le mosse, diventò censo pianta della romana repubblica popolare, come si è ragionato nell’Annotazioni alla Legge Publilia per via d’ipotesi, e dentro si dimostrerà essere stato vero di fatto.

VI A Tarquinio Prisco, tutte l’insegne e divise, con le quali poscia a’ tempi più luminosi di Roma risplendette la maestà dell’imperio romano.

VII Cosi dovettero affiggersi alle XII Tavole moltissime leggi che dentro dimostreremo essere state comandate ne’ tempi appresso; e (come si è appieno dimostrato ne’ Principii del Diritto universale) perchè la legge del dominio quiritario da’ nobili accomunato a’ plebei fu la prima legge scritta in pubblica tavola (per la quale unicamente furono criati i decemviri), per cotal aspetto di popolar libertà tutte le leggi che uguagliarono la libertà e si scrissero dappoi in pubbliche tavole furono rapportate a’ decemviri. Siane pur qui una dimostrazione il lusso greco de’ funerali, che i decemviri non dovettero insegnarlo a’ Romani col proibirlo, ma dopoché i Romani l’avevano ricevuto; lo che non potè avvenire se non dopo le guerre co’ Tarantini e con Pirro, nelle quali s’incominciarono a conoscer co’ Greci: e quindi è che Cicerone osserva tal legge portata in latino con le stesse parole con le quali era stata conceputa in Atene.

VIII VIII Così Dragone, autore delle leggi scritte col sangue nel tempo che la greca storia, come sopra si è detto, ci narra ch’Atene era occupata dagli ottimati; che fu, come vedremo appresso, nel tempo dell’aristocrazie eroiche, nel quale la stessa greca storia racconta che gli Eraclidi erano sparsi per tutta Grecia, anco nell’Attica, come sopra il proponemmo nella Tavola cronologica; i quali finalmente restarono nel Peloponneso e fermarono il loro regno in Isparta. la quale truoveremo essere stata certamente repubblica aristocratica. E cotal Dragone dovett’esser una di quelle serpi della Gorgone inchiovata allo scudo di Perseo, che si truoverà significare l’imperio delle leggi, — il quale scudo con le spaventose pene insassiva coloro che ’l riguardavano (siccome nella storia sagra, perchè tali leggi erano essi esemplari castighi, si dicono «leges sanguinis»); e di tale scudo armossi Minerva, la quale fu detta «Ἀθηνᾱ», come sarà più appieno spiegato appresso; e appo i Chinesi, i quali tuttavia scrivono per geroglifici (che dee far maraviglia una tal maniera poetica di pensare e spiegarsi tra queste due e per tempi e per luoghi lontanissime nazioni), un dragone è l’insegna dell’imperio civile, — perchè di tal Dragone non si ha altra cosa da tutta la greca storia.

IX IX (a) Questa istessa discoverta de’ caratteri poetici ci conferma Esopo (b), ben posto innanzi a’ sette saggi di Grecia, come il promettemmo nelle Note alla Tavola cronologica di farlo in questo luogo vedere. Perchè tal filologica verità ci è confermata da questa storia d’umane idee: ch’i sette saggi faron ammirati dall’incominciar essi a dare precetti di morale o di ci vii dottrina per massime, come quel celebre di Solone (il quale ne fu il principe): «Nosce te ipsum», che sopra abbiam veduto essere prima stato un precetto di dottrina civile, poi trasportato alla Metafisica e alla Morale. Ma Esopo aveva innanzi dati tali avvisi per somiglianze, delle quali più innanzi i poeti si eran serviti per ispiegarsi. E l’ordine dell’umane idee è d’osservare le cose simili, prima per ispiegarsi, dappoi per pruovare; e ciò, prima con l’esemplo che si contenta d’una sola, finalmente con l’induzione che ne ha bisogno di più. Onde Socrate, padre di tutte le sètte de’ filosofi, introdusse la Dialettica con l’induzione, che poi compiè Aristotile col sillogismo, che non regge senza un universale. Ma alle menti corte basta arrecarsi un luogo dal somigliante per essere persuase; come con una favola, alla fatta di quelle ch’aveva truovato Esopo, il buono Menenio Agrippa ridusse la plebe romana sollevata all’ubbidienza. Ch’Esopo sia stato un carattere poetico de’ soci ovvero famoli degli eroi, con uno spirito d’indovino lo ci discuopre il ben costumato Fedro in un prologo delle sue Favole: Nunc fabularum cur sit inventum genus, Brevi docebo. Servìtus obnoxia Quia quæ volebat non audebat dicere, Affectus proprios in fabellas transtulit.

Æsopi illius semita feci viam; come la favola della società lionina evidentemente lo ci conferma, perchè i plebei erano detti «soci» dell’eroiche città, come nelle Degnità si è avvisato, e venivano a parte delle fatighe e pericoli nelle guerre, ma non delle prede e delle conquiste. Per ciò Esopo fu detto «servo», perchè i plebei, come appresso sarà dimostro, erano famoli degli eroi. E ci fu narrato brutto, perchè la bellezza civile era stimata dal nascere da’ matrimoni solenni, che contraevano i soli eroi, com’anco appresso si mostrerà: appunto come fu egli brutto Tersite (a), che dev’essere carattere de’ plebei che servivano agli eroi nella guerra troiana; ed è da Ulisse battuto con lo scettro di Agamennone, come gli antichi plebei romani a spalle nude erano battuti da’ nobili con le verghe, «regium in morem», al narrar di Sallustio appo sant’Agostino nella Città di Dio (b), finché la Legge Porzia allontanò le verghe dalle spalle romane. Tali avvisi adunque, utili al viver civile libero, dovetter esser sensi che nudrivano le plebi dell’eroiche città, dettati dalla ragion naturale. De’ quali plebei per tal aspetto ne fu fatto carattere poetico Esopo, al quale poi furon attaccate le favole d’intorno alla morale filosofia; e ne fu fatto Esopo il primo morale filosofo, nella stessa guisa che Solone fu fatto sappiente, ch’ordinò con le leggi la repubblica libera ateniese. E perch’Esopo diede tali avvisi per favole, fu fatto prevenire a Solone che gli diede per massime. Tali favole si dovettero prima concepire in versi eroici, come poi v’ha tradizione che furono concepute in versi giambici (co’ quali noi qui appresso truoveremo aver parlato le genti greche) in mezzo il verso eroico e la prosa, nella quale finalmente scritte ci sono giunte.

X In cotal guisa a’ primi autori della sapienza volgare furono rapportati i ritruovati appresso della sapienza riposta; e i Zoroasti in Oriente (a), i Trimegisti in Egitto, gli Orfei in Grecia, i Pittagori nell’Italia, di legislatori prima, furono poi finalmente creduti filosofi, come Confucio oggi lo è nella China. Perchè certamente i pittagorici nella Magna Grecia, come dentro si mostrerà, si dissero in significato di «nobili», che, avendo attentato di ridurre tutte le loro repubbliche da popolari in aristocratiche, tutti furono spenti (b). E ’l Carme aureo di Pittagora sopra si è dimostrato esser un’impostura, come gli Oracoli di Zoroaste, il Pimandro del Trimegisto, gli Orfici o i versi d’Orfeo; né di Pittagora ad essi antichi venne scritto alcuno libro d’intorno a filosofia, e Filolao fu il primo pittagorico il qual ne scrisse, all’osservare dello Scheffero, De philosophia italica.

[CAPITOLO QUAUTO] COROLLARI D’INTORNO ALL’ORIGINI DELLE LINGUE E DELLE LETTERE; E, QUIVI DENTRO, L’ORIGINI DE" GEROGLIFICI, DELLE LEGGI, DE’ NOMI, DELL’INSEGNE GENTILIZIE, DELLE MEDAGLIE, DELLE MONETE; E QUINDI DELLA PRIMA LINGUA E LETTERATURA DEL DIRITTO NATURAL DELLE GENTI [Nel DU sono distinte due sole lingue: l’eroica e la volgare, la poetica e la sciolta, e corrispondono alle due grandi epoche dello spirito umano, la primitiva e l’incivilita (C/2, co. 12 e 14). Nelle Note al DU e. scoperta una lingua divina anteriore all’eroica e alla volgare, per cui la storia del linguaggio corre tre stadi, analoghi alle tre età egiziane degli dèi, degli eroi e degli uomini (CJ^’, e. 23).— La lingua divina si estende nella SN, si trova muta, e rivendica a sé, come sue diramazioni, il muto linguaggio del blasone, delle imprese eroiche militari, delle medaglie, ecc. («STV^, III, ce. 1 e 22).— In questo cap. il V. riassume tutto ciò e s’inoltra a nuovi sviluppi: il mutismo supposto nelle prime genti congiunge la prima espressione grafica col primo linguaggio, e cioè la storia delle lingue con quella della scrittura: resta quindi ampiamente spiegata l’origine delle lettere, appena intravista nel Z)Z7. Anche la storia della lingua articolata, nuovamente richiamata all’unità astratta d’un dizionario mentale comune a tutte le lingue diverse {SN^,lll, e. 41), viene compiutamente analizzata nell’originazione dei suoi elementi.]

Ora dalla Teologia de’ poeti o sia dalla Metafisica poetica, per mezzo della indi nata poetica Logica, andiamo a scuoprire l’origine delle lingue e delle lettere. D’intorno alle quali sono tante l’oppenioni quanti sono i dotti che n’hanno scritto; talché Gerardo Giovanni Vossio nella Gramatica i dice: «De literarum inventione multi multa 2 congerunt, et fuse et confuse, ut ^ ab iis incertiis ^ magis aheas quam veneras ^ dudum»; ed Ermanno 1 Gehardi Ioannis Vossii Aristarchus, sire de arte grammatica, Libri septem. Quibus censura in grani maticoSyprcBcipue veteres, exercetur; caussce linguce latince eruuntur; scriptores romani illustrantur vel emendantur, Editio secunda pluribus locis aucta (Amstelaed., Ex off. Ioan. Blaev, MDCLXII), I, e. 9, p. 37.

2 multa multi. ’ adeo ut.

pene incertus.

’ fueras. 268 LIBRO SKCONUO — SEZIONK SECONDA CAPITOLO QUARTO Ugone, De origine scrihendi i, osserva: «Nulla 2 alia res est, in qua plures magisque pìignantes sententice reperiantur, atque hcec tractatio de literarnm ^ et scriptionis origine. Quantce sententiarmn pugnce? quid credas ’ì quid non credas?». Onde ia) Beruando da Melinckrot, De arte typographica * seguito in ciò da Ingewaldo Elingio, De historia linguce gnecce ^, per l’incomprendevolità della guisa (b) disse essere ritruovato divino.

Ma la difficoltà della guisa fu fatta da tutti i dotti, per ciò ch’essi stimarono cose separate l’origini delle lettere dall’origini delle lingue, le quali erano per natura congionte. E ’l dovevan pur avvertire dalle voci «gramatica» e «caratteri». Dalla prima, che «gramatica» si difiinisce «arte di parlare» e «yP-l’-P-^^» sono le lettere; talché sarebbe a diffinirsi «arte di scrivere», qual Aristotile la diffini 6 e qual infatti ella dapprima nacque; {a) nella Novella letteraria udimmo Bernardo, ecc. [ma CMA^: queste parole sou da cassarsi per ciò che sul principio si è detto nelr Occasione di meditarsi quesf opera ’].

(6) indovinando, qual noi in fatti or or scovriremo, essere ritrovato divino, ecc.

1 Hermanxus Hugo Societatis le su, De prima scribendi origine et universce rei literarice antiquitate. Cui notas, opusculum de scribis, apologiam prò Wcechtlero, prafationes et indices adiecit C. H. Trotz iurisconsultus (Traiecti ad R., Ap. Herman. Besseling, MDCCXXXVIII), e. IH, pp. 13-4.

2 Non.

^ de prima literaruni.

De oriu et pregressa artis typoyraphicm, Dissertatio historica, hi qua, prater alia pleraque ad calcographices negocium spectantia,de auctoribus et loco inventionis prcecipue inquirilur, Proque Moguntinis cantra Harlemenses concluditur, a BerXARDO A Mallinkrot, Decano Monasteriensi ac C. Mindensi (Colonia Agripp., Ap. Ioan. Kinchium, MDGXXXX). Ma in questo libro non v’è nulla di quel che accenna il V. — n Weber avverte che il V. lo citò in iscarabio dell’altra opera del Mal.: De natura et usu literarutn (Monasterii Westfalia-, 1638); ma mentre, dopo molte inutili ricerche di quest’ultima opera a Napoli e fuori, provavo la soddisfazione di trovarne segnata una copia nel catalogo della Brancacciana (XXI,B, 17), ebbi la brutta sorpresa di sentirmi dire che il libro s’era smarrito.

5 Laurentii Ingewaldi Elingii, In Regia l’psal. Academ. P. P. Ordin., Historia grcBcce linguce, cum proefat. Adami Rechenbergii, P. P. Lipsiensis (Lipsiir, Impens.

loh. Frid. Glcditsch, A. MDCXCl), s XIII, p. 49: ^ Hanc artem [la scrittura], ipso Deo monstrante, ab Adamo inventam ac excultam r,.

• Arist., y’op., VI, 5, -2, p. 142; il quale, per altro, dice che definizione difettosa della grammatica darebbe chi la chiamasse «arte dello scrivere • senza aggiungere «e del leggere».

’ Si veda p. 11, n. 2. ORIGINI DELLE LINGUE E DELLE LETTERE 289 come qui si dimostrerà che tutte le nazioni prima parlarono scrivendo (a), come quelle che furon dapprima mutole. Di poi «caratteri» voglion dire «idee», «forme», «modelli»; e certamente furono innanzi que’ de’ poeti che quelli de’ suoni articolati, come Giuseffo vigorosamente sostiene contro Appione greco gr amati co che a’ tempi d’Omero non si erano ancor truovate le lettere dette «volgari» i. Oltracciò, se tali lettere fussero forme de’ suoni articolati e non segni a placito, dovrebbero appo tutte le nazioni esser uniformi, com’essi suoni articolati son uniformi appo tutte (&). Per tal guisa disperata a sapersi, non si è saputo il pensare delle prime nazioni per caratteri poetici, né ’1 parlare per favole, né lo scrivere per geroglifici; che dovevan esser i principii, che di lor natura han da esser certissimi, cosi della Filosofia per l’umane idee, come della Filologia per l’umane voci. In si fatto ragionamento dovendo qui noi entrare, daremo un picciol saggio delle tante oppenioni che se ne sono avute, o incerte o leggieri o sconce o boriose o ridevoli, le quali, perocché sono tante e tali (e), si debbono tralasciare di riferirsi. Il saggio sia questo: che perocché a’ tempi barbari ritornati la Scandinavia, ovvero Scanzia, per la boria delle nazioni fu detta «vagina gentium» 2 e fu creduta la madre di tutte l’altre del mondo, (a) e poi con voci articolate; [CMA^] e ne restò eterna propietà che nelle lingue natie la Gramatica non insegna altro che di scrivere, [OiV/^^j e con ciò di leggere. Dipoi caratteri^ ecc.

(b) Onde bassi a conchiudere che questa Scienza incomincia da’ principii veri, perchè incomincia dalle spiegate guise con le quali nacquero e le lingue e le lettere che ne debbono spiegar i primi parlari delle nazioni; che dovevan esse, ecc (e) dovrebbono trallasciare di riferirsi. Ma perchè non sospetti il leggitore di noi ciò che molti autori fanno (e particolarmente oggidì), i quali, per promuovere le sole cose scritte da essi, non solo non espongono alla libertà di chi legge le cose scrittene dagli altri, ma anco vietan loro di leggerle, ci piace, per soddisfarlo, arrecargliene qualcheduna; come quella che perocché, ecc.

1 Si veda pp. 92, 117.

lORKAXDES, De reb. getic, e. 4 a princ. 1 Scamia instila, quoti officina gentium, aut certe velut vagina nationum». 270 LIBRO SECONDO — SEZIONE SECONDA CAPITOLO QUARTO per la boria de’ dotti furono d’oppenione Giovanni ed Olao Magni 1 ch’i loro Goti avessero conservate le lettere fin dal priacipio del mondo, divinamente ritruovate da Adamo; del qual sogno si risero tutti i dotti. Ma non pei’tanto si restò di seguirgli e d’avanzargli Giovanni Goropio Becano, che la sua lingua cimbrica, la quale non molto si discosta dalla sassonica, fa egli venire dal paradiso terrestre e che sia la madre di tutte l’altre 2; della qual oppenione fecero le favole Giuseppe Giusto Scaligero 3, Giovanni Camerario *, Cristoforo Brecmanno fa) ^ e Martino (a) in Manuductione ad linguam latinam, e Martino Scoockio in Fabula harlemensi. E pure, ecc.

1 Gothorum Sueonumque historia, ex probatis antiquorum monumentis collecta et in xxiiij libros redacta, Autore Io. Magno Gotho, Archiepiscopo Upsalensi, Cmw Indice rerum ac gestorum memorabilium locupletissimo (Basilese, Ex off. Isingriniana, anno a Christo nato MDLVIII), I, e. 7, pp. 30-1: Longe ante inventas literas latìnas...Gothi suas literas habuerunt. Cuius rei iudicium proestant eximice m,agnitudinis saxa, veterurn bustis ac specubus apud Gothos affixa: quce literarum formis insculpta persuadere possint quod ante universale Diluvium, vel paulo post, gigantea virtute ibi erecta fiiissent ^. — Le medesime cose, citando anche l’opera del fratello, ripete Olao Magxo, nel De gentinm septentrionalium variis conditionibus, statibusve et de niorum, rituuin, superstitionum, exercitiorum, regiminis, disciplin<p, victtisque mirabili diversitate, ecc., I, c. 36 (ediz. di Basilea, 1567, pp. 46-7; e traduz. ital., In Venezia, Appresso i Giunti, MDLXV, fol. 22.]

2 È la tesi sostenuta dal B. in tutte le sue opere. Si veda, per es., Hermathena (Antuerpia?, Ex off. Christoph. Plautini, MDLXXX, passim, e specialmente Origi?ies Antiverpianoe, sive Cimmeriorum Becceselana novem libros complexa (Antuerpiiv, Ex offic. Christophori Plautini Plantini MDLXIX), lib. V, I/idoscytica, p. 534 sgg.