Questa natura di cose umane civili ci si conferma nella nazione francese, nella quale, perchè di mezzo alla barbarie del mille e cento s’aprì la famosa scuola parigina, dove il celebre maestro delle sentenze Piero Lombardo si diede ad insegnare di sottilissima teologia scolastica, vi restò come un poema omerico la storia di Turpino vescovo di Parigi, piena di tutte le favole degli eroi di Francia che si dissero «i paladini», delle quali s’empieron appresso tanti romanzi e poemi. E per tal immaturo passaggio dalla barbarie alle scienze più sottili, la francese restonne una lingua dilicatissima (a); talché, di tutte le viventi, sembra avere restituito a’ nostri tempi l’atticismo de’ Greci e, più ch’ogni altra è buona a ragionar delle scienze, come la greca; e come a’ Greci così a’ Francesi restarono tanti dittonghi, che sono propi di lingua barbara, dura ancor e difficile a comporre le consonanti con le vocali. In confermazione di ciò ch’abbiamo detto di tutte e due queste lingue, aggiugniamo l’osservazione che tuttavia si può fare ne’ giovani; i quali, nell’età nella qual è robusta la memoria, vivida la fantasia e focoso l’ingegno, ch’eserciterebbero con frutto con lo studio delle lingue (b) e della Geometria lineare, senza domare con tali esercizi cotal acerbezza di menti contratta dal corpo, che si potrebbe dire «la barbarie degl’intelletti», passando ancor crudi agli studi troppo assottigliati di critica metafisica e d’algebra, divengono per tutta la vita affilatissimi nella loro maniera di pensare e si rendono inabili ad ogni grande lavoro.
Ma col più meditare quest’opera, ritruovammo altra cagione di tal eifetto, la qual forse è più propia: che Romolo fondò Roma in mezzo ad altre più antiche città del Lazio, e fondolla con aprirvi l’asilo (che Livio diffinisce generalmente «vetus urbes condentium consilium»; perchè, durando ancora le violenze, egli naturalmente ordinò la romana sulla pianta sulla quale si erano fondate le prime città del mondo. Laonde da tali stessi principii progredendo i romani costumi, in tempi che le lingue volgari del Lazio avevano fatto di molti avvanzi, dovette avvenire che le cose civili romane, le qual’i popoli greci avevano spiegato con lingua eroica, essi spiegarono con lingua volgare; onde la storia romana antica si truoverà essere una perpetua mitologia della storia eroica de’ Greci. E questa dev’essere la cagione perchè i Romani furono gli eroi del mondo: perocché Roma manomise l’altre città del Lazio, quindi l’ItaHa e per ultimo il mondo, essendo tra’ Romani giovine l’eroismo; mentre tra gli altri popoli del Lazio, da’ quali, vinti, provenne tutta la romana grandezza, aveva dovuto incominciar a invecchiarsi.
xxii xxii E necessario che vi sia nella natura delle cose umane una lingua mentale comune a tutte le nazioni, la quale uniformemente intenda la sostanza delle cose agibili nell’umana vita socievole, e la spieghi con tante diverse modificazioni per quanti diversi aspetti possan aver esse cose; siccome lo sperimentiamo vero ne’ proverbi, che sono massime di sapienza volgare, l'istesse in sostanza intese da tutte le nazioni antiche e moderne, quante elleno sono, per tanti diversi aspetti significate. Questa lingua è propia di questa Scienza. Col lume della quale, se i dotti v’attenderanno, potranno formar un vocabolario mentale, comune a tutte le lingue articolate diverse, morte e viventi; di cui abbiamo dato un saggio particolare nella Scienza nuova la prima volta stampata, ove abbiamo provato i nomi de’ primi padri di famiglia in un gran numero di lingue morte e viventi, dati loro per le diverse propietà ch’ebbero nello stato delle famiglie e delle prime repubbliche, nel qual tempo le nazioni si formaron le lingue. Del qual vocabolario noi, per quanto ci permette la nostra scarsa erudizione, facciamo qui uso in tutte le cose che ragioniamo.
Di tutte l’anzidette proposizioni, la prima, seconda, terza e quarta ne danno i fondamenti delle confutazioni di tutto ciò che si è finor oppinato d’intorno a’ principii dell’umanità, le quali si prendono dalle inverisimiglianze, assurdi (a), contradizioni, impossibilità di cotali oppenioni. Le seguenti, dalla quinta fin alla decimaquinta, le quali ne danno i fondamenti del vero, serviranno a meditare questo mondo di nazioni nella sua idea eterna, per quella propietà di ciascuna scienza, avvertita da Aristotile, che (b): «Scientia debet esse de universalihus et ceternis». L’ultime, dalla decimaquinta fin alla ventesimaseconda le quali ne daranno i fondamenti del certo, si adopreranno a veder in fatti questo mondo di nazioni quale l’abbiamo meditato in idea, giusta il metodo di filosofare più accertato (c) di Francesco Bacone signor di Verulamio, dalle natiu’ali sulle quali esso lavorò il libro: Cogitata visa, trasportato all’umane cose civili.
Le proposizioni finora proposte sono generali e stabiliscono questa Scienza per tutto; le seguenti sono particolari, che la stabiliscono partitamente nelle diverse materie che tratta (a).
xxiii La storia sagra è più antica di tutte le più antiche profane che ci son pervenute, perchè narra tanto spiegatamente e per lungo tratto di più di ottocento anni lo stato di natura sotto de’ patriarchi, o sia lo stato delle famiglie, sopra le quali tutti i politici convengono che poi sursero i popoli e le città; del quale stato la storia profana ce ne ha o nulla o poco e assai confusamente narrato.
Questa Degnità pruova la verità della storia sagra contro la boria delle nazioni che sopra ^ ci ha detto Diodoro Sicolo, perocché gli Ebrei han conservato tanto spiegatamente le loro memorie fin dal principio del mondo.
xxiv La religion ebraica fu fondata dal vero Dio sul divieto della divinazione, sulla quale sursero tutte le nazioni gentili. Questa Degnità (b) è una delle principali cagioni per le quali tutto il mondo delle nazioni antiche si divise tra Ebrei e genti.
xxv Il Diluvio universale si dimostra non già per le pruove filologiche di Martino Scoockio, le quali sono troppo leggieri; nè per l’astrologiche di Piero cardinale d’Alliac, seguito da Giampico della Mirandola, le quali sono troppo incerte, anzi false, rigredendo sopra le Tavole alfonsine, confutate dagli Ebrei ed ora da’ Cristiani (i quali, disappruovato il calcolo d’Eusebio e di Beda, sieguon oggi quello di Filone Giudeo): ma si dimostra con istorie fisiche osservate dentro le favole, come nelle Degnità qui appresso si scorgerà.
xxvi I giganti furon in natura di vasti corpi, quali in piedi dell’America, nel paese detto «de los Patacones», dicono viaggiatori essersi truovati goffi e fìerissimi. E lasciate le vane o sconce o false ragioni che ne hanno arrecato i filosofi, raccolte e seguite da Cassanione, De gigantibus, se n’arrecano le cagioni, parte fisiche e parte morali, osservate da Giulio Cesare e Cornelio Tacito ove narrano della gigantesca statura degli antichi Germani, e da noi considerate, si compongono sulla ferina educazion de’ fanciulli.
xxvii xxvii La storia greca, dalla qual abbiamo tutto ciò ch’abbiamo (dalla romana in fuori) di tutte l’altre antichità gentilesche, ella dal Diluvio e da’ giganti prende i principii.
Queste due Degnità mettono in comparsa tutto il primo gener umano diviso in due spezie: una di giganti, altra d’uomini di giusta corporatura; quelli gentili, questi Ebrei (la qual differenza non può essere nata altronde che dalla ferina educazione di quelli e dall’umana di questi); e ’n conseguenza, che gli Ebrei ebbero (a) altra origine da quella c’hanno avuto tutti i gentili. xxviii Ci sono pur giunti due gran rottami dell’egiziache antichità, che si sono sopra osservati. De’ quali uno è che gli Egizi riducevano tutto il tempo del mondo scorso loro dinanzi, a tre età, che furono: età degli dèi, età degli eroi ed età degli uomini; l’altro, che per tutte queste tre età si fussero parlate tre lingue nell’ordine corrispondenti a dette tre età, che furono: la lingua geroglifica, ovvero sacra; la lingua simbolica, o per somiglianze, qual è l’eroica; e la pistolare, o sia volgare degli uomini, per segni convenuti da comunicare le volgari bisogne della lor vita.
xxix Omero, in cinque luoghi di tutti e due i suoi poemi (a), che si rapporteranno dentro, mentova una lingua più antica della sua, che certamente fu lingua eroica, e la chiama «lingua degli dèi».
xxx Varrone ebbe la diligenza di raccogliere (b) trentamila nomi di dèi (ché tanti pure ne noverano i greci), i quali nomi si rapportavano ad altrettante bisogne della vita o naturale o morale iconomica (c) o finalmente civile de’ primi tempi. Queste tre Degnità stabiliscono che ’l mondo de’ popoli dappertutto cominciò dalle religioni; che sarà il primo degli tre principii di questa Scienza.
xxxi Ove i popoli son infieriti con le armi, talché non vi abbiano più luogo l’umane leggi, l’unico potente mezzo di ridurgli è la religione.
Questa Degnità stabilisce che nello stato eslege la Provvedenza divina diede principio a’ fieri e violenti di condursi all’umanità ed ordinarvi le nazioni, con risvegliar in essi un’idea confusa della divinità, ch’essi per la loro ignoranza attribuirono a cui ella non conveniva; e così, con lo spavento di tal immaginata divinità si cominciarono a rimettere in qualche ordine.
Tal principio di cose, tra i suoi fieri e violenti, non seppe vedere Tommaso Obbes, perchè ne andò a truovar i principii errando col «caso» del suo Epicuro; onde con quanto magnanimo sforzo, con altrettanto infelice evento credette d’accrescere la greca filosofia di questa gran parte, della quale certamente aveva mancato (come riferisce Giorgio Paschio, De eruditis huius sceculi inventis (a), di considerar l’uomo in tutta la società del gener umano. Né Obbes l’arebbe altrimente pensato, se non gliene avesse dato il motivo la cristiana religione, la quale inverso tutto il gener umano, nonché la giustizia, comanda la carità. E quindi incomincia a confutarsi Polibio di quel falso suo detto: — che se fussero al mondo filosofi, non farebber uopo religioni; — che se non fussero al mondo repubbliche, le quali non posson esser nate senza religioni, non sarebbero al mondo filosofi.
xxxii Gli uomini ignoranti delle naturali cagioni che producon le cose, ove non le possono spiegare nemmeno per cose simili, essi danno alle cose la loro propia natura, come il volgo per esemplo dice la calamita esser innamorata del ferro.
Questa Degnità è una particella della prima: — che la mente umana, per la sua indiffinita natura, ove si rovesci nell’ignoranza, essa fa sé regola dell’universo d’intorno a tutto quello che ignora.
xxxvi La Fisica degli ignoranti é una volgar Metafisica, con la quale rendono le cagioni delle cose ch’ignorano alla volontà di Dio, senza considerare i mezzi de’ quali la volontà divina si serve.
xxxiv Vera propietà di natura umana é quella avvertita da Tacito, ove disse: «Mobiles ad superstitionem perculsæ semel mentes»; ch’una volta che gli uomini sono sorpresi da una spaventosa superstizione, a quella richiamano tutto ciò ch’essi immaginano, vedono ed anche fanno.
xxxv La maraviglia è figliuola dell’ignoranza; e quanto l’effetto ammirato è più grande, tanto più a proporzione cresce la maraviglia.
xxxvi La fantasia tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio.
xxxvii Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione; ed è propietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra mani e trastullandosi, favellarci come se fassero, quelle, persone vive.Questa Degnità filologico-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo per natura furono sublimi poeti.
xxxviii xxxviii E un luogo d’oro di Lattanzio Firmiano quello ove ragiona dell’origini dell’idolatria, dicendo: «Rudes initio homines deos appellarunt sive ob miraculum virtutis (hoc vero putabant rudes adhuc et simplices) (a); sive, ut fieri solet, in admirationem præsentis potentiæ; sive oh beneficia quibus erant ad humanitatem compositi (a).
xxxix La curiosità, propietà connaturale dell’uomo, figliuola dell’ignoranza, che partorisce la scienza, all’aprire che fa della nostra mente la maraviglia, porta questo costume: ch’ove osserva straordinario effetto in natura, come cometa, parelio o stella di mezzodì, subito domanda che tal cosa voglia dire o significare.
xl Le streghe nel tempo stesso che sono ricolme di spaventose superstizioni, sono sommamente fiere ed immani; talché, se bisogna per solennizzare le loro stregonerie, esse uccidono spietatamente e fanno in brani amabilissimi innocenti bambini.
Tutte queste proposizioni, dalla ventesimottava incominciando fin alla trentesimottava, ne scuoprono i principii della poesia divina, o sia della Teologia poetica; dalla trentesimaprima, ne dànno i principii dell’idolatria; dalla trentesimanona, i principii della divinazione (b); e la quarantesima finalmente ne dà con sanguinose religioni i principii de’ sagrifizi, che da’ primi crudi fierissimi uomini incominciarono con voti e vittime umanc. Le quali, come si ha da Plauto, restarono a’ Latini volgarmente dette «Saturni hostiæ»i; e furono i sacrifizi di Moloc, appresso i Fenici, i quali passavano per mezzo alle fiamme i bambini consegrati a quella falsa divinità; delle quali consegrazioni si barone alquante nella Legge delle XII Tavole. Le quali cose, come danno il diritto senso a quel motto (a): Primos in orbe deos fecit timor, — che le false religioni non nacquero da impostura d’altrui, ma da propia credulità; — così l’infelice voto e sagrifizio che fece Agamennone della pia figliuola Ifigenia, a cui empiamente Lucrezio acclama; Tantum relligio potuit suadere malorum, rivolgono in consiglio della Provvedenza; che tanto vi voleva per addimesticare i figliuoli de’ Polifemi e ridurgli all’umanità degli Aristidi e de’ Socrati, de’ Leli e degli Scipioni Affricani.
xli Si domanda, e la domanda è discreta, che per (b) più centinaia d’anni la terra, insuppata dall’umidore dell’universale Diluvio, non abbia mandato esalazioni secche, sieno materie ignite, in aria, a ingenerarvisi i fulmini.
xlii Giove fulmina ed atterra i giganti, ed ogni nazione gentile n’ebbe uno. Questa Degnità contiene la storia fìsica che ci han conservato le favole, che fu il Diluvio universale sopra tutta la terra. Questa stessa Degnità, con l’antecedente postulato, ne dee determinare che dentro tal lunghissimo corso d’anni le razze (a) empie degli tre figliuoli di Noè fussero andate in uno stato ferino, e con un ferino divagamento si fussero sparse e disperse per la gran selva della terra, e con l’educazione ferina vi fussero provenuti e ritruovati giganti nel tempo che la prima volta fulminò il cielo (b) dopo il Diluvio.
xliii Ogni nazione gentile ebbe un suo Ercole il quale fu figliuolo di Giove; e Varrone, dottissimo dell’antichità, ne giunse a noverare quaranta.
Questa Degnità è ’l principio dell’eroismo de’ primi popoli, nato da una falsa oppenione: gli eroi provenir da divina origine. Questa stessa Degnità con l’antecedente, che ne danno prima tanti Giovi, dappoi tanti Ercoli traile nazioni gentili, oltreché ne dimostrano che non si poterono fondare senza religione né ingrandire senza virtù, essendono elle ne’ lor incominciamenti selvagge e chiuse, e perciò non sappiendo nulla l’una dell’altra, per la Degnità che «idee uniformi, nate tra popoli sconosciuti, debbon aver un motivo comune di vero», ne danno di più questo gran principio: che le prime favole dovettero contenere verità civili, e perciò essere state le storie de’ primi popoli. xliv I primi sappienti del mondo greco furon i poeti teologi, i quali senza dubbio fioriron innanzi agli eroici, siccome Giove fu padre d’Ercole.
Questa Degnità con le due altre antecedenti stabiliscono che tutte le nazioni gentili, poiché tutte ebbero i loro Giovi, i lor Ercoli, furono ne’ loro incominciamenti poetiche; e che prima tra loro nacque la poesia divina; dopo, l’eroica.
xlv Gli uomini sono naturalmente portati a conservar le memorie delle leggi e degli ordini che gli tengono dentro la loro società.
xlvi Tutte le storie barbare hanno favolosi principii (a). Tutte queste Degnità, dalla quarantesimaseconda, ne danno il principio della nostra Mitologia istorica.
xlvii La mente umana è naturalmente portata a dilettarsi dell’uniforme.
Questa Degnità, a proposito delle favole, si conferma dal costume c’ha il volgo, il quale degli uomini nell’una o nell’altra parte famosi, posti in tali o tali circostanze, per ciò che loro in tale stato conviene, ne finge acconce favole; le quali sono verità d’idea in conformità del merito di coloro de’ quali il volgo le finge, e in tanto sono false talor in fatti, in quanto al merito di quelli non sia dato ciò di che essi son degni. Talché, se bene vi si rifletta, il vero poetico è un vero metafisico, a petto del quale il vero fisico che non vi si conforma dee tenersi a luogo di falso. Dallo che esce questa importante considerazione in ragion poetica: che ’l vero capitano di guerra, per esemplo, è ’l Goffredo che finge Torquato Tasso; e tutti i capitani che non si conformano in tutto e per tutto a Goffredo, essi non sono veri capitani di guerra.
xlviii E natura de’ fanciulli che con l’idee e nomi degli uomini, femmine, cose che la prima volta hanno conosciuto, da esse e con essi dappoi apprendono e nominano tutti gli uomini, femmine, cose e’ hanno con le prime alcuna somiglianza o rapporto.
xlix È un luogo d’oro quel di Giamblico, De mysteriis Ægyptiorum, sopra arrecato, che gli Egizi tutti i ritruovati utili o necessari alla vita umana richiamavano a Mercurio Trimegisto.
Cotal detto, assistito dalla Degnità precedente, rovescierà a questo divino filosofo tutti i sensi di sublime Teologia naturale ch’esso stesso ha dato a’ misteri degli Egizi.
E queste tre Degnità ne danno il principio de’ caratteri poetici, i quali costituiscono l’essenza delle favole. E la prima dimostra la natural inclinazione del volgo di fingerle, e fingerle con decoro; la seconda dimostra ch’i primi uomini, come fanciulli del gener umano, non essendo capaci di formar i generi intelligibili delle cose, ebbero naturale necessità di fingersi i caratteri poetici, che sono generi o universali fantastici, da ridurvi come a certi modelli, o pure ritratti ideali, tutte le spezie particolari a ciascun suo genere simiglianti; per la qual simiglianza,le antiche favole non potevano fingersi che con decoro. Appunto come gli Egizi tutti i loro ritruovati utili o necessari al gener umano, che sono particolari effetti di sapienza civile, riducevano al genere del «sappiente civile», da essi fantasticato Mercurio Trimegisto; perchè non sapevano astrarre il gener intelligibile di «sappiente civile» e molto meno la forma di civile sapienza della quale furono sappienti cotal’Egizi. Tanto gli Egizi nel tempo ch’arrichivan il mondo de’ ritruovati o necessari o utili al gener umano furon essi filosofi e s’intendevano di universali, sia di generi intelligibili!
E quest’ultima Degnità, in séguito dell’antecedenti, è il principio delle vere allegorie poetiche, che alle favole davano significati imivoci, non analogi, di diversi particolari compresi sotto i loro generi poetici; le quali perciò si dissero «diversiloquia», cioè parlari comprendenti in un general concetto diverse spezie di uomini o fatti o cose.
l Ne’ fanciulli è vigorosissima la memoria; quindi vivida all’eccesso la fantasia, ch’altro non è che memoria o dilatata o composta.
Questa Degnità è il principio dell’evidenza dell’immagini poetiche che dovette formare il primo mondo fanciullo.
li In ogni facultà uomini i quali non vi hanno la natura, vi riescono con ostinato studio dell’arte; ma in poesia è affatto niegato di riuscire con l’arte chiunque non v’ha la natura.
Questa Degnità dimostra che poiché la poesia fondò l’umanità gentilesca, dalla quale e non altronde dovetter uscire tutte le arti, i primi poeti furono per natura.
lii I fanciulli vagliono potentemente nell’imitare, perchè osserviamo per lo più trastullarsi in assembrare ciò che son capaci d’apprendere.
Questa Degnità dimostra che ’l mondo fanciullo fu di nazioni poetiche, non essendo altro la poesia che imitazione. E questa Degnità daranne il principio di ciò: che tutte l’arti del necessario, utile, comodo e ’n buona parte anco dell’umano piacere, si ritruovarono ne’ secoli poetici, innanzi di venir i filosofi; perchè l’arti non sono altro ch’imitazioni della natura e poesie in un certo modo reali.
lii Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura.
Questa Degnità è ’l principio delle sentenze poetiche, che sono formate con sensi di passioni e d’affetti (a), a differenza delle sentenze filosofiche, che si formano dalla riflessione con raziocini; onde queste più s’appressano al vero quanto più s’innalzano agli universali, e quelle sono più certe quanto più s’appropiano a’ particolari (b).
liv Gli uomini le cose dubbie ovvero oscure che lor appartengono, naturalmente interpetrano secondo le loro nature e quindi uscite passioni e costumi.
Questa Degnità è un gran canone della nostra mitologia, per lo quale le favole, trovate da’ primi uomini selvaggi e crudi tutte severe, convenevolmente alla fondazione delle nazioni che venivano dalla feroce libertà bestiale, poiché col lungo volger degli anni e cangiar de’ costumi furon impropiate, alterate, oscurate ne’ tempi dissoluti e corrotti anco innanzi d’Omero; perchè agli uomini greci importava la religione, temendo di non avere gli dèi così contrari a’ loro voti come contrari eran a’ loro costumi, attaccarono i loro costumi agli dèi, e diedero sconci, laidi, oscenissimi sensi alle favole (a).
lv lv È un aureo luogo quello d’Eusebio (dal suo particolare della sapienza degli Egizi innalzato a quella di tutti gli altri gentili) ove dice: «Primam Ægyptiorum Theologiam mere historiam fuisse fabulis interpolatam; quarum, quum postea puderet posteros, sensim cœperunt mysticos iis significatus affingere»; come fece Maneto, o sia Manetone, sommo pontefice egizio, che trasportò tutta la storia egiziaca ad una sublime Teologia naturale, come pur sopra si è detto.
Queste due Degnità sono due grandi pruove della nostra Mitologia istorica, e sono insiememente due grandi turbini per confondere l’oppenioni della sapienza innarrivabile degli antichi, come due grandi fondamenti della verità della religion cristiana, la quale nella sagra storia non ha ella narrazioni da vergognarsene. lvi I primi autori tra gli Orientali, Egizi, Greci e Latini e, nella barbarie ricorsa, i primi scrittori nelle nuove lingue d’Europa si truovano essere stati poeti.
lvii I mutoli si spiegano per atti o corpi c’hanno naturali rapporti all’idee ch’essi vogliono significare.
Questa Degnità è ’l principio de’ geroglifici, co’ quali si truovano aver parlato tutte le nazioni nella loro prima barbarie. Quest’istessa è ’l principio del parlar naturale, che congetturò Platone nel Cratilo e dopo di lui Giamblico, De mysteriis Ægyptiorum, essersi una volta parlato nel mondo, co’ quali sono gli Stoici ed Origene, Contra Celso; e perchè ’l dissero indovinando, ebbero contrari Aristotile nella Periermenia e Galeno, De decretis Hippocratis et Platonis; della qual disputa ragiona Publio Nigidio appresso Aulo Gellio Alla qual favella naturale dovette succedere la locuzion poetica per immagini, somiglianze, comparazioni e naturali propietà. lviii I mutoli mandan fuori i suoni informi cantando, e gli scilinguati, pur cantando, spediscono la lingua a prononziare.
lix Gli uomini sfogano le grandi passioni dando nel canto, come si sperimenta ne’ sommamente addolorati e allegri. Queste due Degnità, supposte che gli autori delle nazioni gentili eran andat’in uno stato ferino di bestie mute, e che, per quest’istesso balordi, non si fussero risentiti ch’a spinte di violentissime passioni, dovettero formare le prime loro lingue cantando.
lx lx Le lingue debbon aver incominciato da voci monosillabe; come nella presente copia di parlari articolati ne’ quali nascon ora, i fanciulli, quantunque abbiano mollissime le fibbre dell’istrumento necessario ad articolare la favella, da tali voci incominciano.
lxi II verso eroico è lo più antico di tutti e lo spondaico il più tardo; e dentro si truoverà il verso eroico esser nato spondaico (a).
lxii Il verso giambico è ’l più somigliante alla prosa, e ’l giambo è «piede presto», come vien diffinito da Orazio.
Queste due Degnità ultime danno a congetturare che andarono con pari passi a spedirsi e l’idee e le lingue. Tutte queste Degnità, dalla quarantesimaseconda incominciando, insieme con le sopra proposte per principii di tutte l’altre, compiono tutta la ragion poetica nelle sue parti, che sono: la favola, il costume e suo decoro, la sentenza, la locuzione e la di lei evidenza, l’allegoria, il canto e per ultimo il verso. E le sette ultime convincon altresì che fu prima il parlar in verso e poi il parlar in prosa appo tutte le nazioni.
lxiii La mente umana è inchinata naturalmente co’ sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta difficultà per mezzo della reflessione ad intendere sé medesima.
Questa Degnità ne dà l’universal principio d’etimologia in tutte le lingue, nelle qual’i vocaboli sono trasportati da’ corpi e dalle propietà de’ corpi a significare le cose della mente e dell’animo.
lxiv L’ordine dell’idee dee procedere secondo l’ordine delle cose.
lxv L’ordine delle cose umane procedette: che prima furono le selve, dopo i tuguri, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente l’accademie.
Questa Degnità è un gran principio d’etimologia: che secondo questa serie di cose umane si debbano narrare le storie delle voci delle lingue natie, come osserviamo nella lingua latina quasi tutto il corpo delle sue voci aver origini selvagge e contadinesche. Come per cagion d’esemplo «lex» che dapprima dovett’essere «raccolta di ghiande» (a)», da cui crediamo detta «ilex», quasi «illex», l’elce (come certamente «aquilex» è ’l raccoglitore d’acque), perchè l’elce produce la ghianda, alla quale s’uniscou i porci; — dappoi «lex» fu «raccolta di legumi», dalla quale questi furon detti «legumina»; — appresso, nel tempo che le lettere volgari non si eran ancor truovate con le quali fussero scritte le leggi, per necessità di natura civile «lex» dovett’essere «raccolta di cittadini» (a), o sia il pubblico parlamento, onde la presenza del popolo era la legge che solennizzava i testamenti che si facevano «calatis comitiis»; — finalmente il raccoglier lettere e farne com’un fascio in ciascuna parola fu detto «legere».
lxvi lxvi Gli uomini prima sentono il necessario, dipoi badano all’utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrappazzar le sostanze.
lxvii La natura de’ popoli prima è cruda, dipoi severa, quindi benigna, appresso dilicata, finalmente dissoluta, (a) [CMA] o sia civil ràgunauza per comandarvi le leggi (onde la presenza del popolo solennizava gli atti legittimi tra’ Romani, e quindi i testamenti i quali si dicevano farsi «calatis comitiis», ch’erano per necessità di natura tutti nuncupativi, perchè i testamenti scritti furon appresso introdutti dal pretore, poi che s’era ritruovata la scrittura volgare); e a’ tempi barbari ritornati, ne’ quali erano radi coloro che sapessero di lettera, la pubblica ragunanza fu detta «parlamento». Finalmente, poi che fu ritruovata la scrittura volgare, fu da’ gramatici con comune errore creduto che «lex» sia stata detta «a legenda», quando da «lex», per le origini delle lingue che dentro si truoveranno, deve venir esso «legere», che altro non è che raccoglier lettere. Tanto la scrittura è di sostanza della legge [SN] E questa Degnità con l’altra antecedente tornano a rinniegare la sapienza riposta de’ fondatori de’ primi popoli. lxviii Nel gener umano prima surgono immani e goffi, qual’i Polifemi; poi magnanimi ed orgogliosi, quali gli Achilli; quindi valorosi e giusti, quali gli Aristidi, gli Scipioni Affricani; più a noi gli appariscenti con grand’immagini di virtù che s’accompagnano con grandi vizi, ch’appo il volgo fanno strepito di vera gloria, quali gli Alessandri e i Cesari; più oltre i tristi riflessivi, qual’i Tiberi; finalmente i furiosi dissoluti e sfacciati, qual’i Caligoli, i Neroni, i Domiziani.
Questa Degnità dimostra che i primi abbisognarono per ubbidire l’uomo all’uomo nello stato delle famiglie, e disporlo ad ubbidir alle leggi nello stato ch’aveva a venire delle città; i secondi, che naturalmente non cedevano a’ loro pari, per istabilire sulle famiglie le repubbliche di forma aristocratica; i terzi, per aprirvi la strada alla libertà popolare; i quarti, per introdurvi le monarchie; i quinti, per istabilirle; i sesti, per rovesciarle.
E questa con l’antecedenti Degnità danno una parte de’ principii della Storia ideal eterna, sulla quale corrono in tempo tutte le nazioni ne’ loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini.
lxix I governi debbon essere conformi alla natura degli uomini governati.
Questa Degnità dimostra che per natura di cose umane civili la scuola pubblica de’ principi è la morale de’ popoli.
lxx Si conceda ciò che non ripugna in natura e qui poi truoverassi vero di fatto: che dallo stato nefario del mondo eslege si ritirarono prima alquanti pochi più robusti, che fondarono le famiglie, con le quali e per le quali ridussero i campi a coltura; e gli altri molti lunga età dopo se ne ritirarono, rifuggendo alle terre colte di questi padri. lxxi I natii costumi, e sopra tutto quello della natural libertà, non si cangiano tutti ad un tratto, ma per gradi e con lungo tempo.
lxxii Posto che le nazioni tutte cominciarono da un culto di una qualche divinità, i padri nello stato delle famiglie dovetter esser i sappienti in divinità d’auspicii, i sacerdoti che sagrificavano per proccurargli o sia ben intendergli, e gli re che portavano le divine leggi alle loro famiglie.
lxxiii È volgar tradizione che i primi i quali governarono il mondo furono re.
lxxiv È altra volgar tradizione ch’i primi re si criavano per natura i più degni.
lxxv E volgar tradizione ancora ch’i primi re furono sappienti, onde Platone con vano voto disiderava questi antichissimi tempi ne’ quali o i filosofi regnavano o filosofavano i re.
Tutte queste Degnità dimostrano che nelle persone de’ primi padri andarono uniti sapienza, sacerdozio e regno, e ’l regno e ’l sacerdozio erano dipendenze della sapienza, non già riposta di filosofi, ma volgare di legislatori (a); e perciò dappoi in tutte le nazioni i sacerdoti andarono coronati. lxxvi È volgar tradizione che la prima forma di governo al mondo fusse ella stata monarchica.
lxxvii Ma la Degnità sessantesimasettima con l’altre seguenti, e ’n particolare col corollario della sessantesimanona, ne danno che i padri nello stato delle famiglie dovettero esercitare (a) un imperio monarchico solamente soggetto a Dio. così nelle persone come negli acquisti de’ lor figliuoli, e molto più de’ famoli che si erano rifuggiti alle loro terre, e si, che essi furono i primi monarchi del mondo, de’ quali la storia sagra hassi da intendere ove gli appella «patriarchi» cioè «padri principi». Il qual diritto monarchico fu loro serbato dalla Legge delle XII Tavole per tutti i tempi della romana repubblica: «Patrifamilias ius vitæ et necis in liberos esto»; di che è conseguenza: «Quicquid filius acquirit, patri acquirit».
lxxviii lxxviii Le famiglie non posson essere state dette con propietà d’origine altronde che da questi famoli de’ padri nello stato allor di natura.
lxxix I primi soci, che propiamente sono «compagni per fine di comunicare tra loro l’utilità», non posson al mondo immaginarsi né intendersi innanzi di questi rifuggiti, per aver salva la vita da’ primi padri anzidetti, e ricevuti per la lor vita, obbligati a sostentarla con coltivare i campi di tali padri.
Tali si truovano i veri soci degli eroi, che poi furono i plebei dell’eroiche città, e finalmente le provincie de’ popoli principi.
lxxx Gli uomini vengono naturalmente alla ragione de’ benefizi, ove scorgano o ritenerne o ritrarne buona e gran parte d’utilità; che son i benefizi che si possono sperare nella vita civile.
lxxxi E propietà de’ forti gli acquisti fatti con virtù non rillasciare per infingardaggine, ma, o per necessità o per utilità, rimetterne a poco a poco e quanto meno essi possono.
Da queste due Degnità sgorgano le sorgive perenni de’ feudi, i quali con romana eleganza si dicono «beneficia».
lxxxii Tutte le nazioni antiche si truovano sparse di clienti e di clientele, che non si possono più acconciamente intendere che per vassalli e per feudi; né da’ feudisti eruditi si truovano più acconce voci romane per ispiegarsi che «clientes» e «clientelæ».
Queste tre ultime Degnità con dodici precedenti, dalla settantesima incominciando, ne scuoprono i principii delle repubbliche, nate da una qualche grande necessità (che dentro si determina) a’ padri di famiglia fatta da’ famoli, per la quale andarono da sé stesse naturalmente a formarsi aristocratichc. Perocché i padri si unirono in ordini per resister a’ famoli ammutinati contro essoloro, e così uniti, per far contenti essi famoli e ridurgli all’ubbidienza, concedettero loro una spezie di feudi rustici, ed essi si truovaron assoggettiti i loro sovrani imperi famigliari (che non si posson intendere che sulla ragione di feudi nobili) all’imperio sovrano civile de’ lor ordini regnanti medesimi; e i capi ordini se ne dissero «re», i quali, più animosi, dovettero ior far capo nelle rivolte de’ fanioli. Tal origine delle città, se fusse data per ipotesi (che dentro si ritruova di fatto), ella, per la sua naturalezza e semplicità e per l’infinito numero degli effetti civili che sopra come a Ior propia cagione vi reggono, dee fare necessità di esser ricevuta per vera. Perchè in altra guisa non si può al mondo intendere come delle potestà famigliari si formò la potestà civile e de’ patrimoni privati il patrimonio pubblico, e come truovossi apparecchiata la materia alle