SigPhi · Giambattista Vico

La scienza nuova — Volume I

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l’opera, ma anche, cento volte, si trova nel luogo al quale egli allude cosa affatto diversa da quella che egli suppone, o corrispondente soltanto a metà». E vero che il Weber ebbe più di mira l’additare le fonti classiche che quelle medievali e moderne, delle quali trascurò parecchie; è vero che le sue note (quantunque l’avvertenza da lui fatta possa indurre a credere il contrario) per lo più si limitano a indicare sommariamente il luogo cui il Vico si voleva riferire, senza precisare se il testo vichiano corrisponda effettivamente al passo citato; è vero ancora che non mancano citazioni inesatte di seconda mano; è vero infine che il Weber di regola non appose alcuna nota quando la ricerca da compiere sarebbe stata troppo lunga e complicata: ma tutto ciò non toglie che il suo eccellente lavoro sia stato quello di cui abbiamo potuto maggiormente giovarci, e che a esso andiamo debitori d’aver risparmiato almeno un buon quinto della nostra fatica.

Sarebbe da credere che una traduzione preparata con tanta diligenza contribuisse a rendere popolare il Vico in Germania, e procurasse a chi aveva saputo condurla a termine quella fama che egli si era meritata per tanti rispetti. Viceversa, essa passò quasi inosservata, e, cosa assai più strana, quel pochissimo che si sa tuttora del Vico, tra la maggioranza delle persone colte, nella patria del Kant e dell’Hegel, è dovuto, più che ad altro, a una traduzione francese della Scienza nuova; la quale, tanto inferiore a quella del Weber, godè, per una delle bizzarrie del destino, reputazione europea, e anzi fu la prima a rivelare in modo cospicuo nel mondo degli studi quale ignorato precursore aveva avuto l’Italia in Giambattista Vico. Intendiamo discorrere della traduzione francese del Michelet, comparsa per la prima volta nel 1827. Se il filosofo napoletano avesse potuto vederla, sarebbe certamente entrato in una di quelle «collere eroiche», ch’egli sapeva così efficacemente descrivere nella commemorazione della Cimini. E invero, il fatto stesso di riprodurre quella sua prosa grave, maestosa, oscura, dai periodi lunghissimi e involuti, in una prosetta leggiadra, piacevole, chiara come limpidissima acqua, dai periodetti brevi e snelli, significava già dare dell’opera vichiana (traducibile in francese meno che in ogni altra lingua), non il ritratto più o meno fedele, ma saremmo per dire la caricatura. Ma il Michelet fece di peggio. Qui soppresse, li riassunse; ora anticipò, ora pospose; insomma rimaneggiò tutta l’opera, rimpicciolendo perfino il classico titolo di Scienza nuova (così rispondente allo scopo, che si proponeva l’autore, di compiere una vera instauratio magna in tutto lo scibile umano) nell’altro improprissimo di Principes de la Philosophie de l'histoire; non ultima forse tra le cause perchè il Vico sia stato e sia tuttora ritenuto semplicemente per un filosofo della storia (nell’accezione comune ed errata della parola). S’intende che lo storico francese fece ciò a fin di bene: per rendere, cioè, l’opera vichiana di più facile intelligenza e più accessibile al gran pubblico. Ma se l’effetto, diremo così, commerciale fu in apparenza raggiunto (in apparenza, perchè in sostanza, nella nuova veste datale dal Michelet, la Scienza nuova riesce ancora più oscura), filosoficamente e quindi anche letterariamente parlando, quello commesso dal traduttore francese resta sempre un mezzo sacrilegio. Giacché si può bene (si deve anzi), per fare intendere la Scienza nuova frantumarla a colpi di piccone, e coi frammenti risultanti da codesta demolizione, mettendovi di proprio assai cemento, ricostruire ex novo; ma non si può in alcun modo, lasciando intatta l’ossatura interna, dare dell’opera una semplice rielaborazione letteraria, anche quando (anzi allora più che mai) il rielaboratore sia un artista come Giulio Michelet.

Ormai la Scienza nuova era diventata di moda: pochi anni dopo (1830) essa penetrava anche in Inghilterra mercè la traduzione del terzo libro, dovuta a Enrico Nelson Coleridge; e tutti, perfino romanzieri e uomini politici, la citavano a proposito e a sproposito. Sicchè era finalmente tempo che ne comparisse in Italia, se non un’edizione critica, almeno una ristampa decorosa. Tali non furono certo quella pubblicata a Milano nel 1831 e l’altra uscita a Napoli nel 1834 per cura di Nicola Corcia: amendue riproduzioni materiali dell’edizione del 1744. Ma già in quegli anni Giuseppe Ferrari aveva incominciato a preparare la sua prima edizione delle opere complete del Vico, della quale il volume quinto, comprendente la seconda Scienza nuova, vedeva la luce, nel 1836. La distanza tra l’edizione del Ferrari e quelle che la precedettero è enorme. Il testo, a dir vero, non è troppo migliorato, né anzi, è esente qua e là da qualche arbitraria correzione; ma è accompagnato da un apparato critico, che ne fa crescere assai il valore. «Nello stampare la seconda Scienza nuova — dice il Ferrari — abbiamo seguito l’ultima edizione del 1744; ma non ci siamo accontentati di questa lezione, a cui si limitarono tutte le edizioni antecedenti: abbiamo notato tutte le varianti dell’edizione del 1730 e tutte le aggiunte inserite in quella del 1744: così ogni lettore potrà assistere allo spettacolo delle ultime idee di Vico, vedere in qual modo il suo sistema andava continuamente soggiogando nuovi fatti, in qual modo egli stesso si avvedesse di avere naufragato contro la realtà isterica; e potrà conoscere le intime esitazioni delle idee e dell’orgoglio di Vico dinanzi all’indifferenza de’ suoi contemporanei. Perchè riuscisse facile di attendere a questo movimento del pensiero di Vico, abbiamo stese due tavole, l’una de’ brani della seconda esclusi dalla terza edizione della Scienza nuova che abbiamo sempre riportati in calce come varianti, segnati con lettere alfabetiche; l’altra de’ brani inseriti nell’edizione del 1744 in aggiunta alla stampa del 1730». — Questo lavoro è condotto con sufficiente diligenza. Di certo, il non essere allora conosciuta la più importante delle redazioni intermedie (CMA) il non aver potuto il Ferrari, per la lontananza da Napoli, tener conto di CMA, di cui aveva conoscenza mediante l’opuscolo del Giordano, dal quale riproduce i due brani da questi pubblicati; l’avere per distrazione, in questa prima edizione, trascurato anche CMA e CMA ed eseguita in generale la collazione tra SN e SN con una certa frettolosità, la quale gli fece sfuggire non pochi brani di questa, che pur avrebbero meritato di essere riferiti: tutto ciò non può far tributare al raffronto da lui compiuto una lode incondizionata. Ma averne avuto pel primo l’idea è già non piccolo merito. E merito ancora maggiore fu senza dubbio quello d’aver «posta all’intestazione di ogni capitolo una nota che potrà servire ad un tempo a fissare la storia delle idee, il movimento del pensiero, a rannodare la seconda Scienza nuova a que’ lavori precedenti di cui essa presenta o il riassunto o lo sviluppo o la continuazione; e finalmente a riassumere brevemente le idee esposte nel capitolo. Cosi si vedrà l’intima connessione delle idee di Vico nella loro generazione isterica e nella loro logica sistemazione; sarà facile di scorgere la continuità del suo pensiero a traverso i diversi ordinamenti che egli vi sovrappose nelle opere diverse; si illumineranno le idee, trovandosi ravvicinate per riferimento alle loro premesse naturali; infine, leggendo anche continuatamente le nostre note, si avrà l’estratto più esatto che ci fu possibile di fare della Scienza nuova». — Su questa parte non ci sono da fare riserve: il lavoro, veramente assai difficile, è condotto con tanto acume e con conoscenza così piena delle opere del Vico, che, per conto nostro, non abbiamo trovato nulla di sostanziale da mutarvi.

L’edizione del Ferrari ebbe molta voga, ed essa ormai, anziché l’edizione originale del 1744, fu presa a base di tutte le seguenti ristampe. Per altro, del largo apparato critico ond’è arricchita (ossia dei confronti con l’edizione del 1730) non tennero conto né lo lovene, né la Cristina Trivulzi principessa di Belgioioso nella sua nuova traduzione francese, né altre due non belle ristampe italiane, che comparvero rispettivamente a Firenze nel 1847 e a Milano nel 1848. Al contrario, parziale riproduzione del lavoro del Ferrari, quantunque sorta in concorrenza con questo (del quale, naturalmente, si dice il maggior male possibile), è l’altra edizione che, a cura di Francesco Predari, vide la luce a Torino nel 1852. A voler credere all’altisonante prefazione, il Predari, avendo assodato che nella SN il Vico «bene spesso stringe in poche frasi un pensiero che nelle precedenti edizioni era materia a un intiero capitolo», avrebbe istituito un raffronto non già solamente fra SNe SN, ma fra tutte tre le Scienze nuove, collocando ai debiti luoghi le aggiunte, ossia i capitoli e brani di capitoli che il Vico omise nella redazione definitiva. Per tal modo — egli dice con evidente allusione contro il Ferrari, — «noi crediamo di poter veramente chiamare questa nostra edizione per la prima volta integrata ed illustrata con aggiunte e note tratte da altri scritti dell’autore». Ma quando poi dalla prefazione si passi al libro, si scorge con assai sorpresa che il Predari non fece altro che riprodurre una parte delle varianti della SN già date dal Ferrari (che non si tratti di nuova collazione, risulta dal fatto che nemmeno lui tenne conto di CMA e CMA limitandosi ad aggiungere (assai breve e facile fatica), ai luoghi in cui il Vico li cita esplicitamente, soltanto quei tre capitoli della SN a cui s’è innanzi accennato e pei quali il filosofo napoletano diceva di non essersi pentito di avere scritta quell’opera. — Inoltre, nella stessa prefazione il Predari si vanta d’avere scoperto che il Vico solesse attingere le sue citazioni, quasi tutte sbagliate, al Lessico dell’Hoffmann; e mette sempre innanzi l’enorme fatica da lui durata (mostrando così di non conoscere l’opera del Weber, ignota d’altronde anche al Ferrari) a rettificarle sui testi. «Ciò anzi — egli esclama, aggiungendo alla bugia uno sproposito — costituisce la parte più vitale della critica delle teorie vichiane», e «tutti saranno indarno gli sforzi di questa a comporre un giudizio integrale e sicuro della Scienza nuova, senza avere innanzi operato questo minuzioso esame». — Ora, non solamente l’edizione del Predari non reca nemmeno una nota, ma tutta la faccenda dell’Hoffmann, da lui messa in giro, risulta completamente infondata. La causa degli errori eruditi del Vico è ben altra, come vedremo in appresso; e il Lessico dell’Hoffmann, lungi dall’essere quella silloge di false citazioni che vorrebbe far credere il Predari, è tra i migliori del tempo. Noi almeno, sempre che vi siamo ricorsi con la speranza di trovare la chiave di qualche errore vichiano, abbiamo provata una delusione. Chè anzi, fino al punto a cui siamo giunti del nostro lavoro, una sola volta, e in un particolare insignificante, ci è stato dato di trovare nell’Hoffmann la probabile fonte del Vico. E infatti è verisimile che da quel lessico pigliasse a prestito la sua erudizione chi coglieva tutte le occasioni per deplorare «la necessità che hanno gli uomini di lettere d’oggidì d’assecondare il genio del secolo, vago più di raccontare in somma ciò che altri seppero che profondarvisi per passar più oltre»; e volendo manifestare il suo odio contro i Dizionari, le Biblioteche e i Ristretti, menzionava per l’appunto «gli Ofmanni, Moreri e Baili»?.

L’edizione del Predari ebbe la fortuna che meritava: passata quasi inosservata, finì sui muricciuoli e sui panchetti, e oggi è diventata una rarità bibliografica. Sorte su per giù simile toccò a una cattiva riproduzione materiale del solo testo dell’edizione ferrariana, pubblicata a Milano nel 1852, e che cinque anni dopo ebbe, parimente a Milano, una ristampa. Nel frattempo, esaurita l’edizione del Fetrari del 1836, tanto che se ne dovette compiere, non si sa precisamente in quale anno (giacché non risulta dal frontespizio), una ristampa, lo scrittore milanese ne mandava fuori nel 1864 una seconda, abbastanza migliorata. «Abbiamo posto ogni cura — avvertono gli editori — perchè la presente edizione riuscisse nitida e scevra di quelle mende, che noi medesimi avevamo di già notate e che da altri ci erano state fatte notare per entro la prima». E l’asserzione risponde a verità. Nemmeno qui il Ferrari pose a profìtto, per le varianti, CMA si bene sfruttò CMA e CMA] e insieme fece qualche ritocco ai sommari e aggiunse una decina di noterelle erudite. — Finalmente integra ma brutta ristampa di questa seconda del Ferrari è quella pubblicata a Napoli nel 1859 da Francesco Saverio Pomodoro; alla quale l’esser messa parecchie volte a nuovo con mutati frontespizi (qualcuno dei quali reca la data del 1880) non è riuscito a evitare l’ingloriosa fine di essere esposta, fino a pochi anni addietro, lungo i marciapiedi di via Toledo, durante le feste natalizie o pasquali, agli occhi di coloro che colgono quell’occasione per metter su una bibliotechina con pochi soldi. Dal 1859, ossia da oltre mezzo secolo, non si è inteso mai il bisogno di ristampare la seconda Scienza nuova; indice assai significativo del triste periodo filosofico che l’Italia ha attraversato. Ma era naturale che, con l’idealismo rinascente e ormai trionfante, codesto bisogno si facesse sentir vivo. E fin dal 1904 Benedetto Croce augurava che «qualche sodalizio scientifico, risparmiando tempo e denaro in lavori meno fecondi, volesse assumersi l’onore e l’onere di una nuova edizione del Vico». L’augurio purtroppo restava lettera morta; ma per fortuna, due anni dopo, il benemerito editore Laterza imprendeva la Collana dei classici della filosofia moderna; nella quale, tra i volumi da pubblicarsi uno dei primi posti veniva assegnato, naturalmente, alla seconda Scienza nuova. E poichè l’opera, per la sua stessa natura, richiedeva la cura, più che d’uno studioso specialista di filosofìa, di chi avesse un po’ di pratica con gli studi d’erudizione e vivesse a Napoli, ov’era più facile rintracciare nei vecchi fondi delle biblioteche quei libri che un giorno erano stati compulsati dal filosofo napoletano, l’onore altissimo di vegliare alla nuova edizione fu affidato a noi. Lo accettammo con vero entusiasmo; e quantunque gravati da altre cure letterarie, che occupano quasi tutto il nostro tempo, cercammo di condurre a termine il lavoro quanto più presto si poteva. Ed eccoci a renderne minuto conto ai lettori.

IV Dalla precedente esposizione già si delineano le varie questioni e difficoltà che occorreva risolvere e superare per allestire un’edizione della seconda Scienza nuova, che rispondesse ormai alle legittime esigenze degli studiosi; e cioè che, insieme con la criticità e la completezza, offrisse anche il requisito d’un largo commento storico.

Cominciamo dal testo. Che fosse da tenere a fondamento l’edizione del 1744 debitamente collazionata sul manoscritto autografo, è fuor di discussione. Senonchè codesta edizione doveva essere riprodotta diplomaticamente, ossia rispettando grafia, punteggiatura e perfino quell’affannoso avvicendarsi di caratteri tondi, corsivi e maiuscoli, a cui innanzi si è accennato? Astrattamente considerando, parrebbe che quello della Scienza nuova fosse proprio uno dei casi in cui «edizione critica» ed «edizione diplomatica» diventano sinonimi. Infatti, pur non volendo tener conto che riproduzioni più o meno diplomatiche hanno dato i precedenti editori, ci sarebbe sempre da affermare senza tema di errore che, dal momento che quella grafia, quella punteggiatura e quel bizzarro alternamento di caratteri erano stati voluti di proposito dall’autore per raggiungere speciali effetti artistici (o antiartistici), obbligo d’un editore coscienzioso era per l’appunto quello di rispettarli con la maggiore scrupolosità. Al quale obbligo noi, in principio del nostro lavoro, non intendevamo punto di sottrarci; tanto più che ci si sarebbe risparmiata di non poco la fatica. Senonchè, quando poi abbiamo cominciato a tradurre in atto la sione del precedente ragionamento, ci è venuta spontanea la domanda: — Ma in fondo quali vantaggi pratici offre siffatta riproduzione diplomatica? — A dir vero, alla nostra mente non se ne è presentato se non un solo: quello cioè di esibire ancora una volta un documento lungo parecchie centinaia di pagine, che il Vico soleva scrivere a quel modo, punteggiare a quel modo e trasformare a quel modo una pagina di stampa quasi in una carta geografica. Troppo poco, a parlar franco: tanto poco, anzi, da non potersi sostenere nemmeno per un istante sulla bilancia di fronte a una lunga serie di svantaggi, non ultimo dei quali quello che la Scienza nuova libro per se stesso di non facile intendimento, riesce ancora più difficile nello strano aspetto esterno datole dall’autore. D’altra parte occorreva proprio una documentazione così piena d’un fatto che in un’opera di pensiero è d’interesse secondario? o non bastava asserirlo puramente e semplicemente, offrendo a guisa di saggio un facsimile dell’autografo vichiano?

Tutte queste considerazioni, e l’aver trovato in autorevoli scrittori espresso il desiderio che si togliesse una buona volta dall’opera vichiana quella brutta patina, che ne rendeva ancora men chiara la visione, ci hanno risoluti a mettere definitivamente da banda il disegno di una riproduzione diplomatica. Con che, naturalmente, non vogliam dire che non abbiamo dedicati tutti i nostri sforzi, mercè parecchie collazioni, affinchè questa che ora offriamo non sia fedele fino allo scrupolo. Tutte le nostre innovazioni si assommano in tre capi: a) Riduzione delle varie fogge di carattere a un carattere unico («tondo comune»), adoperando il «corsivo» semplicemente pei brani in lingue non italiane e pei titoli dei libri citati, e servendoci (assai di rado per altro) dello «spazieggiato» per dare rilievo a qualche parola o frase, su cui ci è parso veramente indispensabile richiamare l’attenzione del lettore.

b) Ammodernamento della grafìa, limitato per altro a quei soli casi in cui tra la forma vichiana e quella odierna non vi sia alcuna differenza fonetica. Quindi tutte le forme peculiari del Vico, anche se spropositate (p. e.: «propio», «sappiente», «traccurare», «bibbico», «istrappazzare» ecc.) sono state sempre rispettate.

c) Rifacimento totale della punteggiatura. In ciò non abbiamo avuto scrupoli: anzi abbiamo trattato il testo vichiano come materia bruta, cui convenisse dare aspetto di prosa mediante una razionale interpunzione. Tra le cure da noi dedicate alla presente edizione, questa forse è stata la più molesta. E ciò non tanto perchè ci si sono presentate, tutt’altro che raramente, questioni d’interpetrazione, che conveniva dirimere punteggiando in un modo o in un altro (donde la necessità di ricorrere spesso a fonti sussidiarie, ossia alle altre opere del Vico, per esser sicuri del pensiero di lui); quanto perchè, a cagione di tutte le cose esposte innanzi, lo stile vichiano è completamente refrattario a una punteggiatura razionale. Si ha un bel voler incominciare, per contraddistinguere con relativa perspicuità gl’incisi, dai tratti, e poi aprire parentesi, e infine contentarsi di semplici virgole: col Vico si giunge quasi sempre al punto che siffatta gradazione discendente non è possibile per materiale mancanza di segni grafici. Si ha un bel dividere in due, in tre, in quattro, i periodi troppo lunghi, o (caso assai più raro) fonderne in un solo due o tre eccessivamente brevi: i nuovi periodi, che risultano da codesta scissione o fusione, presentano sempre qualcosa d’irrimediabilmente zoppicante. Si ha un bell’aumentare o diminuire i capoversi: resteranno sempre, per la natura stessa dell’argomento, pagine intere nelle quali non è possibile concedere al lettore un sol momento di respiro, e altre in cui gliene si debbono dare troppi. Insistere su ciò ci sembra superfluo, perchè finiremmo col ripetere quanto abbiamo detto sopra circa la struttura del periodo vichiano. Il difetto è intrinseco, e come al Vico non riusciva di rimediarvi cogli espedienti avanti accennati, così tanto meno poteva riuscire a noi, che non potevamo fare altro che mutare, aggiungere o togliere qualche segno d’interpunzione. — Senonchè ci sembra che se, con la punteggiatura da noi adottata, per quanto essa possa essere migliorata di molto (e noi stessi ci auguriamo di migliorarla in successive ristampe, facendo anche sparire quel po’ d’incertezza che v’è nelle prime pagine), la Scienza nuova guadagna ben poco in euritmia sintattica, essa, per converso, acquisti parecchio in perspicuità; ch’è poi il miglior servigio che un editore poteva rendere al Vico.

Due altre avvertenze ci restano a fare intorno al testo.

Abbiamo parlato innanzi spesso di sezioni in cui è diviso ciascun libro, e di capitoli in cui è suddivisa ciascuna sezione. Ora codesto sistema di partizione, per quanto sia implicito nella seconda Scienza nuova, non è per altro adoperato in essa esplicitamente, almeno in modo chiaro. Vale a dire, il Vico dà un numero progressivo solamente ai libri, ma non alle divisioni e suddivisioni di ciascuno di essi, limitandosi a scrivere, dei titoli delle une e delle altre, alcuni in caratteri maiuscoli (segno di divisione primaria: sezione), altri in carattere minuscolo (segno di divisione secondaria: capitolo). Perchè dunque tutto ciò risultasse in modo più evidente, e anche per rendere più agevoli le citazioni, abbiamo numerato progressivamente, tra parentesi quadre, le diverse sezioni e, nell’interno di queste, sempre tra parentesi quadre, i vari capitoli.

Un’altra innovazione abbiamo compiuta rispetto alle Annotazioni alla tavola cronologica (libro I, sezione I). Il Vico aggiunge ad alcuni dei lemmi della Tavola cronologica lettere alfabetiche (A, B, C, ecc., e poi Aa, Bb, ecc.). Queste stesse lettere servono nelle Annotazioni a numerare le note corrispondenti a quei lemmi, senza che questi vengano ripetuti. Il "Weber alle lettere alfabetiche sostituì numeri cardinali: il Ferrari conservò la numerazione alfabetica, ma aggiunse, per maggior chiarezza, in carattere corsivo, a principio di talune annotazioni i lemmi rispettivi. Noi alla progressione alfabetica abbiamo sostituito numeri ordinali, e a tutte le annotazioni abbiamo aggiunto a guisa di titoletti, tra parentesi quadre, i lemmi a cui esse si riferiscono.

Passiamo alle varianti. Crediamo appena necessario ricordare che il testo del 1744, quantunque dia la forma definitiva in cui il Vico volle presentare l’opera sua, sia ben lontano dal rappresentare tutta la seconda Scienza nuova. Troppe cose e troppo importanti il Vico tolse via nell'ultima redazione, perchè non si sia obbligati, in una edizione che vuol essere completa, a tener conto anche delle redazioni anteriori. Abbiamo visto ciò che fece il Ferrari nelle sue due edizioni. Il nostro compito era alquanto più complesso. Abbiamo anzi tutto, come lavoro preparatorio, collazionato CMA con SN; CMA con SN e CMA; CMA con SN, CMA e CMA; e CMA con SN, CMA, CMA e CMA per istabilire con esattezza ciò che ciascuna redazione (in ognuna delle quali, come s’è detto, è rifusa una parte delle precedenti) contiene di veramente nuovo di fronte a quelle che hanno più antica data. Finalmente, abbiamo collazionato SN con SN, e con gli spogli ottenuti, mercè l’anzidetto confronto, da CMA, CMA, CMA e CMA4; riuscendo così ad assodare quali e quanti brani erano stati soppressi o sostanzialmente mutati nella redazione definitiva (giacché, seguendo in ciò l’esempio del Ferrari, abbiamo creduto inutile tener conto delle varianti meramente formali), e in quale delle redazioni a questa precedute essi erano primamente comparsi. Confessiamo che un lavoro di cotal genere, che abbiamo rifatto due volte, nell’apparecchiare il manoscritto e, per controllo, nella revisione delle bozze (e ci auguriamo che non ci sia sfuggito nulla d’importante), ha quasi prodotto su noi lo stesso effetto che la lettura dei libri di cavalleria sul povero don Chisciotte: quello cioè, secondo l’immaginosa frase del Cervantes, di seccarci, almeno momentaneamente, il cervello. Ma miglior premio non ne potevamo raccogliere; giacché quale più bella soddisfazione per un editore vichiano, che offrire una Scienza nuova per un buon terzo inedita o almeno ignorata?

Senonché era tutt’altro che facile, a lavoro compiuto, d’esibire il risultato delle nostre indagini in modo tale, che raggiungesse, nello stesso tempo, i vantaggi della concisione, della perspicuità e della completezza. Dopo aver tentati vari sistemi, ci siamo convinti che il migliore era sempre quello adottato dal Ferrari: dare, cioè, i singoli brani a pie di pagina, a guisa di varianti. Perchè non avvenissero confusioni, abbiamo stampate queste varianti in carattere intermedio fra quelli adoperati pel testo e per le note propriamente dette, contraddistinguendole con lettere alfabetiche progressive: la prima parola di ciascuna di esse si attacca a quella che precede immediatamente il relativo segno di richiamo nel testo; le ultime, stampate in «corsivo», corrispondono a quelle identiche del testo (che talvolta si trovano una o più pagine dopo), cui bisogna riattaccarsi per proseguire nella lettura.

E quasi inutile avvertire che, dovendo noi riferire di cinque, o meglio (calcolando anche gli esemplari postillati della SN e CMA) di sette redazioni, le combinazioni che ci si sono presentate sono state varie, e non sempre di facile risoluzione.

1°) Un brano (sottintendiamo sempre «soppresso o mutato sostanzialmente in SN») si trova in SN o in CMA, CMA, ecc., senza giunte o correzioni importanti nelle redazioni successive. — Lo abbiamo riferito tal quale, senza aggiungere nessuna speciale sigla per indicarne la provenienza, quando esso apparteneva alla SN; o ponendo a principio tra parentesi quadre la sigla relativa, se era tratto da CMA, CMA e via dicendo.

2°) Un brano si trova, come sopra, in SN, con correzioni semplicemente formali o piccole giunte negli esemplari postulati. — Abbiamo tenuto conto di queste giunterelle e correzioni, senza avvertirne di volta in volta il lettore, perchè ciò ricorre quasi in ogni variante.

3°) Un brano si trova in SN, ma è parzialmente o totalmente cancellato negli esemplari postillati. — Lo abbiamo riprodotto integro, avvertendo della totale o parziale cancellazione tra parentesi quadre. 4°) Un brano si trova in SN (o in CMA, CMA, CMA o CMA), con giunte in una o più redazioni successive. Abbiamo intercalate le giunte ai luoghi rispettivi, facendole precedere dalla sigla corrispondente alla redazione da cui son tolte, e seguire dalla sigla SN (o CMA, CMA ecc.) per indicare la ripresa del primitivo testo.

5°) Un brano si trova in SN (o CMA, CMA ecc.), con modificazioni in redazioni posteriori. — Qui bisogna distinguere tra a) mutamenti veri e propri di pensiero, b) e ampliamenti o raccorciamenti. Nel primo caso abbiamo data la forma più antica, aggiungendo subito dopo, tra parentesi quadre, la modificazione o le modificazioni posteriori; nel secondo, abbiamo scelto di regola la forma più ampia.

6°) Un brano è identico in due o più redazioni (caso che si verifica soltanto a cominciare da CMA). Lo abbiamo dato con la sigla corrispondente alla redazione più antica.

7°) Un brano di SN o di qualche altra redazione è, non già propriamente soppresso in SN, ma semplicemente anticipato o posposto o frantumato qua e là. — Non lo abbiamo riferito, ma ci siamo limitati a render conto, tra parentesi quadre, dell’anticipazione, posposizione o frantumamento.

Queste le combinazioni che si sono presentate più di frequente e per le quali ci è parso necessario di dare in principio gli opportuni chiarimenti: per altri casi più rari, abbiamo aggiunte di volta in volta, tra parentesi quadre, ai luoghi rispettivi, le convenienti spiegazioni. Ultima avvertenza che ci resti qui da fare è che, quando si trattava di interi capitoli soppressi, abbiamo creduto utile, anziché di relegarli a pie di pagina insieme con l’altra massa di varianti, d’incorporarli al testo; aggiungendo, per altro, accanto al numero d’ordine del capitolo, la sigla corrispendentealla redazione cui esso appartiene, affinchè il lettore possa scorgere a colpo d’occhio che esso non fa parte di quella definitiva.

Una sola cosa la nostra edizione non contiene di quelle date dal Ferrari a questo proposito: la tavola, anzi le due tavole, a cui si è innanzi accennato. La ragione è ovvia. Riprodurre puramente e semplicemente quelle dell’editore milanese, in cui l’esame comparativo è limitato alla SN e SN, non era possibile. Avremmo quindi dovuto o suddividere ciascuna tavola in tante tabelle quante sono le redazioni della Scienza nuova, oppure ricorrere all’elegante espediente di ripartire ogni tavola in un numero corrispondente di colonne. Nell’uno e nell’altro caso avremmo durata una fatica improba, aumentato il libro d’un non esiguo numero di pagine, incontrate chi sa quante difficoltà d’indole tipografica; e tutto ciò per raggiungere uno scopo d’assai dubbia utilità. L’essenziale era di dare integra la seconda Scienza nuova: le tavole sul tipo di quelle del Ferrari son di quei raffinamenti, i quali, di certo, non guastano, ma che, dopo aver cagionata una perdita di tempo infinita, si scopre quasi sempre che, a conti fatti, non servono a nulla.