SigPhi · Benedetto Croce

Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale

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ebbe luogo in Francia. « Laissez à l'Italie De tona cef faux brillante l'eclatante folle »; « Oe que l'on congoit bien s'énonce clairement, Et les mots, pour le dire, arrivent ai- sément » *. Tra i più aspri critici del concettismo fu il già ricordato gesuita Bouhours, autore della Manière de bien penser dans les oeuvres d'esprit. Si polemizzò allora calda- mente intorno alle forme rettoriche; e l'Orsi, avversario patriottico del Bouhours in Italia (1703), sostenne che tutti gli ornati ingegnosi riposano sopra un termine medio e si riducono a un sillogismo reltorico, e che l'ingegnosità consiste nel vero che sembra falso, o nel falso che sem- Polemiohe intorno' alla teoria del- l'ornato.

1 Croce f 1 traUcUiati itaUani del concettismo, pp. 8-22.

2 BoiLEAU, Art poélique, I, vv. 48-44, 158-154.

saia e le me- tafore.

502 STORIA bra vero K Quelle polemiche, se, per allora, non produs- sero gran risaltato scientifico, prepararono le menti a mag- giore libertà; e, come si è notato altrove*, non restarono, forse, senza efficacia sul Vico; il quale, nel porre il suo nuovo concetto della fantasia poetica, scorse chiaramente che, con esso, venivano rinnovate da cima a fondo anche le teorie della Rettorica, le figure e tropi, non più « ca- pricci di piacere >, ma « necessità della mente umana > ^. 11 Du Mar- Lc' teorìc rettoriche deirornato erano, invece, serbate gelosamente intatte dal Baumgarten e dal Meier. Ma, in Francia, intanto, vigorosamente le scrollava Cesare Ches- neau, signore Du Marsais. Il quale die fuori, nel 1730, un trattato sui Tropi (settima parte di una sua Grammatica generale^), in cui svolgeva, a proposito delle metafore, la medesima osservazione già fatta dal Montaigne; e forse al Montaigne s'ispirava, benché non ne faccia menzione. Si dice (osservava il Du Marsais) che le figure sieno modi di parlare, giri di espressione, lontani dall'ordinario e dal comune; il che sarebbe come dire: € che il figurato è di- verso dal non figurato, e che le figure sono figure, e non già non -figure >. D'altra parte, non è punto esatto che le figure si allontanino dal parlare comune: « niente, anzi, è più naturale, ordinario e comune di esse. Si fanno più fi- gure in un giorno di mercato, nella piazza, che in molte giornate di riunioni accademiche ». Non è possibile un di- scorso, sia pure brevissimo, intessuto soltanto di espressioni non figurate. E il Du Marsais recava esempi di espressioni 1 G-. Q. Oasi, Coruìdermioni sopra la manièra di ben penmxrB, ecc., 1708 (ristampa di Modena, 1785, con tutte le polemiche relative).

< Si veda sopra, pp. 260-1.

* Dea Tropee ou dea differena aena dans leaquela on peui prendre un marne mot dona une mime langue^ Parigi, 1780 {(Euvrea de Dn Marsais, Parigi, XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE ovvie e spontanee, nelle quali la Rettorica non può ricusare di riconoscere figure di apostrofe, di congerie, d'interroga- zione, d'ellissi, di prosopopea. « Gli apostoli erano perse- guitati e sofirivano pazientemente le persecuzioni. Che cosa è più naturale della descrizione, che si legge in S. Paolo? Maledidmur et benedicimus; persecvMonem. patimur et susti- nemva; blaaphemamur et obsecramua. Eppure, gli apostoli formavano una bella figura d'antitesi: maledire è opposto a benedire, perseguitare a soffrire, bestemmiare a pregare >. Che più? La parola stessa di figura è figurata, perché metafora. — Ma, dopo tante argute osservazioni, il Du Marsais si confonde anche luì, e finisce col definire le figure: « maniere di parlare diverse dalle altre per una modificazione particolare, per la quale è possibile ridurle ciascuna a una specie a parte, e che le rende o più vive o più nobili o più piacevoli delle maniere di parlare, espri- menti lo stesso contenuto di pensiero senza avere altra modificazione particolare » K Se non che, l'interpetrazione psicologica delle figure, avviamento alla critica estetica di esse, non fu più, d'al- lora, intermessa. L'Home, nei suoi Elementi di critica, dice di avere dubitato a lungo se la parte della Retto- rica, concernente le figure, potesse mai ridursi a principio razionale, ma di avere scoperto, finalmente, che quelle consistono nell'elemento passionale*; secondo il quale criterio, si provava ad analizzare la prosopopea, l'apo- strofe e l'iperbole. Dal Du Marsais e dall'Home deriva ciò eh' è di buono nelle Lezioni sulla rettorica e le belle let- tere di Ugo Blair ^, professate nell'Università di Edimburgo Interpetra- sioni p8loo> losche.

1 Dei Trope» ou dn differeiu sena dan» letqueU on peut prendre un méme mot dana una mSmé langutt P. I, art. 1, cfr. art. 4. t Elem, of criticume III, e. 20. 3 HuoH Blair, Leclurea on Rheloric and belles TMtret (Londra,; STORIA Il Roman- ticismo e la Kettorica. Stato presen- te.

dal 1759 in poi, e che, raccolte in volume, ebbero immensa fortuna in tutte le scuole di Europa, anche in quelle d'Ita- lia, sostituendo vantaggiosamente, con applicazioni di ra> gione e buon senso {reason and good sensé), libri assai più grossolani. Il Blair definiva, in genere, le figure: < lin- guaggio suggerito dall' immaginazione o dalla passione » ^. Simili idee divulgava, in Francia, il Marmontel, coi suoi Elementi di letteratura *. In Italia, il Cesarotti alla parte logica, ai termini-cifre delle lingue, contrapponeva la parte rettorica, i termini-figure, e alFeloquenza razio- nale, quella fantastica ^. Il Beccaria, per quanto acuto nelle analisi psicologiche, considerava sempi*e lo stile letterario come < idee o sentimenti accessori, che si aggiungono ai principali in ogni discorso »; ossia non usciva, neanche lui, dalla distinzione tra una forma intellettuale, destinata a esprimere le Idee principali, e una forma letteraria, va- riegglante la prima con l'aggiunta d'idee accessorie*. Un'interpetrazione dei tropi e delle metafore, simile a quella del Vico, cioè come costituenti il carattere stesso del linguaggio primitivo e della poesia, tentava, in Ger- mania, l'Herder.

Il Romanticismo dette il tracollo alla teoria dello stile ornato, che in quel tempo fìi gettata, effettivamente, tra i ferri vecchi. Pure, in rigorosi termini teorici, non può dirsi fosse vinta e superata: i principali filosofi dell'Estetica (e non solo il Kant, prigioniero, come si è visto, della teoria meccanica e ornamentale; non solo l'Herbart, il quale di arte sembra che conoscesse semplicemente un po' di mu- 1 Leciuret on Rhetùrìc and hellea LeUres, lez. 14. ^ Makuoiitbl, ÉUmenis de liUércU. (in (Sìuvreij Parigi, 1819), IV, 3 Cesarotti, Saggio sulla filos. del linguaggio, P. II. * Ricerche intorno alla natura dello etile (Torino, 1868), o. 1.

XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE 505 sica e molto di rettorica; ma gli stessi filosofi romantici, lo Schelling, il Solger, l'Hegel) conservano le sezioni delle metafore, dei tropi, delle allegorie, accettandole dalla tra- dizione. Anche il Romanticismo italiano, con a capo il Manzoni, distrusse la fede nelle parole belle ed eleganti, e danneggiò la Rettorica; ma la colpi a morte? Non pare, a giudicare almeno dalia parte non piccola, che ancora le fa il trattatista* della scuola per questa materia, Ruggero Bonghi; il quale, nelle Lettere critiche, ammette due stili o forme, rispondenti, in fondo, al nudo e all'ornato ^ Nelle scuole tedesche di filologia ha avuto diflftisione qualche teo- ria stilistica del GrOber, che divide lo stile in logico (og- gettivo), e in affettivo (soggettivo)'. Questo errore an- tico si copre di una fraseologia presa a prestito dalla filo- sofia psicologica della presente moda universitaria; il che non ne cangia la natura. Cosi un trattatista recente chiama, pomposamente, quella dei tropi e figure: < dottrina delie forme dell'appercezione estetica », che sarebbero le quattro categorie (l'antica ricchezza è stremata al meschino numero di quattro) della personificazione, metafora, antitesi e simbolo'. Alla metafora il Blese ha consa- crato un libro confusionario, dove si desidera una seria analisi estetica di questa categoria K 1 R. Bonghi, LeUere critiche, 1866 (4.* ediz., Napoli, 1884), pp. 87, ^ Gustav QsOber, Grundiu d. romanùchen Philologie, voi. I, pp. 209- 250; K. VosSLBR, B, Cellinia Stil in seiner Vita, Verauch einer psychoL Stilbetrachtung, Halle a. S., 1899. Cfr. ora l'autocritica del Vosslbr, Poailiviamu» u, IdecUiimua in der Sprachetvisaenmshafì, Heidelberg, 1904 (e in ital., Bari, Laterza, 1908).

506 STORIA La migliore critica scientifica della teoria dell'ornato è, forse, quella che si trova sparsa negli scritti del De Sanctis. il quale, insegnando Rettorica, esponeva invece, com'egli dice, TAntirettorica^ Ma neanche questa critica è fatta da un punto di vista sistematico. La vera critica, a nostro parere, non può trarsi se non negativamente dalla natura stessa deirattività estetica; la quale non dà luogo a par- tizioni, non è attività di modo a e di motlo b, e non può esprimere un medesimo contenuto ora in una forma, ora in un'altra. Cosi soltanto si spazza via il doppio mostro della forma nuda, che sarebbe, non si sa come, priva di fantasia, e della forma ornata, che conterrebbe, non sì sa come, un dippiù rispetto alla fantasia^.

1 La giovinezaa di Fr. d, 5., co. 28, 25; ScrUti vaH, II, pp. 272^.

La tbobia dei genekx artistici b lrtbbabi Il medesimo si dica della teoria dei generi artistici e letterari, e delle leggi o regole dei vari generi. Nei tempi moderni essa ha seguito, quasi sempre, le sorti della teoria rettorica; e, benché screditata, non è ancora ben morta.

L'antichità, mal distinguendo la storia dalla teoria della letteratura, e mutando i gruppi empiricamente costituiti in concetti scientifici, cominciò a disegnare i con tomi dei vari generi letterari. Della triplice divisione in epica, li- rica e drammatica, si trova qualche vestigio già in Pla- tone: alla critica dei singoli generi, e, in particolare, della tragedia, è spesso rivolta la satira di Aristofane ^ Ma il più importante e celebre esempio, nell'antichità, di una trattazione intorno a tale argomento, è la dottrina della Tragedia, nel frammento della Poetica aristotelica. Ari- stotele definiva la tragedia Imitazione di un'azione seria e compiuta, avente grandezza, in discorso adorno secondo le varie parti, esposta per azione e non per racconto, e che, mediante la pietà e il terrore, libera, o purifica, da queste passioni*; passando poi a determinare minuta- 1 ReapMica, libro III (3d4); e ai veda E. Miller, Geach. d, Th. d. KunU, I, pp. 184-206, e II, pp. 288-9 n.

STORIA mente le qualità delle sei parti, ch'essa doveva avere, e, ìd ispecìe, della favola e del personaggio tragico. È stato os- servato parecchie volte (e gii, nel secolo XVI, da Vincenzo Maggio) che Aristotele tratta della natura della poesia e delle forme particolari di questa, senza pretendere di dame precetti. Ma, anche allora, il Piccolomini rispose che < tutte queste cose e altre simili ad altro fine non si mostrano e non si dichiarano acciocché si possa vedere che cosa ab- biano da riguardare e da operare i precetti e le leggi loro >, come, per fare un martello o una sega, si comincia col dire in che cosa essi consistano ^ Comunque, Terrore, del quale deve essere fatto qui rappresentante Aristotele, con- siste nel tramutare in concetti razionali le astrazioni e partizioni empiriche; errore, per altro, quasi inevitabile agli inizi della riflessione estetica. La Poetica sanscrita vi f^ condotta anch'essa; e si occupò a distinguere, p. e., dieci generi drammatici, diciotto secondari, quarantotto varietà dell'eroe e non sappiamo quante dell'eroina *• Non sembra che, nell'antichità, dopo Aristotele, la dot- trina dei generi poetici fosse oggetto di trattazioni par- ticolari. Il Medioevo ebbe propri trattati di regole, « arti ritmiche > e « ragioni del trovare ». Ed è curioso lo stra- zio, che dei generi aristotelici si fa nella parafrasi del- l'arabo Averroe; il quale, non riuscendo a intendere, per via di analisi razionale, quelle categorie d'origine storica, concepisce la tragedia come arte di lodare, la commedia come arte di biasimare, panegirico la prima e satira la seconda; e crede che la peripezia sia l'antitesi, per cui, nel descrivere una cosa, si comincia dal presentare la cosa contraria^. Il Rinascimento, impadronitosi del testo aristo- 1 AfmoUtztonij introd.

< Cfr., per la Poetica sanscrita, S. Levi, Le thédlre indien, pp. lI-lo2.

3 Cfr. Menbndez t Pelavo, op. cit., I, i, pp. 126-154 (2.* ediz.).

XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE 509 telìco (e tratto, bisogna aggiungere, dal suo intellettua- lismo e razionalismo estetici), un po' comentando e stirac- chiando, un po' escogitando a nuovo, venne a stabilire una numerosa serie di generi e sottogeneri poetici, rigorosa- mente definiti, con leggi fisse. E sorsero allora le dispute sul carattere di unità, che deve avere il poema epico o il drammatico; sulla qualità morale, e il grado so- ciale, dei personaggi che possono entrare nell'uno o nel- l'altro poema; su ciò che si debba intendere per azione, e se in questa sieno da comprendere le passioni e i pen- sieri, e se le liriche si debbano escludere dal novero delle poesie vere; se la tragedia debba avere materia sto- rica; se la commedia possa essere scritta in prosa; se la tragedia possa avere lieto fine; se il personaggio tra- gico possa essere un perfetto galantuomo; quanti e quali episodi sieno da ammettere nel poema, e come essi si leghino con l'azione principale; e cosi via. Gran tormento dava quella misteriosa regola della catarsi, che si trovava scritta in Aristotele; il Segni, ingenuamente, si augurava, che risorgesse il poema tragico nella intera perfe- zione dello spettacolo, per vedere gli effetti, di cui discorre Aristotele, di quel « purgamento >, onde « nasce negli animi tranquillità e nettezza d'ogni perturbatione » ^ Tra le molte imprese dei trattatisti del Cinquecento la La dottrina più conosciuta è quella che fissò le tre unità, di tempo, luogo e azione, che non si sa poi perché si chiamino a questo modo; quando, tutt'al più, si potrebbe parlare di brevità di tempo, di angustia di luogo, e di arbitraria limitazione delle azioni a una certa classe di esse. È ri- saputo che Aristotele parla solamente dell'unità d'azione, e ricorda, come consuetudine teatrale, la circoscrizione del tempo in un giro di soie. Sul quale punto, i critici del delle ire u- nità.

1 Trad. della Poetica, introd.

STORIA La Poetica del generi e regole. Lo Scaligero.

LesBlng.

Cinquecento concessero, secondo gli umori, sei, otto, do- dici ore; qualcuno (e fu il Segni) giunse alle ventiquattro, includendo le ore notturne, come più propizie agli as- sassinì e alle crudeltà, che si rappresentano nelle trage- die; altri si spinsero perfino alle trentasei o alle quaran- totto ore. L'ultima e più strana unità, quella di luogo, si andò lentamente preparando nel Castelvetro, nel Ricco- boni, nello Scaligero, fin tanto che il francese Giovanni de la Taille, nel 1572, la mise terza con le altre, e più esplicitamente, nel 1598, 1^ formolo Angelo Ingegneri.

I trattatisti italiani ebbero difiiisione ed efficacia in tutta Europa, e suscitarono i primi tentativi di Poetica colta in Francia, in Ispagna, in Inghilterra, in Germania. Rappresentante di essi tutti, e della loro grande efficacia, può essere considerato Giulio Cesare Scaligero; il quale è stato creduto, con qualche esagerazione, il vero fondatore del pseudoclassicismo alla moderna, del classicismo estetico alla francese, colui che < pose (cosi è stato detto) la pri- ma pietra della Bastiglia classica ». Certo, se non fu né il primo né il solo, contribuì potentemente a redigere « in corpo dottrinale le conseguenze principali della sovranità della Ragione nelle opere letterarie », con le minute di- stinzioni e classificazioni dei generi, con le barriere in- sormontabili interposte tra essi, con la diffidenza verso la libera ispirazione e la fantasia ^ Dallo Scaligero discendono, oltre che Daniele Heinsius, anche il D'Aubignac, il Rapin, il Dacier, e gii altri tiranni della letteratura, e, specie, della scena francese: il Boileau mise in versi eleganti quelle esigenze. Sullo stesso terreno (come è stato giustamente notato) si trova ancora il Lessing; la cui opposizione alle regole dei francesi (opposizione di regole a regole, in cui era stato preceduto da scrittori italiani, p. e. il Calepio 1 LiMTiLHAC, Un coup d*ÉUtti ecc., p. 54S.

XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE 511 (1732)), non è certo molto radicale. Il Lessing reputava che il Comeille e altri autori avessero malamente interpe- trato Aristotele, nelle cui leggi poteva rientrare perfino il teatro shakespeariano ^ Ma, d'altra parte, egli si oppone recisamente agli abolitori di tutte le regole, a coloro che gridano < genio, genio », e pongono il genio sopra tutte le regole, dicendo che ciò che il genio fa, è regola. Ap- punto perché il genio è regola, le regole (replicava il Les- sing) hanno valore e si possono fissare: negarle, varrebbe limitare il genio ai suoi primi tentativi, quasi Tesempio e Tesercizio non servano a nulla*. Con ciò, il Lessing, a dir vero, spostava alquanto la questione; ma, comunque, dalle parole di lui si ricava chiaramente che egli non rifiutava il concetto di leggi intellettuali della poesia.

Le teorie dei generi e dei loro limiti si potettero so- TraaawBioni stenere per secoli soltanto a ftiria d'interpretazioni sottili, di estensioni analogiche, di transazioni più o meno larvate. I critici italiani del Rinascimento, mentre lavoravano alle loro Poetiche, si trovarono di fronte la poesia cavalle- resca, e dovettero accomodarvisi alla meglio, facendola rientrare tra i generi di poemi non previsti dagli anti- chi (Giraldi Cintio)'. Qualche rigorista, tuttavia, non cessò dairosservare e protestare che i romanzi sono, non già spe- cie di poesia diversa dall'eroica, ma soltanto un « eroico mal composto » (Salviafi). E, poiché non si poteva can- cellare dalla letteratura italiana il poema dantesco, Jacopo Mazzoni preferì, nella Difesa di Dante^ correggere, ancora una volta, le categorie della Poetica'*. Si cominciarono a ed MtensLo- ni.

3 G. B. Giraldi Cimtio, De^ romaiwi, delle comedie e delle tragedie, 4 Jacopo Mazzoki, Dì/mo dMi eomedia di Danle, Cesena, 1587.

512 STORIA comporre forse, e il Cecchi (1685) dichiarava: « La farsa è una terza cosa nova Tra la tragedia e la commedia...» ^. Sopravvenne il Pctstor fido del Gaarini: non tragedia, non commedia, ma tragicommedia. Apriti cielo 1 Jason de Nores non riusci a sussumerlo nei generi dedotti dalla filosofia morale e civile, e condannò l'intruso. Ma il Guarlni difese gagliardamente il suo figliuolo diletto come un terzo ge- nere, misto, rispondente alla realtÀ della vita^; e, quan- tunque un altro rigorista, il Fioretti (Udeno Nisieli), segui- tasse a proclamare la tragicommedia « mostro di poesia, tanto enorme e contraffatto che i centauri, gì' ippogrifi, le chimere, appetto a questi, sono parti graziosi e perfetti..., formato ad onta delle muse e a dispregio della poeaia, tutto mescolato d'ingredienti per sé stessi discordi, nimlci e incomparabili > ^; chi cacciò più il delizioso Postar fido dal campo della poesia italiana? Il medesimo accadde per V Adone del Marino, che lo Chapelain aveva definito, non sapendo fare altrìmente, « poema della pace », e che, se- condo i difensori, era « una nuova forma di poema epico »^; e poi, ancora, pel dramma musicale, e per la commedia deirarte. Il Corneille (il quale aveva avuto a sostenere, pel Cid^ una vera tempesta scatenatagli addosso dallo Scudéry e dairAccademia), nei suoi discorsi sidla Tragedia, pur fondandosi su Aristotele, osservava che era necessaria « quélgue modération, quélgue favorabU inter- prétcUion..,, pour n'étre pas dbligés de condamner beaucoup de poèmes, que nous avons vu réussir sur nos théàtres >, i G. M. Obcchi, nel prologo della Romanesca^ 1685. < Gfr., oltre i dae Veratti^ il Compendio delia poma tragicomica^ Ve- nezia, 1601.

XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE « n est aisé de nous accomoder avec Aristote.,, » *, dice in nn altro luogo: ipocrisia letteraria, che ricorda stranar mente Us accommodements avec le ckl della morale di Tartufife. Nel secolo seguente, ai soliti generi furono ag- giunte la tragedia borghese e la commedia commo- vente, che gli avversari dissero satiricamente lagrimosa; difesa dal Diderot (e in Germania, dal Gellert e dal Les- sing*), combattuta, tra gli altri, dal De Chassiron^. Lo schematismo prestabilito dei generi continuò, per tal modo, a soffrire imposizioni e a fare brutte figure; ma, in tutte queste traversie, si sforzava di conservare, se non la di- gnità, almeno qualche potere: come re assoluto, diventato costituzionale per effetto di rivoluzione, e conciliante, alla men peggio, il diritto divino con la volontà della nazione. Ma le critiche delle regole con le regole, o le transa- zioni alle quali si era costretti, interessano meno delle voci di ribellione contro tutte le regole, contro la regola in genere; voci che si fanno già sentire, in Italia, nello stesso secolo XVI. Pietro Aretino volgeva in derisione i più sacri precetti: « Se voi vedessi (dice beffardamente nel prologo di una sua commedia) uscire i personaggi più di cinque in volta in scena, non ve ne ridete, perché le catene che tengono i molini sul fiume, non terrebbeno i pazzi d'oggidi » *. Un filosofo, Giordano Bruno, prendeva risolutamente partito (1585) contro i « regolisti di poesia ». Le regole (egli dice) derivano dalle poesie: e e però tanti RlbdUione contro le re- gole In ge- nere.

G. Bmno, 11 Gaarini.

1 Examenst e Dùcottrs du poème dramatiquej de la tragèdie^ des troia uniiétf ecc.

2 Gellert, Db conwtdia commovente, 1751; Lessiko, Ahkandiungen von den toeinerlichen oder rùhrenden Luatspielef 1754 (in Werke, voi. VII).

s Eéflexhtu eur le eomique larmoyantj 1749 (trad. dal Leasing, Werhe^ voi. oit.).

gnuoli.

514 STORIA son geni e specie de vere regole, quanti son geni e spe- cie de veri poeti ». Era questo un individualizzare i ge- neri, e, per conseguenza, un distruggerli affatto. « Or co- me, dunque (domanda il suo avversario), saranno conosciuti gli veramente poeti? », e Dal cantar de' versi (risponde il Bruno); con questo, che, cantando, o vegnano a deiet- tare, o vegnano a giovare, o a giovare e deiettare insie- me > ^ Allo stesso modo il Gaarini, difendendo il Pastor fido, affermava (1588), che e il mondo è giudice dei poeti e dà, la sentenza inappellabile »*. critìoi apa- La Spagna, forse, fu il paese d'Europa, che più a lungo resistette alle pedanterie dei trattatisti; il paese della li- bertà critica, dal Vives al Feyóo, ossia dal Cinquecento alla metà del Settecento, quando, decaduto Tantico spirito spagnuolo, fa impiantata colà, per opera del Luzan e di altri, la poetica neoclassica di provenienza italiana e fran- cese ^. Che le regole mutino coi tempi e con le condizioni di fatto; che la letteratura moderna richieda una Poetica mo- derna; che lavorare contro le regole stabilite non signi- fichi già lavorare fuori di ogni regola, ossia non sottoporsi a una legge superiore; che la natura debba dare, non ri- cevere leggi; che le leggi delle unità sieno tanto ridicole, quanto il proibire a un pittore di far entrare un gran paese in un piccolo quadro; che il piacere, il gusto, l'ap- provazione dei lettori e degli spettatori decidano in ul- tima analisi; che, nonostante tutte le regole del contrap- punto, vero giudice della musica sia l'orecchio: queste e simili affermazioni ricorrono in gran copia nei critici spa- gnuoli di quel periodo. Uno di essi, Francesco della Bar- reda (1622), giungeva perfino a compassionare i forti in- 1 Degli eroici furori, in Opere italiane, ed. Gentile, II, pp. 810-11.

« // VereUio (contro Giason de Nores), Ferrara, 1588.

^ Mbubvdez t Pelato, op. cit.. Ili, i, pp. 174-5 (l.« edis.).

XIX. SGUARDO ALLA STORIA DI ALCUNE DOTTRINE 515 • gegni d'Italia, intimiditi e avviliti (temerosos y acóbarda- do8) per le redole, che li stringevano da ogni lato ^. E aveva ragione: Torquato Tasso resta, di queiravvilimento, esempio lamentevole e memorando. Lope de Vega ondeg- giava tra r inosservanza pratica delle regole e Tossequio teorico, scusando il suo procedere pratico col bisogno di soddisfare il gusto del pubblico, che paga i suoi diverti- menti teatrali: < quando scrivo le mie commedie (egli di- chiara), chiudo i precettisti sotto sei chiavi, perché non mi rimproverino >; e Tarte dice verità, che il volgo igno- rante contradice »; « perdonino i precetti, se siamo in- dotti a violarli » *. Ma un suo contemporaneo e difensore (1616) osservava che, se Lope e en mucJias partes de stbs escritos dice que el no guardar el arte antiguo lo hace por conformarle con el gtisto de plebe,., ^ dicélo por su naturai modestia, y porqué no atriìmya la malicia ignorante d arro- gancia lo que es politica perfeccion » '.

Anche Giambattista Marino protestava: « Io pretendo o.b. Marino, di sapere le regole più che non sanno tutti i pedanti in- sieme; ma la vera regola è saper rompere le regole a tempo e luogo, accomodandosi al costume corrente e al gusto del secolo » ^ E, nel Seicento, l'esempio del dramma spa- gnuolo e della commedia dell'arte nostrana fece chiamare € antiquari » i Mintumo, i Castelvetro e gli altri rigidi trattatisti del secolo precedente, come si vede in Andrea Ferrucci (1699), teorico della commedia improvvisata*. Lo 1 Mehskdbz t Pblayo, op. cit., Ili, p. 468 (2.^ edis.).

< ArU nuno de hacer comediaa (1609), ed. Morel Fatio, vv. 40-1, 188-40, 3 Mbnbhdbz t Pelato, op. cit.. Ili, p. 459.

^ Maruio, lettera a Girolamo Preti, in Letterej Venezia, 1627, p. 127.

s DdVarU retppret&wtativa meditata e aW imprawriiOf Napoli, 1699: ofr.

na, 516 STORIA Sforza-Pallavicino criticava gli scrittori delle e discipline del bel parlare >, perché e formavano, per lo più, i loro ammaestramenti anzi con avvertire per isperienza ciò che recasse diletto negli scrittori, che con imparar dalla ra- gione ciò che dalla natura si conformasse ad alcuni affetti ed istinti, piantati dal Creatore negli animi dei mortali » *. Un cartello dì sfida contro i generi fissi è nel Discorso sìiU G. V. Gravi- VEmlimione del Gravina (1691), nel quale si biasimano for- temente gli « ambiziosi ed avari precetti > dei retori, e si osserva con arguzia: « Non può uscire alla luce opera alcuna che non sia subito avanti al tribunale dei critici chiamata alPesame, ed interrogata in primo luogo del nome e deiresser suo: sicché si vede tosto intentata l'azione, che i giureconsulti chiaman pregiudiziale; e si forma in un tratto controversia sopra lo stato di essa, se sia poema, o romanzo, o tragedia, o commedia, o d'altro ge- nere prescritto. E, se quell'opera travia in qualche modo dai precetti..., vogliono. tosto che sia bandita e in etemo proscritta. E pure, per quanto scuotano e dilatino i loro aforismi, non potranno comprender mai tutti i vari generi, che il vario e continuo moto dell'umano ingegno può pro- durre di nuovo. Onde non so perché non si debba tórre