Ingegno si distingueva in certo modo da intelletto. All'uso fìrequente del primo si giunse, se non erriamo, spe- cialmente per l'efficacia della Rettorica, concepita dall'an- tichità, tra l'altro, come forma di conoscenza facile e pia- cevole, in contrapposizione a quella severa della Dialettica; < antistrofe della Dialettica », che, invece di ragioni vere, si serviva di probabili e verislmili, di entimemi invece di sillogismi, di esempi invece d'induzioni; tanto che lo stoico Zenone aveva figurato la Dialettica col pugno chiuso e la Rettorica con la mano aperta. Il vaniloquio della de- cadenza letteraria secentesca in Italia trovava in siffatta teoria rettorica completa giustificazione: quelle prose e quei versi, marineschi e achillineschi, professavano, per l'ap- punto, di esibire, non il vero, ma l'appariscente, l'arguto.
Naore pa- role e nuove OMervaslo- ni nel seco- lo xvn.
L* ingegno.
214 STORIA il curioso, r ingegnoso. E fti allora ripetuto, più che non si solesse nel secolo precedente, il vocabolo « ingegno >. < Ingegno > fa detta la facoltà che presiede alla Rettorica; si lodarono le e vivezze d' ingegno >; si portarono in trionfo i € belli ingegni > (che non furono più quelli solidi); le via dicendo. Su queste parole italiane, i fìrancesi modellarono le loro: esprit e beaux esprits ^ Uno Ira i più notevoli investi- gatori delle qualità dell' ingegno (benché avversario degli eccessi della letteratura del tempo), il bolognese Matteo Pel- legrini, lo definiva (1650): < quella parte deiranimo, che in un certo modo pratica, mira e cerca di trovare e fabbricare il bello e l'efficace >*. Prodotti dell' ingegno sono i « con- cetti > o € acutezze >, intomo alle quali lo stesso Pellegrini aveva già scritto, pel primo, uno speciale trattato (1639) '. Dell'ingegno e dell'acutezza si occupò anche Emmanuele Tesauro, nel Cannocchiale aristotelico (1654), svolgendo lar- gamente, non solo le acutezze « verbali > e < lapidarie », ma anche quelle e simboliche » o e figurative >, come sta- tue, istorie, imprese, pasquinate, geroglifici, tessere, em- blemi, insegne, scettri, e perfino i < sensibili animati >, come pantomime, rappresentazioni sceniche, mascherate e balli; prodotti tutti, che si collegano alla < cavillazione urbana », o rettorica, distinta da quella e dialettica >. Tra questi trattati, segni dei tempi, divenne celebre in tutta Europa quello dello spagnuolo Baltasar Gracian (1642) ^. L'ingegno era la facoltà propriamente inventiva, artistica, € geniale >: genio, genie, genius, sono usati come sinonimi d'ingegno e d'esprit. « Ingegno (scriveva poi, nel secolo s / fonti dell'ingégno ridotti ad arU, Bologna, 1660.
3 Delle acutezze che altrimenti epiriti, vivezze e concetti volgarmente n appellano, Genova-Bologna, 1639.
4 Agudeza y arte de ingenio, Madrid, 1642; ampliata, Haesca, 1649.
III. FERMENTI DI PENSIERO NEL SECOLO XVII 215 seguente, Mario Pagano^) forse vale quanto il genio dei francesi, voce ora comunemente in Italia adottata ». E, per restare nel Seicento: « convien confessare (è detto nei dialoghi sulla Manière de bien penser dana les ouvrages d'esprit, del gesuita Bouhours, 1687), che cuore e ingegno sono molto alla moda oggidi, non favellandosi d'altro nelle galanti conversazioni, e fEicendosi cadere in tutti i discorsi l'ingegno ed il cuore » (l'esprit e le c€sur)^.
Né meno divulgata, e alla moda, era la parola gusto, n goi^o. o buon gusto: la facoltà giudicatrice, versante sul bello, distinta in certo modo dal giudizio intellettuale, e bipar- tita talora in attiva e passiva, talché si parlava di un € gusto produttivo » o « fecondo », che non poteva non essere tutt'uno con V e ingegno », e di un altro, « sterile ».
Negli abbozzi che si hanno della storia del gusto, i vari vari siirni- significati della parola, non tutti egualmente importanti ^j^ V^ come sintomi di movimenti d'idee, vengono un po' confusi, «to ». « Gusto », nel significato di e piacere » o < diletto », era antichissimo in Italia e in Ispagna, come appare dalle frasi « averci gusto, dar gusto, andare a gusto », e simili; e, allorché Lope de Vega e altri spagnuoli ridicono su tutti i toni che il dramma spagnuolo mira a soddisfare il gusto del popolo (< deleita et gusto », < para darle gusto »), non intendono altro se non il piacere del popolo. Fin qui nulla d'importante. Antico in Italia è anche l'uso metaforico di < gusto » o e buon gusto » nel senso di < giudizio », letterario, scientifico o artistico che sia; e gran copia di esempì, tratti da scrittori cinquecentisti, l'Ariosto, il Varchi, Michelangelo, il Tasso, ce ne offrono i vocabolari: bastino, per tutti, quei versi del Furioso, nei quali di Augusto impe- 1 Saggio del gusto e delle belle arti, 1788, e. 1, nota, i Trad. ita!, in ORsr, ConMerazioni, ecc. (Modena, 1785), voi. I, 216 STORIA ratore si dice: « L'aver avuto in poesia buon gusto La proscrizione iniqua gli perdona >; o il ricordo che fa il Dolce di una persona, e che aveva tanto delicato gusto, che mai non cantava altri versi fuorché di Catullo e di Calvo » ^ Anche qui nulla che possa interessarci. L'inten- dere per gusto una speciale facoltà o atteggiamento del- l'animo non ebbe luogo, a quanto sembra, se non in Ispa- gna, a mezzo il secolo XVII, per opera del già citato mo- ralista e politico Gracian*. A lui evidentemente allude, come ad autore, l'italiano Trevisano, nella prefazione a un libro del Muratori (1708), allorché parla degli « spa- gnuoli, pili di ogni altro nelle metafore perspicaci », che espressero il fatto « con questo laconismo facondo: buon gusto », citando più oltre, a proposito di gusto e genio, < queir ingegnoso spagnuolo », ch'era il Oracian ^. Il quale, per altro, intese per e gusto » l'accorgimento pratico, che coglie il' punto giusto delle cose; e, quando diceva < uomo di buon gusto », voleva indicare ciò che oggi si dice e uomo di tatto » nella condotta della vita ^ Il riferimento della parola al fatto più propriamente estetico accadde, a quel che sembra, in Francia, nell'uN timo quarto del secolo XVII. ^ Il y a dajis l'art (scriveva il La Bruyère, nel 1688) im point de perfeetion, comme de bonté ou de maturité dans la nature: celui qui le seni et qui l'aime a le goùt par f alt; celui qui ne le seni pas, et qui alme au dega ou au delà, a le goùt défectueux. Il y a donc un bon et un mauvais goùt, et Von dispute des goùts avec 1 Orlando fuHoao, XXXV, 26; L. Dolce, Dialogo della piUura (Ve- nezia, 1557), in prino.
3 RiflmaioHi topra il bium guUo (Venesia, 1766), introd., pp. 7284.
4 Geacian, Obra» (Anversa, 1669); El héroe, Eldùcrelo, oon introd. di A. Farinelli, Madrid, 1900. Cfr. Bobikski, Poet, d. BenaÌMt., 1. e.
III. FERMENTI DI PENSIERO NEL SECOLO XVII 217 fondement » ^ Quasi attributi, o varianti del gusto, si ag- giungevano la delicatezza, e la varietà o variabi- lità. Dalla Francia la parola, cosi trasformata di significato, ma non senza lo strascico delle idee pratiche e morali che aveva espresse prima, si diffuse negli altri paesi: la tras- portò in (Jermania il Thomasius, nel 1687*; e in Inghil- terra divenne il good teiste. In Italia, già nel 1696, il ge- suita Camillo Ettorri la metteva nel titolo di un suo grosso volume: Il bìion gtisto ne* componimenti rettorici^^ osser- vando, nella prefazione, che e il vocabolo buon gusto, proprio di chi ne' cibi sanamente discerne il buon sapore dal reo, corre in questi tempi per le bocche d'alcuni, ed in materia di lettere umane Tattribuiscono a sé medesimi >; riapparve nel 1708, come si è detto, in fronte all'opera del Muratori ^; il Trevisano vi dissertava intorno filosofi- camente; ne discorreva il Salvini, nelle note alla Perfetta poesia dello stesso Muratori, nella quale il buon gusto oc- cupa non poche pagine*^; e perfino qualche accademia da essa tolse il nome, come c^kjlqW Accademia del Buon gusto fondata in Palermo, nel 1718 *. E gli eruditi, che presero a discuterne, ricordando alcuni passi di scrittori classici, misero il nuovo concetto in relazione col tacito qtiodam sensu sine ulta ratiane et arte di Cicerone; e col ivdicium, il quale nec magis arte traditur quam gustus aut odor, di 1 Les earaelèreSf ou le$ maturi du siècUf cap. 1, De$ ouvragea de ^esprit. * Nel programma: Von der N<tehahmung dar Framaosen^ Lipsia, IBS?, 3 « Opera...nella quale con alcune certe considerationi si mostra in che consista il vero buon gutto ne^ suddetti componimenti ecc. ecc. », Bologna, 1696.
4 Delle rifieanoni sopra U buon guato nelle scienze e nell^arlit 170B (Ves Muratori, Della perfetta poesia italiana^ Modena, 1706, I. II, e. 5. « Mazzuchelli, ScrUtori d'Italia, t. II, parte IV, p. 2889.
218 STORIA Quintiliano ^ Alla Delicatezza consacrava nn libro il Mont- faucon de Villars (1671)*; TEttorri si sforzava di darne una definizione che soddisfacesse meglio di quelle che correvano ai suoi giorai, quali « il più fino ritrovamento deir ingegno, il fior d'ingegno e l'estratto della stessa beltà », e simili 3; e molto insisteva intorno a essa l'Orsi, nelle Considerazioni, che scrisse in risposta al libro del Bouhours. L'immaginar Anche in Italia troviamo in rialzo, nel secolo XVII, ^va o an l' immaginativa o fantasia. Che cosa andate parlando di verisimile e di vero storico (diceva il cardinale Sforza- Pallavicino nel 1644), di falso e di vero, a proposito della poesia; la quale non ha che vedere col falso, col vero, o col verisimile storico, ma con le prime apprensioni, che non danno né vero né falso? La fantasia si sostituisce cosi al verisimile né vero né falso di alcuni tra gli interpetri di Aristotele; e lo Sforza-Pallavicino è qui press'a poco d'ac- cordo col Piccolomini (che non cita), perché, come questi, si contrappone al Castelvetro (che esplicitamente cita e com- batte). Chi assiste a uno spettacolo teatrale (rincalza il Palla- vicino) sa bene cTie le cose che accadono sulla scena non sono vere; egli non le crede, eppure se ne diletta. Che, « se l'in- tento della poesia fosse l'esser creduta per vera, harebbe per fine intrinseco la menzogna, condannata indispensabilmente dalla legge di natura e di Dio; non essendo altro la men- zogna che dire il falso, affine che sia stimato per vero. Come, dunque, un'arte si magagnata sarebbe permessa dalle Re- pubbliche migliori? come lodata, come usata eziandio da scrittori santi? ». Ut pictura po^is: la pittura, eh' è « una 1 CicBRONE, De oratore, III, e. 50; Quintiliano, InH. orcUor,^ VI, e. 5. ^ De la Délicateeae^ Parigi, 1671.
III. FERMENTI DI PENSIERO NEL SECOLO XVII 219 diligentissima imitazione », la cui lode sta tutta in rassomi- gliare i lineamenti, i colori, gli atti, e fln le passioni interne deir oggetto dipinto, e che « non pretende che il finto sia stimato per vero ». Il solo scopo delle favole poetiche è € Tadomar T intelletto nostro d'immagini, o vogliam dir d'apparenze sontuose, nuove, mirabili, splendide. E ciò è gi*adito per si gran bene al genere umano, ch'egli ha vo- luto rimunerare i poeti con gloria superiore a tutte l'altre professioni, difendendo i libri loro dalle ingiurie dei secoli con maggior cura che i trattati d'ogni scienza e che i la- vori di ogni arte, e coronando i loro nomi con opinione di divinità. Vedete in qual pregio abbia il mondo l'essere ar- ricchito di prime apprensioni belle, ancorché non ap- portatrici di scienza né manifestatrici di verità » ^ Queste idee, benché manifestate da un cardinale, sem- bravano troppo ardite, sessant'anni dopo, al Muratori, il quale non si sapeva risolvere a lasciare e briglia sciolta » ai poeti, alleggerendoli degli obblighi verso il verisimile. Ciò non ostante, egli, nella sua Poetica, fa larghissima parte alla fantasia, « apprensiva inferiore »; la quale, senza cer- care se le cose son vere o false, si limita ad apprenderle, ed è contenta di « rappresentare » il vero, lasciando il compito di € saperlo » all' « apprensiva superiore », all'in- telletto *. E la fantasia tocca perfino il cuore del severo Gravina, il quale le dà gran parte nella poesia; e, ravvi- vando, nel parlare di essa, la consueta compassatezza del suo stne, la chiama e una maga, ma salutare », « un de- lirio che sgombra le pazzie » ^. Prima di entrambi, l'Et- 1 Del Bene (Napoli, 1631), I. I, parte I, ce. 49-68; cfr. dello stesso autore: Arte della perfesnon cristiana (Roma, 1665), 1. I, e. 8.
3 Ragion poetica, in Prose italiane, ed. De Stefano, Napoli, 220 STORIA torri l'aveva raccomandata al buon rettorico, il quale, ♦ a fine di svegliare i simolacri », deve rendersi « famigliare quant'è soggetto ai sentimenti del corpo », e e incontrare il genio deir immaginativa, eh' è potenza sensitiva », e usare, perciò, < le specie più ohe i generi (perocché questi coires- sere più universali di quelle sono meno sensibili), gì* indi- vidui più che le specie, gli effetti più che le cagioni, il numero del più anzi che quel del meno » *.
In Ispagna THuarte aveva già (1578) sostenuto che l'elo- quenza è opera non già dell'intelletto o del discorso, ma del- l'immaginativa *. In Inghilterra, Bacone (1605) riferiva la scienza all'intelletto, la storia alla memoria, e la poesia all'immaginazione o fantasia^; l'Hobbes indagava i feno- meni di quest'ultima *; l'Addison (1712) consacrava parecchi numeri del suo Spectator sló. analizzare i « piaceri dell'im- maginazione » ^. In Germania l' importanza della fantasia si faceva sentire un po' più tardi, trovando propugnatori nel Bodmer, nel Breitinger e negli altri scrittori della scuola svizzera, ch'erano sotto l'influsso degli italiani (Muratori, Gravina, Calepio) e degli inglesi, e che, a loro volta, influi- rono sul Klopstock e sulla nuova scuola critica tedesca^, n sentimeiito. In quel medesimo periodo cominciò ad accentuarsi anche l'opposizione tra quelli che son usi < à juger par le senti- ment », e quelli che sogliono « raisonner par principes » ^.
* Etame degl'ingegni degV huomini per apprender le scienze {treLd. ita!, di 0. Camini, Venezia, 1586), ce. 9-12.
3 De dignitate et augmenti» ecientiarunit l. II, e. 18.
^ De homine (in Opera phil,, ed. Molesworth, voi. Ili), e. 2.
fi SpecUUor, num. 411-421 {Works, Londra» 1721, III, pp. 486^19).
« Die Discotiree der Màhlem^ 1721-8; Vondmi Einfium und Gdìratiche der Einhildungekraft, ecc., 1727, e altri scritti del Bodmer e del Brei- tinger.
7 Pascal, Penséea sur l'éloquence et le style, § 15.
III. FERMENTI DI PENSIERO NEL SECOLO XVII 221 11 rappresentante più spiccato del sentimento è il francese Du Bos, autore delle Réflexions critiques sur la poesìe et la peinture (1719). Per lui, l'arte è come un abbandonarsi al sentimento: « se Uvrer aux impressions que les objets étran- gers font sur nous », senza la fatica della riflessione. Ride, perciò, di quei filosofi che combattono T immaginazione; e, a proposito dell'eloquente discorso che il Malebranche scrisse su tale assunto, osserva che: « e' est à notre imagi' nation qu'U parie cantre Vaìms de V imagination ». Nega parimente ogni nòcciolo intellettuale nelle produzioni del- l'arte, affermando che questa consiste, non già nell* istru- zione, ma nello stile. Né rispetta troppo il verisimile, di- chiarandoci incapace a stabilire i confini tra questo e il maraviglioso, e lasciando a coloro, che sono nati poeti, l'attuare tale miracolosa alleanza di opposti. Pel Du Bos, insomma, non esiste altro criterio dell'arte fuori del sen- timento, da lui chiamato sixième seìis. Contro di questo non valgono le riflessioni e le discussioni; giacché i giu- dizi del pubblico la vincono su quelli dei letterati e ar- ' tisti di professione; e tutte le sottili osservazioni dei mag- giori metafisici, anche se giuste, non faranno diminuire di un grado la riputazione di cui godono le opere di poesia, perché non le spoglieranno certo delle attrattive che posseggono. Invano, perciò, si tenta di screditare l'Ariosto e il Tasso presso gl'italiani, come invano si tentò di ren- dere il medesimo servigio al Cid presso i francesi; i ragio- namenti altrui non ci persuaderanno mai a credere il con- trario di ciò che sentiamo ^ Queste idee furono seguite da 'altri scrittori francesi: p. e., il Cartaut de la Villate os- servava che € le grand talent d'un écrivain qui veut plaire, est de tourner ses réflexions en sentiments »; e il Trublet STORIA Tendenza a nnlficare qaesto paro- le.
Imbarassl e oontradljsio- tti nel defi- nirle.
che: < c'est un principe sttr, que la poesie doit étre une expression du sentiment > ^ Né tardarono anche gli scrit- tori inglesi a far posto aìVemotion nell'arte.
Immaginazione, inoltre, veniva spesso, negli scritti del tempo, riferita a ingegno; ingegno a gusto; gusto a sentimento; sentimento alle prime apprensioni o alla immaginazione^; il gusto, come abbiamo notato, sembrava ora giudicativo, ora produttivo, e cosi via; prova, questa, che si presentiva e in trav vedeva, con simili fasioni, identificazioni e subordinazioni, come quelle parole, in apparenza tanto varie, si riferissero tutte a un fatto me- desimo.
Un critico tedesco, tra i pochissimi che abbiaho tentato d'investigare l'oscura regione in cui si venne preparando l'Estetica moderna, attribuendo al Gracian il concetto di gusto, definisce questo: e il più importante teorema este- tico, che restava da scoprire ai moderni > ^. Ma, mettendo anche da parte che il gusto sarebbe stato, se mai, non l'ultimo teorema e neanche un teorema, si bene il princi- pio stesso della scienza, base di tutto il resto; e mettendo da parte che il Gracian parla di un gusto riferentesi, come si è detto, più che ad altro, alla vita pratica; è bene insi- stere qui sul fatto, che gusto, ingegno, immaginazione, sentimento e simili, sono, non già nuovi concetti scienti- ficamente posseduti, ma nuove parole rispondenti a vaghe impressioni; problemi, tutt'al più, non concetti; presen- timenti di territori da conquistare, non conquista e presa di possesso effettive. Basta considerare che proprio coloro ^ Cartaut de la y illate, Eueti8 hittoriquea et phUowphigma tur le godi, Aia, 1787; Tbublet, Eswis sur divers wujets de liUérature et demo- rcUCf Amsterd., 1755.
^ Gfr. Du Bos, op. cit., sez. 88.
InteUetto.
III. FERMENTI DI PENSIERO NEL SEGOLO XVII 223 che usarono quelle parole, e che, perciò, ci sembrano tanto moderni, non appena tentavano di determinare il loro pensiero, ricascavano nelle vecchie idee, le sole che intel- lettivamente possedessero. Le nuove parole erano per essi ombre vane; onde, quando andavano ad abbracciarle, tor- navano con le braccia vuote al petto.
Ingegno, sta bene, è distinto in certo modo da Intel- ingegno e letto. Ma e il Pellegrini e il Tesauro e gli altri trattatisti finiscono poi sempre col trovare, come fondo dell' ingegno, una verità intellettuale. Il Trevisano lo definiva < una virtù interna deiranimo, che inventa mezzi per verificare ed ese- guire i concetti ch'egli va componendo; e si fa palese ora nel disporre le cose che inventiamo, or nell'esporle con chiarezza, or nell'unire col mezzo di scaltre ed industri maniere oggetti che paiono disparati, ed ora nel rintrac- ciare le loro analogie men palesi >. Ma, alla fin dei conti, « gli atti dell' ingegno » non bisogna « lasciarli procedere scompagnati da quelli dell' intelletto »; e, non solo di que- sto, ma della ragion pratica morale K Più ingenuamente, il Muratori considerava l'ingegno come « quella virtù e forza attiva con cui l'intelletto raccoglie, unisce e ritruova le simiglianze, le relazioni e le ragioni delle cose » *. Co- sicché l'ingegno, dopo essere stato distinto dall'intelletto, diventava parto o manifestazione dell'intelletto stesso. — L* ingegno (diceva, invece, Alessandro Pope) è da infrenare come un corsiero vivace; ingegno e giudizio si bisticciano spesso, benché abbiano bisogno d'aiutarsi l'uno con l'altro, per l'appunto come marito e moglie: < For wit and judgement often are at stri fé, Though meant each oiher's aid like man and wife » ^.
1 TasvisANOt op. cit., pp. 82, 84. < Perfetta poesia^ I. II, o. 1 (ed. cit., I, p. 3 A. Pope, An eeeay on criiicitm, 1709 (in Poetical worksf Londra, 224 STORIA Oastoegiu- La stessa cosa accadde del gusto. Una delle principali tìito^totoi- ^agiQ^i ^^jin fortuna di quella metafora era stata (come notò poi il Kant) Topposìzione ai principi intellettualistici: si voleva, cioè, significare con essa che, come, nonostante tutti i ragionamenti intorno al piacere di un cibo, chi decide è sempre e solo il palato, cosi, nelle cose d*arte, arbitro inappellabile è il gusto artistico ^. Eppure, nel definire una parola, nata proprio per escludere l'intellettualità e il ra- ziocinio, si risali per l'appunto all'intelletto e alla ragione. Il paragone implicito col palato fti inteso come l'anticipa- zione della riflessione: (< deméme que lasenaation du palais anticipe la réflexion », doveva scrivere, nel secolo seguente, il Voltaire*). E intelletto e ragione fanno capo- lino in quasi tutte le definizioni, che si tentarono del gu- sto. « Une harmonie, un accord de l'esprit et de la raison, lo diceva la signora Dacier (1684) *. Similmente negli En- tretiens galante il gusto è definito: < une raison eclairée qui, d'intelligence avec le coeur, fait toujours un juste choix parmi des choses opposées ou semblables > *. Secondo un al- tro autore, citato dal Bouhours, il gusto è: « un senti- mento naturale, infisso nell'animo, indipendente da qua- lunque scienza che possa mai acquistarsi >, e che è come un < istinto della retta ragione » ^. E lo stesso Bouhours, pur criticando questo spiegare una metafora con un'altra, notava che il gusto ha maggiori relazioni col « giudizio » che non con 1' « ingegno »•. All'italiano Ettorri sembrava 1 Kritik der Urlheiltkrafl (ed. Kirchmann), § 83. < E99ai 9ur le gaùt (in append. ad A. Gebard, E$9aÌ9ur le goùt, Pa- 3 Cit. in Sdlzer, Allg. Tk. d. a. iT., II, p. 877.
4 Ivi.
^ Manière de bien penser (trad. ita!, cit.), dial. 4. « Ivi.
III. FERMENTI DI PENSIERO NBL SEC50LO XVH 225 che potesse chiamarsi, più universalmente, e il giudizio regolato dall'arte >^; e il Baruffaldi (1710) lo identificava col < discernimento >, ridotto dalla teorica alla pratica*. Il De Crousaz (1715) osservava che « le bon goUt nous fait d'abord estimer par sentiment ce que la raison aurait ap- prouvé, après qu'elle se serait donne le temps de Vexaminer assez pour en juger par des justes idées » '. E, poco prima di lui, il Trevisano lo considerava come « un sentimento che sempre gode di conformarsi a quanto la ragione ac- consente >, ed è valido aiuto all'uomo, insieme con la grazia divina, a fargli riconoscere il vero e il bene, che, a cagione del peccato originale, non vede più con pienezza e sicurezza. In Germania, pel K5nig (1727), il gusto era < un'abilità dell' intelletto, prodotta da sano spirito e da acuto giudizio, che fa sentire esattamente il vero, il bene e il bello »; e, nel 1736, pel Bodraer (il quale aveva avuta sull'argomento lunga discussione epistolare con l'amico ita- liano, conte Calepio): « una riflessione esercitata, pronta e penetrante nei minimi particolari, con la quale l'intel- letto distingue il vero dal falso, il perfetto dal difettoso ». Il Calepio e il Bodmer erano contrari al semplice sen- timento, e facevano differenza tra « gusto » e < buon gusto > *. Andando per la medesima via intellettualistica, il Muratori parla di un « buon gusto > pei'fino dell' « eru- dizione »; e altri dissertarono sul « bucJn gusto nella filo- sofia >.
* Ottervazioni critiche (nel voi. II delle Considerazioni dell*0B8i), o. 8, 3 TraiU du Beau (ed. di Amsterdam, 1724), I, p. 170.
< J. Ulr. KOmig, Unterntchung von dem guten Oeechmack in der Dicht- und Eedekun$tf Lipsia, 1727; e [Galepio-Bodmer], Briefujecktel von der Naiur des poetischen Geechmackes^ Zurigo, 1796: cfr. per entrambi Sulzer, 226 STORIA n non 80 ohe. Meglio facevano forse coloro che, restando nel vago,