E. cominciando a rispondere alle obbiezioni mossemi dai l>recedeiiti oratori, io non i)Osso celare la impressione, che ho ricevuta da questa lunga discussione cominciata, col discorso dell'egregio collega Fioravanti, e continuata quasi costantemente attorno alle idee da me propugnate: l' impressione che non si sia obbedito a quella regola elementare di metodo, — che da noi studiosi e insegnanti, non si sarebbe dovuto trascurare; — 111. quale richiede che una critica muovtii dai principii, se vuol confutare e rifiutare le conseguenze. Nessuno degli oratori, gi-, rando attorno alla mia relazione, ne ha discusso i princìjui, salvo in qualche modo il Salvemiìii. Nessuno ha voluto guardare a quel nodo importante della questione, wsul quale io avevo richia: ii.ato insistentenuiiite Tattenzicme.
È vero bensì che una pregiudiziale è stata messa innanzi contro il mio modo d'imjKistare. il problema. S' è detto, a co- minciare dal Fioravanti: — La relazione del Gentile è una dis- s(^rt3azione filosofica; e il nostro interesse i)rese,nte è segnata- jiiente pratico e politico. — Secondo l'arguto colléga Multinèddtì io scrissi sulhi, vetta di una montagimv dalla quale poi, quasi SCUOLA. LAICA 345 non mi bastasse qaella cima, avrei spiccato anche qualclie volo più in su.
Altri ha detto che io ho troppo loicizizato; e voleva dire ^'intende, che avessi alogicizzato. — La verità à che questa voi-' ta, e me ne rallegro, abbiamo dovuto tutti loioizzare, più o me- no; e abbiamo tutti filosofato; benché io, forse, più di proi>ositò di tutti gli altri. La questione infatti, era sì anche politica, e^ piti largamente, i^)ratica; ma, prima di tutto, era filosofica; per- chè già non s'intende che cosa possa significare una politica laica, se questa non dovrà essere una politica fondata su uri Concetto (cioè su un concetto filosofico, in quanto ragionato e Connesso con un generale sistema d'idee intorno alla vita), spe- cificamente laico, contrapposto ad altri concetti che paiano filo- soficamente inaccettabili.
Ma l'invito stesso, che ebbi parecchi mesi fa a preparare per questo Congresso una relazione sulla scuola laica, mi pa-» éeva avesse evidentemente questo significato; che la Federazio-' ne, — che è federazione di insegnanti, e cioè di gente che in»* segna agli altri, e si ritiene perciò in possesso di certi valori spirituali, e dev'essere pronta a saperli mantenere contro ogni critica ~ intendeva portar la luce del proprio pensiero, critica- inent^ determinato, in una questione tanto agitata, e forse, anzi certamente, troppo agitata nella odierna politica del paese. ' Che la scuola abbia ad essere laica, questo già nella stessa posizione del tema per le discussioni del Congresso mi pareva sottinteso come i)unto di consenso universale; e le Sezioni,- òhe presero parte al referendum istituito già dal Consiglio Fede- rale sul proi)Osito, affermarono tutte a gran voce che tale fosse^ — e chi poteva dubitarne! — il voto di tutti gl'insegnanti italiani. ^ Onde, mettendomi a scrivere la relazione, non sospettai me^ liomamente che qui saremmo venuti a discutere se non fosse il caso di deliberare che la scuola nostra dev'essere laica. Ma da tutte le divscussioni che s'erano fatte sui giornali e da quelle,' bisogna pur dirlo, delle nostre Sezioni, una cosa anche appav riva evidente: che questa scuola laica, da tutti desiderata, non si sapeva poi precisamente — e lo notò ieri anche l'amico Sai* Gemini — come dovesse concepirsi, e quindi con quali mezzi promuoversi. Volevamo tutti la scuola laica, ma non sapevamo^ la Federazione non sapeva che cosa bisogna intendere per seno* ta laica. Dùnque! Dunque il nostro tema propriamente ^a-i elaborazione del concetto di scuola laica.
346 SCUOLA LAICA 346 SCUOLA LAICA Ora elaboraeione di concetti è; appunto, lìlo»ofia: e se vo^ ^liamo discutere il nostro tema, non c'è che fare: malore notif dobbiamo insieme i)Iosotai*e; e vedere «e è in accordo con gl'in- teressi, per i quali aspirìamo alla laicità piena della scuola, quei concetto corrente, che io ho detto vmramente negativo, e j^rb vuoto, della laicità stessa. Se, cosi, cercrando di mettere d' ac- fsordo noi con noi stessi, portando chiarezza nelle nostre idee è sottraendole alle loro ordinnriamente inavvertite contraddizioni^ noi venissimo anche a ferire, — secondo l'accusa mossami dal- l'egregio Multineddn, — il sentimento fieUà parte più eletta della nazione, poco male! Questa parte più eletta obbedisce a una tradizione liberale di astratto gìa^cobinismo, che noi insegnanti non possiamo accettare passivamente; perchè a noi pia che ad altri spetta di reagire a ([uel che <li difettoso essa portii seco, e correggere «guanto è da noi V indirizzo morale della cnltura nazionale. La filosofìa non accettai tradizioni, se non per tras* formarle, offendendo, com'è naturale, i restii, fissi nei concetti tradizionali. Noi non siamo tenuti ad altro rispetto verso la parte pia eletta, che non sia quello di tener conto delle sue esi- genze, ma per criticarle e spogliarle delle scorie moleste (ap- plausi).
Quindi non posso accogliere la pregiudiziale deir indole fi^ losofica del mio scritto, c;ome scusa a metterne da parte, senza esame, i principii fondivmeutall. No: qui, ripeto, abbiamo filoso- fato tutti. Ma abbiamo filosofato male, secondo me, perchè non abbiamo avuto la pazienza di comincià;r dai principii. E la no- stra discussione perciò rimarrà, al pari di tante altre che l'han preceduta in Italia, senza nessun notabile effetto.
A causa di questo grave difetto di metodo a me non è pos- sibile rispondere a ciascuna delle osservazioni oppostemi dai Golleghi' che han parlato prima. Perchè il dibattito intorno ad Ogni i)articolare mi obbligherebbe volta per volta a rifarmi da capo; e d'altra parte, come tutti i dissensi particolari proven» gono, a parer mio, dalPinsuffìciente attenzione che i miei op? positori han posta alla questione fondamentale, io credo di dover restringere il mio discorso ad alcuni schiarimenti sostanziali. E per quésti devo rivolgermi principalmente ài prof. S^ilvemini^ col cui spiritò io sento con gioia affratellarsi ogni giorno più i| mio; perchè l'amico Salvemini è quello che s'è avvicinato di ]ùi| ^1 mio mòdV) di vedere; e di lùolte pa rti: delta itiia r^laibione possf i SCUOLA LAICA 347 dire di aver sentito ieri una difesa eloquente nello splendido discorso (1) da lai pronunziato per la libertà della scuola.
Il disaccordo grave, che resta tra il Salvemini e me, con- cerne, come ho accennato, il pensiero fondamentale della mia relazione. La quale comincia dal notare che il concetto ordi* nario della laicità della scuola è negativo, e si svolge tutta, intorno a questo punto: la nostra laicità, per avere un reale ed eft'ettivo valore, dev'essere ]>ositiva laicità. ìiToi non dob* biaino sostituire il niente al contenuto della confessionalità della scuola; perchè cosi torneremmo indietro, e saremmo da meno dei confessionalisti; ma dobbiamo sostituire appunto la laicità^ un contenuto cioè, che tolfja il difetto del hi confessionalità, ma ne mantenga il pregio. Noi non dobbiamo gettare il bagno con tutto il bambino.
Nella scuola confessionale c'è qualche cosa che manca nella nostra scuola liberale; c'è una fede, che è l'anima di tutta la scuola, e l'anima dell'anima del maestro e degli molari. Que- st'aniuia, questa fede manca alla scuola italiana (dall' univer- sità alla scuola primaria, e, a quel che pare, anche agli asili infantili). — No, una fede noi l'abbiamo, han protestato contro la mia relazione parecchi valenti colleghi. — Oh sì, non e' è dub- bio. E questi valenti colleghi, se avessero posto mente alla lode che nella mia relazione si fa dei bravi insegnanti più giovani, i quali attraggono a sé le anime degli scolari e danno l' into.- naziorie spirituale alla scuola, avrebbero visto ch^ non ogni fede io nego a loro (ho ]>arlato anche della religione degli aoristi, che è pure una religione disinteressata e nobile!); avrebbero visto che io riconosco il senso vivissimo che han tutti del loro dovere, e l'amore appassionato della verità e del bene. Ma uobl è questa la fede, di cui si tratta, quella fede di «un vedo vuota la nostra scuola. Cotesta fede che voi potete vantare, non può stare a paro della fede della scuola confessionale: che è fede sovrana e integrale, è visione, quale che sia, dell' universo, ^ dell'uomo nell'universo. Quest' altra fedo voi, in generale, non. l'avete. E badate: io dico fede: ma non intendo contrapporre q.uesta fede alla scienza, come qualcuno ha creduto. per equiyoco. No: anche la scienza conferisce una fede, non solo nel l'ai- (1) Questo discorso oltre clic negli Atti del Conn^resso sì può leggere nói Nuovi Docei'i del 31 ottobro-15 novembre 1907.
348 SCUOLA LAICA tività pinamente formale che per essa sì esercita, ma nella ve- rità che essa determina. Ed è questa fede, che può esser data anche dalla scienza, com'è data dalla reliffione, è questa che io )[».bicdo e non vedo alla nostra scuola, nella nostra cultura, nel- l^anima itjiliann; e affermo che senza nessuna fede di nessun Jjcnere intorno alla realtà universale ed umana noi non abbiamo armi per vincere e nei>pur i)er combattere la scuola confessio- nale, a cui intendiamo tuttavia contrapporci. E questa fede do- vete convenir tutti che ci manca; e che il mio g:iudizio in- tomo all'eccessivo specializzamento dejrli studi e al difetto d'o- gni veduta sintetica, d'op:ni appassionamento per i problemi ge- nerali della vita — che sono quelli che la religione risolve a modo suo — non ò ingiusto verso di noi insegnanti dal libero ]»ensiero.
L'amico Salvemini se l'è presa, e giustamente, col positi- vismo dominante nella cultura italiana della seconda metà del f*ecolo scorso. Ma io accuso, e ho accusata tutta la filosofìa re- cente del nostro paese, che e stata in generale, per tutti gl'in- dirizzi, esercitazione erudita e critica dell'intelletto, e mai, salvo per qualche solitario, vita dell' anima e intima concentrazione dello spirito. E che dico della seconda metà del secolo scorso! Questa è la nostra vecchia malattia italiana, o Colleghi, il can- cro atavico della nostra indifferenza invincibile verso gV inte- ressi più profondi dello spirito; la quale ha mai sempre soffo- cato fra noi ogni vigoroso movimento filosofico, ha depresso ogni sforzo di misticismo religioso, ha vuotato la letteratura d' ogni contenuto morale, e creata l'arcadia e l'accademia.
10 non ho detto, per altro, che hi fede assente nei nostri licei e ginnasi, sia viva nei seminari: tutt'altro! Ma ho avver- tito: badate, l'idea che presiede a questa, non è falsa in tutto; e noi non dobbiamo allontanarcene, ripeto, i)er tornare indietro e favorire le tendenze peggiori del nostr(i spirito nazionale, ma j»er andare innanzi a ravvivare, — a modo nostro s'intende, — 'quel contenuto vitale che i chierici hanno mortificato nelle loro f4Cuole, ma che non si sogneranno mai di buttar. via.
11 ccmtenuto, adunque, della laicità positiva, da sostituire alla religione x>ositiva, al domma, che il Salvemini dicela pre- giudiziale della scuola confessionale, è una filosofia.
E però la Federazione, ho detto io, se vuole la scuola laica deve agitar^, nel suo lavoro, sociale le questioni ftlosofi.che, e ■conquistare una coscienza fik>sotìca, per potere p<>i, senza offesa SCUOLA. LAICA j349 alla libertà di nessuno, dire:— Ecco la nostra scuola, contro la bcuola confessionale. Ecco la scuola della ragione, contro la scuola dei domini.— Ma qui il Salvemini xìrotesta: No, la scuola dev'essere aperta a tutte le dottrine onestamente e seriamente professate; La laicità è il metodo critico sostituito al dommatico. — La lai- cità, ha detto il prof. Ricchieri, è ricerca si)regiudicata delia verità, e quindi libertà piena ed assoluta di critica e discus- sione, tolleranza per tutte le opinioni sincere. — Se il Con- gresso s'attenesse a questo mero formalismo lascerebbe, secondfr me, affatto insoluto il problema che s'è proposto. Amore since- ro, ricerca spregiudicata della verità, metodo critico sono forse ])rerogative dei liberi pensatori? E quale mistico ha mai detto che il razionalista faccia miglior uso di lui della ragione, o che ami pili di lui la verità f Anche la scuola confessionale, dissi io, è laica; perchè altrimenti non sarebbe affatto e in nessun modo scuola, non essendovi scuola senza libertà. — Si lascerà che ognuno, con giudizi individuali, dica da sé, se ama di più o meno di un altro la verità, e metta più o meno critica di que- st'aitro nella ricerca di essa? Ognuno potrà dirlo per conto pro- prio; ma per avere diritto a sentenziare per tutti, <leve ad- durre le l'agioni del prox>rio giudizio; deve avere un criterio, e cioè una filosofìa. E non una filosofia qualsiasi, si badi; porcili* anche i confessionalisti hanno la loro; che non è ìa negazione della libertà del pensiero, ma di quella libertà del ])ensiero che vogli(mo i ncm-confessicmalisti. Sono d' accordo col Salveioini clie basterà dire verità razionalmente «6'5««*«f«/rt per differenziare quella che s'ha da insegnare nella scuola laica da quella che s'insegna nella confessionale. Ma noti bene egli, che in (juel ìk razionalmente » noi ficchiamo tutta la filosofia, che si dice ra- zionalismo^ e che è altra cosa dai semx)lici metodi razionali, che sono comuni a tutti gl'indirizzi filosofici.
Spanò. — Ma quale dovrebbe essere la nostra filosofia?
(tentile. — Se la Federazione ha una ragion d'essere come associazione pedagogica; se noi siamo associati per elaborare un comune pensiero intorno all'ordinamento e però intorno al fine della nostra scuola; se uno spirito, se una visione ci deve in qualche modo unire nella nostra azione federale rispetto all'in- dirizzo della nostra scuola, noi dobbiamo certo mettere insieme le nostre idee, e insieme discuterle e lavorare giorno per giorno l>er fermare certi principii fondamentali, che saranno bene una 360 SCUOLA LAICA 360 SCUOLA LAICA iiloAofia, e saranno veramente poi l'anima della nostra scuola. Io ho detto ^ìk nella relazione che questo doveva essere un ideale, da servire come criterio d'orientamento alla Federazio- ne, non un credo filosofico da fermarsi in una specie <li conci- lio! Il che significa che vedevo già io quel che di ntoi>istieo ha la mia idea. Ma, vedete: se è un' utopia che vi possa essere una filosofìa della Federazione, è anche un'utopia che vi possa essere una scuola laica, nel cui concetto tutta la Federazione l>ossa accordarsi. Noi non possiamo soltanto tendere verso una filosofia, e quindi verso la scuola laica. E finche la Federazio- ne, per la difficoltà di una comune filosofia, rinunzierà ad op- porre un principio positivo a quello della scuola confessionale, .ella si agiterà nel buio, e non sconfiggerà mai, anzi non s' in- contrerà mai nella scuola, che vuol combattere. E allora tant^ varrà che fra noi ci sia così il seguace di una filosofìa raziona- lista come il seguace di una diversa filosofìa...Voce. — Anche imposta dal Vaticano!
(tentile. — Anche imposta dal Vaticano; a patto che, se iinche imposta, essa sia accettata a professata come una con- vinzione sincera, e come il risultato d'una riflessione viva (ap- piansi). Noi non possiamo rifiutare un'imposizione, che abbia la sua radice in un principio filosofico, senza contrapporre un prin- cipio nostro superiore. E perciò io dico: lavoriamo, noi fede- rati, nelle sezioni, con le discussioni sociali, coi nostri scritti a costituire la. coscienza filosofica della Federazione {applanni).
Voce. — Questo nelle università.
Gentile. — Noi siamo venuti tutti dallo università, e dob- biamo tutti continuare quella i»rei)arazione all' insegnamento e a' suoi problemi difficili, lì soltanto avviata. Se vogliamo dis- farci della religione, d'una forma di religione, non possiamo farlo se non con la nostra ragione; e se vogliamo disfarcene come Federazione, noi dobbiamo esercitare in ciuesta la nostra ra- gione.
E la filosofia della Federazione non sarebbe mai una me- nomazione della libertà di nessuno, come sarebbe una filosofia à.Q\V università^ alla Cousin, una dottrina di Stato. In questo, raccordo mio col Salvemini è perfetto. (Ili insegnanti devono farsi da se, liberamente, le loro convinzioni; ma se una comune tendenza di civiltà e cioè di verità li anima, e si associano nella loro opera di educatori, essi devono acconumare le loro convin- zioni, seiiii)re naturalmente rinnovabili per lo stesso lavorio con- SCEQLA I^ICA 351 tinuo della discussione spelale. E però dissi che, intanto, con- verrebbe almeno proporsi di ottenere un certe» consenso e affia- tamento spirituale tra gli insegnanti di una stessa scuola, ope- ranti sulle stesse anime; perchè almeno ciascuna scuola avesse la sua idealità; non essendo possibile che ne abbia neppur una sola, se si pretende che ne abbia molte. Nessuna fede di quelle phe animano gli insegnanti si può destare nelPanimo degli alun- pi, perchè non appena una fede s' accenda, essa v^iene spenta dal soffio di scetticismo che vi manda contro la fede opposta degli altri. , Venturini. — Ecco perchè non vogliamo i preti.
Gentile. — Questo è l'ideale prossimo <*he io ho additato: « credo aia nostro urgente dovere proseguirlo; perchè se noi sia- mo, in parecchi, insegnanti d'una stessa scuola, dobbiamo ve- dere insieme un segno comune, a cui ci convenga elevare le anime dei nostri scolari; ed ammettere quindi la necessità e la possibilità d'una certa comunione, di una certa unità in neces- sariis^ tra noi che insegniamo. È nostro dovere costituire que- sta idealità della scuola, a cui apparteniamo; un' idealità ma^ garì dogmatica e confessionale. In questo punto non posso ac- cordarmi con ramico Salvemini.
Yentubini. — Domando la parola.
Presidente. — Mi disi)iaee di non potergliela dare (rumO' ri}: prego il j)rof. Gentile di continuare.
Gentile. — Un altro punto, in cui dissento dal Salvemini^ è quello che riguarda l'insegnamento religioso nelle scuole ele- mentari; insegnamento che io credo necessario, e che egli, in omng- gio alla libertà, com'è da lui concepita, vuole abolito. E qui, se dovessi parlare soltanto per la speranza di persuadere i De- legati di questo Congresso, mi toccherebbe in verità di rinun- ziare a questa i)arte del mio dist^orso, vista la tendenza gene- rale, già palesemente e vivamente manifestatasi, contraria in modo assoluto a questo punto della mia relazione. Pure, parle- rò, dovessi rimanere solo della mia opinione...Varie voci, — No, no; chi l'ha detto t Gentile. — Parlerò pel dovere che ho verso di voi e verso me stesso di dimostrare, anche in questo punto la coerenza del mio pensiero; poiché a taluno è parso che la luo posta favore- vole all'insegnamento religioso nella scuola primaria fosse in contraddizione con la condanna che nella mia relazione si fa della scuola confessionale. E dirò anzi, che appunto queir esi- 352 MACOLA LAICA genza razionalistica, che mi fu domandare l'intera laicità tlella scuola media, mi fa anche desiderare la restituzione seria e sin cera dellMnsegfnamento religioso nella primaria. Giacche sono anch'io fiero avversario del clericalismo; ma ritengo che il cle- ricalismo non consista nella fede, a cui il clericale si appella, ma nei metodi con cui cjrede di farla prevalere; e che il miglior mezzo di combattere il clericalismo non sia quello di negare il •valore de' principii vitali, di cui esso dico di voler vedere il trionfo; anzi al^'ermare cotesto valore e mostrare che il vero trionfo di quei i)rincipii non si può sperare da altro che dal li- bero lavoro della ragione intorno ai medesimi. Affermare qnel valore prima di tutto; piantare nello spirito o far germogliare quei princi])ii — in qualsiasi forma; — e poi lavorarci attorno. E mi concederete che quella filosofìa, che io vorrei governasse la scuola, dalla media in su — la scuola focolare della cultura nazionale e alimento dello spirito alle classi dirigenti — quella filosofia veramente libera e liberatrice, se ha da criticare e far libero lo spirito religioso, (rio non potrà fare mai se lo spirito religioso non si sarà svegliato. Senza religione coi suoi miti e suoi dommi non c'è stata mai filosofia. E ricordate quanti dei nostri filosofi antichi e recenti sono stati i)reti, o spretati! Onde io che voglio la filosofia, come elaborazione razionale dello stesso contenuto religioso, non posso non volere la religione, dove la filosofia non può entrare, come nella scuola primaria. Anche lì ci ha da essere una visione del mondo.
Voce. — Ma crede lei che i bambini siano capaci di una vi- sione del mondo?
Gentile. — Certo, <-he ne sono capaci, purché in questa visione non si pretenda il sistema e la logica di una filosofia nello stretto senso del termine. Anche il bambino, appena co- mincia a pensare, ha il senso religioso, come ha il senso del- l'essere e del dovere; ma a patto che eserciti questo senso; giac- che senze luce non c'è veggente che non sia cieco. Parlate al bambino di Dio; parlategli di un essere, di una persona che lia fatto il mondo e lui, e che comanda il dovere; una persona che non si vede in nessun luogo ed è in tutti i luoghi; e il baw- >)ino capirà a modo suo, e crederà che e' è un principio a fon- damento dell'essere e del dovere; un principio, che è al di lf> di tutte le <*ose visibili (che possono x)erciò anche non vedersi) e di tutti gli ordini risi)ettabili (e ai quali si può anche laan- SCUOLA LAICA S5S care di rispetto). Questo senso dell'assoluto è la stessa natura essenziale dello spirito, che noi potremmo trascurare e disco- noscere, ma non distruggere! (Interruzioni. Il Pebsidbnte ri- chiama all'ordine gli interruttori).
Per altro tengo ad osservare che la mia aftermazione della necessità d'un insegnamento religioso vuol essere qui afferma- zione di un semplice principio pedagogico, non già una imme- diata proposta pratica; perchè, per tradurre in pratica questo principio occorre tener conto non di sole premesse astratte, ma delle condizioni storiche in cui l'istruzione religiosa si dovrebbe istituire; e su questo il Congresso non potrebbe ora pronun- ziarsi senza studi particolari e metodici, che non sono né anche iniziati.
Venturini. — Ma è antiscientifico, antimorale l' insegna- mento religioso.
Gentile. — La scienza, se volete rispettarla davvero, la- sciatela al suo luogo; noi non dobbiamo volerla dappertutto la scienza! {Rumori, proteste; il Presidente scampanella). Intanto io credo che sia proprio la scienza ad affermare la necessità, che fin dalla scuola primaria si miri a formare una coscienza, a promuovere il senso vero della vita. E questo senso della vita, dacché mondo è mondo, l'ha dato all' uomo o la religione o la filosofia; sicché dove non può entrare la filosofia, deve entrare la religione (interruzioni, rtimon).
Salvemini. — Ma siate laici, perdio!
Presidente. — Veramente queste non sono le solite inter- ruzioni prodotte da intolleranza; sono insegnanti che doman- dano spiegazioni e questo torna ad onore del Congresso (benis- simo!). Ma faccio appello alla loro gentilezza, perché il tempo stringe. Io credo, d'altra parte, che qualunque debba essere la conclusione a cui arriverà il Congresso, l' opera del prof. Gen- tile sarà utilissima, anche perchè molti, forse, di noi devono for- marsi un'idea della filosofia di cui egli parla. Non ci sarà niente di male che il prof. Gentile ci guidi. Ma sarebbe bene che la discussione cessasse e che non ci fossero più interruzioni.
Gentile. — La concezione filosofica, di cui han bisogno gli insegnanti per combattere la guerra che essi vogliono affrontare, se la devono conquistare da sé, e se la conquisteranno quando cominceranno a sentirne meglio il bisogno. Io non potevo e 354 SCUOLA LAICA non posso che affermare questa esigenza. E mi afifretto alla fine.
Dissenziente dal Salvemini per ciò che riguarda la religione ch'egli non vuole nelle scuole elementari, ne dissento anclie per quel che riguarda la religione ch'egli vorrebbe, a richiesta delle famiglie, nei convitti pubblici (bravissimo /); ne dissento per gli alunni delle scuole medie; nelle quali il mio ideale è, che la Federazione riesca a promuovere effettivamente, nel senso da me propugnato, quella laicità, la quale verrebbe in conflitto con l'in .segnamento religioso confessionale del convitto. Io tengo molto, contro l'avviso del prof. Ricchieri, all'unità dello spirito inse gnante che deve agire sull'educando, almeno nella scuola me- dia; e quel conflitto delle dottrine professate dai diversi inse- gnanti d'una stessa classe, in cui egli vede un mezzo assai ef- ficace per sviluppare il senso delle difficoltà della ricerca e deJia libertà del giudizio negli scolari, a me è parso sempre un danno fatale del nostro liceo e delle scuole tecniche. L' ideale delJa scuola è che essa abbia un solo maestro: e qui sta, a confes- sione di tutti gli studiosi nostri di cose scolastische, il segreto •della superiorità incontestabile dei nostri ginnasi sui nostri li- cei, nei frutti così diversi che essi ci danno. La scuola c'è quando vi domina uno spirito; e come può esservi, quando quelli che vi entrano si contrastano e neutralizzano a vicenda? Neil' ani versità, quando il giovane ha acquistato una certa autonomia, e può dir sì o no di suo capo, allora il contrasto delle dottrine e degli indirizzi può giovare; ma negli anni della adolescenza il risultato sarà lo scetticismo, 1' indifferenza e il disamore per la scuola.
Conchiudendo. Non ho presentato un esplicito ordine del giorno, perchè sapevo che quello, che io avrei dovuto presen- tare come formula intera del mio pensiero, non avrebbe otte- nuto l'approvazione del Congresso. Ma ho pur pensato che oggi si iniziava soltanto una discussione, che la Federazione avreb- be poi continuato ad agitare lungamente. Onde mi è parso opportuno accedere all' ordine del giorno che si preparava a presentare il Salvemini (l),come quello che, esprimendoli pen- siero più prossimo al mio fra quanti se n'erano manifestati, (1) Vedi questo ordine del giorno neìV Appendice di questo volume.
I J SCUÒLA LAICA 365 poteva essere per me quasi il programma minimo della propa- ganda laica, in cui spero s'impegni oggi la nostra Federazione. Ma, dichiarando di consentire in queir ordine del giorno, di- chiaro fin d'ora, che, se voteremo su di esso, darò naturalmente voto contrario ai due punti che ho combattuti, concernenti Tin- segnamento religioso nelle scuole elementari e nei convitti (aj>- plausi prolungati).
ri. Dopo il Congresso.
Il discorso che precede, e che ho voluto riprodurre testual- mente dagli atti ufficiali del Congresso di Napoli con ì pochi segni di assentimento e i molti di riprovazione, che esso voltai a volta suscitò nelPuditorio quando venne pronunziato, devo confessarlo, non giovò x>iù della precedente Relazione alla causa che io difendevo: ossia non giovò punto. La discussione conti- nuò con la stessa confusione da me deplorata, finché il profes- sore Trojano presentò un ordine del giorno, che rispondeva ma- nifestamente alle tendenze prevalenti nell'assemblea, e fu in- fatti approvato per acclamazione. Dagli atti del Congresso (p. 288) risulta che io solo votai contro; come contrario fui a tutte le parti dell' ordine del giorno di quello subito dopo pro- posto dal prof. Alberto Conti, e approvato anch'esso in parte ad unanimità di voti, e in parte a grande maggioranza: ma se- guito poi da lungo strascico di commenti e schiarimenti, non tutti onorevoli per i professori che l'avevano votato, in specie pel comma quarto di esso, con cui la Federazione deliberava dì 'promuovere la laicità del 'personale insegnante nelle scvole dello Stato.
Riproduco in appendice questi due ordini del giorno, che sono un documento strettamente legato alla mia Relazione: poi- ché, a sentire il Ricchieri {Impressioni sul Congresso, nella Cor- rente del 15 ottobre 1907), essi rappresentano per l'appunto nn voto che ha un valore « come protesta (!) contro un certo abuso di logica, per il quale il Gentile è sembrato giungere a concia 356' SCUOLA LAICA 357 sioni contrarie alle premesse e contrarie allo spirito laico » Secondo il Bicchieri infatti, e secondo la maggioranza dei col leghi del Congresso di Napoli, ci sarebbe stata una vera con traddizione tra la prima parte del mio scritto, in cui si fa la dia gnosi dei mali della scuola confessionale, e la seconda, in cui si propugna la necessità d'una fede filosofica e magari religiosa nella scuola.
Questa è la impressione del Bicchieri; il quale trova per- ciò naturalissimo che il congresso insorgesse: « E insorsero là — non si dimentichi — dove un Bartolo Longo esercita la sua ignobile industria di sfruttamento dell'ignoranza dei volghi; là dove ogni anno un puerile miracolo si rinnova davanti agli oc- chi non di sole turbe attonite ed ansiose, e a volte ingiurianti j)ercHè il santo ritarda ad obbedire, ma anche davanti ad altis- simi, per quanto poco intelligenti, personaggi ufficiali; là, infine, dove più triste è lo spettacolo di miseria e d'abiezione d'un popolo tenuto per secoli ^asservito alla superstizione ed educato alla scuola confessionale ». La morale della favola, insomma, sarebbe: che se pure gl'insegnanti secondarii a Napoli anda- rono oltre il segno e diedero prova di un' intolleranza settaria ingiustificabile, con\e dimostrò l'opinione pubblica ne' suoi com- menti alle conclusioni del Congresso, la colpa non è degl' in- segnanti che presero deliberazioni che io combattevo, anzi...mia, e di Bartolo Longo, e di S. Gennaro co' suoi miracoli, e dol Duca d' Aosta (che una volta, comandando la guarnigio- ne di Napoli, si credette in debito di andare ad assistere a questi miracoli); e infine dei Borboni, anzi di tutta la storia napoletana (quale il Bicchieri se l'immagina).