SigPhi · Giovanni Gentile

Scuola e filosofia concetti fondamentali e saggi di padagogia sulla scuola media

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La piccola riforma, poi, consisterebbe nel sottrarre al pro- gramma dei professori d'italiano quella revisione dei componi- menti, alla quale essi devono oggi consacrare un'ora per classe ogni settimana; e affidarla ai professori di filosofia. I quali, alla loro volta, « non avrebbero nessun motivo di lamentarsi delle tre ore, che verrebbero con tale nuovo provvedimento ad accre- scere il loro orario, ben limitato in confronto di quello degli altri insegnanti». Non dico nulla degli argomenti onde il Papa crede di confermare la sua opinione, che il professore di filoso- fia sarebbe il più indicato ad assumersi il carico delicato; e che dimostrano solo il curioso concetto corrente, anche tra persone di così distinta cultura, dell'ufficio dell' insegnamento filosofico liceale, anzi della stessa filosofia. Il costrutto è, che gli eser- cizi del comporre nel liceo sono specialmente indirizzati a for- mare la dirittura della mente e la solidità del ragionamento: tutta roba da filosofi! Un altro professore d' italiano, appog- giando la proposta del Papa, ha dichiarato esplicitamente, che gl'insegnanti di filosofia « più di tutti gli altri sono in grado di notare quegli errori di logica che non sono pur troppo infre- quenti nei componimenti dei giovani, anche quando sono sulla soglia dell'università » (1); e solo teme « V opposizione ehe fa- ranno », in generale, questi professori ad addossarsi un carico citò iìnora ha pesato sulle spalle altrui. Si vede che questi pro- fessori d'italiano, poveretti, sono stanchi del martirio di correg- gere centinaia e centinaia di spropositi per settimana!

II.

Quanto a me, professore di filosofia, protesto fin d'ora che, se l^> storia dell'arte non potrà essere introdotta ne' nostri licei che a questo patto, ben volentieri mi sobbarcherò/a cotal mar- tirio, quantunque non abbia la piti lontana pretesa d'esser mae- stro per l'appunto di ragionare. Ma, a questo proposito, vorrei fì^re, per dirla col Vico, una discreta domanda: sono proprio utili questi esercizi del comporre, ai quali si consacra tanto tempo df^Ua npstra scuola e tante forze fantastiche e raziocinative dei nostri alunni H O non è già tempo di abolire questo residuo della vecchia rettorica? Questa parrebbe a me la riforma da chiedere.

Io non so qual differenza ci sia tra le vecchie opere retto- riche, come le Stbo^orias e le Oratorum et rlietorum sententiae, divisioneSy colores di Seneca il vecchio e le moderne raccolte di temi, già fatte o che si potrebbero fare raccogliendo quelli che si danno a svolgere nelle scuole, o magari quelle che sono mandati, due ogni anno, dal Ministero dell'I. P. per la prova scritta degli esami di licenza liceale: temi, coi quali s'impone a tutti i giovani d'una classe, a giorno e ad ora fìssa, di pensare e sentire quello che naturalmente essi non penserebbero e non sentirebbero (e si pensa o si sente non naturalmente?), per poi notare ciò che l'animo detta dentro. E come al cervello e al cuore non si co- manda, i giovani scrivono; ma che cosa? Per solito, quello sol- tanto che vien dettato da dentro: nulla I Uno dei tormenti piti accascianti ed umilianti che possano infliggersi a persona mez- zanamente colta, è quello di assistere alla lettura, che si fa coUeigialmente dagli esaminatori, dei componimenti dei candi- dati alla licenza liceale: che strazio del buon gasto, del buon (1) Vedi l'art. Per Vinsegnamento della storia deWarte nei Licei del prof» G. S. Gargano^ nel Marzocco del 15 febbraio 1903.

senso, della stessa sintassi! Par di assistere alle prove del- l' incretìnimento generale prodotto dalla scuola media; e in- fatti da qualcuno dei commissari si ode spesso esclamare ma- linconicamente: ecco i bei frutti della nostra scuola! E qual- cuno anche, ofifóso nel più vivo del suo essere ragionevole dai saltellanti raziocinii di qualche sciagurato, si volge verso il pro- fessore di filosofia con certi occhi che par che dicano: ma cosi voi insegnate a ragionare?

— No, così insegna a scrivere la vostra arte del comporre ridotta a una ricerca della pura forma, a un' incetta d' imipa- gini e di argomenti, a una pure arte topica, allo studio della morfologia, del lessico, della sintassi, della retorica, sempre della morta astrazione, del preparato anatomico tratto dalla dis- sezione di quel vivo organismo che è Fumano pensiero. Infatti il cretino d'oggi è forse destinato a diventare uno dei più effi- caci scrittori della materia alla quale dedicherà domani i suoi studi e il suo animo, appena uscito dal liceo.

Bisognerebbe persuadersi che ciò che importa è dar cogni- zioni, non espressioni; formare il cervello, non prodigar forme; aiutare perciò lo sviluppo delle idee; verbaque provìsam rem non invita sequentur I E perciò dovrebbe smettersi una vòlta quest' uso d' eccitare il pensiero giovanile a questi giuochi di forza, che abituano i più ingegnosi all'arte presuntuosa di sputar sentenze e trinciar giu- dizi de omnibìis rebus^ all'abilità sofistica di escogitar argomenti a sostegno di tutti gli assunti e quindi all'indifferenza scettica verso la verità; mentre impediscono nei mediocri qualunque svi- luppo della personalità intellettuale, creando in essi la convin- zione che pensare sia cucir i)arole e luoghi comuni; di cui giovi pertanto mettere insieme un copioso repertorio, per trarne par- tito all'occasione. E al contrario conviene dare ai giovani il senso della inscindibile unità della forma letteraria con la so- stanza del pensiero; senso che è bisogno di sincerità e di one- stà, e orrore di ciarlatanismo e di vuotaggine. Conviene che i giovani siano invitati ad esprimere nuli' altro che quello che pensano.

E poiché essi hanno sempre qualche cosa di comune nel loro i)ensiero, — che è ciò che vengono via via apprendendo nelle singole discipline, — bisogna che essi non compongano pen- sieri che non hanno, ma espongano quelli che hanno mercè i loro léO l'inseokamento della storia dell'arte particolari studi: letteratura, grammatica, storia, filosofia e scienze: espongano x>^r iscritto, come già espongono a voce; perchè tale esposizione è la più opportuna educazione delle loro attitudini letterarie.

E chi correggerà! —Ma tutti gl'insegnanti, secondo che toc- cherà a ciascuno; che non sarà naturalmente un caso troppo fre- quente. E ci vorranno perciò tanti professori d'italiano, quanti sono gl'insegnanti del liceo? No, basterà che il professore di filosofia sappia bene la sua filosofia, e ognuno la propria disci- plina; che saprà certamente esporre (se saprà il dover suo, pro- prio come oggi deve supporsi che lo sappia il professore d'ita- liano revisore unico dei componimenti scolastici), senza spro- positi di grammatica, con discorso chiaro e ordinato, traendone il troppo e il vano; ossia appunto in quella forma che deve de- siderarsi e che si attende dallo speciale insegnamento lettera- rio. Mancherà in taluno 1' eleganza *? Ma sarà tanto di guada- gnato!

Una tale riforma, dividendo una parte dell'ufficio, ora as- segnato al professore d'italiano, tra tutti gl'insegnanti del liceo, alleggerirebbe il primo abbastanza, perchè egli potesse consa- crare la sua attività anche all'insegnamento della storia dell'arte.

Postille.

Dal 1903, quando venne in luce lo scritto precedente, la verità intorno a questi rimasugli di rettorie», che urge spazzar via dalla scuola, s'è fatta strada.

I temi per gli esami di luglio nel 1904 mandati dal Ministero della F. I., parvero scandalosi ai professori, agli scolari, ai giornali: cosi erano vaghi, vacui, insensati; e perciò suscitarono un coro di discussioni e di prote- ste. Tra gli altri non mancò chi s'accorgesse che bisognava mettere la scure alle radici. Il dott. G. A. Borgese nel Mattino di Napoli scrisse un arti- colo argato e brillante contro l'errore pedagogico dei componimenti. — In una lettera al Marzocco (pubbl. nel n. del 17 luglio 1904) il professore Giu- seppe Martinozzi fece una proposta (conforme sostanzialmente alla mia) atta, egli diceva, a « impedire i gravi sconci » che tutti i giornali allora deplo- ravano. * Nella deplorazione — notava il Martinozzi — sono d' accordo tutti: la differenza è soltanto nel tòno, acremente polemico più o meno, secondo il vario colore politico di ciascun foglio. Ma non hanno essi un fondo comune tutti f Mi par di sì: tutti, in sostanza, lamentano che i temi dati nelle varie scuole secondarie abbiano fatto appello a quella immagina- zione poetica o filosofica che è propria sempre soltanto di pochi e che può piacere soltanto se spontanea e vigorosa, piuttosto che a quella coltura e a quello spirito critico ohe sono — in un qualche grado almeno • - assoluta- mente doverosi fra tutti coloro che pretendono essere licenziati dalle semole medie.

« Questo veramente mi sembra quanto di più giusto è stato comunemente osservato da tanti diversi censori: dei quali sarebbe opera inutile ripetere le motivazioni varie e quasi da Maramaldo 1' aggiungervene delle nuove. Certo è, che difese ragionate di quei temi non m'è avvenuto di leggere ».

La proposta del Martinozzi era, che il Ministero stabilisse la massima che * i componimenti (giacché di questi benedetti componimenti non si può, per ora e chi sa per quanto, fare assolutamente a meno, come il Marzocco con bella audacia ha più volte augurato) debbano, di regola nella scuola e sem- pre poi negli esami, mirare a esercitare la cultura e lo spirito critico (o il buon senso, che dir si voglia) che i giovani hanno il dovere preciso di acqui- stare nel tirocinio scolastico medio.

« Così il tema scritto verrà in qualche modo ad anticipare l'esame orale, che gli servirà poi di controllo, come si dice, e d'integrazione. Né sarà punto un'anticipazione inutile o pleonastica; che ben altro è conoscere un argo- mento, e altro è l'esporlo con bel garbo per iscritto, avvivandolo con tutto il calore del sentimento e con tutta la luce d'immaginazione che ogni ma- — ici — 152 POSTILLE teria dì studio — eccettuate forse ]e sole matematiche — può benissimo am- mettere ».

« Il componimento », dice anche il Martinozzi, « dovrebbe principal- mente, e più negli esami, dare occasione ai giovani di esporre nel modo migliore possibile ciò che essi debbono sapere; e non già essere una tortura dell'immaginazione e del sentimento, obbligati a improvvisare una data mat- tina idee e affetti forse non avuti mai, forse anche talora repugnanti alVe- ducazioue ricevuta o al temperamento sortito...Uno potrà pure p. es. non avere a 18 anni, o non aver bene sviluppato ancora, il senso della bellezza dei fiori, e potrà pur essere un giovine colto e di buona mente ». Partendo dal criterio, che materia del componimento dev'essere il certamente saputo, non sarebbe diffìcile trarre dagli stessi programmi di studio un gran nu- mero di temi. E con lo stesso criterio il Martinozzi indica e raccoman- da ai colleghi « una fonte ottima e copiosissima per temi liceali: le opere di Dante e particolarmente quella Divina Commedia, la cui divisione in tre cantiche si direbbe provvidenzialmente preordinata a dar materia ec- cellente di studio e di esercizio di tutte le facoltà dello spirito nei tre corsi del liceo italiano ».

Pericolosa bensì questa raccomandazione finale in tanto dilagare di dante latria e dantolalia. Ma, certamente, il principio è giusto: il tema dev'essere tolto dalla stessa materia comune di studio, su cui s' esercita la riflessione degli alunni nella scuola.

— Nel 1905 poi il prof. G. Fraccaroli ristampava un suo scritto del 1897, che a me era sfuggito, dove già egli aveva fieramente combattuto l'uso dei componimenti; e vi aggiungeva un'appendice di cui basta ricor- dare il titolo: DélV immoì'alità degli esercizi retorici (v. il vul. La questione della scuola^ Torino, Bocca, 1905,. pp. 50 e ss. e app. al cap. I) parendo a lui che questo fosse il danno maggiore; dell'abitudine, cioè, che cotesti eser- cizi promuovono all'insincerità. La quale però non è soltanto un vizio mo- rale, ma anche intellettuale, e, direi, costituzionale di tutto lo spirito. — Sorta l'anno scorso in Palermo la rivista dei Nìiovi Doveri, che fece sua l'idea della urgente necessità che si aboliscano cosiffatti esercizi, il Fraccaroli è tornato {N, Doveri, a. I, n. 2, 30 aprile 1907 pp. 36-7) sull'argomento, rincalzando vigorosamente il suo pensiero. « Saranno circa vent'anni che ho cominciato, col maggior coraggio ed alacrità a spezzar lance contro 1' assurdo e immo- rale esercizio dei temi retorici; e me ne dette occasione il mio ottimo amico e collega Giovanni Mestica, quando, passato da cotesta università alla di- rezione dell'istruzione secondaria..., per primo principio emanò disposizioni severe acciò i temi di composizione si moltiplicassero. Mi rincresceva dare un dispiacere a quel bravo uomo, che faceva questo nella più. perfetta buona fede e per zelo del bene; ma posso dire che effettivamente molta aifiizione non gliel'ho data, poiché le mie proteste non raccolsero allora se non dei sorrisi di compatimento ». Ma ora non si sorride più; e sono molti i di- sposti a riconoscere che « sforzare a dire ciò che non si pensa, ciò che non POSTILLE 153 8i sa, oi6 ohe non sì pad dire, non fa che corrompere i carati^eri, guastare le teste, impedire e fuorviare ogni buona disposizione alia conoscenza della rerità ».

— Nel 1905 alcuni professori secondari di Foggia, a proposta del prof. IT. Tria, aprivano un'inchiesta tra tutti i colleghi italiani intomo al va- lore didattico degli esercizi del comporre, invitandoli a riflettere sulle ob- biezioni che erano state mosse a quest'anticaglia scolastica. Ma 1' interesse pedagogico dei professori italiani è molto scarso; e eredo ohe l' inchiesta non avesse poi alcun notabile effetto.

— Un'altra ne aprì la rivista L* istruzione seoovdariaj dir. da P. Farini, nel suo primo numero (a. I, n. 1, Koma, 10 giugno 1905) con quattro que- siti tutti attinenti all'insegnamento dell'italiano; il secondo dei quali era: « Credete voi che il componimevto italiano (o tema d^ italiano) che si dà ora agli scolarij sia il mezzo migliore per addestrarli a soriverej i,er esercitarli nel. Vosservazione diretta delle cose, e neWanalisi sincera de* proprii sentimenti, per avvezzarli allo studio metodico delta lingua f » La prima risposta veune dal valoroso prof. Ireneo Sanesi. E anche lui scrisse: « Si tratta, secondo me, di una istituzione ormai vecchia, che ha fatto il suo tempo e che dovrebbe essere, d'ora innanzi, risolutamente ab- bandonata. Quel benedetto tema fisso ed obbligatorio, intorno al quale de- vono esercitarsi molte intelligenze giovanili, potrà parere, a prima vista, una bella cosa; ma, guardato un po' più da vicino, non riuscirà davvero a persuaderci della sua vitalità e della sua convenienza. Difatti, o che si dia a svolgere una sentenza di qualche illustre Scrittore, o che si ri- chieda l'esame estetico di una qualche opera d' arte, o che s' invitino gli alunni a fare una descrizione, a scrivere Una novella, a comporre un dia- logo, sempre urtiamo nella difficoltà gravissima di costringere ad uno stesso lavoro intellettuale trenta o quaranta giovinetti che, per le loro diverse attitudini, sarebbero invece naturalmente disposti a compiere lavori diversi. Or questa costrizione, per cui ciò che dovrebbe essere un salutare esercizio, si trasforma in uno sforzo increscioso, e a cagion della quale, chi ha più viva la fantasia deve irrigidirsi nelle formule del ragionamento e chi ha più acuta e più solida l'attività raziocinatrice deve tentare voli fantastici ehe non sono fatti per lui, non vedo come possa recar vantaggio ai giovani frequentatori delle nostre scuole.

« Io credo, insomma, che il componimento, così come oggi lo intendiamo, non solo non derivi la sua ragion d'essere da una necessità pedagogica, ma anzi decisamente contrasti ai principii stessi della pedagogia ».

Il Sanesi ricordava quello che se n'era scritto da altri nel Mar- zocco e da me nella Critica; e terminava augurando « che, quando sarà fi- nalmente compinta la tanto aspettata e desiderata riforma della scuola me- dia (che non ha, forse, bisogno di essere capovolta e sconvolta, ma pur deve essere corretta e migliorata per via di opportuni e parziali provvedimenti) 154 POSTILLE il eompimimeuto sìa relegato per legge tra i ferravecchi della rettorica scolastica e che ad esso vengano sostitaite esercitazioni di altro genere, più modeste e piti semplici, le quali mirino sopra tutto ad addestrare i giovani nel meccanismo della lingua, della grammatica e dello stile, e abbiano rapporto con le diverse materie che nelle scuole secondarie s'inse- gnano, e meglio rispondano alla molteplice varietà delle tendenze e delle attitudini individuali ».

— Con maggior larghezza trattò della questione un altro insegnante egregio, il prof. Michele Losacoo (2 campiti nelle eeuole seoondarie e la pe- requazione del lavoro nella Bassegna pugliese di so. leti, ed arti del gennaio 1905, voi. XXI, n. 9-10 e nel Boll. deWAseooiaz. pedag. ital. del 1895, nn. 1-2-3), battendo molto sull'idea che gli alunni non devono scrivere soltanto di ciò che insegna il professore d' italiano, ma di tutto ciò cue vien loro insegnato da tutti i professori.

« Se ogni ordine di fatti e di concetti non può non avere la sua espres- sione, è cosa evidente che P esercìzio dello scrivere, il quale, didatticamente considerato, è Pindice migliore di quella cultura che il discente va man mano acquistando, non debba artificialmente limitarsi ad alcune discipline, ma essere naturalmente esteso a tutte. Si crea nella mente dei giovani uno strano pregiudizio con la distinzione, ormai tradizionale, tra materie che richiedono e materie che non richiedono la prova scritta. Da una parte si vengono a porre delle separazioni arbitrarie tra la forma e il contenuto; dall'altra s'induce il convincimento che certe discipline siano importanti e certe altre no. Valga di esempio il modo quasi sempre retorico onde si pro- cede dagli alunni delle nostre scuole nelle esercitazioni scritte d' italiano. L'errore dipende anzi tutto dalla scelta dei temi, i quali, siano fantastici o morali o storico-I e tterarii, presuppongono il più delle volte un'esperienza molto superiore a quella che il giovane possiede: indi, conseguenza inevi- tabile di un sistema sbagliato, le puerilità, i luoghi comuni, le inverosimi- glianze, le declamazioni, i salti acrobatici, i giudizi dogmatici o esagerati, i frequentissimi plagi, la soverchia preoccupazione della frase ».

Dunque, si deve farla hnita « con la vecchia e nuova retorica, deplo- rata già tante volte e da tanti»; e ciò soltanto è possibile « riducendo i fa- mosi componimenti italiani a semplici e modeste esposizioni delle cose imparate», E dopo aver ricordato il mio scritto, « i componimenti — dice il prof. Losacco — [cioè i componimenti assegnati dall'insegnante di lettere italiane] dovreb- bero aggirarsi in una sfera ben determinata: ripetere per sommi capi il pensiero degli autori studiati o la materia di lezione storico-letteraria, in forma chiara, ordinata, senza frascami e preziosità di parole.

« Il Bertana già fìn dal 1894, osservando malinconicamente la miseria dei componimenti nudi e stecchiti o gonfi e verbosi, rifletteva che, se i gio- vani fossero spinti dal bisogno « ad esporre per iscrìtto quel che pensano, quel che hanno realmente fatto, patito, veduto o goduto, a difendere, p. es. le loro ragioni, i loro interessi », la sostanza de' loro scritti sarebbe più densa POSTILLE 155 e concludente (cfr. Biblioteca delle souole cUueiehe italiane, nnoTa serie, an- no VI) ».

Ma il Losaoco osserva giustamente che è più opportuno restringere an- cora la materia dei temi nel senso già indicato, perchè « i giovani, che fre- quentano le scuole secondarie, avendo poche ore libare, non possono aver troppe cose da raccontare intomo alla loro vita intima, né forse, anche po- tendo, vi si indurrebbero. Meglio richiamarli nel giro dell' esperienisa sco- lastica, la quale per essi è un campo cosi ricco ed aperto. Per causare la monotonia, il professore potrebbe invitare i più valenti ad illustrare qual- che questione, del cui svolgimento egli traccerebbe in precedenza le linee principali ».. ^ « A comporre di propirio capo non mancherà di certo il tempo, se ce ne sarà V attitudine: ma, un lavoro simile deve nascere da una libera e spontanea elezione, grskzìe aMo, quale, com'ebbe a dire felicemente Jean Paul, il giovane possa scegliersi ogni volta la materia come una sposa. La forza produttrice dell'artista o del pensatore nascente deve ricevere dalla scuola, non già una compressione artificiale e sistematica, bensì la conoscenza dei mezzi tecnici e l'impulso a metterli in moto. Il Manzoni, il Leopardi ed altri grandi si formarono o contro o al di fuori delle scuole di retorica ».

Intanto i^ Losacco proponeva che le prove scritte dal presente regola- mento poste come facoltative per tutte le materie negli esami trimestrali, fos- sero rese per tutte obbligatorie. Esse, « utilissime sopra tutto a ribadire bene in mente ciò che si è ripetuto a voce, gioverebbero altresì efficacemente ad assicurare il possesso della terminologia propria di ogni singola materia: effetti strettamente connessi l'uno all'altro, perchè la proprietà del linguag- gio deriva dalla perfetta visione di un qualsiasi contenuto spirituale. Men- tre ora i giovani, componendo nella loro lingua, scrivono di cose che il più delle volte non conoscono bene e alle quali non s'interessano, allora sareb- bero abituati a mettersi, scrivendo come parlando, in immediato contatto con le acquisizioni quotidiane del loro spirito, le quali non rimarrebbero così una sovrapposizione provvisoria, ma entrerebbero a far parte viva e durevole del loro patrimonio intellettuale mercè un processo di naturale assimilazione.

« Infine questo metodo si potrebbe senza difficoltà adottare anche ne- gli esami. Si mantengano le versioni per le lingue antiche e straniere, si mantengano le prove grafiche o pratiche per le discipline di carattere pro- fessionale o industriale: ma per l'italiano, la storia, la filosofia, la fisica, e via dicendo, sì assegnino temi espositivìy che riflettano qualche punto dei programmi studiati, affinchè ciascun insegnante abbia modo di accertarsi che l'esaminando abbia acquistata la debita padronanza della materia e- sap- pia quindi esporla con ordine e chiarezza. In questo modo sarà evitato l'in- conveniente, che oggi si verifica spesso, di pretendere troppo o troppo poco dai candidati con temi o inadatti alla loro intelligenza, o molto coaiuni e pedestri ».

Oggi, come osservava anche il prof. Losacco, l'insegnamento per alcuni 166 POSTILLE degV insegnanti, a capo dei quali quello d'italiano, è un oidrario, per gli altri un canonicato. Le recenti leggi, è vero, han dato ai primi una spe- ciale rimunerazione per la correzione dei cosiddetti lavori seritti. Ma se i professori V hanno accettata (era umano!), essa non risolve affatto la questione: perchè non c'è compenso che possa alleggerire realmente la grave soma, e il martirio della correzione di quelle centinaia dì componimenti ^ che oggi i professori di lettere italiane si trovano sulle braccia ogni quin- dici giorni. Non c'è fibra che possa resistere al contatto forzato, continuo, dello spirito col falso e col vuoto di quegli scritti, ohe sì fa obbligo all'in- segnante di leggere, rileggere e rabberciare (come se lo spirito potesse sor- gere dalla negazione dello spirito!). La correzione dei componimenti di- strugge l'insegnante.

Ma, accolta l'idea del Losacco, avendo ogni professore i suoi lavori da correggere, in primo luogo la ripartizione delle ore di scuola tra i varii insegnanti dovrebbe di necessità esser fatta piti equamente, in modo che ne avesse meno chi ora ne ha troppe, e piti chi ne ha troppo poche. In secondo luogo, ciascun insegnante non avrebbe frequente la fatica della correzione, perchè i suoi lavori verrebbero necessariamente ad alternarsi con quelli assegnati dai colleghi. £ infine, i componimenti da rivedere ri- sponderebbero a un lavoro serio e sincero della maggior parte almeno de- gli alunni: e però non sarebbero pih per l'insegnante quella fatica, che gli costano ora. — E non voglio dire che allora potrebbe risparmiarsi quel com- penso speciale che è stato assegnato, come ho detto, a chi ha la correzione dei lavori scritti.

— Altri ha ripreso e anche esagerato l'idea, accentuata pur dal Losacco, che l'arte dello scrivere non può considerarsi come una materia d'insegna- mento. Esagerare anche in questo caso è facile; ma non bisogna mai di- menticare che ogni insegnamento è più negativo che positivo: è eru4it%0f che toglie gl'impedimenti allo sviluppo di attitudini, che certo non crea.

Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papinì (La cultura italiana, Firenise, Lu- machi, 1906), mettendo in un fascio la stilistica con la filosofia, hanno pur fatte acute osservazioni, e verissime se per filosofia da insegnare nelle scuole si deve intendere quasi una materia atta, com'essi dicono, a manifattnrare filosofi. « Le cose insegnate sotto quei nomi non sono che larve o mascherature ridicole e pretenziose, ciarlatanerie e frascherie accademiche, che non han nulla a che fare, se non per danneggiarle, con la vera arte di scrivere e con la vera filosofia. Perciò una seria riforma dell'insegnamento dovrebbe fondarsi su quella divisione [di « materie da scuola e materie che non possono entrar nella scuola, se non a patto d'essere storpiate, accecate, mutilate, carica- turate »], non già per togliere o aggiungere nulla di reale, ma solo per ri- pulirlo di tutte le falsità mirabolanti che esso promette e che non può dare. Vedere una scuola dove si fanno fare dei componimenti e si pagano dei professori per insegnare a scrivere, è come vedere un serraglio che per due soldi ]»romette di mostrare l'araba fenice, la chimera, il basilisco e gli altri POSTILLE 157 favolosi animali dei bestiarii medioevali. Non y* è scuola al mondo che possa fabbricare degli scrittori, né manifatturare dei filosofi.

« Se ora si ride perchè una volta si pretendeva dagli scolari il compo- nimento in versi, e dagli studiosi di latino almeno qualche distico, domani si riderà pensando che in scuole riconosciute e pagate dallo Staito si pre- tendeva trarre dagli scolari degli scrittori, e si riconoscerà che dal compo- nimento in versi a quello di prosa la differenza non è grande, e che se le regole non bastano per fare un poeta, non bastano neppure per fare uno scrittore...C'è in queste materie una reale e sostanziale impossibilità a essere insegnate, cioè ad essere sparse, moltiplicate, ripetute, rifatte. Ed è che esse sono materia di invenzione individuale, non di ripetizione impersonale; è che come si nasce poeti, cosi si nasce filosofi e scrittori, e che quando non si è nati non lo si diventa mai.. » (pp. 54-5).

Si dirà bensì che non si vuol già creare scrittori con gli esercizi scolastici dei componimenti, ma insegnare ad elaborare il proprio pen- siero per portarvi ordine e chiarezza. Ma questo insegnamento è ap- punto quello che può esser pregiudicato e mai favorito da siffatti esercizi, che abituano a scrivere quimdo non ci sia il pensiero, su cui bisogna trava- gliarsi.

— In una notevole prefazione alla l'aieologia deWeduoazione di Gustavo Le Bon (Città di Castello, Lapi, 1907, pp. XXVI-XXVIII) il prof. P. Tom- masini Mattiucci afferma che la letteratura italiana nella mente di molti professori è un prato da cogliervi fiori di lingua e frasi e luoghi comuni; dei quali poi gli scolari intessono «quasi sempre» i «componimenti: che egli definisce «ipocrisia di attività mentale». Crede che quei professori «i quali immaginano che tutto P insegnamento dell' italiano consista nel dare a svolgere molti temi, farebbero bene a riflettere » su ciò che fu detto da me contro questi esercizi rettorici. -« Con ciò dovrei ammettere che i componi- menti scritti vengano aboliti del tutto. Nel liceo si; e ad essi si potreb- bero sostituire più convenientemente le esposizioni fatte a voce, nelle quali meglio si eserciterebbero le varie attitudini letterarie, e meglio si mostre- rebbe la personalità mentale degli alunni, la quale verrebbe rinforzata e affinata dal contatto continuo e vivo con quella dell'insegnante.

« Nel ginnasio, specialmente nelle due ultime classi, dovrebbero essere rari e tratti sempre, escluse le disquisizioni morali, dalla vita vissuta, ma- teriale e intellettuale; e dovrebbero esaere intesi, invece che con un fine stilistico, come il mezzo atto a integrare le varie e complesse funzioni della scuola, la cui virtù educatrice dovrebbe esser curata più di quello che oggi non si faccia ». ' — Contro i componimenti, « barbarie nociva assai più ohe utile », si è di- chiarato ora risolutamente Emilio Bertana nel Giorn, star, della letter, ital., XLIX, (1907) 138-9. « Composizione scolastica », egli ha detto, « è di re- gola sinonimo esatto di cosa inestetica; quando vogliamo indicare una cosa.

168 POSTILLE fredda^ slavata, senz'anima, senza calore, se non fittizio, brutta, o certa- mente non bella, anche quando è corretta, anche quando dinota un certo ingegno e una certa coltura, diciamo che è un compito; e diciamo benissi- mo. Se i giovani delle università scrivono male, la principal colpa, io cre- do, è dei troppi componimenti che hanno fatto dalle classi elementari in su; è dell'abuso infecondo e del cattivo indirizzo di quest'esercizi, che spesso storpiano le menti, costringendole ad un lavoro contrario molte volte alle attitudini naturali e alle disposizioni psicologiche di chi è obbligato a com- pierlo.

«Noi obblighiamo i giovani, fin da ragazzi, a discorrerò di quel che magari potrebbero sapere e non sanno; a rappresentare quel che non ve- dono, ad esprimere quel che non sentono, a comporre insomma, su temi che ad essi sono estranei ed indifferenti, o fors' anche antipatici; e sono cotesto fredde, e stentate composizioni, a cui manca ogni freschezza nativa, ogni sincerità di sostanza e di forma, che ottundono, anche in chi l'avrebbe, il senso dell'arte...

4c Basta avere un po' di rispetto per l'arte (anzi, quasi basta un po' di senso comune) e un po' di umana compassione, per sentire tutto il di- sgusto che produce Varie fatta nella scuola e per la scuola, anche da sco- lari non sciocchi, specialmente sui cosidetti temi di sentimento e di fantasia; 'e tutta la pietà che ispira il travaglio sofferto da tanti cervelli a produrre delle sconciature ».

—Rodolfo Renier nel Cornere dalla sera del 28 marzo 1907, combattendo l'istituzione anacronistica che nelle Università italiane si vien facendo di cattedre di Stilistica, e ricordato 1' « attacco vigoroso » che dal moto di studi iniziato àoXV Estetica di B. Croce è venuto alla « vecchia cittadella della rettorica », notava che « una salutare reazione si è avuta, anche da parte di chi non partecipa alle 'idee del Croce, contro i rimasugli, che son pur tanti, dell' antica rettorica. Così si battè sodo, e con sacrosanta ra- gione, contro l'esecrabile uso dei componimenti nelle scuole medie ». Ri- conosceva che dal Fraccaroli, dal Bertana e da me è stata dimostrata « l'as- soluta inanità, per non dire l' immoralità di quelle esercitazioni stilisti- che »; e quindi affermava anche lui che, in nome della sincerità e della ragionevolezza « va mutato di sana pianta il metodo con che si pretese e si pretende d'insegnare a scrivere, con quei bei frutti che tutti sanno ». (Cfr. anche G. Di Giovanni, Le catt. di Stilistica e i rimasugli della retto- rica, nei jV. Doveri, a. I, n. 4, 31 maggio 1907, pp. 66-7).