SigPhi · Benedetto Croce

Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale

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più certo della verità degli storici, la quale somministrano 1 Lettera al De Angelis, cit.

2 Scienza nuova tee,, 1. Ili, passim.

3 Scienza nuova pr., 1. Ili, e. 4.

254 STORIA sovente loro il capriccio, la necessità, la fortuna; ma il capitano, che finge; per cagion d'esempio, Torquato Tasso nel suo Goffredo, è qual dee essere il capitano di tutti i tempi, di tutte le nazioni; e tali sono tutti i personaggi poetici per tutte le differenze, che ne possono mai dare sesso, età, temperamento, costume, nazione, repubblica, grado, condizione, fortuna: altro non sono che proprietà eteme degli animi umani, ragionate da' politici, iconomici e morali filosofi, e da' poeti portate in ritratti » K Ripi- gliando e approvando in parte l'osservazione del Castel- vetro, che, se la poesia è immagine del possibile, dev'essere preceduta dalla storia, imitazione del reale, e proponendosi la difficoltà che pure i poeti precedettero gli storici, il Vico risolve la questione con l'identificare storia e poesia: la poesia fU la storia primitiva, le favole narrazioni vere, Omero il primo storico, o, meglio, « un carattere eroico d'uomini greci, in quanto essi narrarono, cantando, le loro storie » *. Poesia e storia, in origine, sono, dunque, iden- tiche, o, meglio, indistinte. « Ma, perché non si può dare delle idee false, perocché il falso consiste nella sconcia combinazione delle idee, cosi non si può dare tradizione, quantunque favolosa, che non abbia da prima avuto alcun motivo di vero » ^. Di qui un'idea affatto nuova della mitologia; non più invenzione arbitraria e calcolata, ma spontanea visione della verità, quale si presentava allo spirito degli uomini primitivi. La poesia dà l'immagine fantastica; la scienza o filosofia, il vero intelligibile; la storia, la coscienza del certo.

1 Lettera al Solla del 12 gennaio 1729: c&. ScUiiza nuotM mc., Elem., XLiii.

s Scienza nuova see,^ 1. III.

V. GIAMBATTISTA VICO 255 Linguaggio e poesia sono, pel Vico, sostanzialmente Poesia e uq. identici. Egli, confatando « quel comune errore de' gram- 8^*fi**°- matici », secondo i quali la favella della prosa nacque pri- ' ina, e quella del verso dopo, trova « dentro le origini della Poesia, quali qui si sono scoperte », le « origini delle lingue e Torigine delle lettere » ^ Per fare questa scoperta, ci volle < una Fatica tanto spiacente, molesta e greve, quanto ella era di spogliare la nostra natura, per entrare in quella de' primi uomini di Hobbes, di Grozio, di Pufendorfio, muti affatto d'ogni favella, da' quali pro- vennero le lingue delle gentili nazioni »*. Ma il risul- tato fu pari alla fatica durata; onde egli potè scorgere l'errore che le lingue fossero nate per convenzione, o, co- me diceva, che « significassero a placito », quando, in- vece, « per queste loro origini naturali debbono aver si- gnificato naturalmente; lo che è facile osservare nella lingua volgar latina,...che quasi tutte le voci ha formate per»trasporti di nature, o per propietà naturali, o per ef- fetti sensibili; e, generalmente, la metafora fu il maggior corpo delle lingue appo tutte le nazioni » ^. Con ciò viene anche confutato l'altro comune errore dei grammatici, € che il parlar de' prosatori è proprio, improprio quel de' poeti » ^. I tropi poetici, che si allogano sotto la specie delle metonimie, apparvero al Vico e nati dalla natura delle prime nazioni, non da capriccio di particolari uomini va- lenti in poesia »^; la favella e per somiglianze, immagini.

1 Sdemsa nuova tee., 1. II, « Corollari d'intorno all'origin6 della lo- cuzion poetica, ecc. >.

< Scienza nuova pr,, 1. Ili, e. 22.

s Sdenta nuova tee., 1. Il, « Corollari d'intorno all'origini delle lin- gue, ecc. >.

256 STORIA comparazioni », nata da « inopia di generi e di spezie ch'abbisognano per diffinire le cose con propietà », e, e in ^conseguenza, per necessità di natura, comune ad intieri popoli » *. Le prime lingue dovettero consistere « in atti muti o con corpi, ch'avessero naturali rapporti alle idee che si volevano significare » *. Acutamente egli riaccostò a questi linguaggi figurati, oltre ì geroglifici, anche gli emblemi, le imprese cavalleresche, le armi e blasoni, che disse i « geroglifici del Medioevo » *. Nella barbarie me- dievale € dovette tra gl'italiani ritornare la lingua muta...delle prime nazioni gentili, con cui i loro autori, innanzi di trovarsi le lingue articolate, dovettero spiegarsi a guisa di mutoli, per atti o corpi aventino naturali rapporti al- l'idee, che allora doveano essere sensibilissime, delle cose che volevan essi significare; le quali espressioni, vestite appresso di parole vocali, debbono aver fatta tutta l'evi- denza della favella poetica » ^. Onde tre specie o fasi delle lingue: lingue divine mutole, lingue eroiche per im- prese, lingue per parlari. Vagheggiò anche un etimo- logico universale, « dizionario di voci mentali comune a tutte le nazioni ». La logica Chi avcva siffatte idee intorno alla fantasia, alle lingue Induttiva e ^ ^j|^ pocsia, uon potcva essere soddisfatto della Logica for- stica. malistica o verbalistica, aristotelica o scolastica. La mente umana (dice il Vico) « allora usa l'intelletto, quando, da cosa che sente, raccoglie cosa, che non cade sotto de' sensi;. lo che propiamente a' latini vuol dire intélligere » *. In un rapido schizzo della storia della Logica, scrive: « Ven- 1 Scienza nuova iee,y 1. Ili, « Pruove filosofiche 4 Lettera al De Angelis, cit.

^ Scienza nuova «ec., 1. II, introd.

V. GIAMBATTISTA VICO 257 nero Aristotele, che 'nsegnò il sillogismo, il qual è un me- todo che più tosto spiega gli universali ne* loro particolari, che unisce particolari per raccogliere universali; e Zenone col sorite, il quale risponde al metodo dei moderni filoso- fanti, ch'assottiglia, non aguzza, gl'ingegni; e non frutta- rono alcuna cosa più di rimarco a prò del genere umano. Ónde a gran ragione il Verulamio, gran filosofo egualmente e politico, propone, commenda ed illustra l'induzione nel suo Organo; ed è seguito tuttavia dagli inghilesi, con gran frutto della sperimentale filosofia » ^ Di qui anche la cri- tica ch'egli fa delle matematiche, considerate sempre, ma a quei tempi specialmente, come tipo della scienza perfetta.

Se non che, il Vico non è soltanto rivoluzionario nel vioo oon- fatto, ma ha coscienza piena di esser tale: sa di essere in ^J^^ i® ' ^ teorie poeopposlzione con tutto ciò che si era pensato sino a lui sul- tiohe ante- l'argomento. I suoi nuovi principi della poesia sono « tutti "^*°^*' opposti (egli dice), non che diversi, da quelli che da Pla- tone e dal suo scolaro Aristotele infino ai nostri di, da' Pa- trizi, dagli Scaligeri e da' Castelvetri, sono stati immagi- nati; e si ritrova la poesia essere stata la lingua prima comune di tutte le nazioni, anche dell'ebrea » ^. Con essi (insiste altrove) e si rovescia tutto ciò che dell'origine della poesia si è detto prima da Platone, poi da Aristotele, infine a' nostri Patrizi, Scaligeri e Castelvetri, ritrovatosi che per difetto d'umano raziocinio nacque la poesia tanto sublime, che per filosofie, le quali vennero appresso, per Arti e Poetiche e Critiche, anzi per queste istesse non provenne altra pari, non che maggiore...» ^. Nell'Auto- biografia, egli si vanta di avere trovato < altri principi della poesia di quelli che i greci e i latini e gli altri dap- 1 Scienza nuova mc., 1. II, Ultimi corollarii, 8 VI.

2 Scienza nuova pr,, \, III, e. 2.

3 Scienza nuova mc., 1. II, < Della metafisica poetica, ecc.

258 STORIA poi hanno finor creduto; sopra cui ne stabilisce altri dì Mitologia » ^ Quei vecchi principi di poesia, < gettati prima da Pla- tone e poi confermati da Aristotele», erano stati Tantici- pazione o pregiudizio, che aveva traviato tutti gli scrittori di ragion poetica (dei quali cita ancora Jacopo Mazzoni). Le cose dette « anche dai più gravi filosofi, come dal Pa- trizio ed altri », suirorigine del canto e dei versi, sono inezie, che il Vico « si vergogna fin di riferire » *. Ed è curioso vederlo comentare, coi principi della Scienza nuova, Tarte poetica oraziana, sforzandosi di cavarne un senso plausibile ^.

È probabile che, degli scritti di contemporanei, cono- scesse quelli del Muratori, del quale cita il nome, e del Gra- vina, ch'ebbe occasione di frequentare di persona; ma, cer- to, se lesse le pagine della Perfetta poesia e della Forza della fantasia^ non potè essere soddisfatto del trattamento che vi si faceva della facoltà fantastica, a cui egli dava tanto valore e importanza; e al Gravina dovè ispirarsi, se mai, per dire il contrario. In quest'ultimo forse (se pure non direttamente negli scrittori francesi, quali il Le Bossu), in- contrò quella falsa idea di un Omero dalla sapienza riposta, che combatté cosi vivacemente e a oltranza. La nessuna intelligenza del mondo fantastico e poetico è tra i mag- giori rimproveri, ch'egli faccia al cartesianismo. Diceva i suoi tempi « assottigliati dai metodi analitici, e da una filosofia che professa ammortire tutte le facoltà dell'animo che le provengono dal corpo, e, sopratutto, quella d'im- maginare, che oggi si detesta come madre di tutti gli errori umani »; tempi € di una sapienza, che assidera tutto 1 VUa scritta da tè medesimo, in Operej ed. cit., IV, p. 865.

3 Note aWarte poetica di Orazio, in Opere^ ed. cit., VI, pp. 52-79.

V. GIAMBATTISTA VICO il generoso della miglior poesia », e di questa preclude affatto l'intelligenza ^ Egualmente, per quel che concerne le teorie sul linguag- gio. < La guisa del loro nascimento, o sia la natura delle lingue, troppo ci ha costo di aspra meditazione; né, dal Cratilo di Platone incominciando, del quale in altra opera di filosofia ci siamo con error dilettati > (allude alla dot- trina, seguita da lui nel libro, rifiutato, De antiquwsima ìtalonim sapientia), « insino a Wolfango Lazio, Giulio Ce- sare Scaligero, Francesco Sanzio [Sanchez] ed* altri, ne potemmo in appresso mai soddisfare T intendimento; tal- ché il signor Giovanni Clerico, a proposito di simiglianti cose nostre ragionando, dice che non vi sia cosa, in tutta la filologia, che inveiva maggiori dubbiezze e difficultà » '. I principali grammatici-filosofi del Rinascimento sono al- trove ben caratterizzati e criticati. La Grammatica dà le re- gole del parlar diritto; la Logica, quelle del parlar vero. < E, perché, per ordine di natura, dee precedere il parlare vero al parlare dritto, perciò, con generoso sforzo, Giulio Cesare della Scala, seguitato poi da tutti i migliori gram- matici che gli vennero dietro, si diede a ragionare delle cagioni della lingua latina coi principi di Logica. Ma in ciò venne fallito il gran disegno, con attaccarsi ai principi di Logica che ne pensò un particolare uomo filosofo, cioè alla Logica di Aristotele, i cui principi, essendo troppo univer- sali, non riescono a spiegare i quasi infiniti particolari, che per natura vengono innanzi a chiunque vuol ragionare di una lingua. Onde Francesco Sanzio, che con magna- nimo ardire gli tenne dietro, nella sua Minerva si sforza, colla sua famosa ellissi, di spiegare gr innumerabili parti- Giadl2t del Vico sai grammatici e lin^lsti aaoi prede- cessori.

1 Lettera al De Angelis, cit.

2 Scienza nuova pr., 1. Ili, e. 22. Cfr. la recensione del Glerioo (Le Clerc), riferita in Opere, IV, p. 882.

STORIA Influenza di scrittori se- centisti sul Vico.

colati che ossei^va nella lingua latina, e, con infelice suc- cesso, per salvare gli universali principi della Logica di Aristotele, riesce sforzato e importuno in una quasi innu- merabile copia di parlari latini, dei quali crede supplire i leggiadri ed eleganti difetti, che la lingua latina usa nello spiegarsi » ^ Ben altra è la genesi delle parti deirorazione e della sintassi, che non quella asserita da coloro i quali immaginano che e i popoli, che si ritrovaron le lingue, avessero prima dovuto andare a scuola d'Aristotele » *. E il medesimo giudizio dovè, di certo, estendere air indirizzo logico-grammaticale di Port-Royal, avendo notato che la Logica di Arnaldo (Arnauld) era lavorata « sulla pianta di quella di Aristotele » ^.

Simpatia maggiore può darsi che egli avesse per quei se- centisti, nei quali abbiamo trovato quasi un presentimento della scienza estetica. Anche per lui, l'ingegno (che si riferiva alla fantasia e alla memoria) era « il padre di tutte le invenzioni »: chiamava il giudizio circa la poe- sia: giudizio dei sensi; il che equivale alle parole « gu- sto » e « buon gusto », da lui non adoperate a questo intento. Conosceva per filo e per segno i trattatisti dell'acutezza e del ben concettare; giacché, in un arido manuale ret- torico, scritto a uso della sua scuola, nel quale invano si cercherebbe un'ombra di pensiero vichiano, cita Paolo Beni, il Pellegrini, lo Sforza-Pallavicino, il marchese Orsi^ Del trattato dello Sforza-Pallavicino intorno allo Stile fa- 1 Giudìzio intomo eUla Grammatica d^ Antonio d^ Aronne (in Opere, VI, * Instituzioni oratorie e ecritti inediti, Napoli, 1865, p. 90 8gg.: « De sententiis, vulgo del ben parlare in concetti ».

V. GIAMBATTISTA VICO 261 ceva stima, né gli era ignoto il libro Del Bene del medesimo autore ^; e, forse, sulla sua mente non rimase senza eflTetti quel lampo d'ingegno, onde al Pallavicino era apparso per un momento, che la poesia consiste nelle prime ap- prensioni. Non menziona il Tesauro; ma non si può du- bitare che lo conoscesse; perché quell'avere trattato, nella Sdenza nuova, in séguito alla poesia, anche dei « blasotii », delle « imprese gentilizie », delle « insegne militari », delle « medaglie », e cosi via, richiama la trattazione che il Te- sauro fa di siffatte < arguzie figurate » nel Cannocchiale ari- stotelieo *. Arguzie, pel Tesauro, erano codeste, alla pari dei detti spiritosi e metaforici: opere tutte della fantasia le considerava, invece, il Vico; della fantasia, che si esplica, non solo con la parola, ma anche con le linee e i colori, coi « linguaggi mutoli ». Conosceva qualcosa del Leibniz; e il gran tedesco e il Newton erano da lui chiamati € i due primi ingegni di questa età » ^: ma dei tentativi estetici tedeschi dalla scuola leibniziana non sembra avesse mai sentore alcuno. La sua Logica poetica è scoperta affatto indipendente e anteriore all'Organo delle facoltà inferiori del Btilffinger, alla Gnoseologia inferior del Baumgarten, e alla Logik der Einbildungskraft del Breitinger. In realtà, il Vico, se, per una parte, si riattacca alla vasta reazione del Rinascimento contro il formalismo e il verbalismo sco- lastico, la quale, cominciata dalla restaurazione dell'espe- rienza e del senso (Telesio, Campanella, Galileo, Bacone), doveva condurre anche a quella del valore della fantasia nella vita individuale e sociale; per un'altra parte, pre- corre il Romanticismo.

1 Lett. al duca di Laurenzana, del l.<> marzo 1782; e cfr. leti, a Muzio Gkieta.

« Cfr. in questo voi., p. 214.

3 Sciemsa nuova tee,, 1. I, < Del metodo ».

STORIA L' Estetica nella « Scien- za naova ».

La posizione, che la nuova teoria poetica del Vico ha neir insieme del pensiero di lui e neirorganismo della Scienza ntiova, non è stata valutata finoi*a nella sua im- portanza. Il filosofo napoletano è comunemente conosciuto quale Inventore della Filosofia della storia. Ma, se per questa s'intende un tentativo di raziocinare la storia con- creta, deducendo concettualmente epoche e avvenimenti, il Vico si sarebbe proposto un problema, nel quale il suo sforzo, come quelli di tanti altri di poi, si sarebbe infranto. La sua filosofìa della storia, la sua storia ideale, la sua Scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni, in realtà, non concerne la storia concreta ed empirica, che si svolge nel tempo; e perciò è, non già storia, ma scienza dell'ideale, Filosofia dello spirito. Che il Vico, inoltre, abbia fatto grandi scoperte di storia propriamente detta, confermate in gran parte dalla critica moderna (p. e., sullo svolgimento della poesia epica ellenica, e sulla natura e ge- nesi dei feudi nell'antichità e nel Medioevo), è cosa vera e degna, certo, di molto rilievo; ma questo aspetto della sua opera è da tenere distìnto dall'altro propriamente filo- sofico. Ora, se la sua grande opera è una Filosofia dello spirito, che espone i momenti ideali di questo, o, com'egli diceva, indaga le < modificazioni della nostra mente uma- na »; di tali momenti o modificazioni il Vico defini pel primo, e svolse con ampiezza, non già il momento logico, 0 quello etico, o quello economico (per quanto su tutti essi egli getti molta luce); ma, per l'appunto, il momento fantastico o poetico. Alla scoperta della fantasia crea- trice si riattacca la maggior parte della seconda Scienza nuova \ ai « nuovi principi della Poesia », le osservazioni sulla natura delle lingue, della mitologia, della scrittura, delle figurazioni simboliche, e cosi via. Tutto il suo « si- stema della civiltà, della Repubblica, delle leggi, della poe- sia, dell'istoria, e, in una parola, di tutta l'umanità », ha Vloo.

V. GIAMBATTISTA VICO 263 per fondamento la rivendicazione della fantasia, la quale è r idea genitrice, e costituisce il nuovo punto di vista, trovato dal Vico. L'autore stesso osservava che il libro se- condo, dedicato alla Sapienza poetica, e ove si fa una scoverta tutta opposta a quella del Verulamio », forma « quasi tutto il corpo dell'opera »; ma anche il primo e il terzo concernono, presso che esclusivamente, le produzioni della fantasia. Si potrebbe dire, perciò, che la vera Scienza nuova del Vico è l'Estetica; o, almeno, la Filosofia dello spirito, con particolare svolgimento dato alla Fi- losofia dello spirito estetico.

Fra tanti punti luminosi, anzi in un fascio cosi grande snori dei di luce, restano, tuttavia, nel pensiero di lui, punti oscuri e angoli in penombra. Il non aver tenute distinte storia concreta e filosofia dello spirito, induce il Vico a pprre periodi storici, ch^ non corrispondono a quelli reali, ma sono, a volte, quasi un'allegoria o, meglio, una mitologia della sua filosofia dello spirito. Donde anche la molteplicità di quei periodi (di solito, tre), che il Vico viene ritrovando nella storia della civiltà in genere, e della poesia, e delle lingue, e via dicendo. < I primi popoli, i quali furono i fanciulli del genere umano, fondarono prima il Mondo delle arti; poscia i filosofi, che vennero lunga età ap- presso, e in conseguenza i vecchi delle nazioni, fondarono quello delle scienze; onde fd affktto compiuta l'uma- nità >^ Storicamente, ciò è vero; ma soltanto se viene inteso all'ingrosso e per approssimazione. Per effetto della stessa confusione tra filosofia e storia, egli negava ai po- poli primitivi qualsiasi logica intellettiva, concependo come poetiche non solo le loro Fisiche, Cosmologie, Astronomie e Geografie, ma anche la loro Morale, la loro Economica e la loro Politica. Se non che, un periodo della storia concreta 1 Scienza nuova «ec, Ultimi corollari, 8 5.

264 STORIA deirumanità tutto poetico, privo di astrazioni e ragio- namenti, non è mai esistito, anzi non si paò nemmeno con- cepire. Una Morale, una Politica, una Fisica, per quanta imperfette, suppongono sempre l'opera dell' intelletto. L'an- teriorità, ideale della poesia non si può materializzare in un'epoca storica di civiltà.

Connesso con questo, è l'altro errore, nel quale il Vico cade più volte, quando afferma che « il fine principale della poesia » è < insegnare il volgo ignorante a virtuosamente operare », e < ritrovar favole confacenti all'intendimento popolaresco, e che perturbino all'eccesso » ^ Poste le spie- gazioni esplicite date da lui sulla inessenzialità delle astra- zioni e degli artifici intellettuali nella poesia; posto che^ per lui, la poesia si regge sulle proprie gambe senza ap- poggi estranei; posto ch'egli ha chiaramente fissatala pe- culiarità teoretica della fantasia; siffatta proposizione non si può intendere come un ritorno alla teoria pedagogica ed eteronoma della poesia, sostanzialmente affatto superata; ma è conseguenza, senza dubbio, della sua ipotesi storica di un'epoca della civiltà tutta poetica, in cui l'educazione, la fisica e la morale, fossero opera di poeti. Altra conse- guenza di ciò è che gli universali fantastici sembrano tal- volta intesi da lui quasi universali imperfetti (concetti era- pirici o rappresentativi, come poi vennero chiamati); ma, d'altra parte, l'individualizzamento di essi è cosi energico, la loro natura afilosofica è cosi accentuata, che il signifi- cato del carattere puramente fantastico di essi si può dire prevalente. Si noti, infine, che i termini fondamentali non sono adoperati dal Vico sempre nel medesimo significato: € senso », < memoria », < fantasia », « ingegno » non de- finiscono sempre con nettezza i loro rapporti di sinonimia 1 Scienza nuova pr,^ 1. Ili, e. 8; Scienza nuova tee., 1. II, t Della me- tafisioa poetica >, e 1. Ili, in princ.

V. GIAMBATTISTA VICO 265 o di diversità. Il < senso ^ ora sembra essere fuori dello spirito, ora un primo momento di questo; i poeti ora sono Ji'organo della « fantasia», ora il « senso » dell'umanità; la fantasia è detta, qualche volta, « memoria dilatata ». Incertezze di un pensiero vergine e originale, e, perciò, non facilmente governabile.

Distinguere la Filosofia dello spirito dalla Storia, le mo- Profirreeao dificazioni della mente umana dalle vicende storiche dei ^ «ompie- popoli, l'Estetica dalla civiltà omerica; e, continuando le analisi del Vico, determinare più nettamente le verità da lui affermate, le differenze poste, le identificazioni intrav- vedute; purgare, infine, l'Estetica dai residui delle vec- chie Rettoriche e Poetiche e da qualche affrettato schema- tismo del suo autore: questo il campo di lavoro, questo il progresso da compiere, dopo la scoperta dell'autonomia del mondo estetico, dovuta al genio di Giambattista Vico.

re.

VI Dottrine estetiche minori del secolo xviii v^uesto progresso non ebbe luogo per allora. Le parti Fortuna dei della Scienza nuova relative alla dottrina estetica furono ^^®<*- anche meno note ed efficaci di tutto il resto del libro mara- viglioso. Non già che in qualche scrittore italiano, o contem- poraneo 0 delle generazioni prossimamente posteriori, non si trovino, come vedremo, ricordi d'idee estetiche vichiane; ma sono ripetizioni più o meno materiali, e, perciò, sterili. Fuori d'Italia, l'opera del Vico (già annunciata da un con- nazionale, nel 1726, negli Atti di Lipsia col benevolo ce- mento che magis indulget ingenio quam veritati^ e con la lieta novella che ab ipsis italis tcedio magis qìiain applausu excipitur^), fu menzionata, com'ò noto, sul finire del se- colo, dall'Herder e dal Goethe e da pochi altri*. In con- nessione con la poesia, ossia con la questione omerica, il Vico venne ricordato da Federico Augusto Wolf, a cui, dopo la pubblicazione dei Prolegomena ad Homerum (1795), lo aveva additato il Cesarotti^; ma senza che, né allora né 1 Vico, Opere^ ed. cit., IV, p. 805.

2 Herder, Briefe zur Befòrderung der Humanitat^ 1793-7, leti. 59; Goethe, Italien, Bette, sub 5 marzo 1787.