SigPhi · Giambattista Vico

La scienza nuova — Volume I

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L’ultima giurisprudenza fu dell’Equità naturale, che regna naturalmente nelle repubbliche libere, ove i popoli, per un bene particolare di ciascheduno, ch’è eguale in tutti, senza intenderlo, sono portati a comandar leggi universali e, perciò, naturalmente le disiderano benignamente pieghevoli inverso l’ultime circostanze de’ fatti che dimandano l’ugual utilità; ch'è l'æquum bonum, subbietto della giurisprudenza romana ultima, la quale, da’ tempi di Cicerone, si era incominciata a rivoltare all’Editto del pretore romano. È ella ancora, e forse anco più, connaturale alle monarchie, nelle qual’i monarchi hanno avvezzati i sudditi ad attendere alle loro private utilità, avendosi essi preso la cura di tutte le cose pubbliche, e vogliono tutte le nazioni soggette uguagliate tra lor con le leggi, perchè tutte sieno egualmente interessate allo Stato. Onde Adriano imperadore riformò tutto il Diritto naturale eroico romano col Diritto naturale umano delle provincie, e comandò che la giurisprudenza si celebrasse sull’Editto perpetuo, che da Salvio Giuliano fu composto quasi tutto d’editti provinciali.

Ora, — per raccogliere tutti i primi elementi di questo mondo di nazioni da’ geroglifici che gli significano, — il lituo, l’acqua e ’l fuoco sopra l’altare, l’urna ceneraria dentro le selve, l’aratro che s’appoggia all’altare e ’l timone prostrato a pie’ dell’altare, significano la divinazione, i sagrifizi, le famiglie prima de’ figliuoli, le seppolture, la coltivazione de’ campi e la division de’ medesimi, gli asili, le famiglie oppresse de’ famoli, le prime contese agrarie e, quindi, le prime colonie eroiche mediterranee e, ’n difetto di queste, l’oltramarine e, con queste, le prime trasmigrazioni de’ popoli, esser avvenute tutte nell’età degli dèi degli Egizi, che, non sappiendo o traccurando, «tempo oscuro» chiamò Varrone, come si è sopra avvisato; — il fascio significa le prime repubbliche eroiche, la distinzione degli tre dominii (cioè, naturale, civile e sovrano), i primi imperi civili, le prime alleanze ineguali accordate con la prima legge agraria, per la quale si composero esse prime città sopra feudi rustici de’ plebei, che furono suffeudi di feudi nobili degli eroi, ch’essendo sovrani, divennero soggetti a maggior sovranità di essi ordini eroici regnanti; — la spada che s’appoggia al fascio significa le guerre pubbliche che si fanno da esse città, incominciate da rube innanzi e corseggi (perchè i duelli, ovvero guerre private, dovettero nascere molto prima, come qui sarà dimostrato, dentro lo stato d’esse famiglie); — la borsa significa divise di nobiltà o insegne gentilizie passate in medaglie, che furono le prime insegne de’ popoli, che quindi passarono in insegne militari e, finalmente, in monete, ch’accennano i commerzi di cose anco mobili con danaio (perchè i commerzi di robe stabili, con prezzi naturali di frutti e fatighe, avevan innanzi cominciato fin da’ tempi divini con la prima legge agraria, sulla quale nacquero le repubbliche); — la bilancia significa le leggi d’ugualità, che sono propiamente le leggi;— e, finalmente, il caduceo significa le guerre pubbliche intimate, che si terminano con le paci. — Tutti i quali geroglifici sono lontani dall’altare, perchè sono tutte cose civili de’ tempi ne’ quali andarono tratto tratto a svanire le false religioni, incominciando dalle contese eroiche agrarie, le quali diedero il nome all’età degli eroi degli Egizi, che «tempo favoloso» chiamò Varrone. La tavola degli alfabeti è posta in mezzo a’ geroglifici divini ed umani, perchè le false religioni incominciaron a svanir con le lettere, dalle quali ebbero il principio le filosofie; a differenza della vera, ch’è la nostra cristiana, la quale dalle più sublimi filosofie, cioè dalla platonica e dalla peripatetica (in quanto con la platonica si conforma), anco umanamente ci è confermata.

Laonde, tutta l’idea di quest’opera si può chiudere in questa somma. Le tenebre nel fondo della dipintura sono la materia di questa Scienza, incerta, informe, oscura, che si propone nella Tavola cronologica e nelle a lei scritte Annotazioni. Il raggio del quale la divina Provvedenza alluma il petto alla Metafisica sono le Dignità, le Diffinizioni e i Postulati, che questa Scienza si prende per Elementi di ragionar i Principii, co’ quali si stabilisce e ’l Metodo con cui si conduce; le quali cose tutte son contenute nel libro primo. Il raggio che da petto alla Metafisica si risparge nella statua d’Omero è la luce propia che si dà alla Sapienza poetica nel libro secondo; dond’è il vero Omero schiarito nel libro terzo. Dalla Discoverta del vero Omero vengono poste in chiaro tutte le cose che compongono questo mondo di nazioni, dalle lor origini progredendo secondo l’ordine col quale al lume del vero Omero n’escono i geroglifici, — ch’è il Corso delle nazioni che si ragiona nel libro quarto; — e pervenute finalmente a’ piedi della statua d’Omero, con lo stess’ordine ricominciando, ricorrono, — lo che si ragiona nel quinto ed ultimo libro.

E alla finfine (per restrignere l’idea dell’opera in una somma brievissima), tutta la figura rappresenta gli tre mondi, secondo l’ordine col quale le menti umane della gentilità da terra si sono al cielo levate. Tutti i geroglifici che si vedono in terra dinotano il mondo delle nazioni, al quale prima di tutt’altra cosa applicarono gli uomini. Il globo ch’è in mezzo rappresenta il mondo della natura, il quale poi osservarono i fisici. I geroglifici che vi sono al di sopra significano il mondo delle menti e di Dio, il quale finalmente contemplarono i metafisici.

Note LIBRO PRIMO DELLO STABILIMENTO DE’ PRINCIPII TAVOLA CRONOLOGICA descritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età, degli dèi, degli eroi e degli uomini Dinastie in Egitto. Mercurio Trìmegisto il vecchio, ovvero età degli dèi d’Egitto (XII). Età dell'oro, ovvero età degli dèi di Grecia Elleno, figliuolo di Deucalione, nipote di Prometeo, pronipote dì Giapeto, per tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tre dialetti (XIV). Mercurio Trimegisto il giovine, o età degli eroi d’Egitto (XVIII). Egizio caccia gl’Iuachidi dal regno d’Argo bpe Frigio regna nel Peloponneso. fccHdi sparsi per tutta Grecia, che Bidone da Tiro va a fondar Cartagine {XXI). Tiro celebre per la navigazione e per le colonie. fanno l’età 1 Asia, re di Creta, primo legislatore delle genti ) corsale dell’Egeo. dà principio alte gii rre navali co l’Areopago. navigazione e per le colonie.

Hiosse re di Creta, primo legislatore delle genti e ■primo corsale dell’Egeo.

2752 Ifeo, e con essolui l’età de’ poeti teologi (xxn). vcole, con cui è ai colmo il tempo eroico di Grecia Arcadi.

Sancuniate scrive storie in lettere volgari (xiiv).

iasone dà principio alle guerre navali con quella di Ponto, esco fonda Atene e vi ordina l’Areopago.

Ercole appo Evandro nel Lazio, ovvero età degli eroi d’Italia.

ì Ionie greche in Asia, in Sicilia, in Italia (xxvii).

2919 Sesostrìde regna in Tebe (xxvi).

3120 gurgo d& le leggi a’ Lacedemoni.

lochi olimpici, prima ordinati da Ercole, poi intermessi e restituiti da (6) Isifilo (xxviii).

3223 Fondazione di Roma (xxix).

1 lero, il quale venne in tempo che non si eran ancor truovate le lettere volgari, e ’1 quale non vidde l’Egitto (XXX).

Numa re.

S390 37 Psammetico apre l’Egitto a’ soli Greci di Ionia e di Caria (xxxi) )po, moi-al filosofo volgare (xxxii).

3334 te savi di Grecia; de’ quali uno, Solone, ordina la ihertà popolare d’Atene; l’altro, Talete Milesio, dà ncoininciamento alla filosofìa con la tìsica (xxsiii).

3,100 Ciro regna in As«Iritt co’ Persiani.

tagora, di cui vivo dice Livio che nemmeno il lome potè sapersi in Roma (.xxxiv).

Servio Tullio re (x.v).

3468 225 isistratidi tiranni cacciati da Atene.

3491 I Tarquini tiranni cacciati da Roma.

3499 245 odo (xxxvi), Erodoto, Ippocrate (xxxvii).

3600 1 Idantura re di Sclzia (XXXVIII) erra peloponnesiaca.

cidide, il qual scrive che fin a suo padre i Greci non seppero nulla delle antichità loro propie; onde si diede a scrivere di cotal guerra (xxxix).

3530 crate dà principio alla filosofia morale ragionata, atone fiorisce nella metafìsica, iene sfolgora di tutte l’arti della più colta umanità (Xi).! i enofonte, con portar l’armi greche nelle viscere della Persia, è ’1 primo a sapere con qualche certezza le cose persiane (xli).

Legge dello XII Tavole.

3058 416 Uessandro Magno rovescia nella Macedonia!a monarchia persiana; ed Aristotile, che vi si porta in persona, osserva ch’i Greci innanzi avevan detto favole delle cose dell’Oriente.

3600 ’.

Legge Petella (xliii).

3661 419 i Guerra dì Taranto, ove s’incominciali a conoscer tra loro i Latini co’ Greci (xi.iv).

3708 48B 1 Guerra cartaginese seconda, da cui comincia la storia certa romana a Livio, il qual pur professa non saperne tre inassiine circo 3819 552 1" In AMirla co’ Medi.

[SEZIONE PRIMA] ANNOTAZIONI ALLA TAVOLA CRONOLOGICA NELLA QUALE SI FA L'APPARECCHIO DELLE MATERIE I [Tavola cronologica, descritta sopra le tre epoche de’ tempi degli Egizi, che dicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età: degli dèi, degli eroi e degli uomini] Questa Tavola cronologica spone in comparsa il mondo delle nazioni antiche, il quale dal Diluvio universale girasi dagli Ebrei per gli Caldei, Sciti, Fenici, Egizi, Greci e Romani fin alla loro guerra seconda cartaginese. E vi compariscono uomini o fatti romorosissimi, determinati in certi tempi o in certi luoghi dalla comune de’ dotti; i quali uomini o fatti, o non furono ne’ tempi o ne’ luoghi ne’ quali sono stati comunemente determinati, o non furon affatto nel mondo; e da lunghe densissime tenebre ove giaciuti erano seppelliti, v’escon uomini insigni e fatti rilevantissimi, da’ quali e co’ quali son avvenuti grandissimi momenti di cose umane. Lo che tutto si dimostra in queste Annotazioni, per dar ad intendere quanto l’umanità delle nazioni abbia incerti o sconci o difettuosi o vani i principii (a).

Di più, ella si propone tutta contraria al Canone cronico egiziaco, ebraico e greco di Giovanni Marshamo, ove vuol provare che gli Egizi nella polizia e nella religione precedettero a tutte le nazioni del mondo, e che i di loro riti sagri ed ordinamenti civili, trasportati ad altri popoli, con qualche emendazione si ricevettero dagli Ebrei. Nella qual oppenione il seguitò lo Spencero, nella dissertazione: De Urim et Thummim, ove oppina che gl’Israeliti avessero apparato dagli Egizi tutta la scienza delle divine cose per mezzo della sagra Cabbala. Finalmente, al Marshamo acclamò l’Ornio, nell’Antichità della barbaresca filosofia, ove, nel libro intitolato: Chaldaicus, scrive che Mosè, addottrinato nella scienza delle divine cose dagli Egizi, l’avesse portate nelle sue leggi agli Ebrei. Surse allo ’ncontro Ermanno Witzio, nell’opera intitolata: Ægyptiaca sive de Ægyptiacorum sacrorum cum hebraicis collatione (a); e stima che ’l primo autor gentile che n’abbia dato le prime certe notizie degli Egizi, egli sia stato Dion Cassio, il quale fiorì sotto Marco Antonino filosofo. Di che può essere confutato con gli Annali di Tacito, ove narra che Germanico, passato nell’Oriente, quindi portossi in Egitto per vedere l’antichità famose di Tebe, e quivi da un di quei sacerdoti si fece spiegare i geroglifici iscritti in alcune moli; il quale, vaneggiando, gli riferì che que’ caratteri conservavanole memorie della sterminata potenza ch’ebbe il loro re Ramse nell’Affrica e nell’Oriente e fino nell’Asia Minore, eguale alla potenza romana di quelli tempi, che fu grandissima: il qual luogo, perchè gli era contrario, forse il Witzio si tacque (a).

Ma, certamente, cotanto sterminata antichità non fruttò molto di sapienza riposta agli Egizi mediterranei. Imperciocché, ne’ tempi di Clemente l’Alessandrino, com’esso narra negli Stromati andavano attorno i loro libri sacerdotali al numero di quarantadue, i quali in Filosofia ed Astronomia contenevano de’ grandissimi errori, de’ quali Cheremone, maestro di san Dionigi l’Areopagita, sovente è messo in favola da Strabone; — le cose della Medicina si truovano da Galeno, ne’ libri De medicina mercuriali, essere manifeste ciance e mere imposture; — la Morale era dissoluta, la quale, nonché tollerate o lecite, faceva oneste le meretrici; — la Teologia era piena di superstizioni, prestigi e stregonerie. E la magnificenza delle loro moli e piramidi potè ben esser parto della barbarie, la quale si comporta col grande; però la scoltura e la fonderia egiziaca s’accusano ancor oggi essere state rozzissime. Perchè la dilicatezza è frutto delle filosofie; onde la Grecia, che fu la nazion de’ filosofi, sola sfolgorò di tutte le belle arti ch’abbia giammai truovato l’ingegno umano: pittura, scoltura, fonderia, arte d’intagliare; le quali sono dilicatissime, perchè debbon astrarre le superficie da’ corpi ch’imitano.

Innalzò alle stelle cotal antica sapienza degli Egizi la fondatavi sul mare da Alessandro Magno Alessandria; la qual, unendo l’acutezza affricana con la dilicatezza greca, vi produsse chiarissimi filosofi in divinità, per li quali ella pervenne in tanto splendore d’alto divin sapere che ’l Museo alessandrino fanne poi celebrato quanto unitamente erano stat’innanzi l’Accademia, il Liceo, la Stoa e ’l Cinosargi in Atene; e funne detta «la madre delle scienze» Alessandria e, per cotanta eccellenza, fu appellata da’ Greci «Πόλις», come «Ἄσυ» Atene e «Urbs» Roma. Quindi provenne Maneto, o sia Manetone, sommo pontefice egizio, il quale trasportò tutta la storia egiziaca ad una sublime Teologia naturale, appunto come i greci filosofi avevano fatto innanzi delle lor favole, le quali qui truoverassi esser state le lor antichissime storie; onde s’intenda lo stesso esser avvenuto delle favole greche che de’ geroglifici egizi (a).

Con tanto fasto d’alto sapere, la nazione, di sua natura boriosa (che ne furonomotteggiati «gloriæ animalia», in una città ch’era un grand’emporio del Mediterraneo e, per lo Mar Rosso, dell’Oceano e dell’Indie (tra gli cui costumi vituperevoli, da Tacito, in un luogo d’oro, si narra questo: «novarum religionum avida»), tra per la pregiudicata oppenione della loro sformata antichità, la quale vanamente vantavano sopra tutte l’altre nazioni del mondo, e quindi d’aver signoreggiato anticamente ad una gran parte del mondo; e perchè non sapevano la guisa come tra’ gentili, senza ch’i popoli sapessero nulla gli uni degli altri, divisamente nacquero idee uniformi degli dèi e degli eroi (lo che dentro appieno sarà dimostro), tutte le false divinitadi, ch’essi dalle nazioni che vi concorrevano per gli marittimi traffichi udivano esser sparse per lo resto del mondo, credettero esser uscite dal lor Egitto, e che ’l loro Giove Ammone fusse lo più antico di tutti (de’ quali ogni nazione gentile n’ebbe uno), e che gli Ercoli di tutte l’altre nazioni, de’ quali Varrone giunse a noverare quaranta, avessero preso il nome dal lor Ercole egizio, come l’uno e l’altro ci vien narrato da Tacito. E con tutto ciò che Diodoro Siculo, il quale visse a’ tempi d’Augusto, gli adorni di troppo vantaggiosi giudizi, non dà agli Egizi maggior antichità che di duemila anni; e i di lui giudizi sono rovesciati da Giacomo Cappello, nella sua Storia sagra ed egiziaca, che gli stima tali quali Senofonte aveva innanzi attaccati a Ciro e (noi aggiugniamo) Platone sovente finge de’ Persiani. Tutto ciò, finalmente, d’intorno alla vanità dell’altissima antica sapienza egiziaca si conferma con l’impostura del Pimandro smaltito per dottrina ermetica, il quale si scuopre dal Casaubuono non contenere dottrina più antica di quella de’ platonici spiegata con la medesima frase, nel rimanente giudicata dal Salmasio per una disordinata e mal composta raccolta di cose (a).

Fece agli Egizi la falsa oppenione di cotanta lor antichità questa propietà della mente umana — d’esser indiffinita, — per la quale, delle cose che non sa, ella sovente crede sformatamente più di quello che son in fatti esse cose. Perciò gli Egizi furon in ciò simiglianti a’ Chinesi, i quali crebbero in tanto gran nazione chiusi a tutte le nazioni straniere, come gli Egizi lo erano stati fin a Psammetico e gli Sciti fin ad Idantura, da’ quali è volgar tradizione che furono vinti gli Egizi in pregio d’ antichità(a). La qual volgar tradizione è necessario ch’avesse avuto indi motivo onde incomincia la storia universale profana; la qual, appresso Giustino, come antiprincipii propone innanzi alla monarchia degli Assiri due potentissimi re: Tanai Scita e Sesostride Egizio, i quali finor han fatto comparire il mondo molto più antico di quel ch’è in fatti; e che per l’Oriente prima Tanai fusse ito con un grandissimo esercito a soggiogare l’Egitto, il qual è per natura difficilissimo a penetrarsi con l’armi; e che poi Sesostride con altrettante forze si fusse portato a soggiogare la Scizia, la qual visse sconosciuta ad essi Persiani, ch’avevano stesa la loro monarchia sopra quella de’ Medi, suoi confinanti, fin a’ tempi di Dario detto «maggiore», il qual intimò al di lei re Idantura la guerra; il qual si truova cotanto barbaro a’ tempi dell’umanissima Persia che gli risponde con cinque parole reali di cinque corpi, che non seppe nemmeno scrivere per geroglifici. E questi due potentissimi re attraversano con due grandissimi eserciti l’Asia, e non la fanno provincia o di Scizia d’Egitto, e la lasciano in tanta libertà ch’ivi poi surse la prima monarchia delle quattro più famose del mondo, che fu quella d’Assiria!

Perciò, forse, in cotal contesa d’antichità non mancarono d’entrar in mezzo i Caldei, pur nazione mediterranea e, come dimostreremo, più antica dell’altre due, i quali vanamente vantavano di conservare le osservazioni astronomiche di ben ventiottomila anni: che forse diede il motivo a Flavio Giuseppe Ebreo di credere con errore l’osservazioni antidiluviane descritte nelle due colonne, una di marmo ed un’altra di mattoni, innalzate incontro a’ due diluvi, e d’aver esso veduta nella Shùa quella di marmo. Tanto importava alle nazioni antiche di conservare le memorie astronomiche; il qual senso fu morto affatto tralle nazioni che loro vennero appresso! Onde tal colonna è da riporsi nel museo della credulità.

Ma così i Chinesi si sono truovati scriver per geroglifici, come anticamente gli Egizi e, più degli Egizi, gli Sciti, i quali nemmeno gli sapevano scrivere. E non avendo per molte migliaia d’anni avuto commerzio con altre nazioni dalle quali potesser esser informati della vera antichità del mondo, com’uomo che dormendo sia chhiso in un’oscura picciolissima stanza, nell’orror delle tenebre la crede certamente molto maggiore di quello che con mani la toccherà; cosi, nel buio della loro cronologia, han fatto i Chinesi e gli Egizi e, con entrambi, i Caldei. Pure, benché il padre Michel di Ruggiero, gesuita, affermi d’aver esso letti libri stampati innanzi la venuta di Gesù Cristo;.e benché il padre Martini, pur gesuita, nella sua Storia chinese, narri una grandissima antichità di Confucio (la qual ha indotti molti nell’ateismo, al riferire di Martino Scoockio, in Demonstratione Diluvii universalis; onde Isacco Pereyro, autore della Storia preadamitica, forse perciò abbandonò la fede catolica, e quindi scrisse che ’l Diluvio si sparse sopra la terra de’ soli Ebrei); però Niccolò Trigaulzio, meglio del Ruggieri e del Martini informato, nella sua Christiana expeditione apud Sinas, scrive la stampa appo i Chinesi essersi truovata non più che da due secoli innanzi degli Europei, e Confucio aver fiorito non più che cinquecento anni innanzi di Gesù Cristo (a); e la filosofia confuciana, conforme a’ libri sacerdotali egiziaci, nelle poche cose naturali ella è rozza e goffa, e quasi tutta si rivolge ad una volgar Morale, o sia Moral comandata a que’ popoli con le leggi (b).

Da sì fatto ragionamento d’intorno alla vana oppenione ch’avevano della lor antichità queste gentili nazioni, e sopra tutte gli Egizi, doveva cominciare tutto lo scibile gentilesco; tra per sapere con iscienza quest’importante principio: — dove e quando egli ebbe i suoi primi incominciamenti nel mondo, — e per assistere con ragioni anco umane a tutto il credibile cristiano (il quale tutto incomincia da ciò: che 'l primo popolo del mondo fu egli l’ebreo, di cui fu principe Adamo, il quale fu criato dal vero Dio con la criazione del mondo); e che la prima scienza da doversi apparare sia la Mitologia, ovvero l’interpetrazion delle favole (perchè, come si vedrà, tutte le storie gentilesche hanno favolosi i principii), e che le favole furono le prime storie delle nazioni gentili; e, con sì fatto metodo, rinvenire i principii come delle nazioni così delle scienze, le quali da esse nazioni son uscite e non altrimente (come per tutta quest’opera sarà dimostro ch’alle pubbliche necessità o utilità de’ popoli elleno hanno avuto i lor incominciamenti, e poi, con applicarvi la riflessione acuti particolari uomini, si sono perfezionate). E quindi cominciar debbo la storia universale, che tutti i dotti dicono mancare ne’ suoi principii (a).

E per ciò fare, l’antichità degli Egizi in ciò grandemente ci gioverà, che ne serbarono due grandi rottami non meno maravigliosi delle loro piramidi, che sono queste due grandi verità filologiche. Delle quali una è narrata da Erodoto: — ch’essi tutto il tempo del mondo ch’era corso loro dinanzi riducevano a tre età: la prima degli dèi, la seconda degli eroi e la terza degli uomini; — l’altra è che, con corrispondente numero ed ordine, per tutto tal tempo si erano parlate tre lingue: la prima geroglifica, ovvero per caratteri sagri; la seconda simbolica, o per caratteri eroici; la terza pistolare, o per caratteri convenuti da’ popoli (b), al riferire dello Scheffero, De philosophia italica La qual divisione de’ tempi egli è necessario che Marco Terenzio Varrone, — perch’egli, per la sua sterminata erudizione, meritò l’elogio con cui fu detto il «dottissimo de’ Romani» ne’ tempi loro più illuminati, che furon quelli di Cicerone, — dobbiam dire, non già ch’egli non seppe seguire, ma che non volle; perchè, forse, intese della romana ciò che, per questi principii, si truoverà vero di tutte le nazioni antiche: cioè, che tutte le divine ed umane cose romane erano native del Lazio; onde si studiò dar loro tutte latine origini, nella sua gran opera: Rerum divinarum et humanarum, della quale l’ingiuria del tempo ci ha privi (tanto Varrone credette alla favola delle Leggi delle XII Tavole venuta da Atene in Roma!); e divise tutti i tempi del mondo in tre, cioè: tempo oscuro, ch’è l’età degli dèi; quindi, tempo favoloso, ch’è l’età degli eroi; e finalmente, tempo isterico, ch’è l’età degli uomini, che dicevano gli Egizi.

Oltracciò, l’antichità degli Egizi gioveracci con due boriose memorie, di quella boria delle nazioni, le quali osserva Diodoro Sicolo che, barbare o umane si fussero, ciascheduna si è tenuta la più antica di tutte e serbare le sue memorie fin dal principio del mondo; lo che vedremo essere stato privilegio de’ soli Ebrei. Delle quali due boriose memorie una osservammo esser quella che ’l loro Giove Ammone era il più vecchio di tutti gli altri del mondo, l’altra (a) che tutti gli altri Ercoli dell’altre nazioni avevano preso il nome dal lor Ercole egizio; cioè, ch’appo tutte prima corse l’età degli dèi, re de’ quali appo tutte fu creduto esser Giove; e poscia l’età degli eroi, che si tenevano esser figliuoli degli dèi, il massimo de’ quali fu creduto esser Ercole.

II [Ebrei] II [Ebrei] S’innalza la prima colonna agli Ebrei (b), i quali, per gravissime autorità di Flavio Giuseppe Ebreo e di Lattanzio Firmiano ch’appresso s’arrecheranno, vissero sconosciuti a tutte le nazioni gentili. E pur essi contavano giusta la ragione de’ tempi corsi del mondo, oggi dagli più severi critici ricevuta per vera, secondo il calcolo di Filone Giudeo; la qual se varia da quel d’Eusebio, il divario non è che di mille e cinquecento anni ch’è brievissimo spazio di tempo a petto di quanto l’alterarono i Caldei, gli Sciti, gli Egizi e, fin al di d’oggi, i Chinesi. Che dev’esser un invitto argomento che gli Ebrei furono il primo popolo del nostro mondo ed hanno serbato con verità le loro memorie nella Storia sagra fin dal principio del mondo. 70 LIBRO PRIMO SEZIONE PRIMA III [Caldei] III [Caldei] Si pianta la seconda colonna a’ Caldei, tra perchè in Geografia si mostra in Assiria essere stata la monarchia più mediterranea di tutto il mondo abitabile, e perchè in quest’opera si dimostra che si popolarono prima le nazioni mediterranee, dappoi le marittime. E certamente, i Caldei furono i primi sappienti della gentilità, il principe de’ quali dalla comune de’ filologi è ricevuto Zoroaste Caldeo. E senza veruno scrupolo, la storia universale prende principio dalla monarchia degli Assiri (a), la quale aveva dovuto incominciar a formarsi dalla gente caldea; dalla quale, cresciuta in un grandissimo corpo, dovette passare nella nazion degli Assiri sotto di Nino, il quale vi dovette fondare tal monarchia, non già con gente menata colà di fuori, ma nata dentro essa Caldea medesima, con la qual egli spense il nome caldeo e vi produsse l’assirio: che dovetter esser i plebei di quella nazione, con le forze de’ quali Nino vi surse monarca 1, come in quest’opera tal civile costume di quasi tutte, come si ha certamente della romana, vien dimostrato (b). Ed essa storia pur ci racconta che fu Zoroaste ucciso da Nino; lo che truoveremo esser stato detto, con lingua eroica, in senso che ’l regno, il qual era stato aristocratico, de’ Caldei (de’ quali era stato carattere eroico Zoroaste) fu rovesciato per mezzo della libertà popolare da’ plebei di tal gente, i quali ne’ tempi eroici si vedranno essere stati altra nazione da’ nobili, e che col favore di tal na- (a) e la storia, per ignorazione di questi nostri principii, non vide che tal monarchia aveva dovuto, ecc.

(b) [CMA*] sicché tale avesse fatto prima Nino contro di Zoroaste, quale fece poi Arbace contro Sardanapalo, ultimo re dell’Assiria. Onde dicono ch’indi in poi furono due regni d’Assiria, con due città capitali: Niuive e Babillonia; la qual verità usano i critici bibbici per ischiarire la storia sagra ove narra la schiavitù babilonese del popolo ebreo. Ed essa storia, ecc. zione Nino vi si fusse stabilito monarca Altrimente, se non istanno così le cose, n’uscirebbe questo mostro di cronologia nella storia assiriaca: che nella vita d’un sol uomo, cioè di Zoroaste, da vagabondi eslegi si fusse la Caldea portata a tanta grandezza d’imperio che Nino vi fondò una grandissima monarchia (a). Senza i quali principii, avendoci Nino dato il primo incominciamento della storia universale, ci ha fatto finor sembrare la monarchia dell’Assiria, come una ranocchia in una pioggia d’està, esser nata tutta ad un tratto.

IV [Sciti] Si fonda la terza colonna agli Sciti (b), i quali vinsero gli Egizi in contesa d’antichità, come testè l’hacci narrato una tradizione volgare.

V [Fenici] La quarta colonna si stabilisce a’ Fenici, innanzi degli Egizi; ai quali i Fenici, da’ Caldei, portarono la pratica del quadrante e la scienza dell’elevazione del polo (c), di che è volgare tradizione 1; e appresso dimostreremo che portarono anco i volgari caratteri.

(a) [CMA*] (al quale qviindi a poco truoveremo un mostro somigliante dentro la storia greca nella persona d’Orfeo), senza i quali, ecc. (b) oggi detti Tartari del Gran Precop, per una volgar tradizione che si serba nel tesoro dell’antichità da’ filologi, che, nata contesa, ecc. (e) Alla qual volgar tradizione, ricevuta da tutti i filologi, si aggiugneranno invitte ragioni da questa Scienza, più salde di quelle ch’arreca il Witzio contro la quanto vantata altrettanto vana antichità degli Egizi. 1 Heeod., li, 109; Plin., N. H., VII, 56 (57).

VI [Egizi] Per tutte le cose sopra qui ragionate, quelli Egizi che, nel suo Canone, vuol il Marshamo essere stati gli più antichi di tutte le nazioni, meritano il quinto luogo su questa Tavola cronologica.

VII [Zoroaste, o regno de’ Caldei. — Anni del mondo 1756] Zoroaste si truova in quest’opera essere stato un carattere poetico di fondatori di popoli in Oriente, onde se ne truovano tanti sparsi per quella gran parte del mondo quanti sono gli Ercoli per l’altra opposta dell’Occidente; e forse gli Ercoli i quali con l’aspetto degli occidentali osservò Varrone anco in Asia (come il Tirio, il fenicio), dovettero agli orientali essere Zoroasti(a). Ma la boria de’ dotti, i quali ciò ch’essi sanno, vogliono che sia antico quanto ch’è il mondo, ne ha fatto un uomo particolare ricolmo d’altissima sapienza riposta, e gli ha attaccato gli oracoli della filosofia (h). i quali non ismaltiscono altro che per vecchia una troppo nuova dottrina, ch’è quella de’ pittagorici e de’ (a) [CMA] Perocché i mitologi, con le loro interpetrazioni erudite, fanno Ercole anche dotto d’astronomia, e ne spiegano quella favola ch’egli succedette al vecchio Atlante, stanco di più sostenere sopra i suoi omeri il cielo; ed or ora vedremo che Atlante egli è da’ filologi creduto scolare di Zoroaste. [SN] Però di quelli il primo di tutti è ’l Caldeo, che ci appruova la Caldea essere stata la prima nazione di tutta la gentilità. Ma la boria, ecc.