peravano a ridare contenuto e serietà a una letteratura in- frollita, furono, dunque, in teoria, per una ritrosia e un equivoco assai naturali, oppositori perpetui e costanti di qualsiasi indirizzo, che menasse ad afi'ermare l'indipen- denza dell'arte.
A Parole soppresse nell'ediz. del 1870.
2 Epistolario, ed. Sforza, I, pp. 285, 806, 308; Ditcorto sul RomanMo tUh ricOf 1845; DeW invenzione, dialogo.
3 Addimoni etile Mie Prigioni, 18B1 (in Pellico, Prose, Firenze, 1858): si vedano le pagine circa il ConcUiatore» 4 Del hello e del iublime, 1827; Sludt fiìosofiei (Venezia, 1840), voi. 11, parte V.
s Gfr. De Sanctis, LeU, Hai. nel «. XIX, ed. Croce, Napoli, 1896, XV Francesco de Sanctis Jj indipendenza dell'arte riceveva, invece, in Italia, magnifica affermazione neiropera critica- di France8C0 de Sanctis; il quale dal 1838 al 1848 tenne in Napoli scuola privata di letteratura, tra il 1850 e il 1860 insegnò a To- rino e a Zurigo, dopo il 1870 fu professore neir Università di Napoli, ed espose le sue dottrine in saggi critici, in mo- nografìe sugli scrittori italiani, e nella classica Storia della letteratura italiana. Nutrito dapprima, nella scuola del Puoti, di vecchia cultura italiana, e di quegli scrittori stranieri del secolo XVIII, diventati in Italia quasi patri- monio nazionale; spinto da naturale bisogno speculativo, egli si die a investigare i vecchi grammatici e retori con r intento di sistematizzarli; ma ben presto passò a criti- carli, compierli, superarli. Giudicava meramente empirici il Fortunio, TAlunno, l'Accarisio, il Corso; alquanto mi- gliori, il Bembo, il Varchi, il Castelvetro, il Salviati, coi quali s*era introdotto nella grammatica il metodo, perfe- zionato di poi dal Buonmattei, dal Corticelli, dal Bartoli; e proclamava Francesco Sanchez, autore della Minerva, e il Cartesio dei grammatici >. Ma la sua ammirazione pro- gredì verso le grammatiche fllq^oflche dei Du Marsais, dei Beauzée, dei Condillac, dei Gerard. E, sulle tracce di costoro, e proseguendo V ideale del Leibniz, tentò una gram- Fr. de 3an- oiÌ8. Svolgi- mento del peiiBiero di lai.
414 STORIA matica logica; se non che, doveva avvertire, nello sforzo, la difiBcoltà di ridurre a principi jfissi (logici) le difiPerenze delle lingue. Se nei teorici francesi gli pareva da lodare l'abilità di risalire alle forme semplici e primitive, da « amo » a « sono amante >, ne era, per altro, contento a mezzo: « quella decomposizione di « amo » in e sono amante » incadaverisce la parola, le sottrae tutto il moto che le viene dalla volontà in atto » ^ Lesse e criticò egual- mente i trattatisti di Rettorica, e quelli di Poetica, dai cinquecentisti, quali il Castelvetro e Torquato Tasso (che, con grande scandalo dei letterati napoletani, osò dichia- rare « critico mediocre >), fino al Muratori e al Gravina, « più acuto che vero », e ai settecentisti italiani, il Betti- nelli, TAlgarotti, il Cesarotti. Le fredde regole della ragione non trovarono grazia presso di lui: ai giovani inculcò di mettersi a fronte a fronte con le opere letterarie, acco- gliendone ingenuamente le impressioni, essendo in queste il fondamento del giudizio^, inflaen- 611 studi iilosofìci, nou mai intermessi o scaduti del tutto nell'Italia meridionale e, in quel tempo, in via di progresso, facevano discutere con ardore le teorie sul bello penetrate d'oltre Alpi in Italia, e quelle italiane del Gio- berti e di altri ^. Risorgeva lo studio del Vico; comincia- vano a giungere a Napoli i volumi della traduzione fran- cese déiV Estetica dell'Hegel, fatta dal Bénard (il primo nel 1840, il secondo nel '43, altri dal '48 al '52). I gio- vani, desiderosi di rinnovamento intellettuale, si davano ad apprendere il tedesco: il De Sanctis stesso ebbe poi a sa deirhe- {relismo.
^ Frammenti di tcuola, in Nuovi éoggi critici, pp. 821-88; La giomneoa di Fr. d, 8. (autobiografia), pp. 62, 101, 168-66. (Citiamo le opere del De-S. dall'edizione stereotipa di Napoli, ed. Morano, 12 voli.).
XV. FRANCESCO DE SANCTIS 415 tradurre, nel carcere (dove, come liberale, fti rinchiuso dal governo borbonico), la Logica deir Hegel e la Storia delle letterature del Rosenkranz. Il nuovo indirizzo critico si chiamava filosofismo, di contro all'antico, grammaticale, e a quello romantico, vago, esagerato e incoerente. E al nuovo indirizzo si uni il De Sanctis, che fu tra i primi € hegeliani » di Napoli. Come segno della trasfusione av- venuta in lui dello spirito hegeliano, si racconta che, letti i primi volumi del Bénard, egli, neir intervallo che corse fino alla pubblicazione degli altri, indovinò ed espose in iscuola il séguito dell'opera ^ Tracce d' idealismo metafisico e di hegelismo si trovano nei primi scritti di lui, e persistono qua e là nella termi- nologia di quelli posteriori. In un discorso, anteriore al 1848, egli poneva la salute della critica nella scuola filo- sofica, che considera nelle opere letterarie < quella parte assoluta...queir incerta idea, che agita l'anima dei grandi scrittori, insino a che non comparisce al di fliori vestita di veste bellissima, ma sempre di sé stessa men bella > ^. Nella prefazione ai drammi dello Schiller (1850), scriveva: < L'idea non è pensiero, né la poesia è ragione cantata, come piacque definirla ad un poeta moderno: l'idea è, ad un tempo, necessità e libertà, ragione e passione, e la sua forma perfetta nel dramma è l'azione » ^. Accennava al- trove alla morte della fede e della poesia, assorbite dallo svolgimento della filosofia; tesi (disse alcuni anni di poi) che < l'Hegel, col suo pensiero onnipotente, imponeva alla nostra generazione > ^. Si provava, in un articolo del 1856, A D£ Meis, Comm. di Fr. (L 8. (nel voi. In mémoriOf Napoli, 1884, « ScriUi vart, ed. Croce, II, pp. 158-4.
4 Op. cit., pp. 226-8; SeriUi vari, II, pp. 185-7: e cfr. II, p. 70.
STORIA OritioA In- oonsoia del- rhegelieino.
a definire T umorismo: « forma artistica che ha per suo significato la distruzione del limite con la coscienza di essa distruzione > ^ E, per non perderci in altre minuzie, la distinzione, alla quale il De Sanctis tenne sempre fermo in tutta la sua opera critica, d'Immaginazione e Fan- tasia, considerando quest'ultima come vera e sola fa- coltà poetica, gli fu certamente suggerita dallo Schelling e dair Hegel (EinbUdungskraft e Phantasie); come da quest'ul- timo gli vennero le frasi « contenuto prosaico >, « mondo prosaico >, che talvolta adopera.
Ma, pel De Sanctis, l' Estetica hegeliana fu soltanto sus- sidio e puntello a levarsi in alto, superando le discussioni e le vedute delle vecchie scuole italiane. Passare dalla rettorica dei grammatici a quella dei metafisici, falsifica- tori dell'indole dell'arte, non era possibile a uno spirito fresco e chiaroveggente come il suo. Dall'Hegel succhiò tutta la parte vitale, e delie dottrine di lui porse interpe- trazioni corrette o attenuate: a ciò che era arbitrario, for- malistico, pedantesco, si mantenne inaccessibile, e, alla fine, si ribellò apertamente.
Rechiamo qualche esempio di codeste riduzioni e atte- nuazioni, che sono correzioni e mutazioni fondamentali. « La fede se n'è ita, la poesia è morta » (scriveva nel 1866, ed echeggiava, come si è visto, l'Hegel); « o, per dir meglio (e qui è lui. De Sanctis, che continua correggendo), la fede e la poesia sono immortali: ciò eh 'è ito via, è una particolare lor maniera di essere. La fede oggi spunta dalla convinzione, la poesia scintilla dalla meditazione: non sono morte, ma trasformate > '. Distingueva, è vero, fantasia da immaginazione; ma la fantasia ei*a, per lui, non già la mistica facoltà di appercezione trascendentale, T intuizione 1 Saggi crUicij ed. Imbriani, p. 91.
« Op. cit., p. 228; cfr. Scritti vari, II, p. 70.
XV. FRANCESCO DE SANCTIS 417 intellettuale dei metafisici tedeschi; si bene, semplicemente, la facoltà di sintesi e creazione del poeta, contrapposta all'immaginazione, la quale radana particolari e materiali, e ha sempre qualcosa di meccanico ^ Allorché gli studiosi del Vico e dell'Hegel intendevano le teorie di costoro come l'esaltazione del concetto nell'arte, il De Sanctis rispondeva che e il concetto non esiste in arte, non nella natura e non nella storia. Il poeta opera inconsciamente, e non vede il concetto, ma la forma, nella quale è involto e quasi perduto. Se il filosofo, per via di astrazione, può cavarlo di là e contemplarlo nella sua purezza, questo processo è proprio il contrario di quello che fanno l'arjte, la natura e la storia ». E ammoniva di non fraintendere il Vico, il quale, allorché dai poemi omerici estrae concetti e tipi esemplari, fa opera non già di critico d'arte, ma di storico della civiltà: Achille artisticamente è Achille, e non la forza 0 altra astrazione*. Cosi la sua polemica si volse dapprima contro i fraintendimenti di ciò, che egli chia- mava il vero pensiero hegeliano e che era, invece, di so- lito, la correzione, fattane, più o meno inconsciamente, da lui stesso. E potè vantarsi, net suoi ultimi anni, che, anche nel periodo del fanatismo napoletano per l'Hegel, « nel tempo che Hegel era padrone del campo, aveva fatto le sue riserve e non aveva accettato il suo apriorismo, la sua trinità, le suo formole >^, Anche verso altri estetici tedeschi il De Sanctis assunse critiche dei- una posizione d'indipendenza. Le vedute di Guglielmo Schlegel, progressive pei tempi in cui sorsero, gli parevano già oltrepassate: lo Schlegel (scriveva nel 1856) si sforza r Estetica te- desca.
1 Storia della leller., I, pp. G6-7; Saggi critici^ pp. 98-9; Scritti twrf, 418 STORIA di « alzarsi sulla crìtica ordinaria, che stagnava, per lo più, nelle ft'asi, nei versi, neirelocuzione, ma si smarrisce per via, e non s'incontra con Tarte: anche lo Schlegel dà di capo nella probabilità, nel decoro, nella moralità: in tutto, fuorché nell'arte > i. Sbalzato dalle vicende della vita in terra tedesca, ebbe a collega, nel Politecnico di Zurigo (si pensi un po'!), Teodoro Vischer. Quale giudizio poteva egli dare del pesantissimo scolastico hegeliano, che, uscendo polveroso e ansante dalle fatiche sistematiche descritte di sopra, sorrideva con disdegno della poesia, della musica^ della decaduta razza italiana? < Io (dice il De Sanctis) era andato colà con le mie opinioni e con la mia prosunzione, e rideva delle loro risa. Riccardo Wagner mi pareva un corruttore della musica, e niente mi pareva più inestetico che l'Estetica di Vischer > *. Dal desiderio di correggere le storture del Vischer, di Adolfo Wagner, di Valentino Schmidt, e di altri eruditi o filosofi tedeschi nacquero i corsi, che tenne a Zurigo, innanzi a un pubblico interna- zionale (1858-9), sull'Ariosto e sul Petrarca; i due nostri poeti più maltrattati da quei critici, perché meno riduci- bili a interpetrazioni filosofiche. Gli si disegnò allora in mente quel tipo del criticp tedesco, che contrappose all'altro del critico francese, diversamente manchevole. « Il francese non s'indugia sulle teorie: va diritto al soggetto: senti nel suo ragionamento il caldo dell'impressione e la sagacia dell'osservatore: non esce mai dal concreto, indo- vina le qualità dell' ingegno e del lavoro e studia l'uomo per intendere lo scrittore >; ma la sua degenerazione è nel sostituire all'arte la notizia storica dell'autore e del tempo. « Il tedesco, al contrario, non è cosa tanto comune che, a forza di maneggiarla, non te la storca, non te la in- * Saggio sul Petrarca, nuova ediz. a cura di B. Croce, p, 309 sgg.
XV. FRANCESCX) DE SANCTIS garbugli: ammassa tenebre, dal cui seno guizzano, a quando a quando, lampi vivissimi: vi è al di dentro un fondo di verità, che partorisce laboriosamente. Innanzi ad un lavoro d*arte vorrebbe afferrare e fissare ciò che vi è di più fug- gevole, di più impalpabile; e, mentre nessuno, quanto lui, ti parla di vita e di mondo vivente, nessuno, quanto lui, si diletta tanto a scomporla, scorporarla, generalizzarla; e cosi, distrutto il particolare, egli può mostrarti, come ultimo risultamento di questo processo, ultimo in appa- renza, ma in effetti preconcetto ed a priori, una forma per tutt'i piedi, una misura per tutti gli abiti >. « Nella scuola tedesca domina la metafìsica, nella francese la sto- ria » ^ Circa quel tempo (1858), scrisse per una rivista piemontese un articolo sulla filosofia dello Schopenhauer *, che allora veniva in moda. È una critica esauriente: lo Schopenhauer stesso confessava che < queir italiano » lo aveva « assorbito in succum et sanguinem » ^. E qual peso dava alle tante arguzie scritte dallo Schopenhauer intomo all'arte? Espostane la dottrina delle idee, si limitava ad accennare appena al libro terzo, < dove trovi un'esagerata teoria estetica » *.
Ma la resistenza e l'opposizione temperata contro i se- guaci del concetto, come contro i romantici italiani mo- ralisti e mistici (criticò egualmente il Manzoni, il Mazzini, il Tommaseo e il Cantù ^), divenne aperta ribellione in uno scritto sulla critica del Petrarca (1868), nel quale il falso RlbeUione definitiva contro TB- Btetloa meta- flflica.
1 Saggi critici, pp. 861-8, 413-4: cfr., a proposito del Klein, Scritti 2 Op. cit.: « Schopenhauer e Leopardi », pp. 246-299.
3 Schopenhauer, Briefe, ed. Grisebach, pp. 405-6: cfr. pp. 881-8, 408-4, ^ Saggi critici, p. 269 fi.
5 Cfr. Scritti vari, I, pp. 89-45, e Letier, ital, nel tecolo XI Xj lezioni, 420 STORIA indirizzo è caratterizzato e satireggiato nel modo più ener- gico. < Secondo questa scuola (egli dice, e intende la scuola dell'Hegel e del Gioberti), il reale, il vivente è arte in quanto oltrepassi la sua forma e riveli il suo concetto o la pura idea. Il bello è manifestazione dell'idea. L'arte è l'ideale, una certa idea. Il corpo si assottiglia e diviene innanzi alla contemplazione dell'artista ombra dell'animo, il bel velo. Il mondo poetico è popolato di fantasmi, e il poeta, l'eterno réveur^ vede un po' come l'uomo brillo, vede i corpi ondeggiargli innanzi e trasformare gli aspetti. Non solo i corpi si assottigliano a forme o fantasmi; ma le forme e i fantasmi essi medesimi diventano libere ma- nifestazioni di ogni idea e di ogni concetto. La teoria del- l'ideale è stata spinta sino all'ultima sua vittoria, alla dis- soluzione dello stesso fantasma, al concetto come concetto, divenuta la forma un mero accessorio >. e Cosi è avve- nuto che il vago, l'indeciso, l'ondeggiante, il vaporoso, il celeste, l'aereo, il velato, l'angelico è salito in onore nelle forme dell'arte; e nella critica è in voga il bello, l'ideale, l'infinito, il genio, il concetto, l'idea, il vero, e il sovrin- telligibile, e il soprasensibile, l'ente e l'esistente, e tante altre generalità, gittate in formolo barbare quasi come le scolastiche, dalle quali a cosi gran fatica eravamo usciti ». Tutto ciò, anziché caratterizzare l'arte, indica, invece, il contrario dell'arte: la velleità e impotenza artistica, che non sa uccidere le astrazioni e cogliere la vita. Se bello e ideale significano ciò che quei filosofi pretendono, « l'es- senza dell'arte non è l'ideale, né il bello, ma il vivente, la forma; anche il brutto appartiene all'arte, come jiella natura anche il brutto è vivente: fuori del regno dell'arte si trova solo l' informe e il deforme. La Taide di Màlebolge è più viva e più poetica di Beatrice, quando è pura alle- goria e risponde a combinazioni astratte. Il Bello? Ditemi, dunque, se ci è cosa alcuna si bella come Jago: forma XV. FRANCESCO DE SANOTIS uscita dal più profondo della vita reale, cosi piena, cosi concreta, cosi, in tutte le sue parti, in tutte le sue grada- zioni, finita, una delle più belle creature del mondo poe- tico >. Che, se, poi, « bisticciando suiridea, sul concetto, sul bello reale morale intellettuale, confondendo il vero filosofico e morale col vero estetico >, si chiama < brutto una gran parte del mondo poetico, e gli si dà il passaporto unicamente come contrasto, antagonismo, rilievo del bello, e si accetta Mefistofele come rilievo di Faust, e Jago come rilievo di Otello >, in questo caso, s'imita « la buona gente, la quale credeva, in ilio tempore, che gli astri stanno li per tenere la candela alla terra > ^ La teoria estetica propria e definitiva del De Sanctis sorge tutta da questa critica della più alta manifesta- zione, a lui nota, dell'Estetica europea. E quale essa sia, appare già nel contrasto. « Se nel vestibolo dell'arte (dice) volete una statua, metteteci la Forma, e in quella mirate e studiate, da quella sia il principio. Innanzi alla forma ci sta quello ch'era innanzi alla creazione, il caos. Certo, .il caos è qualche cosa di rispettabile, e la sua storia è molto interessante: la scienza non ha detto l'ultima pa- rola su questo mondo anteriore di elementi in fermenta- zione. Anche l'arte ha il suo mondo anteriore: anche l'arte ha la sua geologia, nata pur ieri e appena abbozzata, scienza sui generis^ che non ò Critica né Estetica. Appa- risce l'Estetica quando apparisce la forma, nella quale quel mondo è calato, fuso, dimenticato e perduto. La forma è sé medesima, come l'individuo è sé stesso; e non ci è teoria tanto distruttiva dell'arte quanto quel continuo riem- pirci gli orecchi del bello, manifestazione, veste, luce, velo del vero o dell' idea. Il mondo estetico non è parvenza, ma è sostanza, anzi è esso la sostanza, il vivente: i suoi La teoria propria del De Sanctis.
S€iggto tul Petrarca^ introd., pp. 17-29.
della forma.
422 STORIA criteri, la sua ragion d'essere non è in altro che in que- sto solo motto: io vivo > ^ Il conoetto Ma la forma del De Sanctis non era né la forma < nel senso pedantesco in cui fa intesa sino alla fine del secolo decimottavo >, cioè quello che prima colpisce Tosservatore superficiale, le parole, il periodo, il verso, la singola imma- gine *; né la forma nel senso herbartìano, ipostasi metafi- sica di quella. « La forma non è a priori, non è qualcosa che stia da sé e diversa dal contenuto, quasi ornamento o veste o apparenza o aggiunto di esso; anzi è essa gene- rata dal contenuto, attivo nella mente dell'artista: tal con- tenuto, tal forma > ^. Tra forma e contenuto vi è, insieme, medesimezza e diversità. Nell'opera d'arte si ritrova il con- tenuto, già caotico, ch'era nell'animo dell'artista, e non più qual era, ma quale è divenuto, e sempre tutto esso, col suo valore, colla sua importanza, col suo bello natu- rale, arricchito e non spogliato in quel divenire ». Perciò, il contenuto è indispensabile, è legato alla forma concreta; ma la qualità del contenuto astratto non determina quella della forma artistica, e Se il contenuto, bello, importante, è rimasto inoperoso o fiacco o guasto nella mente dell'ar- tista, se non ha avuto sufficiente virtù generativa, e si ri- vela debole o falso, o viziato nella forma, a che vale can- tarmi le sue lodi? In questo caso, il contenuto può essere importante in sé stesso; ma, come letteratura o come arte, non ha valore. E, per contrario, il contenuto può essere immorale, o assurdo, o falso, o frivolo; ma, se in certi tempi e in certe circostanze ha operato potentemente nel cervello dell'artista, ed è diventato una forma, quel conte- nuto è immortale. Gli dei d'Omero sono morti: Vlliudeè 1 Saggio sul Petrarca' p. 29 sgg. 3 Nuovi ioggi critici, pp. 289-40 fi.
critico d'ar- te.
XV. FRANCESCO DE SANCTIS 423 rimasta. Può morire l'Italia ed ogni memoria di guelfi e ghibellini: rimarrà la Divina Commedia. Il contenuto è sottoposto a tutte le vicende della storia: nasce e muore: la forma è immortale » ^ Egli teneva fermamente air in- dipendenza dell'arte, senza la quale base nessun 'Estetica è possibile. Ma gli pareva esagerata la formola dell'arte per l'arte in quanto potesse importare separazione del- l'artista dalla vita, mutilazione del contenuto, arte ridotta a prova di mera abilità *.
Pel De Sanctis, il concetto della forma era identico con noesanotis quello della fantasia, della potenza espressiva o rappresen- tativa, della visione artistica. Ciò deve dire chi voglia in- dicare esattamente la tendenza del pensiero di lui. Ma il De Sanctis stesso non riusci mai a fissare la propria teoria con rigore scientifico. In lui le idee estetiche restarono quasi abbozzo di un sistema non mai ben connesso e dedotto. Insieme con quello speculativo, erano vivissimi, nell'ani- mo suo, altri bisogni: intendere il concreto, gustare l'arte e rifarne la storia effettiva, tuffarsi nella vita pratica e po- litica; onde fu, a volta a volta, educatore, congiurato, gior- nalista, uomo di Stato. < La mia mente tira al concreto >, soleva ripetere. Filosofava tanto quanto gli era necessario per orientarsi nei problemi dell'arte, della storia, della vita. Procurata la luce al suo intelletto, trovato il punto d'orientazione, riconfortatosi nella coscienza del suo ope- rare, si rituffava prontamente nel particolare e nel deter- minato. Con una potenza fortissima a cogliere la verità nei principi più alti e generali, congiungeva, non men forte, l'aborrimento pel pallido regno delle idee, nel quale, quasi asceta, si aggira il filosofo. E, come critico e sto- 424 STORIA rico della letteratura, egli non ha pari. Chi lo ha pa- ragonato al Lessing, al Macaulay, al Sainte-Beuve o al Taine, ha voluto fare un parallelo rettorico. « Voi mi par- late (scriveva Gustavo Flaubert a Giorgio Sand) della cri- tica, nella vostra ultima lettera, dicendomi ch'essa sparirà tra breve. Io credo, invece, che la critica spunti appena suirorizzonte. Si fa ora il contrario della critica di prima, ma niente altro. Al tempo del Labarpe, il critico era gram- matico: al tempo del Sainte-Beuve e del Taine, è storico ^ Quando sarà artista, niènte altro che artista, ma veramente artista? Conoscete voi una critica che s' interessi all'opera in sé in modo intenso? Si analizzano con molta finezza Tambiente storico, in cui Topera è sorta, e le cause che rhanno prodotta; ma, e la poetica inconscia? donde ri- sulta? e la composizione? e lo stile? e il punto di vista dell'autore? Tutto ciò, non mai. Per una critica di tal sorta, ci vorrebbero grande immaginazione e grande bontà, voglio dire facoltà d'entusiasmo sempre pronta; e poi gu- sto, qualità rara anche nei migliori, tanto che non se ne parla più » *. A questo ideale, sospirato dal Flaubert, il solo critico che risponda degnamente (tra quelli, diciamo, che hanno tentato l'interpretazione di grandi scrittori e d'interi periodi letterari) è il De Sanctis. Nessun'altra let- teratura ha, per le sue produzioni, uno specchio dal river- bero cosi perfetto, come quello che, pel suo svolgimento letterario, l' Italia possiede nella Storia e negli altri lavori critici di Francesco de Sanctis. lì De sanotis Ma il filosofo dell'arte, l'estetico, non è pari in lui al