SigPhi · Giambattista Vico

La scienza nuova — Volume III

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GIAMBATTISTA VICO LA SCIENZA NUOVA GIUSTA L’EDIZIONE DEL 1744 CON LE VARIANTI DELL’EDIZIONE DEL 1730 E DI DUE REDAZIONI INTERMEDIE INEDITE E CORREDATA DI NOTE STORICHE A CURA DI FAUSTO NICOLINI PARTE TERZA ED ULTIMA BARI GIUS. LATERZA & FIGLI 1916 Indice NOTA PRELIMINARE DELL’EDITORE Le conclusioni definitive, cui giunse il V. circa la cosi detta questione omerica, oggetto di questo terzo libro, possono agevolmente dirsi svolgimento di tre tesi: la prima (la più originale e importante) d’indole estetica, la seconda (anch’essa assai originale e importante) d’indole storica, la terza (la meno importante e anche relativamente la meno originale) d’indole filologica.

La prima consiste nel negare a Omero ogni traccia di sapienza riposta o filosofica, e nel farlo invece ricolmo di sapienza poetica o volgare; nel negargli, cioè, secondo l’ideale vichiano del vero poeta, l’intelletto coltivato, ma nell’attribuirgli per converso robustissima fantasia. Da ciò un’interpetrazione (estetica) e una valutazione dei poemi omerici, che è in perfetta antinomia con tutti i diversi indirizzi critici di quel tempo e anche di tempi posteriori; da ciò una rivendicazione di Omero sia dai detrattori, che della mancanza d’intellettualismo gli facevano biasimo, sia dagli apologisti, che, con lodi peggiori degli stessi biasimi, codesto intellettualismo volevano trovare in lui a tutti i costi. Omero è «il poeta spontaneo e possente...; i suoi eroi sono veri eroi...; la sua voluta rozzezza è energia fantastica; i suoi caratteri, misti di grandi vizi e virtù, eterni esemplari di poesia; le sue comparazioni incomparabili; le sue metafore tutto evidenza e splendore». Insomma l’ignorante Omero e non il dotto Virgilio è «il padre e insieme il principe di tutti i sublimi poeti: anteriore a tutte le regole, e non raggiungibile nei secoli in forza di quante regole e arti poetiche si vennero mai escogitando dopo di lui».

La tesi storica, che è in istretta connessione con quella estetica, concerno la materia dei poemi omerici. Dal momento che Omero è il poeta primitivo per eccellenza, è ovvio (per l’identificazione fatta dal V. tra storia e poesia primitiva) che egli abbia attinta la materia dei due poemi, non già alla sua facoltà immaginativa, ma alla realtà storica. S’intende bene che codesta storia per una buona NOTA PRELIMINARE DELL’EDITORE Le conclusioni definitive, cui giunse il V. circa la cosi detta questione omerica, oggetto di questo terzo libro, possono agevolmente dirsi svolgimento di tre tesi: la prima (la più originale e importante) d’indole estetica, la seconda (anch’essa assai originale e importante) d’indole storica, la terza (la meno importante e anche relativamente la meno originale) d’indole filologica.

La prima consiste nel negare a Omero ogni traccia di sapienza riposta o filosofica, e nel farlo invece ricolmo di sapienza poetica o volgare; nel negargli, cioè, secondo l’ideale vichiano del vero poeta, l’intelletto coltivato, ma nell’attribuirgli per converso robustissima fantasia. Da ciò un’interpetrazione (estetica) e una valutazione dei poemi omerici, che è in perfetta antinomia con tutti i diversi indirizzi critici di quel tempo e anche di tempi posteriori; da ciò una rivendicazione di Omero sia dai detrattori, che della mancanza d’intellettualismo gli facevano biasimo, sia dagli apologisti, che, con lodi peggiori degli stessi biasimi, codesto intellettualismo volevano trovare in lui a tutti i costi. Omero è «il poeta spontaneo e possente...; i suoi eroi sono veri eroi...; la sua voluta rozzezza è energia fantastica; i suoi caratteri, misti di grandi vizi e virtù, eterni esemplari di poesia; le sue comparazioni incomparabili; le sue metafore tutto evidenza e splendore». Insomma l’ignorante Omero e non il dotto Virgilio è «il padre e insieme il principe di tutti i sublimi poeti: anteriore a tutte le regole, e non raggiungibile nei secoli in forza di quante regole e arti poetiche si vennero mai escogitando dopo di lui».

La tesi storica, che è in istretta connessione con quella estetica, concerno la materia dei poemi omerici. Dal momento che Omero è il poeta primitivo per eccellenza, è ovvio (per l’identificazione fatta dal V. tra storia e poesia primitiva) che egli abbia attinta la materia dei due poemi, non già alla sua facoltà immaginativa, ma alla realtà storica. S’intende bene che codesta storia per una buona parte è a lui pervenuta, ed è da lui riprodotta, nella forma peculiare della storiografia primitiva, ossia per miti (e miti già abbastanza alterati e corrotti dalla tradizione); ma ciò non toglie che il nucleo di quei miti sieno fatti realmente accaduti. I due poemi, quindi, sono anche «due grandi tesori del diritto naturale delle genti greche», ossia due insigni documenti della storia (specialmente sociale) della Grecia durante il periodo eroico.

La tesi filologica, che il V. dice risultato dalle due precedenti, da lui conseguito intuitivamente, senza che se lo fosse mai proposto, consiste nella riduzione di Omero a carattere poetico, ossia a mito. Riduzione, per altro, che il nostro filosofo dichiara esplicitamente di voler fare «per metà», ossia in modo profondamente diverso dalle tante riduzioni di siffatto genere, che si sono incontrate nel libro secondo (gli stessi eroi omerici, i sette savi di Grecia, i sette re di Roma, ecc. ecc.). E non so in quale altro modo si possa interpetrare codesta riduzione per metà, se non come un modo immaginoso e metaforico per esprimere che egli, Vico, vedeva in Omero una doppia personalità, storica e mitologica, il particolare uomo in natura», ossia l’individuo effettivamente esistito, e, insieme, la personificazione del popolo greco in quanto narrava, cantando, la propria storia. Insomma, se il V., condotto dal suo stesso ragionamento a postulare un Omero carattere poetico, sentiva in sè qualcosa che si ribellava e l’obbligava a non trattare il poeta alla stessa stregua di Teseo o di Romolo, a me pare ovvio che nel fondo del suo pensiero stesse (latente e poco chiara a lui stesso) la convinzione che i due poemi, oltre che frutto d’una poesia popolare accumulatasi a poco a poco per secoli, fossero anche opera d’un uomo singolo, non mero grammatico ma poeta di genio, che si fosse fatto raccoglitore degli sparsi frammenti, dando loro l’unità e la coesione dell’opera d’arte.

Posto ciò, la tesi, che abbiamo chiamata «estetica», si trova già tutta in embrione nel CI², vale a dire prima ancora che il V. si accingesse a compiere di Omero quello studio speciale, di cui furono frutto le Lezioni omeriche, ossia le NDU. Ed è naturale: quella tesi è corollario troppo immediato delle teorie estetiche già abbozzate nel XII capitolo del CI², perchè il V. non si sentisse spinto irresistibilmente, pur non avendo ancora fatti i necessari studi preparatorii, ad accennarvi. S’intende bene che, poichè nel CI² quelle teorie sono ancora rudimentali e ben lontane dalla perfezione e compiutezza cui dovevano giungere nella SN², rudimentale e lacunosa è ancora la tesi omerica, che ne deriva. A ogni modo, la mancanza di sapienza riposta in Omero non potrebbe essere asserita in modo più esplicito. È falso — dice il V. — che egli abbia sparso nei suoi poemi innumerevoli semi di sapienza sublime, e a torto tutte le sette filosofiche (e con maggiore accanimento la platonica) se lo contendono come loro fondatore. Da chi mai Omero avrebbe attinta cotanta sapienza, se ai suoi tempi la Grecia era ancora così barbara? Forse, come taluno ha voluto, dagli Egizi? Ma Omero visse oltre dugento anni avanti Psammetico, ai tempi del quale l’Egitto fu per la prima volta aperto agli Ioni e ai Carii. Si vorrà forse supporre che egli vi sia penetrato di nascosto? Sia pure: ma che cosa avrebbe potuto impararvi, se Talete, che vi si recò 269 anni dopo, non ne riportò altro che un principio filosofico così rozzo e grossolano come quello dell’acqua? — Nè miglior giuoco hanno gli eruditi cristiani, i quali fanno quasi andare Omero alla scuola di Mosè, asserendo che egli abbia appresa la sua voluta filosofia dai libri mosaici. Giacchè essi dimenticano l’insociabilità e l’impenetrabilità dei popoli primitivi in genere, e degli Ebrei in ispecie, i quali ritenevano grave peccato profanare la loro dottrina, comunicandola agli stranieri. — Il fatto vero è che la supposta sapienza riposta d’Omero esiste solamente nel desiderio dei posteriori filosofi di volerla a tutti i costi ritrovare in lui. Il bisogno di citare a sostegno di un’opinione prediletta un testo reso sacro dalla veneranda antichità è così forte nell’uomo (esempio inconscio lo stesso V.), che quei filosofi, a furia di stiracchiature, riuscirono a far dire a Omero ciò che era soltanto nel loro spirito. Ma ciò non illude coloro che hanno occhi per vedere, i quali, mettendo da banda la sapienza riposta, intuiscono che la superiorità di Omero su tutti i poeti (superiorità che il V. non mette nemmeno in discussione), debba fondarsi su qualcos’altro. E codesto qualcos’altro in che cosa mai può essere rinvenuto, se non nell’essere l’«omnium poëtarum princeps» vissuto nell’epoca, assai prossima a quella eroica, «dum lingua adhuc inops erat, sensus etiamlum regnabant, ratio adhuc erat infirmior»? E per che cosa mai volete ammirare Achille, se non appunto per la mancanza di ragione e l’esuberanza di sentimento, ossia perchè egli è «inexorabilis, iuris naturae contemptor et, vel mortuus, regiarum puellarum sanguinis avidus»?

Sulla tesi storica il V. non si pronuncia ancora esplicitamente, per quanto essa sia implicita in ciò che egli già dice sull’indole della poesia, del mito e della storia primitiva. Circa quella filologica, egli è ancora tanto indietro, da ammettere (o almeno non negare) non solo che Omero sia vissuto nel 129 avanti la prima olimpiade, ma anche la teoria tradizionale (da lui poi rifiutata e confutata), che il poeta, perchè nato con una lingua povera, andasse raccogliendo «ex omnibus Graeciae partibus poëticas locutiones».

Un progresso notevolissimo si compie con le NDU. Il V., ormai, si è messo in contatto diretto coi poemi omerici, e la lettura di essi, oltre a fornirgli nuovi argomenti a sostegno della sua tesi estetica, gli ha fatta anche concepire e formolare quella storica. «Conficitur Homerum in suis argumentis verum fuisse historicum», egli proclama con perfetta sicurezza. Storico disordinato e confuso quanto si voglia; storico pieno zeppo di favole e di anacronismi: ma pure il solo che narri «universam historiam temporis obscuri». Gli erramenti entro terra dei giganti pii, gli asili, le clientele fondate sul vincolo della prima Agraria, le contese agrarie, donde l’origine delle democrazie, e conseguentemente quella delle aristocrazie e dei regni eroici, e da questi le guerre esterne intimate con formalità solenni, e da queste le alleanze tra popoli legati da un vincolo originario comune, e finalmente le lotte fra patrizi e plebei a causa del connubio e dell’imperio, la sconfitta delle plebi, la loro fuga, il loro affidarsi al mare in cerca di lidi meno inospiti, e la conseguente fondazione di colonie oltramarine: — tutto ciò può leggere nei poemi omerici chi sia munito del necessario filo conduttore. E tante altre cose ancora seppe leggervi il V. Il quale, col nuovo Omero da lui scoverto, non ha ritegno di ricostruire la geogratia del periodo eroico (gettando già le basi di quel corpo di dottrine e di esemplificazioni, che dovevano poi formare nella SN² la Geografia poetica); di spiegare la natura degli ospizi e dei corseggi primitivi; d’interpetrare storicamente il mito dei proci; di proporre perfino un’ipotesi sul modo in cui si sarebbe svolta effettivamente la guerra troiana; inciampando, si, a ogni passo in errori, esagerazioni e ingenuità, ma gettando dovunque sprazzi di luce vivissima.

E non basta. La tesi storica, così genialmente formolata, gli serve anche di argomento per rinsaldare quella estetica. Appunto perchè narratore «rerum tempore obscuro gestarum», Omero doveva riuscire tanto verisimile ai suoi contemporanei, usciti di fresco dal periodo storico da lui cantato, quanto a noi, popoli colti e ingentiliti, inverisimile. Da ciò il corollario (che il V. non formola esplicitamente, ma applica di fatto che, per intendere e valutare Omero, occorra mettersi nel suo ambiente storico. — Era viva allora la tradizione dei giPagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/17 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/18 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/19 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/20 SEZIONE PRIMA IRU’EKCA DEL VERO OMERO] [INTRODUZIONE] [Riconosciuta come volgare e civile la sapienza degli antictii poeti, ne deriva che tale debb’essere stata anche quella di Omero. Pure, essendo stata radicata da Platone un’idea assolutamente contraria, si estendono in questo libro anche a Omero le idee svolte nel libro precedente sulla sapienza poetica. Le teorie vi chiane intorno a Omero, esposte nelle iV£*C/, ad CI^, e. 12 e nella SN^, passim ricevono qui il loro intero sviluppo.]

Quantunque la sapienza poetica, nel libro precedente già dimostrata essere stata la sapienza volgare de’ popoli della Grecia, prima poeti teologi e poscia eroici, debba ella portare di séguito necessario che la sapienza d’Omero non sia stata di spezie punto diversa; però, jjerchè Platone ne lasciò troppo altamente impressa l’oppenione ette fusse egli fornito di sublime sapienza riposta 1 (onde l’hanno seguito a tutta voga tutti gli altri 1 Platone non ha mai sostenuto la tesi che Omero fosse stato filosofo. Che anzi, assai più vichianamente di quanto il V. non creda, il filosofo greco, «nel II della Bespublica, insisteva sul concetto che alcune favole di poeti (cfr. anche Eutifr., pp. 5 e 6), alcune concezioni specialmente omeric)i(", alcune rappresentazioni sopratulto Adl’Iliade e dell’Odissea danno un carattcn- falso, basso, volgare, rozzo, triviale della divinità...E se i cittadini sono obbligati a riconoscere, sia a voce sia con iscritti, che dio essenzialmente buono è autore del solo bene, non del male; se si proibisce di parlare o scrivere degli dèi in guisa da renderli incantatori, capaci di assumere forme diverse da quelle che hanno, d’ingannare gli uomini coi loro discorsi e con le loro azioni; poiché gli dèi omerici sono incantatori, ingannatori, capaci di fare il male. Omero ò da allontanarsi dalla repubblica. — Nel libro III il filosofo nota che anche gli eroi omerici non sono quali dovrebbero essere: si danno facilmente in preda a grandi dolori, a lamenti, al pianto, che è proprio delle donne, e specialmente delle più deboli fra loro. Gli dèi e gli eroi omerici sono intempeliuiii, capaci di ridere goffamente, di ricevere doni, mance, mentire, mangiare a crepapancia, darsi ai piaceri venerei, compiere empietà e crudeltà biasimevoli • (Olivieri, Gli studi omerici di G. B. V., in Atti della r. Acc. di archeologia, lettere e belle arti, XXIV, 190G, pp. 86-7).— Non solo; ma è proprio polemizzando espli SEZIONE PRIMA IRU’EKCA DEL VERO OMERO] [INTRODUZIONE] [Riconosciuta come volgare e civile la sapienza degli antictii poeti, ne deriva che tale debb’essere stata anche quella di Omero. Pure, essendo stata radicata da Platone un’idea assolutamente contraria, si estendono in questo libro anche a Omero le idee svolte nel libro precedente sulla sapienza poetica. Le teorie vi chiane intorno a Omero, esposte nelle iV£*C/, ad CI^, e. 12 e nella SN^, passim ricevono qui il loro intero sviluppo.]

Quantunque la sapienza poetica, nel libro precedente già dimostrata essere stata la sapienza volgare de’ popoli della Grecia, prima poeti teologi e poscia eroici, debba ella portare di séguito necessario che la sapienza d’Omero non sia stata di spezie punto diversa; però, jjerchè Platone ne lasciò troppo altamente impressa l’oppenione ette fusse egli fornito di sublime sapienza riposta 1 (onde l’hanno seguito a tutta voga tutti gli altri 1 Platone non ha mai sostenuto la tesi che Omero fosse stato filosofo. Che anzi, assai più vichianamente di quanto il V. non creda, il filosofo greco, «nel II della Bespublica, insisteva sul concetto che alcune favole di poeti (cfr. anche Eutifr., pp. 5 e 6), alcune concezioni specialmente omeric)i(", alcune rappresentazioni sopratulto Adl’Iliade e dell’Odissea danno un carattcn- falso, basso, volgare, rozzo, triviale della divinità...E se i cittadini sono obbligati a riconoscere, sia a voce sia con iscritti, che dio essenzialmente buono è autore del solo bene, non del male; se si proibisce di parlare o scrivere degli dèi in guisa da renderli incantatori, capaci di assumere forme diverse da quelle che hanno, d’ingannare gli uomini coi loro discorsi e con le loro azioni; poiché gli dèi omerici sono incantatori, ingannatori, capaci di fare il male. Omero ò da allontanarsi dalla repubblica. — Nel libro III il filosofo nota che anche gli eroi omerici non sono quali dovrebbero essere: si danno facilmente in preda a grandi dolori, a lamenti, al pianto, che è proprio delle donne, e specialmente delle più deboli fra loro. Gli dèi e gli eroi omerici sono intempeliuiii, capaci di ridere goffamente, di ricevere doni, mance, mentire, mangiare a crepapancia, darsi ai piaceri venerei, compiere empietà e crudeltà biasimevoli • (Olivieri, Gli studi omerici di G. B. V., in Atti della r. Acc. di archeologia, lettere e belle arti, XXIV, 190G, pp. 86-7).— Non solo; ma è proprio polemizzando espli Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/22 [INTRODUZIONE] [Si riassume e si sviluppa la storia ideale delineala nella ó’iVi, anche q^i riparlila nelle Ire età egizie degli dèi, degli eroi e degli uomini, egualmente sistemata sull’unità divina, su di cui parimente reggeva tutto il DU.

In forza (a) de’ priiicipii di questa Scienza, stabiliti nel libro primo; e dell’origini di tutte le divine ed umane cose della gentilità, ricercate e discoverte dentro la Sapienza poetica nel libro secondo; e nel libro terzo ritruovati i poemi d’Omero essere due grandi tesori del Diritto naturale delle genti di Grecia, siccome la Legge delle XII Tavole era stata già da noi ritruovata esser un gravissimo testimone del Diritto naturale delle genti del Lazio 1; ora con tai lumi cosi di filosofia come di filologia, in séguito delle Deguità d’intorno alla Storia ideal eterna già sopi’a poste ^, in questo libro quarto soggiugniamo il corso che fanno le nazioni, con costante uniformità procedendo in tutti i loro tanto vari e sì diversi costumi sopra la divisione delle tre età, che dicevano gli Egizi essere scorse innanzi nel (a) delle D e g n i t à ricevute e dalla Filosofia e dalla Filologia nel libro primo, stabilite ivi per elementi di questa Scienza, e sopi’a i Principii ch’ivi medesimo se ne sono posti, e col Metodo ivi propostici di ragionarne, in séguito delV origini, ecc.

1 Si veda Degn. XIX, p. 773 e cfr. in Appendice il Ragionamento primo.

2 Degn. XIII e si veda p. 230. Cfr. già SN^, II, 5 {Ordine naturale dell’idee umane intorno ad un giusto univer sai e), weWo. quale il V. (conlorinemente d’altronde al i>£/, S 97 sgg.) mostra come il diritto naturale, dapprima, nello stato ferino, monastico, divenne, nello slato delle famiiilie, diritto naturale iconomico o familiare; poi, «diramati 1 ceppi in piii famiglie», ossia costituite le genti, diritto naturale delle genti maggiori; indi, «unite le casco tribù in città», diritto naturale delle genti m i nori, ossia diritto naturale civi le; e finalmente, conosciutesi tra loro le città, diritto naturale delle genti seconde, «o sia delle nazioni unite insieme, come in una gran città del mondo, che è ’1 diritto del genere umano >.Cfr. ancora SN^, II, 8.

[SEZIONE DECIMATERZA] [CAPITOLO PEIMO] ALTRE PRUDVE PRESE DAL TEMPERAMENTO DELLE REPUBBLICHE FATTO DEGLI STATI DELLE SECONDE cor GOVERNI DELLE PRIMIERE (a)» [Nell’atto che un governo succede all’altro, l’antecedente lascia la sua impronta esteriore al successivo; il governo che cade, obbligato a lasciare l’autorità di diritto, ritiene un’autorità di tutela. Da tal combinazione emerge quella transazione donde sorgono i governi misti 2. Queste idee, già esposte nel DC/, sono ripetute qui compendiosamente, e vengono innalzate alla forma di una legge più generale, che presiede alle versioni, per cui l’autorità di diritto fu prima dei padri; poi dei senati regnanti; poi passò alle plebi, lasciando ai senati un’autorità di tutela; poi passò ai monarchi, lasciando alle plebi un’apparenza di libertà.]

(a) [In SS^ questo capitolo e i due che seguono costituiscono la lunga introduzione, senza titolo, del libro quinto. Ma già in CMA ’ questa introduzione, pure restando allo stesso posto, venne spezzata in due capitoli: — I. Tempratura naturale nelle repubbliche degli stati delle seconde coi governi delle prime, e d’un’eterna naturai legge regia; II..Riprensione de’ principii della dottrina civile fatta sopra il sistema politico di Giovanni Bodino; i quali poi, in CMA 3, divennero tre, con lo Lo «stato» di una nazione è, pel V., il punto, cui essa, giusta le norme eterne del corso, è pervenuta per costumi, giurisprudenza, istituzioni, ecc. ecc.: è quindi la natura, l’indole di una nazione, Roma, p. e., dopo la leggp Publilia era già democratica di stato.’! Governo», naturalmente, equivale a «forma di governo ^. Quindi è che «stato» e «governo» di una nazione sono due cose assai diverse: potendo, a mo’ d’e.sempio, una nazione essere già democratica di stato, cioè per tutto l’insieme della vita sociale, e ciò non pertanto conservare ancora un governo aristocratico. Posto ciò, il titolo di questo capitolo va parafrasato: Prove tratte dal compromesso fatto, quando una forma di governo succede all’altra, tra colui, in mano del quale nella seconda forma è l’autorità, con colui in mano del quale era questa nella prima forma; 0, più brevemente: Prove tratte dai governi misti temperati.

2 La tesi fondamentale su questo proposito sviluppata dal V. nel DU k che le forme di governo miste sieno frutto di un patto di un compromesso: «Ex his tribus rerumpuhlicarum formis meris [aristocrazia, democrazia e monarchia]...aliae postea respublicae teniperatae, quae natura merae sunl, poeto mixtae: cuius [SEZIONE DECIMATERZA] [CAPITOLO PEIMO] ALTRE PRUDVE PRESE DAL TEMPERAMENTO DELLE REPUBBLICHE FATTO DEGLI STATI DELLE SECONDE cor GOVERNI DELLE PRIMIERE (a)» [Nell’atto che un governo succede all’altro, l’antecedente lascia la sua impronta esteriore al successivo; il governo che cade, obbligato a lasciare l’autorità di diritto, ritiene un’autorità di tutela. Da tal combinazione emerge quella transazione donde sorgono i governi misti 2. Queste idee, già esposte nel DC/, sono ripetute qui compendiosamente, e vengono innalzate alla forma di una legge più generale, che presiede alle versioni, per cui l’autorità di diritto fu prima dei padri; poi dei senati regnanti; poi passò alle plebi, lasciando ai senati un’autorità di tutela; poi passò ai monarchi, lasciando alle plebi un’apparenza di libertà.]

(a) [In SS^ questo capitolo e i due che seguono costituiscono la lunga introduzione, senza titolo, del libro quinto. Ma già in CMA ’ questa introduzione, pure restando allo stesso posto, venne spezzata in due capitoli: — I. Tempratura naturale nelle repubbliche degli stati delle seconde coi governi delle prime, e d’un’eterna naturai legge regia; II..Riprensione de’ principii della dottrina civile fatta sopra il sistema politico di Giovanni Bodino; i quali poi, in CMA 3, divennero tre, con lo Lo «stato» di una nazione è, pel V., il punto, cui essa, giusta le norme eterne del corso, è pervenuta per costumi, giurisprudenza, istituzioni, ecc. ecc.: è quindi la natura, l’indole di una nazione, Roma, p. e., dopo la leggp Publilia era già democratica di stato.’! Governo», naturalmente, equivale a «forma di governo ^. Quindi è che «stato» e «governo» di una nazione sono due cose assai diverse: potendo, a mo’ d’e.sempio, una nazione essere già democratica di stato, cioè per tutto l’insieme della vita sociale, e ciò non pertanto conservare ancora un governo aristocratico. Posto ciò, il titolo di questo capitolo va parafrasato: Prove tratte dal compromesso fatto, quando una forma di governo succede all’altra, tra colui, in mano del quale nella seconda forma è l’autorità, con colui in mano del quale era questa nella prima forma; 0, più brevemente: Prove tratte dai governi misti temperati.

2 La tesi fondamentale su questo proposito sviluppata dal V. nel DU k che le forme di governo miste sieno frutto di un patto di un compromesso: «Ex his tribus rerumpuhlicarum formis meris [aristocrazia, democrazia e monarchia]...aliae postea respublicae teniperatae, quae natura merae sunl, poeto mixtae: cuius Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/200 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/201 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/202 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/203 [SEZIONE DECIMAQUARTA] ULTIME PRUOVE LE QUALI CONFERMANO TAL CORSO DI NAZIONI [CAPITOLO PRIMO] (a) fPENE, GUERRE, ORDINE DEI NUMERI] [Sono piegate al corso della storia ideale eterna: la storia già accennata delle leggi penali, prima crudeli nelle monarchie familiari e nelle aristocrazie eroiche, poi miti nelle repubbliche, finalmente clementi nelle monarchie (Df/, §§ 203-4; C/^ ce. 27 e 28); la storia del diritto pubblico esteriore, brutale nelle eterne ostilità dei tempi primitivi, poi raddolcito col limitare la vittoria a spogliare i vinti delle ragioni eroiche, loro lasciando le ragioni umane {CP, e. 30). Sulla fine del capitolo il V. mostra come la ragione progressiva dei governi convenga con l’ordine dei numeri.]

Vi sono altre convenevolezze di effetti con le cagioni che lor assegna questa Scienza ne’ suoi principii, per confermare il naturai corso che fanno nella lor vita le nazioni. La maggior parte delle quali sparsamente, sopra, e senz’ordine si sono dette, e qui, dentro tal naturale successione di cose umane civili, si uniscono e si dispongono.

Come le pene, che nel tempo delle famiglie erano crudelissime, quanto’erano quelle de’ Polifemi; nel quale stato Apollo scortica vivo Marsia ^. E seguitarono 2 nelle repubbliche aristocratiche; onde Perseo col suo scudo, come sopra spiegammo 3, insassiva coloro (a) [In SN2 l’ordine di questo oapitolo e di quel che segue è invertito.]» Si veda p. 582.

’ SI sottintenda: «a essere crudelissime». Ciò, pel principio, tante volte proclamato dal V., che i tempi eroici conservarono molto dell’indole immane dei tempi divini. ’ Si veda p. 441, n. 5.

[SEZIONE DECIMAQUARTA] ULTIME PRUOVE LE QUALI CONFERMANO TAL CORSO DI NAZIONI [CAPITOLO PRIMO] (a) fPENE, GUERRE, ORDINE DEI NUMERI] [Sono piegate al corso della storia ideale eterna: la storia già accennata delle leggi penali, prima crudeli nelle monarchie familiari e nelle aristocrazie eroiche, poi miti nelle repubbliche, finalmente clementi nelle monarchie (Df/, §§ 203-4; C/^ ce. 27 e 28); la storia del diritto pubblico esteriore, brutale nelle eterne ostilità dei tempi primitivi, poi raddolcito col limitare la vittoria a spogliare i vinti delle ragioni eroiche, loro lasciando le ragioni umane {CP, e. 30). Sulla fine del capitolo il V. mostra come la ragione progressiva dei governi convenga con l’ordine dei numeri.]

Vi sono altre convenevolezze di effetti con le cagioni che lor assegna questa Scienza ne’ suoi principii, per confermare il naturai corso che fanno nella lor vita le nazioni. La maggior parte delle quali sparsamente, sopra, e senz’ordine si sono dette, e qui, dentro tal naturale successione di cose umane civili, si uniscono e si dispongono.

Come le pene, che nel tempo delle famiglie erano crudelissime, quanto’erano quelle de’ Polifemi; nel quale stato Apollo scortica vivo Marsia ^. E seguitarono 2 nelle repubbliche aristocratiche; onde Perseo col suo scudo, come sopra spiegammo 3, insassiva coloro (a) [In SN2 l’ordine di questo oapitolo e di quel che segue è invertito.]» Si veda p. 582.

’ SI sottintenda: «a essere crudelissime». Ciò, pel principio, tante volte proclamato dal V., che i tempi eroici conservarono molto dell’indole immane dei tempi divini. ’ Si veda p. 441, n. 5. Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/226 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/227 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/228 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/229 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/230 Pagina:Vico - La scienza nuova, 3, 1916.djvu/231 INTIIODUZTONEI