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Bhagavadgītā

Testo sacro indù di datazione incerta (probabilmente composto nella sua forma attuale tra il V e il II secolo a.C.), integrato come episodio di settecento versi all'interno del sesto libro del grande poema epico Mahabharata, di cui costituisce, nonostante la sua relativa brevità, il nucleo filosofico e spirituale più influente, letto in modo indipendente più di ogni altra parte in tutto il subcontinente indiano e, dal XIX secolo, nel mondo intero. L'opera assume la forma di un dialogo drammatico nel bel mezzo del campo di battaglia di Kurukshetra tra il principe guerriero Arjuna, paralizzato dall'angoscia morale di fronte alla prospettiva di uccidere parenti, maestri e amici nella guerra civile imminente, e il suo auriga Krishna, che si rivela essere un'incarnazione (avatar) del dio Vishnu e che gli offre, lungo i diciotto capitoli del testo, un insegnamento completo sul dovere (dharma), l'azione disinteressata e la natura ultima della realtà. Il concetto centrale della Gita è il karma yoga, la via dell'azione compiuta senza attaccamento ai suoi frutti —«hai diritto all'azione, mai ai suoi frutti»—, che Krishna presenta come via di liberazione spirituale compatibile con l'adempimento dei doveri sociali e familiari, in contrasto con la rinuncia totale al mondo praticata dagli asceti. Il testo integra e armonizza tre distinti sentieri spirituali — il già citato karma yoga (azione), lo jnana yoga (conoscenza e discernimento metafisico) e il bhakti yoga (devozione amorosa verso Dio) — in una sintesi che ha permesso alla Gita di essere interpretata in modi assai diversi nel corso della storia, da commenti strettamente metafisici a letture politiche (Gandhi vi trovò ispirazione per la sua dottrina della non violenza, nonostante l'esplicita ambientazione bellica del testo) e psicologiche moderne. Tradotta per la prima volta in una lingua europea nel 1785 (in inglese, da Charles Wilkins), la Bhagavad Gita esercitò un'influenza decisiva su pensatori occidentali come Schopenhauer, Emerson e Thoreau, e resta, insieme alle Upanishad, uno dei testi fondativi più citati dell'intera filosofia indù.

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