STORIA Storia della aciensa, e storia della oritioa soiea- tifica degli errori parti- colari.
tanarsi è necessario; e, neirallontanarsi, consiste il pro- cesso delia scienza, cioè tutta la scienza. Nel percorrere questo faticoso processo, ebbero luogo, in Estetica, queg;li errori, che furono insieme aberrazioni dalla verità e co- nati di elevarsi a essa: tali Tedonismo dei sofisti e retori deirantichitÀ, dei sensualisti del Settecento e della se- conda metà dell'Ottocento; Tedonismo moralistico di Ari- stofane, degli stoici, degli eclettici romani, degli scrittori medievali e dei trattatisti del Rinascimento; Tedonismo ascetico e conseguente di Platone e dei Padri della chiesa, e di qualche rigorista medievale, o anche modernissimo: tale, infine, il misticismo estetico, comparso per la prima volta con Plotino e risorto di tratto in tratto, fino ai suoi ultimi e maggiori trionfi nel periodo classico della filosofia germanica. Tra questi indirizzi variamente erronei, sol- canti per ogni parte il campo del pensiero, è quasi te- nue aureo rivoletto quello formato dall'acuto empirismo di Aristotele, dalla possente penetrazione del Vico, dalle ana- lisi dello Schleiermacher, dell'Humboldt, del De Sanctis, e degli altri, che rispondono con minor voce. Questa serie di pensatori basta perché si debba riconoscere che la scienza estetica non è più da scoprire; ma l'essere cosi pochi, e spesso mal valutati, ignorati, contrastati, mena, insieme, a concludere: ch'essa è ancora agli inizi.
La nascita di una scienza è come la nascita di un es- sere vivo: il suo sviluppo ulteriore consiste, come ogni vita, nel lottare contro le difficoltà e gli errori, generali e particolari, che da ogni lato l'insidiano. Le forme degli errori sono svariatissime, ed essi si mescolano tra loro e con la verità in complicazioni svariatissime: estirpato uno, ne sorge un altro; e quelli già estirpati risorgono di tratto in tratto, sebbene non mai con le medesime sembianze. Onde la perenne necessità della critica scientifica, e l'im- possibilità che una scienza si riposi come qualcosa di com- XIX. SGUARDO ALLA STORLk DI ALCUNE DOTTRINE 489 piato e definitivo, di non più discusso. Degli errori, che si potrebbero dire generali, negazioni del concetto stesso del- Tarte, si è già fatta menzione via via, nel corso di questa Storia; dalla quale si sarà, potuto ricavare che non sempre airaffermazione ingenua del vero si è accompagnata una larga ricognizione del terreno avversario. Passando ora agli errori cosi detti particolari, è chiaro che essi, se si sciolgono gl'ibridi miscugli e si superano le forme imma- ginose onde sono rivestiti, si riducono soltanto a tre capi, secondo i quali sono stati già criticati nella parte teorica di questo lavoro. Possono, cioè, essere errori: a) contro la qualità caratteristica del fatto estetico; b) contro quella specifica; e) contro quella generica; contradizioni ai ca- ratteri di intuizione, di contemplazione teoretica, e di attività spirituale, che costituiscono il fatto este- tico. Tra gli errori di queste varie categorie indicheremo brevemente la storia di quelli, che hanno avuto maggiore importanza, o che ancora persistono. A passarli tutti in ras- segna, si andrebbe air infinito. Più che una storia, dunque, il nostro sarà un saggio di storia, bastevole a mostrare che, anche nella critica degli errori particolari, la scienza este- tica è agli inizi. Che, se, di quegli errori, alcuni sono in decadenza, o quasi dimenticati, non si può dire che sieno morti o morituri di morte legale, cioè di critica scientifi- camente condotta. Dimenticare, o respingere istintivamente, non è negare scientificamente.
La Rettobica o tiobia deliba fobxa ornata La Rettorl- ca in Benso antico.
E, procedendo per ordine d'importanza, in tale rasse- gna non si può non dare il primo posto alla teoria della Rettorica, ossia della Forma ornata.
Ma non sarà inopportuno, anzitutto, notare che ciò che, nei tempi moderni, è stato chiamato e Rettorica », vale a dire la dottrina della forma ornata, contiene qual- cosa di più, e molto di meno, rispetto a quel che gli antichi intendevano con la medesima parola. La Rettorica, nel significato moderno, è principalmente una teoria del- Telocuzione; ma l'elocuzione (Àégi^, qppdoic, àp^ii^eio^ elocu- tio) costituiva una soltanto, e neppure la prima, delle se- zioni della Rettorica antica. La quale consisteva, invece, complessivamente considerata, in un manuale o prontuario per gli avvocati e per gli uomini politici; concerneva, prima, ì due e, poi, i tre generi: giudiziale, deliberativo e dimostrativo; e dava consigli e forniva modelli a coloro che volessero produrre determinati efiTetti per mezzo della parola. La definizione dei primi retori siciliani, degli sco- lari di Empedocle (Corax, Tisias, Gorgia), degl' inventori di codesta disciplina, resta sempre la più esatta: la Retto- rica è operatrice di persuasione (Tiat^oc SijiwoopYóc). Si trattava di esporre, in essa, i modi, pei quali si può, per mezzo della parola, indurre altrui in una data credenza, in un dato stjto d'animo; onde il « rendere forte la parte XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE debole » (xò xòv ij-cxco Xóyov xpsCxx<i> nowiv), 1* « accrescere e il diminuire, secondo Toccorrenza » (eloquentia in augendo minuendoqtie consista)^ il mònito di Gorgia di « volger la cosa a riso, se l'avversario la prende sul serio, e di pren- derla sul serio, se la volge a riso > ^; e simili accorgimenti, diventati famosi. Chi fa ciò, non è soltanto uomo estetico, che dica bellamente quanto ha da dire; è anche, e so* pratutto, uomo pratico, mirante a un fine pratico. In quanto tale, non può sottrarsi alla responsabilità morale di ciò che fa; e qui si annoda la polemica platonica contro la Rettorica, cioè contro i ben parlanti ciarlatani politici e contro gli avvocati e giornalisti senza coscienza. E Pla- tone non aveva torto a condannare la Rettorica (allorché è disgiunta dal fine buono), quale arte biasimevole e spre- gevole, diretta a adulare le passioni; cucina che rovina lo stomaco o belletto che guasta il volto. Ma, anche se la teoria della Rettorica si fosse conciliata con T Etica, di- ventando una vera guida dell'anima (<J»ox«T«Yto "^^c 8cà x(6v XóYcov); anche se la critica di Platone si fosse riferita solo airabuso di essa (di tutto si può abusare, osservava Aristotele, tranne che della virtù); anche se la Rettorica fosse stata purificata, facendo uscire l'oratore, come Cice- rone voleva, non ex rhetorum offlcinis aed ex academice spatiis*, e imponendogli, con Quintiliano, di essere vir bo- nus dicendi peritus^; restava sempre vero ch'essa non po- teva costituire scienza regolare, essendo formata da una congerie di cognizioni d' indole disparata. Tali erano le de- scrizioni degli affetti e passioni, i ragguagli sulle istituzioni politiche e giuridiche, le teorie del sillogismo abbreviato o entimema, della prova che versa sui probabili, dell'espo- Crttlohe dal punto di vi- sta morale.
Congerie senza siste- ma.
1 Pel detto di Grorgia, Abistot., Rhel., Ili, e. 18. < CiCBBO, Orai, ad Brut,, ìntrod. 3 QuiNTiL., Intt, orai., XII, e. 1.
STORIA Vicende di esaa nel Medioevo e nel Rinaeol- mento.
Critiche del Vi ree, Ramne e Pa- trizio.
sizione pedagogica e popolare, deirelocuzione letteraria, della declamazione e mimica, della mnemonica, e cosi via.
Questo vario contenuto, quest'antica Rettorica, che rag- giunse la sua più alta fioritura in Ermagora di Temnos (2.<» sec. a. C), si venne assottigliando via via, decadendo il mondo antico e mutando le condizioni politiche. Non ci è dato qui proseguirne le vicende nel Medioevo e la parziale sostituzione ch'ebbe nei formulari e nelle Artes dictandi {come^ poi, nei trattati circa l'arte del predicare); né riferire le osservazioni di scrittori, quali il Patrizio e il Tassoni, circa le cause per cui era divenuta quasi stra- niera al mondo del loro tempo *. Tale storia meriterebbe di essere narrata; ma qui non trova luogo. Mentre le condi- zioni di fatto corrodevano d'ogni parte quel miscuglio di cognizioni, Luigi Yives, Pietro Hamus, il Patrizio stesso, presero a criticarlo dal punto di vista della sistematica delle scienze.
Il Vives metteva vivacemente in rilievo il confusionismo degli antichi trattatisti, che abbracciavano omnia^ e con- giungevano elocuzione e morale, imponendo all'oratore l'ob- bligo del vir bonus. Delle cinque parti dell'antica Rettorica, egli ne respingeva quattro, come estranee: la memoria, eh' è necessaria a tutte le arti; l'invenzione, eh 'è materia di ciascun'arte in particolare; la recita, eh' è parte estrin- seca; la disposizione, che spetta all'invenzione; e riteneva, quindi, la sola elocuzione, la quale tratta non del quid di- cendum, ma del quemadmodum, estendendola non solo ai tre generi, ma anche alla storia, all'apologo, alle epistole, alle novelle, alla poesia*. Di questa estensione si ha ap- 1 Fban. Patrizio, Della Rhetorica^ dieci dialoghi, Venesia, 1662, dial. 7; Tabsoni, Penneri diverti, libro X, o. 15.
< De causie coi-ruptarum artiunij 1581, libro IV; De reUione dicendif XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE pena qualche debole precedente neirantichità; in qualche retore, il quale, timidamente, include nella Rettorica per l'appunto il yi^oQ loxopixóv e rèicwxoXtxóv, o, sollevando oppo- sizioni, le questioni infinite, ch'erano quelle meramente teoriche e senza rapporto con casi pratici, come a dire il genere scientifico o filosofico^: gli altri avevano giudicato, con Cicerone*, che, quando si è data l'arte della cosa più difficile, dell'eloquenza giudiziaria, il resto è facile, è un gioco (hidtis est homini non Tiebett..,,), — Il Ramus, e il suo scolaro Omer Talon, rimproverando ad Aristotele, Cicerone e Quintiliano la confusione tra Dialettica e Rettorica, asse- gnavano alla prima l'invenzione e la disposizione, lasciando, come il Vives, alla Rettorica, convenientemente intesa, la sola elocuzione '. Il Patrizio, invece, negava all'una e all'al- tra carattere di scienza, e le riconosceva come semplici e fa- cultà >, che non hanno materia particolare (quindi, nean- che i tre generi), e differiscono tra loro solamente in ciò: che la Dialettica si fa per dialogo e versa sul necessario, laddove la Rettorica si fa con parlare disteso e tende a persuadere circa l'opinabile. Anche il Patrizio, per altro, notava che del e parlar congiunto » si servono tutti, storici, poeti, filosofi, non meno dell'oratore; venendo, per tal modo, alla medesima conseguenza del Vives, e, cioè, a isolare, dalla Rettorica, la teoria dell'elocuzione *.
Ciò nonostante, il corpo di dottrine rettoriche continuò a vivere tenacemente nelle scuole. Il Patrizio fu trascurato; il Ramus e il Vives, se ebbero qualche seguace (quali Francesco Sanchez e il Keckermann), di solito valsero sol- Boprarviven- ze nel tempi moderni.
1 CiCBB., De orcU.f I, ce. 10-11; Quintil., Imi, orcU., HI, e. 5.
3 P. Bamus, InstU. diaUclietB, 1518; Schoke in artes liberales, 1556, ecc.; Taljbus, InM; orator,, 1545.
494 STORIA tanto a suscitare lo sdegno dei tradizionalisti. Perfino i filosofi rispettarono la Rettorica: il Campanella, nella sua filosofìa razionale, la definiva: « quodammodo Magica por- tiuncula, qv/OR affectus animi moderatur et per ipsos vo- luntatem ciet ad qua&cumque vult sequenda vel fìigienda » ^ Il Baumgarten ne desumeva la partizione della sua Este- tica in un'Euristica, una Metodologia e una Semiotica (invenzione, disposizione, elocuzione), passata tale quale nel Meier. E quest'ultimo scriveva, tra i tanti suoi, un libercolo sulla Dottrina teoretica della commozione degli affetti^ ^ da lui considerata quale introduzione psicologica alla dottrina estetica. D'altra parte, Emanuele Kant, nella Critica del giudizio y notava che l'eloquenza, quale ara oraiaria, e, cioè, arte di persuadere mediante la bella apparenza, e forma di dialettica, è da distinguere dal bel ^Avìare (Wohlredenheit); e che l'arte oratoria, adoperando pei propri fini le debolezze degli uomini, « non è degna di alcuna stima » {gar keiner Achtung icilrdig) ^. Ma, nelle scuole, essa perdurò in molte compilazioni, tra le quali è assai noto il volumetto del padre Domenico de Colonia (gesuita francese, che visse tra la fine del secolo XVII e il principio del seguente), adoperato ancora fino a pochi decenni addietro. Anche oggi, nelle cosi dette Istituzioni di letteratura, sono sopravvivenze della Rettorica antica, specie nei capitoli sul genere orato- rio; e anche oggi si compongono, benché di rado, manuali di eloquenza giudiziaria o sacra, come quelli dell'Ortloff e del Whately ^ Si può dire, tuttavia, che la Rettorica, nel 1 Eation, PhiloB.f pars tertia, yidelicet Rhetorieorum liber unus jaxta propria dogmata (Parigi, 1686), o. 8.
2 Tfieoretisehe Lehre von den OemtUhibeioegunffen uberhaupt^ Halle, 1744.
4 H. F. Ortloff, Die gerichtliche Redekunai^ Keawied, 1887; B. Wha- TELT, Elminti di Rettorica, trad. ital., Pistoia, 1889.
XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE significato antico della parola, sia di fatto sparita dalla sis stematica delle scienze. Nessun filosofo ne farebbe più, come, ai saoi tempi, il Campanella, una speciale sezione della filosofia razionale.
Con processo inverso, si venne affermando, nei tempi moderni, e costituendo in corpo dottrinale, la teoria del- relocuzione e del bel parlare. Ma Tidea di essa, come si è detto, era antica, giacché la troviamo nella sezione del- relocuzione; e antico del pari ne fu il modo di esplica- zione, ossia la dottrina della doppia forma, con l'annesso concetto della forma ornata.
Questo erroneo concetto di ornamento si dovè presentare subito alle menti, non appena si cominciò a fare attenzione alla virtù del parlare, sia nelle recite dei poeti ^, sia nelle lotte oratorie delle pubbliche assemblee. Dovè parere che il parlar bene difiverisse dal parlar male, o il parlare che piaceva più da quel che piaceva meno, o il parlare grave e solenne dal parlare alla buona e familiare, per un dip- più, per un'aggiunta, che l'abilità personale dell'ora- tore sapeva ricamare sul canovaccio ordinario. Un indirizzo analogo fu spontaneamente trovato dalla Rettorica sanscrita; e, cosi, senza bisogno di riattaccarsi ai greci, la teoria dell'ornato si ripresenta ancora, di continuo, ai cervelli ingenui, quando si fanno a riflettere per la prima volta sull'argomento, senza sospettarne le pericolose difficoltà. Accanto alla forma nuda {^tXii), meramente grammaticale, ve n'ha, dunque, un'altra, con un dippiù; e questo dippiù è l'ornamento, il xóonoc. e Omatum est (basta per tutti citare Quintiliano) quod perspicuo oc probabili plus est > *.
Il carattere di aggiunta e di estrinsecità, come proprio dell'ornato, veniva affermato anche nell'analisi che Aristo- La Rottori- ca in slgrnifl- oato moder- no. Teoria della forma letteraria.
Il concetto dell*oraato.
s QuiNT., ImtU, orai.. Vili, o. 3.
496 STORIA tele, il filosofo della Rettorica, dette della regina degli or- nati, della metafora. Se da questa si ha vivo piacere, ciò accade perché, accostando termini diversi e facendo scoprire rapporti di specie e generi, essa produce « insegnamento e conoscenza per via del genere » (pd^atv xal f^Aov^ òià toD révouc); e, si sa, l'imparare facilmente è cosa dolcissima all'uomo ^ Alla conoscenza principale la metafora aggian- gerebbe, dunque, secondo Aristotele, uno scintillio di mi- nori conoscenze incidentali, quasi a divagazione e sollievo dell'animo. GiaaBi di Dell'omato si solevano fare molte divisioni e suddiviornato. sioni. Aristotele (e già, prima di lui, poco diversamente, Isocrate), classificava gli ornati, che vaneggiano la forma chiara e nuda, in provincialismi, traslati ed epiteti, allun- gamenti, troncamenti e abbreviazioni di vocaboli, e in altre cose che s'allontanano dall'uso comune; aggiungendo a ciò il ritmo e l'armonia. Dei traslati distingueva quattro classi^ dal genere alla specie, dalla specie al genere, dalla specie alla specie, e per proporzione '. Dopo Aristotele, all'elocu- zione rivolsero i loro studi specialmente Teofrasto e Deme- trio Falereo. La classificazione dell'ornato si venne, per opera dei retori posteriori, solidificando nella bipartizione di tropi e figure (schemi); e di queste in figure di pa- rola (oxi^piata tflc Xé^ftcog) e figure di pensiero (xijc òtovoCac); e delle figure di parola in grammaticali e rettoriche, e di quelle di pensiero in patetiche ed etiche. Dei soli traslati si enumeravano, a dir poco, quattordici forme: metafora, sineddoche, metonimia, antonomasia, onomatopeia, catacresi, metalepsi, epiteto, allego- ria, enigma, ironia, perifrasi, iperbato e iperbole; ciascuna con sottospecie, e a fronte il vizio opposto. Le « Poet., ce. 1922; cfr. Rhel., Ili, ce. 2, 10.
XIX. SGUARDO ALLA 8TOBIA DI ALCUNE DOTTRINE figare di parola si contavano, su per giù, in una ventina (ripetizione, anafora, antistrofe, climax, asindeto, assonanza, ecc.); e, in altrettante, quelle di pensiero (interrogazione, prosopopea, etiopeia, ipotiposi, commozione, simulazione, esclamazione, apostro- fe, reticenza, ecc.). Tutte divisioni, le quali, se avevano talora valore empirico di aiuto alla memoria, per fissare certe serie di forme letterarie, erano poi, scientificamente, affatto cervellotiche. Accade, anzi, che alcune classi di or- nato ora si vedano collocate fra i tropi, ora tra le figure, e ora tra le figure di parola, ora tra quelle dì pensiero, senza che di ciò si possa mai dare altra ragione fuori del capriccio del retore, che cosi ordina e dispone. Come si sa, tra gli scopi cui possono adempiere le categorie retto- riche, è quello d' indicare la divergenza di una espressione da un'altra, arbitrariamente posta come propria ^ Donde le classiche definizioni della metafora: « verbi vel sermonia a propria significatione in aliam cura viriute mutatio »; e della figura: « conformatio qucedam orationis remota a comuni et primiim se offerenti ratione » '.
Contro la teoria dell'ornato, ossia della doppia forma, non si levò, che si sappia, alcuna ribellione nell'antichità. Si ode talvolta proclamare: IpsoR res verba rapiunt — Pectvs est quod disertos facit et vis mentis — Rem tene, verba se- quentur — Curam verborum rerum volo esse soUicitudinem — Nulla est verborum nisi rei coìuBrentium virtus. Ma que- ste proposizioni, che s'incontrano, qua e là, nelle pagine di Cicerone, di Quintiliano, di Seneca e di altri scrittori non avevano il significato pregnante, che noi, moderni, saremmo portati a ritrovarvi. Erano, si, contradizione alla teoria dell'ornato; ma contradizione non avvertita, e, perciò.
U ooncet- to del conve- niente.
1 Teoriay p. 79.
« QuiNT., InHU, orai,, Vili, e. 6; IX, e. 1.
STORIA La teoria del Tornato nel Medioe- vo e nel Ri- nascimento.
inefficace; proteste del buon senso, che non distraggevano la fallace dottrina delle scuole. La qaale, poi, era anche protetta da un congegno prudenziale, da una valvola di sicurezza, impedente all'assurdità di scoppiare chiara e aperta. — Se Tornato era un plìl8^ in quale misura con- veniva usarne? Se esso dava piacere, non era da conclu- dere che, usandone molto, si avrebbe piacere grande; usan- done strabocchevolmente, piacere strabocchevole? — Qui il pericolo; e i retori corsero istintivamente al riparo, im- pugnando a difesa Tarme del € conveniente » (npéicov). Dei- Tornato è da usare né troppo né poco; in medio vtrtus; tanto che sia conveniente (4XXà «péwov); mescerne nello stile « una certa dose », diceva Aristotele (dei &pa x8xpSo9«t uooc Toóxotc). L'ornato (ammoniva il medesimo autore) de- v'esser condimento e non cibo (i^&uojia, oùx i&eojia) ^ Il con- veniente era concetto affatto estraneo a quello dell'ornato; era un rivale, un nemico, destinato a sopprimerlo: a che, in fatti, conveniente? all'espressione; ma quel eh' è con- veniente all'espressione, non può dirsi ornato e aggiunto estrinseco, essendo, invece, l'espressione stessa. Pure, i re- tori, compiendo un vero miracolo, fecero stare insieme, in buona compagnia, y.6<3\i.o^ e «pénov, Tornato e il conveniente.
Solo lo pseudo-Longino, all'osservazione del suo predeces- sore Cecilio, che non fossero da adoperare più di due o tre metafore nel medesimo luogo, rispondeva, che bisogna usarle in quei luoghi dove l'affetto (tà «d^) va a guisa di torrente, e porta seco come necessaria (àc àva-ptaiov) la mol- titudine di esse*.
Conservata nelle compilazioni della tarda antichità (quali le opere di Donato e di Prisciano e il celebre trattato alle- gorico di Marciano Capella), e nei compendi di Beda, di < De iublimitate (in Bhel. grceci, ed. Spenge!, toI. I), § 82.
XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE 499 Rabano Mauro e di altri, la teoria dell'orna to passò al Me- dioevo; durante il quale la Rettorica, insieme con la Oram- matlca e la Logica, continuò a comporre il trivio delle scuole. In quel periodo, essa era favorita, in certo modo, dal fatto che gli scrittori letterati si valevano di una lingua morta; onde veniva rafforzata Topinione che la bella forma fosse, non già cosa spontanea, ma lavoro di trapunto e so- pragitto. Nel Rinascimento, rimase prevalente e fu ristu- diata sulle migliori fonti classiche: a Cicerone si a|^iun- sero le latituzioni di Quintiliano e poi la RMorica aristo- telica, con tutta la corona dei minori retori latini e greci, tra i quali Ermogene, con le sue celebri Idee, prediletto e messo in voga da Giulio Camillo ^ E anche quegli scrittori, che arditamente criticarono l'organismo della Rettorica antica, risparmiarono la teoria deiromato. Certo, il Vives lamentava la « smodata sotti- gliezza greca», che aveva moltiplicatele distinzioni senza procurare la luce *; ma contro Tornato non pigliava partito con risolutezza. La scuola del Ramus continuò ad asse- gnare alla Rettorica V « abbellimento » delle sentenze. Il Patrizio si mostrava scontento degli antichi, i quali non avevano ben definito che cosa fosse l'ornato; ma ammetteva, per altro, ornati e metafore, anzi sette maniere di < parlar congiunto »: narramento, provamento, ampliamento, dimi- nuimento, ornamento col suo contrario, innalzamento e ab- bassamento^. Per la grande estensione e intensificazione della vita e della letteratura nel Cinquecento, sarebbe assai agevole raccogliere affermazioni, proclamanti, come quelle di cui abbiamo dato esempi per l'antichità, la dipen- 1 Giulio Camillo Dblminio, DÌ9cor$o $opra le Idee di Ermogene (in Opere, Venezia, 1560); e tradtu. di Ermo^ne (Udine, 1594).
s De cauaU oorruptar. artùnn,, 1. e. * ^ De la Wieloriea, dial. 6.
STORIA Uldusioni ali* aaaardo nel 8. XV II.
denza assoluta delle parole dalle cose da* esprimere; e vivaci effasioni contro i pedanti, e contro le forme pedan- tesche e comandate del bel parlare. Ma che per ciò? La teoria neiromato era sempre nello sfondo, tacitamente ammessa come indiscutibile. « Escribo conio habìo (dice, p. e., nella sua professione di fede stilìstica, Juan de Valdés): solamente tengo cuidado de usar de vocablos que sinifiquen bien lo que quiero decir, y digolo cìianto mas llanamente me es posible, porqué, d mi parecer, en ntTiguna lengua està bien la afectación ». Ma il Valdés scrive anche che il ben par- lare consiste « en que digais lo que quereis con las menos palabras que pvdiéredes, de tal mainerà que no se pueda quitar ninguna sin o fender à la sentencia, 6 al encare- scimiento, ó àia elegancia » i. Dove si vede come Tam- plificazione e Teleganza sieno concepite come estrìnseche al contenuto, che è la sentenza. — Un raggio di luce rifulge nel Montaigne, il quale, innanzi alle sudate categorie orna- mentistiche dei retori, osserva: « Oyez dire Metonymie, Metaphore, Allegorie, et aultres tels noms de la Oram- maire; semble il pas qu'on signi fle quelqu^ forme de langagt rare et pellegrini Ce sont tiltres qui touchent le babU de votre chambrière » *. Cioè, sono tutt'altro che linguaggio remoto dalla primum se offerenti ratione.
L* insostenibilità della teoria deirornato cominciò a es- sere avvertita nella decadenza letteraria italiana del Sei- cento; quando, mutata la produzione letteraria in vacuo gioco di sorprese e fiorettature, il conveniente, vio- lato in pratica, fti anche abbandonato, o trascurato, in teoria, quale limite arbitrario, imposto al principio fon- damentale deirornato. Gli oppositori del concettismo 1 Diàlogo de laa lenguat (ediz« di Matams t Siscab, Origùiet de h lengua espanola, Madrid, 1878), pp. 115, 119.
XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE o secentismo (Matteo Pellegrini, l'Orsi e altri) sentivano il difetto della produzione letteraria contemporanea; in- travvedevano che la decadenza nasceva dal non essere ormai la letteratura espressione seria di un contenuto; ma restavano imbarazzati dalla logica dei sostenitori del cattivo gusto, i quali mostravano il fatto come pienamente conforme alla teoria letteraria deirornato, base comune delle loro discussioni. Invano i primi ricorrevano al « con- veniente >, al « moderato >, al « fuggir TafiTettazione », all'ornato che dev'esser < condimento e non cibo », e a tutti gli altri strumenti, bastevoli in tempo di gagliarda produzione e di sicuro gusto estetico, spontanei correttivi delle dottrine inesatte. Gli altri rispondevano che non c'era ragione di non usare molti ornamenti, quando si hanno a propria disposizione; di non fare pompa d'inge- gno, potendo farla sterminata K La stessa reazione contro l'abuso dell'ornato, contro i « concetti alla spagnuola e all'italiana > (i cui teorici erano stati il Gracian, in Ispagna, e il Tesauro, in Italia),