Dopo di che a me non resta se non augurare alla scuola italiana che un'altra volta che i suoi professori vorranno tor- nare sulla delicata questione, non abbiano di nuovo la cattiva sorbe di radunarsi a Napoli e di trovare una logica pari alla mia nel cervelloHel relatore che saranno per scegliere.
Per ora, dunque, mi restringo a constatare questo semplice fatto: che se la questione proposta Al Congresso di Napoli era, come io credo, la definizione della scuola laica, o se si vuole, il pro- gramma, che la Federazione su questo i)unto dovrebbe promuo- vere, tale questione è rimasta intatta: perchè il concetto della lai- cità, att'ermato nelle parole del Trojano, è meramente verbale e vuoto, causando quel nodo del dibattito, sul quale io m'ero sfor- zato di richiamare l'attenzione. La scuola laica, si disse, è quella 358 SCUOLA LAICA 358 SCUOLA LAICA che ha an « contenato strettamente scìentìfìco »: partendo dal ])resupposto che altro sia fede, altro scienza, poiché l'nna è un « sapere fiduciario, opinativo », l'altra an « sapere dimostra- tivo e necessario ». Ora è chiaro che secondo il cattolico la fede è tutt'altro che uà sapere fiduciario e opinativo; anzi è essa il vero sapere dimostrativo e necessario: tanto almeno quanto la scienza di cui parla il Trojano, che ha anch'essa i suoi limiti, e finisce anch'essa in un mistero. E ehi non lo vedesse chiaro, legga le lucide osservazioni fatte in proposito dal Lombardo-Ra- dice nei Nuoì3Ì Doveri (I, 230). Il punto da chiarire era appunto questo: qual è il sapere dimostrativo e necessario? Quid est veritanf — E ho paura che il Trojano pel primo non si sarebbe spinto più in là di Pilato: con quanto vantaggio della laicità della scuola ognun vede.
Il solo significato possibile della formula del Trojano è che contenuto della scuola laica debba essere non la metafisica, ma il sapere sperimentale. Ed egli infatti esemplificava accennando la costituzione chimica dell'acqua = H*0, dimostrabile empiri- camente. Ma se non fosse altro che questo il contenuto « stret- tamente scientifico » di cui si va in cerca, io non saprei vedere poi la ragione perchè se ne dovrebbe escludere la fede nel mi racolo di S. Gennaro, che è bene un fatto sperimentabile, da quanto la composizione dell'acqua.
Dunque, quid est veritas? Si provino a rispondere i profes- sori italiani; e discutano, e ridiscutano sempre la loro risposta, e non affermino mai una volta per tutte, quasi per partito preso e a colpi di maggioranza: e vedranno che a un po' per volta la scuola si verrà laicizzando davvero, continuando e affrettando il suo spontaneo processo di laicizzazione. A quella domanda però non riisponde la chimica, sibbene la filosofia, magari sotto forma di religione, che non è se non una philosophia inferior'. risponde l'uomo, che è i>oi il vero e genuino « contenuto » di tutte le scuole.
Alle critiche mosse alla mia lielazione da parecchi scritto- ri, i quali non ne videro interamente lo spirito, come i proff. E. Galeuda (1) e M. Biotto Pintor (2), non potrei rispondere (1) La libertà nella scuola, Napoli, Morano, 1907.
(2) Per la (sincerità in tema d'ineegn. religioso; néUa, Riv. di Jilos. e se. affi^h Padova, 19Ó7.
SCUOLA LAICA 359 senza rifare tutta la Belazione e spiegare molti concetti, che in essa son presupposti, ina che son chiariti in altri miei scritti, anche di quelli raccolti in questo volume. Il professore Calenda, p. e., dice molte cose giuste intorno alla libertà dello scolaro: ma ha torto di credere che siano contrarie a quello che io ho detto dei limiti di questa libertà. Il prof. Biotto Pin- tor poi, che non conosce direttamente la mia Relazione, s'è in- gannato grossamente intorno al senso di qualche mia frase letta nei giornali.
Amo piuttosto rispondere a una difficoltà che fu accennata al Congresso dal Trojano e da altri, e che mi venne poi ripro- posta da un amico; e dev' essere sorta realmente nell' animo di molti a sentirmi condannare i dommi religiosi in nome della filosofia, e pur chiedere che essi vengano insegnati nella scuola popolare.
— Dovremo, dunque, insegnare, o lasciare che s' insegni nella nostra scuola ciò a cui non crediamo? — « Io non andrò mai nelle elementari » dice l'amico « a discutere delia verginità dopo il parto; ma non voglio neanche sia insegnato ai bambini, che il mondo fu creato da Dio in sei giorni, e ci è stata una donna vergine prima durante, e dopo».
Nell'esempio è tutta la debolezza dell' argomento: perchè non questo domma di Maria « vergine prima, durante e dopo » insegna il catechismo cattolico, né al bambino né all'adulto. Non lo insegna al bambino perchè non entra in particolari che al bam- bino facciano intendere il primo durante e dopo; non all'adulto— e questo è l'essenziale — perchè non gli presenta questo domma come una verità che stia per sé, come una verità particolare analoga a quelle fornito dalle scienze naturali. Tutto il catechi- smo, come ogni fede, è un sistema, di cui ogni proposizione ha un significato solo nel sistema. Cost un teorema filosofico, stac- cato dal complesso delle dottrine a cui appartiene, apparisce un paradosso, contro cui il senso comune non può non ribellarsi. Ma si può giudicare col senso comune una produzione che ha va- lore soltanto per uno spirito che se ne è elevato, o, in ogni modo, allontanato, col suo senso speciale, che non è comune t Ora ri- fletta il mio amico, che crede alla serietà della storia: anche cotesta fede della verginità della madre del Cristo, ha trovato per tanti secoli una gran quantità di pensatori — che pur non ignoravano che la verginità è naturalmente in antitesi con la maternità — che l'han creduto. Perchè V han creduto ì L' han 360 SCUOLA LAICA creduto perchè questa credenza era per loro una necessità ne) sistema della fede, com'essi la concepivano.
E così è di ogni domma: pillola indeglutibile fuori della fede; cibo normale e desiderato i)er chi sia educato da essa, la quale non ha il valore che ha (quale che essa sia, cattolica o maomettana) in ragione dei suoi dommi determinati secondo le contingenze storiche dello sviluppo del pensiero religioso, ma in ragione della generale intuizione della vita e del mondo, a cui essa s' informa.
Ora a me non cattolico non preme che sia insegnato nella scuola per l'appunto il domma della Vergine-madre: ma preme che si mostri la vita con tutta la serietà, in cui può mostrarla una fede religiosa; e poiché nelle condizioni contingenti del nostro paese, non credo che la maggioranza, almeno, delle no- stre scuole possa ammettere altro insegnamento religioso che il cattolico; poiché questo insegnamento comprende poi anche que- sto domma della Vergine-madre; e poiché bisogna qui prendere o lasciare, e non posso io riformare la religione che si fa e s'è fatta da sé, — io devo avere il coraggio di tirar la conseguenza necessa- ria delle mie premésse, e volere che s'insegni anche il domma della Vergine-madre. — Dunque, il falso?— Tutt'altro! Il mito non è il falso, anzi la stessa verità in forma inadeguata, perchè fanta- stica, e quindi incongrua e contradittoria, per contraddizioni che si possono eliminare traducendo la stessa verità in una for- ma superiore; ossia in concetto. Qui si può dire che non ci sia opposizione di falso a vero, ma distinzione di gradi inferiori e superiori della verità. E se volete considerare il domma reli- gioso come errore, fate pure; ma a patto d'intendere l'errore non come il contrario del vero (cioè di un certo vero), aniiicomeun momento, insufficiente come tale, e però destinato a esser supe- rato, dello stesso vero. E dove il concetto non può entrare, perchè suppone un'attitudine filovsofica che non è del x^^^polo e non è dei bambini, il mito è tutta la verità. Certo è una verità, ripeto, che vale i)iii di quella scienza che si vuole nelle scuole elementari e fin nel giardino d'infanzia. Mitico è anche il Pater noster^ che vi insegna il catechismo. Ma di fronte al maestro che insegna il Pater noster, il maestro laico che preferisce inse- gnare che l'acqua è composta di due parti d'idrogeno e una di ossigeno, *^ non se l'abbiano a male i chimici,— ci fa una ben meschina figura. Perchè non è già che egli metta realmente da parte ogni religione; ma mette l'acqua al posto del padre qui SCUOLA LAICA 361 est in coelis: e dal cristianesimo indietreggia fino al materiali- smo del feticista: poiché, se non badiamo alle parole, ma alle cose, Dio non è altro che l'oggetto assoluto del conoscere: e se noi diciamo che l'acqua — quando si parla dell'acqua — è tutto, e che l'acqua È, l'acqua allora è Dio!
Non si tratta di ricondurre o scacciare per sempre Dio dalla scuola: a questo bisogna bene riflettere; ma solo d'intendere il Dio che c'è, in modo degno della civiltà nostra e delle esigenze eterne del pensiero umano. Un Dio degno anche attraverso i veli e le forme fantastiche dei miti il filosofo può riconcìsccrlo e riverirlo nelle credenze religiose, massime nella cristiana, anzi nella cattolica (poiché il cattolicesimo par dimostrato dalla storia la sola forma possibile del cristianesimo come religione positiva): non lo vede affatto nella scienza del laico, che è una mezza scienza. Onde, volendo nella scuola quelle credenze, non vuole qualche cosa a cui egli non creda, benché per sé si ritenga al di là d'ogni religione. Egli depone nell'animo dei piccoli certi germi, che per lui sono germi soltanto; ma perché germi, potranno un giorno germogliare, e da miti farsi concetti, da religione libero pensiero filosofico. La scuola potrà dire ai piccoli con Gesil: Adhuc multa hàbeo vobis elicere: sed non potestis portare modo. Cum autem venerit ille Spiritus veriiatis, docet vos omnem verità- tem (IOAN., XVI, 12-13). Lo spirito di verità verrà dopo, cogli anni, se potrà venire: per intanto stieno contenti all' insegna- mento popolare ed essoterico, di cui solo son capaci: ma che non é errore, perché, per dirla con lo stesso Gesù: Spiritus Mvg- geret vobis omnia quaecumqtie dixero vobis (IOAN., XV, 26). E questo é l'altro punto su cui bisogna insistere: l'identità, nono- stante le differenze, di religione e filosofia.
Infine, devo avvertire ancora che io ho discusso qui la que- stione teorica, e che in pratica ci sono difficoltà da eliminare, e però da studiare? Ci sono, lo so anch'io; e gravi piij di quel che non s'immaginino i molti nemici dell'insegnamento religio- so. A capo di tutte, la i>reparazione dei maestri adatti a una scuola in cui s'insegni (e per me dovrebbe insegnarsi da chi è in grado di farlo; e pel cattolicismo non può essere il maestro laico) il catechismo. Oggi, per questo latp, la scuola normale neutrale ci dà i maestri, e quel che é peggio, le maestre neutre. Bisogna riformare la scuola normale, e però 1' università che ne prepara gl'insegnanti, introducendo in questa la storia delle religioni, la quale con la conoscenza dà la tolleranza e il ri- 362 SCUOLA LAICA spetto, che viene dal comprendere, e quindi valutare. Ma questo ^là sup]>orrebbe in Italia una profonda modificazione del sen timento pubblico, che non so quando possa avvenire, o se sin mai per avvenire. La recente discussione della Camera ])ro e contro l'insegnamento religioso non lascia per ora adito a liete speranze.
La soluzione insomma da me accennata vuol essere un im perativo, una norma, più che una pro|)osta pratica. Vuol dire che, se le relazioni dello Sfato con la Chiem in Italia lo permei- tessero (o quando lo permetteranno) l'istruzione morale della seiiohi elementare dovrebbe (o dovrà essere) schiettamente religiosa e, se o in quanto cattolica, affidata alla Chiesa, che è nel catto licismo il solo organo della dottrina religiosa. Finche la condi zione richiesta non sia una realtà, bisogna contentarsi, inman canza d'un vero e proprio insegnamento religioso, d' un inse gnamento che sia almeno favorevole e concorde all'insegnamento religioso estraneo, della Chiesa e della famiglia. Si deve volere un maestro che apprezzi il valore del fatto religioso e indiret- tamente lo promuova, dove oggi, generalmente. Io combatte, i)er colpa della falsa pedagogia, da cui è stato preparato, o meglio. spreparato, al suo ufficio.
Resterebbe a dire quale dev'essere il rapporto dello Stato con la Chiesa, perchè sia possibile questo ricorso del primo al l'opera della seconda per la funzione scolastica. Ed è certa- mente questione che meriterebbe di essere trattata largamente e di proposito. Qui non posso se non accennare un pensiero, che potrebbe del resto dedursi dal concetto che in questo volume ^i difende della funzione educativa dello Stato e insieme delia li berta assoluta della filosofia nell'insegnamento. Come la filoso fia può essere strumento di cultura sociale e come tale, per i' suo valore pratico, essere organizzato nel sistema dello Stato, senza perdere la sua indipendenza teoretica di produzione so pramondana dello spirito; cosHa religione, come istituto sociale, noi può essere (e non è stata mai) se non un organo delio Sta to, che praticamente lo crea sempre in quanto lo riconosce, an che- se gli si assoggetti, senza cessare perciò di essere, in quj^nto commercio dell'anima con Dio, un momento sopramondano, an ch'esso, dello spirito. La filosofia è sui)eriore allo Stato, e Io contiene; ma il professore di filosofia è organo dello Stato; così la religione contiene lo Stato, ma lo Stato contiene la Chiesa- La teoria dèlia separazione dello Stato dalla Chiesa disconosce SCUOLA LAICA 368 SCUOLA LAICA 368 in sostanza questa differenza tra religione, come momento dello spirito, e quindi cosa privata, e Chiesa, come istituto sociale, e quindi fatto pubblico, che non può non esistere ]ìer lo Stato.
Lo Stato non crea la religione, come non crea la filosofia, né l'arte. Ma ciò non impedisce che riconosca le istituzioni so- ciali che traggono alimento spirituale da esse: porche 1' uomo che crea la filosofia, l'arte o la religione, non può sottrarsi alla storia, e superare empiricamente lo Stato: egli resta sempre un cittadino. Ora c'è il cittadino che vale socialmente come poeta (p. e. per la sua proprietà letteraria) o come ministro di reli- gione, o come professore di filosofia: ed esso fa parte allora dello Stato, e lo Stato lo domina perchè lo contiene e lo risolve in sé con tutta la sua poesia, la sua religione, la sua filosofia.
Con tutta: qui è il segreto della libertà: onde lo Stato può impedire la pubblicazione di una opera d'arte (o pretesa opera d'arte) dannosa alla pubblica moralità; ma non può fare che l'opera d'arte, che esso lascia passare, sia altra da quella che è; può destituire un professore di filosofia che faccia della cat- tedra un mezzo di propaganda anarchica; ma non può col suo programma fare il professore e creare il pensiero che non c'è: dentro i limiti consentiti dalle sue finalità egli intanto risolve in sé l'arte e la filosofia de' suoi membri, in quanto riconosce la loro libertà, cioè in quanto conserva l'una e 1' altra. Così è della religione. Il Papa, anzi ogni fedele, farà liberamente la pro- ima religione; e lo Stato può, a' suoi fini, riconoscere la Chie- sa, e quindi servirsene, senza menomarne la libertà, incoerci- bile dal punto di vista religioso. In questo caso lo Stato non rinunzia alla sua funzione educativa, per cederla alla Chiesa; anzi fa la Chiesa organo suo, risolvendola in sé; come in certo modo ha risoluto in sé, in Italia, la Federazione degl'insegnanti medi (trattando p. e., per mezzo del Governo, col Consiglio fe- derale).
I^on oc<5orre dire che lo Stato, dal mio punto di vista, avendo in sé, in quanto Stato, il divino, non ha bisogno d'ac- verlo d'accatto dalla Chiesa. La Chiesa non è forma dello Sta- to, ma del x>opolo nel senso corrente della parola, cioè di una parte della materia dello Stato, parte che riceve il suo valore di elemento dello Stato moderno, veramente libero e autonomo, in quanto poi si integra nel tutto con gli elementi superiori, che sono quelli più adatti a recare in atto l'essenza dello Sta- to. Lo Stato infatti come funzione sociale pedagogica non ab- 364 SCUOLA LAICA braccia soltanto la Chiesa (nella scuola popolare), ma anche la filo sofìa o la scienza (nella scuola media e superiore), per cui eleva la verità della religione alla forma concettuale del sapere scientifico. Onde lo Stato, quale viene per tal modo concepito, non è intnl lerante: non professa in modo perentorio e assoluto una rili gione sua. Ma ammette invece e adotta la lìlosotìa, nella sua libera vita di critica e ricostruzione perenne, e la religione as sume come un grado e un primo momento indispensabile di que- sto lavoro ulteriore della ragione. Lo Stato così concepito è Io Stato più libero e più liberale che si possa concepire. Esso, si badi bene, non ha, in quanto Stato, ragione di prescegliere una piuttosto che un'altra forma di religione come dottrina della sua scuola. E come tra i varii indirizzi e dominii del sapere scieu tifico egli non ne preferisce alcuno quale contenuto più appro- priato a suoi fini nell'ordinainento delle scuole; ma ai)re tante scuole o istituisce tante cattedre, quante ne occorrono via via ai bisogni della cultura scientifica del paese — cultura, che egli non crea, ma solo favorisce; — così non può aver ragione di preferire una a un'altra religione. Ma deve, per promuovere la cultura religiosa in conformità dei bisogni religiosi storicamente maniiestantisi nella nazione, aprire la scuola alle chiese, che nella nazione ci sono: al solo cattolicismo, se altre chiese non si facciano avanti e non paia, pel numero dei loro fedeli, cbe possano pretendere scuole per se: non altrimenti che si fa dei ginnasii e delle scuole tecniche, e delle varie specie di scuole tecniche, e delle scuole medie maschili e femminili, le quali s'i- stituiscono o no, non già per valore assoluto che Funu o l'altra di esse abbia o non abbia di fronte allo Stato, ma i>er oppor- tunità determinata da condizioni di fatto, indifferenti o indipen- denti dai fini dello Stato.
Che se in un comunello, su 1000 famiglie, 998 cbiedano l'in- segnamento religioso cattolico e ujia i)referisca 1' evangelico, e l'altra il musulmano, hi Stato non c'è ragione che abbia ad ob brigare (jucl comune ad aprire tre scuole con tre catechismi di ver^i, affinchè tutti siano contenti: proprio come esso non apre o non dovrebbe aprire un ginnasio in una cittadina di provin- cia perchè ci sono tre o quattro famiglie di signori, che prele- rirebbero non mandare lontani i loro figliuoli, che han bisogno dell'istruzione classica. Che se poi un grosso numero di fami- glie non volesse affatto religione di nessuna sorta nelle scuole, o perchè lo Stato, che giustamente non si tiene in obbligo di SCUOLA LAICA 365 contentar le famiglie per un 7, invece di un 8, richiesto per una licenza senz'esame, dovrà arrendersi loro quando, invece di un piccioletto punto, si tratta, nientemeno, di Dio? Anche in que- sto caso il fine di cultura e di moralità proprio dello Stato deve prevalere sui fini falsi dei privati, per fare infine prevalere i fini veri, per quanto ignorati o disconosciuti, di questi stessi privati.
Ed è ridicolo ormai temere che o il cattolicismo in parti- colare o la religione, in genere, agendo, per mezzo della scuola primaria, sullo Stato possa minacciare quella libertà politica, che è l'essenza dello Stato moderno e hi garenzia di quel libero sapere, in cui, secondo il mio concetto, la philosophia inferior della religione sarebbe destinata a risolversi. Questi spauracchi sono degno ingrediente di quei programmi politici, che debbono ammantare con la rettorica delle parole il vuoto, o peggio che il vuoto, dello spirito. Bisognerebbe in verità aver troppo scarsa fede nell'energia sociah^ della scienza e troppo poco vedere della natura effettuale della moderna democrazia per temere di siffatti ritorni. La scienza, e voglio dire la filosofia, non è più rinchiusa dentro le università: essa s'è diffusa, e si diffonde ogni giorno penetrando tutta hi cultura, alimentando di se tutto l'ordina- mento sociale e illuminando della sua consapevolezza il progresso storico della vita economica. La religione socialmente si ran- nichia, e quasi si raggomitola su se stessa, mentre la libertà minaccia d'invadere la ('liiesa, e d'attrarla nell'orbita della de- mocrazia (che poi sarebbe la sua morte). Rimessa però al suo po- sto e dominata dalla libertà, che non ])uò esser lei, ma dev' es sere sopra di lei e deve presupi)orla, essa non può morire, per- chè risponde a una fanciullezza dello spirito, che sideveperpe- tuamcìite rivivere.
Indietro non si torna. Ma guai alla democrazia — che è li- bertà spirituale — se si gittasse nell'abisso del vuoto, e non sen- tisse la necessità di toccare ogni giorno la terra per rialzarsi, e di prendere dal fuoco sa^ro dei templi, che non saranno mai abbattuti, una divina fede da martellare suU' incudine eterna della ragione.
APPENDICE.
Documenti.
B. Scuola Normale Superiore UniTersitarìa di Pisa.
1. Regolamento vigente 23 giugno 1877.
Art. 1. La Regia Scuola Normale Superiore istituita in Pisa col motuproprio del 28 novembre 1846, ha per oggetto di preparare ed abilitare all'insegnamento nelle scuole secondarie e normali.
Art. 2. Essa si compone di due sezioni: 1. Lettere e filosofìa: 2. Scienze matematiche, fìsiche e naturali.
La prima sezione si divide nelle tre sottosezioni seguenti: 1. Filologica; 2. Storica; 3. Filosofica.
La seconda sezione si divide nelle quattro sottosezioni seguenti: 1. Matematica; 2. Fisica; 3. Chimica; 4. Scienze naturali.
Art. 3. Vi saranno nella Scuola Alunni convittori e Alunni ag- gregati.
Con decreto ministeriale un alunno potrà passare da convittore ad aggregato e viceversa, quando il direttore della Scuola, sentito il Consiglio direttivo, ne faccia opportuna proposta al Ministro.
Art. 4. Gli Alunni della Scuola saranno Convittori a posto gra- tuito e Convittori a pagamento. Aggregati cori sussidio e Aggregati senza sussidio.
Con decreto ministeriale verrà determinato ogni anno, per cia- 370 APPENDICE scuna delle due sezioni suindicate, il numero degli alunni di queste differenti classi.
Art. 5. I posti di Alunni convittori gratuiti e di aggregati con sussidio saranno assegnati con norme speciali a quelli che si saranna maggiormente distinti negli esami di ammissione alla Scuola o negli ' studi fatti come alunni della Scuola stessa.
Art. 6. Gli Aggregati con sussidio avranno V assegno di lire ^ al mese per tutto il tempo in cui è aperta la Scuola.
Gli Alunni convittori a pagamento dovranno pagare la retta di lire 80 al mese durante lo stesso tempo.
Art. 7. 11 corso della Scuola Normale, per gli Alunni convittori, si compone di due anni di studi preparatori e di due anni di studi normalistici.
Art. 8. L'anno scolastico della Scuola Normale si apre contem- poraneamente a quello universitario, e si chiude dopo finiti gli esami universitari e normalistici, ma non più tardi dell'anno scolastico udì- versi tarlo.
Art. 9. La divisione degli alunni di ciascuna sezione fra le varie sue sottosezioni viene fatta soltanto per quelli degli anni normali- stici.
Per gli alunni della seconda sezione negli anni di studi prepara- tori vien fatta soltanto la divisione fra studenti di scienze naturali e studenti dì scienze matematiche e fisiche.
Un giovane potrà chiedere di iscriversi a due sottosezioni adu» tempo, e il Consiglio direttivo di sezione deciderà sulla sua domanda.
Quando la sua domanda sia accolta favorevolmente, esso non ri- ceverà che un solo sussìdio se sarà alunno aggregato.
Art. 10. Negli anni di studi preparatori i giovani seguono i corsi del primo e secondo anno delle Facoltà rispettive nell'ordine che per l'anno corrispondente viene indicato dalla Facoltà relativa; fanno nel- l'interno della Scuola conferenze e lavori sotto la direzione dei pro- fessori interni e degli alunni dell'ultimo anno normalistico, e atten- dono ad insegnamenti speciali e allo studio delle lingue straniere.
I giovani degli anni normalistici seguono le norme tracciate dai regolamenti per la Facoltà di lettere e filosofìa e per quella di scien- ze, in quelle parti che riguardano le scuole di magistero, in quanto le norme stesse si accordano con quelle stabilite dal presente rego- lamento.
Oltre a ciò, i giovani degli ultimi anni assistono quelli degli anni preparatori nelle loro conferenze e nei loro lavori, e fanno ad ^^^ lezioni speciali da stabilirsi d'accordo col Direttore della scuola, H quale sentirà, per questo, i Consigli direttivi speciali di sezione.
Art. 11. Finito il corso normalistico, la Regia Scuola Normale rilascerà ai giovani che abbiano superati tutti gli esami un diplo"^* di abilitazione all'insegnamento speciale nelle scuole secondarie clas- APPENDICE 371 Biche o normali, firmato dal Rettore della R. Università e dal Diret- tore della Scuola.
L*esame di abilitazione sarà dato dinanzi ad una Commissione composta del Direttore della Scuola come presidente e dei professori della sottosezione relativa; e consisterà in una dissertazione sopra un oggetto scelto dallo studente ed in una lezione fatta alla presenza della Commissione esaminatrice. La Commissione avrà facoltà d'In- terrogare il giovane sulla dissertazione.
Art. ì% Tutti i posti di alunni della Scuola Normale si daranno per concorso.
Un giovane potrà concorrere ed essere ammesso alla scuola sol- tanto per uno degli anni preparatori e per il primo anno normali- stico.
11 Consiglio direttivo però potrà concedere che un giovane ven^^a ammesso anche al secondo anno di studi normalistici in una sotto- sezione, avuto riguardo alle prove già date da lui negli studi ante- riori.
Ogni anno, per poter conservare il posto di alunno della Scuola Normale, il giovane dovrà riportare in tutti gli studi ed esercizi uni- versitari e normalistici, fatti durante Tanno, i certificati di assistenza e di profitto proporzionati al fine che si propone la Scuola.
Quando manchi il certificato di profitto in qualche disciplina, il giovane decaderà senz'altro dal godimento del posto di alunno della Scuola Normale.
A coloro che nell'esame di abilitazione non siano approvati, sarà sospeso il diploma finché non abbiano dato prova manifesta del loro profitto in altro esame da subirsi dopo quel termine che sarà indi- cato dalla Commissione esaminatrice.
Art. 13. Dipendentemente dalla diligenza e dal profitto mostrati nei singoli studi e dagli esami superati, il Direttore della Scuola, sul parere favorevole del Consiglio direttivo generale, potrà proporre al Ministero che un Alunno convittore a pagamento divenga convittore a posto gratuito, ed un Alunno aggregato senza sussidio divenga ag- gregato con sussidio, o viceversa.
Art. 14. Le inscrizioni per il concorso alla Scuola sono aperte presso la Università e la Regia Scuola Normale Superiore di Pisa, e presso le Università di Bologna, Napoli, Padova, Palermo, Pavia, Roma e Torino, dal 1° luglio fino ai quindici giorni prima dell'aper- tura dell'Università di Pisa.
Art. 15. L'istanza per l'ammissione al concorso dovrà essere pre- sentata al Direttore della Scuola o al Rettore di una delle suddette Università, ed essere accompagnata dalla fede di nascita comprovante l'età non minore di 17 anni, né maggiore di 25; da un certificato di 372 APPENDICE buoni costumi rilasciato dall'autorità politica o comunale deirultimo domicilio (1) e dai cerlificati sej^uenti: 1. Pel primo anno di studi preparatori nelle due sezioni, il cer- tificato di Licenza liceale, e pel secondo anno i certificati di iscrizione e di diligenza per gli studi che la Facoltà relativa della R. Univer- sità, nella quale il giovane avrà fatto gli studi stessi, avrà indicati come più convenienti per un primo anno di studi universitari; 2. Per rammissione al primo anno di studi normalistici, il cer- tificato di Licenza universitaria, ed oltre a questo anche i certificati di licenza corrispondenti agli studi universitari fatti.
Art. 16. Le domande dei concorrenti, insieme ai documenti rela- tivi, dai Rettori delle suddette Università verranno immediatamente inviate al Direttore della Scuola, il quale, dopo di avere esaminate le carte stesse, formerà le liste degli ammissibili al concorso e le tra- smetterà ai Rettori delle rispettive Università per farne le debite par- tecipazioni ai concorrenti.
Art. 17. Gli esami di concorso saranno scritti e orali, e avranno luogo nei primi venti giorni dell'anno scolastico della R. Università di Pisa.
Art. 18. Pel concorso al primo anno di studi preparatori in let- tere e filosofia, la prova scritta consisterà: 1. In un componimento italinno; 2. In una traduzione dal latino; 3. In una traduzione dal greco; 4. In un componimento sopra un tema di filosofia elementare o di storia.
E la prova orale consisterà: 1. Nella interpretazione di un classico latino e di un classico greco; 2. In quesiti di storia della letteratura italiana, latina e ^reca: 3. In quesiti di storia e geografia; 4. In quesiti di logica.
Pel concorso al primo anno degli studi preparatori in scienze matematiche, fisiche e naturali, la prova scritta consisterà in tre dis- sertazioni, delle quali una si aggirerà sulla fìsica, e le altre due sulle matematiche elementari.
La prova orale consisterà in interrogazioni sulle matematiche ele- mentari e sulla fisica.
Art. 19. Pel concorso al posto di Alunno del secondo anno di studi preparatori, le due prove si aggireranno sulle materie che la relativa Facoltà dell'Università di Pisa avrà indicate come più con- (1) Quentì certificati, avverte la Dirt^r-ìoiio della Scuola, «(UnTamio es^Here legalizzati dal!» superiori Antoritù >♦.
APPENDICE 373 venienti per gli studi universitari del primo anno della Facoltà stes- sa,' e pel concorso al posto di Alunno del primo anno normalistico le due prove si aggireranno sulle materie obbligatorie del primo bien- nio di studi nella Facoltà relativa..
A questo scopo il Direttore della Scuola invierà ogni anno le re- lative istruzioni al Rettori delle Università del Regno indicate sopra.
Per queste prove potrà essere richiesto al candidato di fare eser-: cizi pratici e risolvere problemi.
Art. ^. Gli esami di concorso per le due sezioni si fanno presso la R. Scuola Normale di Pisa e presso le Università indicate sopra.
Le prove orali sono fatte dinanzi a Commissari speciali che pressa la Scuola sono nominati dai Consigli direttivi di sezione e presiedute dal Direttore, e presso le Università sono composte dei professori delle materie sulle quali cade Tesame.
Questi esami durano un'ora, e di essi vien fatto un processo ver- bale, che sarà firmato dai membri della Commissione esaminatrice e spedito alla Direzione della Scuola Normale.
Art. 21. I temi per gli esami in iscritto sono trasmessi in tempo debito dal Direttore della Scuola ai Rettori delle Università presso le quali si danno, e vengono aperti dal presidente della Commissione al principio dell'esame alla presenza dei concorrenti.
Art. 22. I concorrenti avranno 8 ore di tempo per trattare il loro tema, e durante questo tempo non potranno comunicare fra loro, né con persone estranee, e saranno sorvegliati a turnp da uno o più mem-r bri della Commissione esaminatrice.