Mahābhārata
Epopea sanscrita dell'India antica, tradizionalmente attribuita al saggio Vyasa —che, secondo il racconto stesso, ne è anche un personaggio, antenato degli eroi protagonisti—, e composta da circa centomila versi («shloka»), il più lungo poema narrativo di tutta la letteratura mondiale, circa sette volte la lunghezza combinata dell'Iliade e dell'Odissea. Composta nel corso di diversi secoli, probabilmente tra il 400 a.C. e il 400 d.C., da molteplici mani anonime che vi aggiunsero progressivamente strati narrativi, filosofici e dottrinali, la sua trama centrale narra il conflitto dinastico tra due rami della stessa famiglia reale, i Pandava e i Kaurava, originato da una disputa di successione e da un'umiliante partita a dadi, che culmina nella grande battaglia di Kurukshetra, in cui si sterminano a vicenda quasi tutti i lignaggi guerrieri dell'India. Attorno a questo nucleo epico si intrecciano centinaia di racconti secondari, leggi, trattati di filosofia e politica —tra cui un Arthashastra in miniatura all'interno del Libro della pace—, genealogie e inni, formando una vera e propria enciclopedia della civiltà indiana antica che la tradizione stessa descrive come contenente «tutto ciò che esiste» —e ciò che non vi si trova «non esiste da nessuna parte». Il suo episodio più celebre e spiritualmente influente è la Bhagavad Gita, il dialogo tra il principe Arjuna, paralizzato dal dubbio morale di fronte alla prospettiva di uccidere i propri parenti, e il dio Krishna prima della battaglia, sul dovere (dharma), l'azione disinteressata e le diverse vie di liberazione spirituale, spesso letto come testo autonomo pur facendo organicamente parte dell'opera completa. Considerato dall'induismo come itihasa —«così è accaduto», categoria a metà strada tra storia sacra e mito—, il Mahabharata rimane oggi la fonte narrativa e morale più influente della cultura indiana, ripreso innumerevoli volte nel teatro, nella danza, nel cinema e in televisione, e venerato da molti induisti come un quinto Veda.