SigPhi · Giambattista Vico

La scienza nuova — Volume I

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Tutto ciò si è in questi libri emendato. Ma il brievissimo tempo dentro il qual fummo costretti di meditar e scrivere, quasi sotto il torchio, quest’opera, con un estro quasi fatale, il quale ci strascinò a si prestamente meditarla ed a scriverla che l’incominciammo la mattina del Santo Natale e finimmo ad ore ventuna de la domenica di Pasqua di Resurrezione; — e pure un ultimo emergente, anco natoci da Venezia, ci costrinse di cangiare quarantatrè fogli dello stampato, che contenevano una Novella letteraria di tal ristampa in Venezia, ed in di lei luogo vi scrivemmo l'Idea dell’Opera (c); — di più un lungo grave malore, contratto dall’epidemia del catarro, ch’allora scorse tutta l’Italia; — e, finalmente, la solitudine nella quale viviamo; — tutte queste cagioni non ci han permesso d’usare la diligenza; la qual dee perdersi nel lavorare d’intorno ad argomenti c’hanno della grandezza, perocch’ella è una minuta e, perchè minuta, anco tarda virtù. Per tutto ciò, non potemmo avvertire ad alcune espressioni, che dovevano o, turbate, ordinarsi o, abbozzate, polirsi o, corte, più dilungarsi; né ad una gran folla di numeri poetici, che si deon schifar nella prosa; uè, finalmente, ad alquanti trasporti di memoria, i quali però non sono stati ch’errori di voaboli, che di nulla han nuociuto all’intendimento. Quindi, nel fine di questi libri, con le Annotazioni prime, dove, insieme con le correzioni degli errori anco della stampa (che. per le suddette cagioni, dovettero accadervi moltissimi), diemmo con le lettere M ed A i miglioramenti e l’aggiunte (a); e sieguitammo a farlo con le Annotazioni seconde le quali, pochi giorni dopo esser uscita alla luce quest’opera, vi scrivemmo con l’occasione che ’l signor don Francesco Spinelli, principe di Scalea, sublime filosofo e di colta erudizione particolarmente greca adornato, ci aveva fatto accorti di tre errori, i quali aveva osservato nello scorrere in tre dì tutta l’opera; del quale benigno avviso gli professammo generosamente le grazie in una Lettera stampata, ivi aggiunta, con cui, tacitamente, invitavamo altri dotti uomini a far il medesimo, perchè aremmo con grado ricevuto le lor ammende.

Le quali Annotazioni, prime e seconde, con le terze, le quali siamo iti dappoi di tempo in tempo scrivendovi, sono tutte, ora, incorporate con l’opera.

IDEA DELL’OPERA SPIEGAZIONE DELLA DIPINTURA PROPOSTA AL FRONTESPIZIO che serve per l’introduzione dell’opera Quale Cebete Tebano fece delle morali, tale noi qui diamo a vedere una Tavola delle cose civili, la quale serva al leggitore per concepire l’idea di quest’opera avanti di leggerla, e per ridurla più facilmente a memoria, con tal aiuto che gli somministri la fantasia, dopo di averla letta.

La donna con le tempie alate che sovrasta al globo mondano, o sia al mondo della natura, è la Metafisica, chè tanto suona il suo nome. Il triangolo luminoso con ivi dentro un occhio veggente egli è Iddio con l’aspetto della sua Provvedenza, per lo qual aspetto la Metafisica in atto di estatica il contempla sopra l’ordine delle cose naturali, per lo quale finora l’hanno contemplato i filosofi; perch’ella, in quest’opera, più in suso innalzandosi, contempla in Dio il mondo delle menti umane, ch’è il mondo metafisico, per dimostrarne la Provvedenza nel mondo degli animi umani, ch’è il mondo civile, o sia il mondo delle nazioni; il quale, come da suoi elementi, è formato da tutte quelle cose le quali la dipintura qui rappresenta co’ geroglifici che spone in mostra al di sotto. Perciò, il globo (o sia il mondo fisico, ovvero naturale) in una sola parte egli dall’altare vien sostenuto; perchè i filosofi, infin ad ora, avendo contemplato la divina Provvedenza per lo sol ordine naturale, ne hanno solamente dimostrato una parte, per la quale a Dio, come a Mente signora libera ed assoluta della natura (perocchè, col suo eterno consiglio, ci ha dato naturalmente l’essere, e naturalmente lo ci conserva), si dànno dagli uomini l’adorazioni co’ sacrificii ed altri divini onori; ma no ’l contemplarono già per la parte ch’era più propia degli uomini, la natura de’ quali ha questa principale propietà d’essere socievoli. Alla qual Iddio, provvedendo, ha così ordinate e disposte le cose umane che gli uomini, caduti dall’intiera giustizia per lo peccato originale, intendendo di fare quasi sempre tutto il diverso e, sovente ancora, tutto il contrario, — onde, per servir all’utilità, vivessero in solitudine da fiere bestie, — per quelle stesse loro diverse e contrarie vie, essi dall’utilità medesima sien tratti da uomini a vivere con giustizia e conservarsi in società e, sì, a celebrare la loro natura socievole; la quale, nell’opera, si dimostrerà essere la vera civil natura dell’uomo e, sì, esservi diritto in natura. La qual condotta della Provvedenza divina è una delle cose che principalmente s’occupa questa Scienza di ragionare; ond’ella, per tal aspetto, vien ad essere una Teologia civile ragionata della Provvedenza divina.

Nella fascia del zodiaco che cinge il globo mondano, più che gli altri, compariscono in maestà o, come dicono, in prospettiva i soli due segni di Lione e di Vergine, per significare che questa Scienza, ne’ suoi principii, contempla primieramente Ercole (poichè si truova ogni nazione gentile antica narrarne uno, che la fondò); e ’l contempla dalla maggior sua fatiga, che fu quella con la qual uccise il lione, il quale, vomitando fiamme, incendiò la Selva Nemea, della cui spoglia adorno, Ercole fu innalzato alle stelle (il qual lione qui si truova essere stata la gran selva antica della terra, a cui Ercole, il quale si truova essere stato il carattere degli eroi politici, i quali dovettero venire innanzi agli eroi delle guerre, diede il fuoco e la ridusse a coltura); — e per dar altresì il principio de’ tempi, il quale, appo i Greci (da’ quali abbiamo tutto ciò ch’abbiamo dell’antichità gentilesche), incominciarono dalle olimpiadi, co’ giuochi olimpici, de’ quali pur ci si narra essere stato Ercole il fondatore (i quali giuochi dovettero incominciar da’ nemei, introdutti per festeggiare la vittoria d’Ercole riportata dell’ucciso lione); e, sì, i tempi de’ Greci cominciarono da che tra loro incominciò la coltivazione de' campi. — E la Vergine, che da’ poeti venne descritta agli astronomi andar coronata di spighe, vuol dire che la storia greca cominciò dall’età dell’oro, ch’i poeti apertamente narrano essere stata la prima età del lor mondo, nella quale, per lunga scorsa di secoli, gli anni si noverarono con le messi del grano, il quale si truova essere stato il primo oro del mondo; alla qual età dell’oro de’ Greci risponde a livello l’età di Saturno per li Latini, detto a satis, da’ seminati. Nella qual età dell’oro, pur ci dissero fedelmente i poeti che gli dèi in terra praticavano con gli eroi; perchè dentro si mostrerà ch’i primi uomini del gentilesimo, semplici e rozzi, per forte inganno di robustissime fantasie, tutte ingombre da spaventose superstizioni, credettero veramente veder in terra gli dèi; e poscia si truoverà ch’egualmente, per uniformità d’idee, senza saper nulla gli uni degli altri, appo gli Orientali, Egizi, Greci e Latini, furono da terra innalzati gli dèi all’erranti e gli eroi alle stelle fisse. E così, da Saturno, ch’è Κρόνος a’ Greci (e Χρόνος è il tempo ai medesimi), si dànno altri principii alla Cronologia, o sia alla dottrina de’ tempi.

Nè dee sembrarti sconcezza che l’altare sta sotto e sostiene il globo. Perchè truoverassi che i primi altari del mondo s’alzarono da’ gentili nel primo ciel de’ poeti; i quali, nelle loro favole, fedelmente ci trammandarono il cielo avere in terra regnato sopra degli uomini ed aver lasciato de’ grandi beneficii al gener umano, nel tempo ch’i primi uomini, come fanciulli del nascente gener umano, credettero che ’l cielo non fusse più in suso dell’alture de’ monti (come tuttavia or i fanciulli il credono di poco più alto de’ tetti delle lor case); — che poi, vieppiù spiegandosi le menti greche, fu innalzato sulle cime degli altissimi monti, come d’Olimpo, dove Omero narra a’ suoi tempi starsi gli dèi; — e, finalmente, alzossi sopra le sfere, come or ci dimostra l’Astronomia, e l’Olimpo si alzò sopra il cielo stellato. Ove, insiememente, l’altare, portato in cielo, vi forma un segno celeste; e ’l fuoco, che vi è sopra, passò nella casa vicina, come tu vedi qui, del lione (il quale, come testè si è avvisato, fu la Selva Nemea, a cui Ercole diede il fuoco per ridurla a coltura); e ne fu alzata, in trofeo d’Ercole, la spoglia del lione alle stelle.

Il raggio della divina Provvedenza, ch’alluma un gioiello convesso di che adorna il petto la Metafisica, dinota il cuor terso e puro che qui la Metafisica dev’avere, non lordo né sporcato da superbia di spirito o da viltà di corporali piaceri; col primo de’ quali Zenone diede il Fato, col secondo Epicuro diede il Caso, ed entrambi, perciò, niegarono la Provvedenza divina. Oltracciò, dinota che la cognizione di Dio non termini in essolei, perch’ella privatamente s’illumini dell’intellettuali e, quindi, regoli le sue sole morali cose, siccome finor han fatto i filosofi; lo che si sarebbe significato con un gioiello piano. Ma convesso, ove il raggio si rifrange e risparge al di fuori, perchè la Metafisica conosca Dio provvedente nelle cose morali pubbliche, o sia ne’ costumi civili, co’ quali sono provenute al mondo e si conservan le nazioni.

Lo stesso raggio si risparge da petto della Metafisica nella statua d’Omero, primo autore della gentilità che ci sia pervenuto, perchè, in forza della Metafisica (la quale si è fatta da capo sopra una storia dell’idee umane, da che cominciaron tal’uominì a umanamente pensare), si è da noi, finalmente, disceso nelle menti balorde de’ primi fondatori delle nazioni gentili, tutti robustissimi sensi e vastissime fantasie; e, — per questo istesso che non avevan altro che la sola facultà, e pur tutta stordita e stupida, di poter usare l’umana mente e ragione, — da quelli che se ne sono finor pensati si truovano tutti contrari, nonchè diversi, i principii della Poesia dentro i finora, per quest’istesse cagioni, nascosti principii della Sapienza poetica, o sia la Scienza de’ poeti teologi; la quale, senza contrasto, fu la prima sapienza del mondo per gli gentili. E la statua d’Omero sopra una rovinosa base vuol dire la discoverta del vero Omero (che, nella Scienza nuova la prima volta stampata, si era da noi sentita, ma non intesa, e in questi libri, riflettuta, pienamente si è dimostrata); il quale, non saputosi finora, ci ha tenuto nascoste le cose vere del tempo favoloso delle nazioni, e molto più le già da tutti disperate a sapersi del tempo oscuro, e, ’n conseguenza, le prime vere origini delle cose del tempo storico; che sono gli tre tempi del mondo, che Marco Terenzio Varrone ci lasciò scritto (lo più dotto scrittore delle romane antichità) nella sua grand’opera intitolata: Rerum divinarum et humanarum, che si è perduta.

Oltracciò, qui si accenna che ’n quest’opera, con una nuova arte critica che finor ha mancato, entrando nella ricerca del vero sopra gli autori delle nazioni medesime (nelle quali deono correre assai più di mille anni per potervi provvenir gli scrittori d’intorno ai quali la critica si è finor occupata), qui la Filosofia si pone ad esaminare la Filologia (o sia la dottrina di tutte le cose le quali dipendono dall’umano arbitrio, come sono tutte le storie delle lingue, de’ costumi e de’ fatti così della pace come della guerra de’ popoli), la quale, per la di lei deplorata oscurezza delle cagioni e quasi infinita varietà degli effetti, ha ella avuto quasi un orrore di ragionarne; e la riduce in forma di scienza, col discovrirvi il disegno di una storia ideal eterna, sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni: talchè, per quest’altro principale suo aspetto, viene questa Scienza ad esser una filosofia dell’autorità. Imperciocchè, in forza d’altri principii qui scoverti di Mitologia, che vanno di séguito agli altri principii qui ritruovati della Poesia, si dimostra le favole essere state vere e severe istorie de’ costumi delle antichissime genti di Grecia e, primieramente, che quelle degli dèi furon istorie de’ tempi che gli uomini della più rozza umanità gentilesca credettero tutte le cose necessarie o utili al gener umano essere deitadi; della qual poesia furon autori i primi popoli, che si truovano essere stati tutti di poeti teologi, i quali, senza dubbio, ci si narrano aver fondato le nazioni gentili con le favole degli dèi. E quivi, co’ principii di questa nuov’arte critica, si va meditando a quali determinati tempi e particolari occasioni di umane necessità o utilità, avvertite da’ primi uomini del gentilesimo, eglino, con ispaventose religioni, le quali essi stessi si finsero e si credettero, fantasticarono prima tali e poi tali dèi; la qual Teogonia naturale, o sia generazione degli dèi, fatta naturalmente nelle menti di tai primi uomini, ne dia una cronologia ragionata della storia poetica degli dèi. Le favole eroiche furono storie vere degli eroi e de’ lor eroici costumi, i quali si ritruovano aver fiorito in tutte le nazioni nel tempo della loro barbarie; sicchè i due poemi d’Omero si truovano essere due grandi tesori di discoverte del Diritto naturale delle genti greche ancor barbare. Il qual tempo si determina nell’opera aver durato tra’ Greci infino a quello d’Erodoto, detto padre della greca storia, i cui libri sono ripieni la più parte di favole, e lo stile ritiene moltissimo dell’omerico; nella qual possessione si sono mantenuti tutti gli storici che sono venuti appresso, i quali usano una frase mezza tra la poetica e la volgare. Ma Tucidide, primo severo e grave storico della Grecia, sul principio de’ suoi racconti, professa che, fin al tempo di suo padre (ch’era quello d’Erodoto, il qual era vecchio quand’esso era fanciullo), i Greci, nonchè delle straniere (le quali, a riserba delle romane, noi abbiamo tutte da’ Greci), eglino non seppero nulla affatto dell’antichità loro propie; — che sono le dense tenebre, le quali la dipintura spiega nel fondo; dalle quali, al lume del raggio della Provvedenza divina dalla Metafisica risparso in Omero, escono alla luce tutti i geroglifici, che significano i principi conosciuti solamente finor per gli effetti di questo mondo di nazioni.

Tra questi, la maggior comparsa vi fa un altare, perchè ’l mondo civile cominciò appo tutti i popoli con le religioni, come dianzi si è divisato alquanto e più se ne diviserà quindi a poco.

Sull’altare, a man destra, il primo a comparire è un lituo, o sia verga, con la quale gli àuguri prendevan gli augurii ed osservavan gli auspicii; il quale vuol dar ad intendere la divinazione, dalla qual, appo i gentili tutti, incominciarono le prime divine cose. Perchè, per l’attributo della di lui Provvedenza, così vera appo gli Ebrei (i quali credevano Dio esser una Mente infinita e, ’n conseguenza, che vede tutti i tempi in un punto d’eternità; onde Iddio, — o esso, o per gli angioli che sono menti, o per gli profeti de’ quali parlava Iddio alle menti, — egli avvisava le cose avvenire al suo popolo), come immaginata appresso i gentili (i quali fantasticarono i corpi esser dèi, che, perciò, con segni sensibili avvisassero le cose avvenire alle genti), fu universalmente da tutto il gener umano dato alla natura di Dio il nome di «divinità», da un’idea medesima, la quale i latini dissero divinari, «avvisar l’avvenire»; ma con questa fondamentale diversità che si è detta, dalla quale dipendono tutte l’altre (che da questa Scienza si dimostrano) essenziali differenze tra ’l Diritto natural degli Ebrei e ’l Diritto natural delle genti, che i romani giureconsulti diffinirono essere stato, con essi umani costumi, dalla divina Provvedenza ordinato. Laonde, ad un colpo, con sì fatto lituo, si accenna il principio della storia universal gentilesca; la quale, con pruove fisiche e filologiche, si dimostra aver avuto il suo cominciamento dal Diluvio universale; dopo il quale, a capo di due secoli, il cielo (come pure la storia favolosa il racconta) regnò in terra e fece de’ molti e grandi beneficii al gener umano, e, per uniformità d’idee tra gli Orientali, Egizi, Greci, Latini ed altre nazioni gentili, sursero egualmente le religioni di tanti Giovi. Perchè, a capo di tanto tempo dopo il Diluvio, si pruova che dovette fulminare e tuonare il cielo, e da’ fulmini e tuoni, ciascuna del suo Giove, incominciarono a prendere tai nazioni gli auspicii (la qual moltiplicità di Giovi, onde gli Egizi dicevano il loro Giove Ammone essere lo più antico di tutti, ha fatto finora maraviglia a’ filologi); e, con le medesime pruove, se ne dimostra l’antichità della religion degli Ebrei sopra quelle con le quali si fondaron le genti e, quindi, la verità della cristiana.

Sullo stesso altare, appresso il lituo, si vede l’acqua e ’l fuoco, e l’acqua contenuta dentro un urciuolo; perchè, per cagione della divinazione, appresso i gentili provennero i sagrificii da quel comune loro costume, ch’i Latini dicevano procurare auspicia, o sia sagrificare per ben intendere gli augurii, a fin di ben eseguire i divini avvisi, ovvero comandi di Giove. E queste sono le divine cose appresso i gentili, dalle quali provvennero poscia loro tutte le cose umane.

La prima delle quali furon i matrimoni, significati dalla fiaccola accesa al fuoco sopra esso altare ed appoggiata all’urciuolo; i quali, come tutti i politici vi convengono, sono il seminario delle famiglie, come le famiglie lo sono delle repubbliche. E, per ciò dinotare, la fiaccola, quantunque sia geroglifico di cosa umana, è allogata sull’altare tra l’acqua e ’l fuoco, che sono geroglifici di cerimonie divine; appunto come i Romani antichi celebrarono aqua et igni le nozze, perchè queste due cose communi (e, prima del fuoco, l’acqua perenne, come cosa più necessaria alla vita) dappoi s’intese che, per divino consiglio, avevano menato gli uomini a viver in società.

La seconda delle cose umane, per la quale a’ Latini, da humando,«seppellire», prima e propiamente vien detta humanitas, sono le seppolture. Le quali sono rappresentate da un’urna ceneraria, riposta in disparte dentro le selve; la qual addita le seppolture essersi ritruovate fin dal tempo che l’umana generazione mangiava poma l’estate, ghiande l’inverno. Ed è nell’urna iscritto «D. M.», che vuol dire: «All’anime buone de’ seppelliti»; il qual motto divisa il comun consentimento di tutto il gener umano in quel placito, dimostrato vero poi da Platone, che le anime umane non muoiano co’ loro corpi, ma che sieno immortali.

Tal urna accenna altresì l’origine tra’ gentili medesimi della divisione de’ campi, nella quale si deon andar a truovare l’origini della distinzione delle città e de’ popoli e, alfin, delle nazioni. Perchè truoverassi che le razze, prima di Cam, poi di Giafet e, finalmente, di Sem, elleno, senza la religione del loro padre Noè, ch’avevano rinniegata (la qual sola, nello stato ch’era allor di natura, poteva, co’ matrimoni, tenergli in società di famiglie), — essendosi sperdute con un errore, o sia divagamento ferino, dentro la gran selva di questa terra, per inseguire le schive e ritrose donne, per campar dalle fiere (delle quali doveva la grande antica selva abbondare) e, sì sbandati, per truovare pascolo ed acqua, e, per tutto ciò, a capo di lunga età, essendo andate in uno stato di bestie, — quivi, a certe occasioni dalla divina Provvedenza ordinate (che da questa Scienza si meditano e si ritruovano), scosse e destate da un terribile spavento d’una da essi stessi finta e creduta divinità del Cielo e di Giove, finalmente, se ne ristarono alquanti e si nascosero in certi luoghi; ove, fermi con certe donne, per lo timore dell’appresa divinità, al coverto, coi congiugnimenti carnali religiosi e pudichi, celebrarono i matrimoni e fecero certi figliuoli, e, così, fondarono le famiglie. E, con lo star quivi fermi lunga stagione e con le seppolture degli antenati, si ritruovarono aver ivi fondati e divisi i primi dominii della terra, i cui signori ne furon detti «giganti» (che tanto suona tal voce in greco quanto «figliuoli della terra», cioè discendenti da’ seppelliti), e, quindi, se ne riputarono nobili, estimando, in quel primo stato di cose umane, con giuste idee, la nobiltà dall’essere stati umanamente eglino generati col timore della divinità; dalla qual maniera di umanamente generare e non altronde, come provvenne, così fu detta l’umana generazione, dalla quale le case diramate in più così fatte famiglie, per cotal generazione, se ne dissero le prime genti. Dal qual punto di tempo antichissimo, siccome ne incomincia la materia, così s'incomincia qui la dottrina del Diritto natural delle genti, ch’è altro principal aspetto con cui si dee guardar questa Scienza. — Or, tai giganti, con ragioni come fisiche così morali, oltre l’autorità dell’istorie, si truovano essere stati di sformate forze e stature; le quali cagioni non essendo cadute ne’ credenti del vero Dio, criatore del mondo, e del principe di tutto l’uman genere, Adamo, gli Ebrei, fin dal principio del mondo, furono di giusta corporatura. Così, — dopo il primo d’intorno alla Provvedenza divina, e ’l secondo il qual è de’ matrimoni solenni, — l’universal credenza dell’immortalità dell’anima, che cominciò con le seppolture, egli è il terzo degli tre principii, sopra i quali questa Scienza ragiona d’intorno all’origini di tutte l’innumerabili varie diverse cose che tratta.

Dalle selve ov’è riposta l’urna s’avvanza in fuori un aratro, il qual divisa ch’i padri delle prime genti furono i primi forti della storia; onde si truovano gli Ercoli fondatori delle prime nazioni gentili che si sono mentovati di sopra (de’ quali Varrone noverò ben quaranta, e gli Egizi dicevano che il loro era lo più antico di tutti), perchè tali Ercoli domarono le prime terre del mondo e le ridussero alla coltura. Onde, i primi padri delle nazioni gentili, — ch’erano giusti, per la creduta pietà di osservare gli auspicii, che credevano divini comandi di Giove (dal quale, appo i Latini chiamato Jous, ne fu anticamente detto jous il gius, che poi, contratto, si disse jus; onde la giustizia appo tutte le nazioni s’insegna naturalmente con la pietà); erano prudenti, co’ sacrifizi fatti per proccurare, o sia ben intender gli auspicii e, sì, ben consigliarsi di ciò che per comandi di Giove dovevan operar nella vita; erano temperati, co’ matrimoni; — furono, come qui s’accenna, anco forti. Quinci, si dànno altri principii alla moral filosofia, onde la sapienza riposta de’ filosofi debba cospirare con la sapienza volgare de’ legislatori; per gli quali principi tutte le virtù mettano le loro radici nella pietà e nella religione, per le quali sole son efficaci ad operar le virtù; e, ’n conseguenza de’ quali, gli uomini si debbano proporre per bene tutto ciò che Dio vuole. Si dànno altri principii alla dottrina iconomica, onde i figliuoli, mentre sono in potestà de’ lor padri, si deono stimare essere nello stato delle famiglie, e, ’n conseguenza, non sono in altro da formarsi e fermarsi in tutti i loro studi che nella pietà e nella religione; e, quando non son ancor capaci d’intender repubblica e leggi, vi riveriscano e temano i padri come vivi simolacri di Dio; onde si truovino poi naturalmente disposti a seguire la religione de’ loro padri ed a difender la patria, che conserva lor le famiglie, e, così, ad ubbidir alle leggi, ordinate alla conservazione della religione e della patria (siccome la Provvedenza divina ordinò le cose umane con tal eterno consiglio che prima si fondassero le famiglie con le religioni, sopra le quali poi avevan da surgere le repubbliche con le leggi).

L’aratro appoggia con certa maestà il manico in faccia all’altare, per darci ad intendere che le terre arate furono i primi altari della gentilità, e per dinotar altresì la superiorità di natura la quale credevano avere gli eroi sopra i loro soci (i quali, quindi a poco, vedremo significarsici dal timone, che si vede in atto d’inchinarsi presso al zoccolo dell’altare); nella qual superiorità di natura si mostrerà ch’essi eroi riponevano la ragione, la scienza e, quindi, l’amministrazione ch’essi avevano delle cose divine, o sia de’ divini auspicii.

L’aratro scuopre la sola punta del dente e ne nasconde la curvatura (che, prima d’intendersi l’uso del ferro, dovett’esser un legno curvo ben duro, che potesse fender le terre ed ararle), — la qual curvatura da’ Latini fu detta urbs, ond’è l’antico urbum, «curvo», — per significare che le prime città, le quali tutte si fondarono in campi colti, sursero con lo stare le famiglie lunga età ben ritirate e nascoste tra’ sagri orrori de’ boschi religiosi, quali si truovano appo tutte le nazioni gentili antiche, e, con l’idea comune a tutte, si dissero dalle genti latine luci, ch’erano «terre bruciate dentro il chiuso de’ boschi»; i quali sono condannati da Mosè a doversi bruciar anch’essi, ovunque il popolo di Dio stendesse le sue conquiste; e ciò per consiglio della Provvedenza divina, acciocchè gli già venuti all’umanità non si confondessero di nuovo co’ vagabondi, rimasti nella nefaria comunione sì delle cose sì delle donne.

Si vede al lato destro del medesimo altare un timone, il qual significa l’origine della trasmigrazione de’ popoli fatta per mezzo della navigazione. E, per ciò che sembra inchinarsi a pie’ dell’altare, significa gli antenati di coloro che furono poi gli autori delle trasmigrazioni medesime. I quali furono dapprima uomini empi, che non conoscevano niuna divinità; — nefari, chè, per non esser tra loro distinti i parentadi co’ matrimoni, giacevano sovente i figliuoli con le madri, i padri con le figliuole; — e, finalmente, perchè, come fiere bestie, non intendevano società, in mezzo ad essa infame comunion delle cose, tutti soli e, quindi, deboli e, finalmente, miseri ed infelici, perchè bisognosi di tutti i beni che fan d’uopo per conservare con sicurezza la vita. Essi, con la fuga de’ propi mali, sperimentati nelle risse ch’essa ferina comunità produceva, per loro scampo e salvezza, ricorsero alle terre colte da’ pii, casti, forti ed anco potenti, siccome coloro ch’erano già uniti in società di famiglie. Dalle quali terre si truoveranno le città essere state dette «are» dappertutto il mondo antico della gentilità; che dovetter essere i primi altari delle nazioni gentili, sopra i quali il primo fuoco il qual vi si accese fu quello che fu dato alle selve per isboscarle e ridurle a coltura, e la prima acqua fu quella delle fontane perenni, ch’abbisognarono acciocchè coloro ch’avevano da fondare l'umanità non più, per truovar acqua, divagassero in uno ferino errore, anzi dentro circoscritte terre stassero fermi ben lunga età, onde si disavvezzassero dallo andar vagabondi. E, perchè questi altari si truovan essere stati i primi asili del mondo (i quali Livio generalmente diffinisce: vetus urbes condentium consilium, come dentro l’asilo aperto nel Luco ci è narrato aver Romolo fondato Roma), quindi le prime città, quasi tutte, si disser «are». Tal minor discoverta, con quest’altra maggiore: — che, appo i Greci (da’ quali, come si è sopra detto, abbiamo tutto ciò ch’abbiamo dell’antichità gentilesche), la prima Tracia o Scizia (o sia il primo Settentrione), la prima Asia e la prima India (o sia il primo Oriente), la prima Mauritania o Libia (o sia il primo Mezzodì) e la prima Europa o prima Esperia (o sia il primo Occidente) e, con queste, il primo Oceano, nacquero tutte dentro essa Grecia; e che poi i Greci ch’uscirono per lo mondo, dalla somiglianza de’ siti, diedero sì fatti nomi alle di lui quattro parti ed all’Oceano che ’l cinge; — tali discoverte diciamo dar altri principii alla Geografia; i quali, come gli altri principii accennati darsi alla Cronologia (che son i due occhi della Storia), bisognavano per leggere la Storia ideal eterna che sopra si è mentovata. — A questi altari, adunque, gli empi-vagabondi-deboli, inseguiti alla vita da’ più robusti, essendo ricorsi, i pii-forti v’uccisero i violenti e vi riceverono in protezione i deboli, i quali, perchè altro non vi avevano portato che la sola vita, ricevettero in qualità di famoli, con somministrar loro i mezzi di sostentare la vita; da’ quali famoli principalmente si dissero le famiglie, i quali furono gli abbozzi degli schiavi, che poi vennero appresso con le cattività nelle guerre. Quinci, come da un tronco più rami, escono l’origini degli asili, come si è veduto; — l’origine delle famiglie, sulle quali poi sursero le città, come spiegherassi più sotto; — l’origine di celebrarsi le città, che fu per viver sicuri gli uomini dagl’ingiusti violenti; — l’origine delle giurisdizioni da esercitarsi dentro i propi territori; — l’origine di stender gl’imperi, che si fa con usar giustizia, fortezza e magnanimità, che sono le virtù più luminose de’ principi e degli Stati; — l’origine dell’armi gentilizie, delle quali i primi campi d’armi si truovano questi primi campi da semina; — l’origine della fama, dalla quale tai famoli furon detti, e della gloria, che eternalmente è riposta in giovar il gener umano; — l'origini della nobiltà vera, che naturalmente nasce dall’esercizio delle morali virtù; — l’origine del vero eroismo, ch’è di domar superbi e soccorrere a’ pericolanti (nel qual eroismo il romano avvanzò tutti i popoli della terra, e ne divenne signor del mondo); — le origini, finalmente, della guerra e della pace, e che la guerra cominciò al mondo per la propia difesa, nella quale consiste la virtù vera della fortezza. Ed in tutte queste origini si scuopre disegnata la pianta eterna delle repubbliche, sulla quale gli Stati quantunque acquistati con violenza e con froda, per durare, debbon fermarsi; come, allo ’ncontro, gli acquistati con queste origini virtuose, poscia, con la froda e con la forza, rovinano. E cotal pianta di repubbliche è fondata sopra i due principii eterni di questo mondo di nazioni, che sono la mente e ’l corpo degli uomini che le compongono. Imperciocchè, costando gli uomini di queste due parti, delle quali una è nobile, che, come tale, dovrebbe comandare, e l’altra vile, la qual dovrebbe servire; e, per la corrotta natura umana, senza l’aiuto della Filosofia (la quale non può soccorrere ch’a pochissimi), non potendo l’universale degli uomini far sì che privatamente la mente di ciascheduno comandasse, e non servisse, al suo corpo; — la divina Provvedenza ordinò talmente le cose umane con quest’ordine eterno che, nelle repubbliche, quelli che usano la mente vi comandino e quelli che usano il corpo v’ubbidiscano Il timone s’inchina a piè dell’altare, perchè tali famoli, siccome uomini senza dèi, non avevano la comunione delle cose divine e, ’n conseguenza delle quali, nemmeno la comunità delle cose umane insieme co’ nobili e, principalmente, la ragione di celebrare nozze solenni, ch’i Latini dissero connubium; delle quali la maggior solennità era riposta negli auspicii, per gli qual i nobili si riputavano esser d’origine divina e tenevano quelli essere d’origine bestiale, siccome generati da’ nefari concubiti. Nella qual differenza di natura più nobile si truova, egualmente tra gli Egizi, Greci e Latini, che consisteva un creduto natural eroismo, il quale troppo spiegatamente ci vien narrato dalla storia romana antica.