essere uomo; altrimenti non sappiamo che farcene; come dell'oro non saprebbe che farsi l'assetato nel deserto.
L'uomo non è P animale bipede e implume, che abbiamo sempre sott'occbio. I^ò s'è fatto l'uomo quando questo animale è diventato l'automa semovente che, introdotto in un certo in- granaggio gerarchico o sociale, vi adempie piti o meno mecca- nicamente la parte sua, guadagnandovi di che sbarcare il lu- nario o di che scialare lui e i figliuoli, vita naturai durante. A questo animale non importerà mai il fato di Prometeo né il de- stino dell'uomo. Egli non mirerà mai dopo l'esequie. Per lui né greco né ftlosolla gioveranno a nulla: a lui nessuna delicatezza di spirito turberà nessuna digestione. Ma non é questa 1' uma- nità; o almeno non é questa l'umanità di cui vogliamo parlare. L'uomo nostro é l'uomo che ha quello che si dice una coscienza: é l'uomo, dicasi pure, delle classi dirigenti; senza il quale non é neanche possibile in natura quell'altro della buona digestione; poiché anche le buone digestioni oramai bisogna pur farcele nel seno della società, né società é concepibile senza classi diri- genti, senza uomini che pensino e per sé e per gli altri. A que- 190 LA RIFORMA sto uomo credo pensino tutti quando chiedono che la scuola sia per la vita. Sì, per la vita dell'uomo, della coscienza umana.
Abbiamo noi questa coscienza nell'uomo volpraret Eviden- temente questa coscienza presuppone una formazione, ossia una cultura: una cultura indirizzata a formare appunto tale coscien- za: la cultura che vuol esser materia dell'istruzione media. E che è questa coscienza? Ma la coscienza è la consapevolezza che l'uomo ha da possedere — e sarà la sua prerogativa nel mondo, —della sua essenza e della sua esistenza: di quello che è idealmente e di quello che è realmente; di ciò, insomma, che dev'essere, e di ciò che è. Consapevolezza certamente di assai arduo e difficile acquisto, perchè ad esser piena e tutta spie- gata, come direbbe Vico, implicherebbe una visione speculativa di tutta quanta la realtà universale, in cui l'uomo è. Ma que- sta visione è un ideale anche agli intelletti più maturi; è ideale, a cui mira, come a faro luminosissimo e con ferma fede, Puma* nità. Pure una visione, quale che sia, incompiuta, frammenta- ria, provvisoria non solo è possibile, ma è reale; l'hanno tutti, dico tutti gli uomini pensosi, che hanno in vita loro riflettuto sulla condizione propria, sulla loro origine e sulla loro sorte av- venire; e quindi su ciò che ciascuno è, e sulla parte che a cia- scuno spetta in questa scena del mondo. Tutti gli uomini, piti o meno spesso, con maggiore o minore insistenza, han sempre gettato qualche sguardo dentro a sé, e han cercato di scorgerne il fondo, e formarsi un concetto pur che fosse dell' essere proprio. Ora, il concetto del proprio essere non è un concetto di piti che si aggiunga o solo si organizzi con gli altri. Una volta formatosi, questo concetto è il nostro centro spirituale, è la no- stra personalità teorica e morale, è noi stessi: noi stessi diven- tati consapevoli di noi stessi. ìsoì che sappiamo quello che sia- mo, e che operiamo quindi innanzi sapendo quello che siamo. Cioè, quello che siamo e quello che siamo stati; perchè noi non siamo se non quello che possiamo essere per effetto di quello che siamo stati. La nostra essenza si celebra nella nostra sto- ria, e lo spirito umano è la civiltà da lui creata, tutto il bene fatto, tutto il male commesso, tutto ciò, insomma, che ha di- mostrato, anzi recata in atto la sua natura. L' uomo conscio dell'esser suo è l'uomo che sa che cosa è 1' uomo, e che cosa quindi ha da essere: che cosa è stato e che cosa quindi può essere; scienza del dover essere e del poter essere, in cui si compendia l'umanismo o quella sapienza propria dell'uomo, che ha da essere uomo. Giacché quest'uomo non è quel che ha da DELLA SCUOLA MEDIA 191 essere, non realizza in sé il valore umano, spontaneamente, na- turalmente, senza saperlo. L'uomo fa quel che sa di fare, sia che lo faccia per deliberato proposito, sia che lo faccia per una spinta interna e quasi per suggestione d'un genio o demone in- teriore. I^oi non percorriamo, ne nella pratica, né nella cogni- zione, vie a noi ignote: solo ci moviamo quando la via ci venga innanzi illuminata dalla fiaccola della nostra coscienza. L' arte stessa, la più ingenua, la piti spontanea, la piti naturale, per così dire, delle produzioni dello spirito, non è scarica di senti- menti prepotenti, non è sfogo di furore che ci domini, ma con- scia intuizione di quel che ci s'agita dentro: onde accade che il vate possa ritenersi sacerdote e maestro, e si sforzi, comun- que, di dir chiaro a tutti l'animo suo e di riuscire con 1' effi- cacia della i)arola a comunicare la sua originale visione. Si na- sce, è vero, poeti: ma come si nasce uomini, in generale. Si porta dalla nascita la potenza, il germe che si deve fecondare e far germogliare ed educare e circondare di cure amorose, per- chè se ne colga il frutto. E tutta la formazione del poeta, che pure è nato poeta, consiste nella coscienza che egli a grado a grado deve acquistare della poesia, che ha dentro: e che è bene la stessa poesia che fu dentro a ogni poeta, quella stessa voce divina che parlò già a tante anime un linguaggio, di cui la conoscenza non è immediata, ma s'impara. E tutto è così. L'uomo porta nell'anima il germe di tutte le attività *piìi o meno nobili dello spirito: tutte le attività la cui operosità crea nei secoli la civiltà, e nella vita individuale il mondo di cui ciascuno di noi è fabbro a se stesso; e l'uomo svolge e matura se, diventando consapevole di coteste attività quali sono state e quali eterna- mente sono.
Insomma, all'uomo è essenziale la coscienza dell'esser suo, quale la cultura umanistica può darla. E poiché gli é essenzia- le, questa coscienza é condizione, questa cultura é preparazione così alla vita, come alla scienza: così al mondo delle relazioni civili e politiche, come alla umbratile speculazione della uni- versità. Senza siffatta coscienza non e' é moralità vera, mora- lità intelligente, non c'è economia sagace, non c'è politica sana e chiaro- veggente; come non c'è la scienza che è ardore di ri- cerca, sincerità di abiti mentali, scrupolo di metodo, senso dei limiti d'ogni dottrina particolare e aspirazione a quella unità del sapere, in cui tutte le dottrine s' accordano, tutte trovano la loro ragion di essere, tutte concorrono a spingere l'umanità verso quella suprema coscienza di sé, che è la mira altissima.
192 LA RIFORMA 192 LA RIFORMA a cui ella, bene o male, guarda sempre con la bramosìa propria di tutte le cose verso i loro destini essenziali. La cultura uma- nistica della scuola inedia è iine a se stessa in quanto essa com» pie l'uomo; ma non l'uomo reale del mondo pratico e dello spe- culativo, che solo la pratica e la speculazione possono compiere; sibbene l'uomo j^ro e disposto ad entrare nella pratica e nella speculazione, portandovi le attitudini spirituali che nell' una e nell'altra son necessarie. A considerarlo così, nella sua purezza, non deve parere, ed effettivamente non dev'essere, né uomo pra- tico già, né già speculativo. Ma a peiietrarne l'anima, quale è disposta, deve apparire e dev'essere quell'uomo, a cm solo é possibile e la pratica e la speculazione. Egli così non potrà dirsi che abbia vinto nessuna battaglia: ma avrà affilate bene le armi sue, e avrà preparato bene il suo cuore per poter vincere tutte le battaglie che gli toccherà di combattere nella vita qualsiasi die gli toccherà di vivere (1).
(1) Ma questo nono puro e dwposio, osserva il Mondolfo op. cit. p. 33, « è un'astrazione, cui la realtàr non risponde ». E in un certo senso è vero: quest'uomo è un uomo ideale, un'idea, che nella realtà ha il suo limite. Ma il Mondolfo sa che tale è la natura di tutte le idee, la quale natara tuttavia non toglie che noi, se vogliamo intendere la realtà, dobbiamo sem- pre pensarla, e cioè determinarne l'idea. Possiamo bensì rinunziare a pen- sarla: ma questo importa rinunciare spesso, come in questo caso, a operare. Se voi volete fare una scuola media, dovete pensarla in qualche modo per recarla ad effetto; altrimenti non potrete fare mai nessuna scuola. Idea o astrazione è la mia in quanto media della fine d'un certo procosso di svi- luppo spiritual©, che nei casi concreti può finire prima e può finire dopo. « La realtà ci offre a un certo punto della evoluzione mentale dei giovani una molteplicità di direzioni, una varietà di temperamenti e di tendenze che, allorquando cominciano ad affermarsi, han bisogno di prendere la loro via». D'accordo: ma questo certo punto io credo che coincida appunto col termine della ordinaria scuola media. 11 Mondolfo, che vuole una scuola media superiore plurima, lo collocherebbe, a quel che pare, nel periodo della pubertà. Non contesto la possibilità astratta d'un fondamento naturalistico nella divisione dei periodi dello sviluppo spirituale. Ma mi pare troppo semplicistico il concetto che, se prima della pubertà un ragazzo possa studiare il la- tino, dopo possa esser preso da una invincibile nausea x><ìl greco: e debba perciò passare dalla scuola unica alla plurima, e pigliar la sua via. O non pare al Mondolfo che anche il suo puber sia un' astrazione, anziché una realtà psicologica?
DELLA SCUOLA MEDIA 193 Non dunque anticipazione degli studi scientifici delle uni- versità; ne anticipazione delle cognizioni pratiche della vita: la scuola media dev'essere preparazione alla scienza e alla vita.
E con questa prima conclusione abbiamo anche il modo di disegnare il concetto della cultura che la scuola media deve diflfbndere. Non anticipando scienze, né cognizioni pratiche, la cultura che si richiede non può essere altro che educazione dello spirito. Bisogna abbandonare il problema insolubile della deter- minazione delPenciclopedia in miniatura, e procurare di chia- rire il concetto delPistruzione formale, che è merito incontesta- bile di Herbart avere chiaramente enunciato in i)edagogia. Ab- bandonare la pretesa e la speranza di poter rifornire la gio- ventii di tutto ciò che potrà occorrerle nella scienza e nella vita, e che sarà tauto e tanto che, guai a lei, se non sarà di- sposta ad acquistarne, ad acquistarne sempre da se, via via che la scienza le starà innanzi muta sfinge coi suoi enigmi forti, e la vita urgerà con gli ostacoli penosi, crudeli della concor- renza. E Droporsi invece il problema razionale: quali sono le attività dello spirito che la scuola media deve coltivare! E in che modo potrà coltivarle I Questa a me pare V unica posizione logicamente possibile della questione della scuola nostra; e fuori di essa credo benis- simo, come già accennavo a principio, che si potranno dire molte cose giustissime; ma non credo possibile avviare quando che sia la discussione a una vera conclusione. Solo questo <*.oncetto di una cultura formale è determinabile in un modo unico, iden- tico per tutti, perchè esso solo si fonda non sulle attitudini, le tendenze, le predilezioni, le cognizioni personali, variabili da individuo a individuo, da nazione a nazione, da tempo a tempo, ma sulla immanente natura dell'uomo. Da una scuola di cul- tura tecnica dovranno escludersi quanti non hanno attitudini alle arti; ma da una scuola di cultura umana, chi altri può ri- manere escluso che le bestie?
Eispettate l'individualità! — si grida alto da qualche anno contro i fautori della scuola unica. Chi da natura, o da cir- costanze incalcolabili che abbiano già formata la sua mentali- tà, è inclinato alle lettere, perchè studierà la matematica! E [Il Mondolfo fa più tagli, astratteggia di più. Per me tutta la scuola secondaria è formativa, e però tutta preparatoria all' uui versi tà; ma nel solo senso legittimo della preparazione].
V.U LA RIFORMA chi è iuclinato alle matematiche, perchè dovrà a suo dispetto studiare cinque anni di greco t (1) — E ognun sa quanto potrebbe esser lun^a la serie di queste domande; e come, per conseguenza, i sostenitori della scuola media multipla siano co- stretti per coerenza ad ammettere una molteplicità indefinita di tipi di scuole; vale a dire ad approvare tutte le scuole imma- ginabili; vale a dire, a non approvarne o non propugnarne come veramente buona nessuna; e insomma, a conchiudere, che la ri- flessione su questa materia mena alla persuasione che non mette conto rifletterci, perchè tutti hanno ragione: anche quelli che hanno torto, che saranno, m'immagino, i difensori della scuola unica. La scuola molteplice ruit mole sua! È la bancarotta della pedagogia, destinata a fallire per la semplice ragione che si propone, ripeto, un problema insolubile, qual è quello di deter- minare la cultura che conviene a ciascuno, anziché la cultura che ciascuno deve ricevere o ^appropriarsi. Sarebbe come voler determinare il concetto della moralità esaminando quante sorta d'immoralità si commettono sulla faccia della terra! Nelle co- scienze perverse voi non troverete mai la norma del retto vo- lere; ne potrete attingere proprio negli spiriti incolti il criterio della cultura.
Le ditt'erenze tra gli uomini, pur troppo, ci sono; e per un verso è gran bene che ci siano. La vita della società civile è un organismo, che non potrebbe esistere senza la grande va- rietà delle forze che vi concorrono. Ma come ogni organismo, anche la umana comunanza ha bisogno di un principio, che le- ghi in un solo spirito le membra diverse. Ognuno, sì, ha da pigliar la sua via; e tanto meglio per colui che sceglie per tem- (1) [Anche qui il Mondolfo, fautore della scuola unica di primo grado, mi ammonisce: « Giustissimo: ma aspettiamo per la scelta che le ineli- naziuni si siano manifestate: non ci mettiamo a far teorie pedagogiche senza considerare la realtà dello sviluppo psicologico » (p. 35). Ammo- nizione proprio sprecata; e se ne sarebbe accorto lo stesso M. se avesse badato al contesto. Io non sono stato mai fautore della scuola unica; ma non pel rispetto dovuto alla individualità! Dico della scuola unica nel senso corrente, che sarebbe la fusione della scuola tecnica e del ginnasio, quale è vagheggiata, — e me ne rincresce, — anche dal Mondolfo. Ma qui su io intendo per scuola unica la scuola classica, che per me è la sola vera scuola media, formatrice e preparatrice agli studi superiori; e che per me non è suscettibile di diU'erenziarsi in tipi diversi].
DELLA SCUOLA MEDIA 195 po la sua, e consacra più anni della sua vita alla mèta finale di questa. Ma la troppa fretta, ricordiamocene, nuoce al buon risultato d'ogni impresa. La precocità è pessimo auspicio. Av- viamo più presto che è possibile i nostri figliuoli per le vie che dovranno percorrere nella vita. Ma ricordiamoci che è anche interesse dei nostri figliuoli l'interesse dell'umanità; e che l'u- manità ha bisogno di cemento e di fratellanza; e che questa fratellanza è sentimento e bisogno operoso di bene solo quando sia reale fratellanza degli spiriti che sentano e pensino, amino e aborriscano, sperino e temano in molte cose a un modo, come spiriti sinceramente lì'aterni. Ognuno prenda la sua via; ma non per guisa che non s'abbia ad incontrar mai negli altri uomini, b che, scontratosi in essi una volta, non abbia modo d' inten- derli. Ognuno legga bene il suo libro; e lo legga con passione, come il libro che gli svelerà il segreto della sua vita. Ma non sia poi assolutamente leetor unius libri', sì da rinchiudersi nel breve giro de' suoi i)ensieri abituali e dimenticare che altre anime palpitano per altri problemi, che altri misteri paiono agli altri più urgenti, altri fini sono dagli altri anteposti, ed è for- tuna per lui che siano: e che tutti i pensieri son degni egual- mente di essere pensati, tutti i misteri han forza di attrarre l'occhio scrutatore dell'uomo, tutti i fini è bene che siano pro- seguiti. Senta ognuno d'essere l'artefice d'una maglia legata a intìnite altre nella rete della vita umana, pratica e speculativa. Non gli sfugga che il valore dell' uomo non è nell' individuo, strumento, ma nell'uomo, nell'umanità, nel pensiero, che è fine: nell'umanità con tutte le sue potenze, con tutte le sue arti e con l'arte, e con la religione e con la scienza, produzioni tutte che ella ha create e creerà sempre perchè ne ha bisogno alla celebrazione della propria natura. Lo specialismo della scienza moderna è una gran bella cosa; ma non dev'essere esagerato al I)unto da ridurre ogni uomo a una fetta di uomo.
L'anima deve essere aperta a tutte le voci della vita, nel largo senso di questa parola; non chiusa e quasi raggomitolata attorno al misero steccolino d'una direzione lineare dell'umana attività. Lasciate che il chiuso boccinolo dispieghi al sole tutti i suoi petali, se non volete aspettare invano il frutto e il nuovo seme fecondatore. E se un'anima, per sciagura sua, vi par che accenni a ripiegarsi su se stessa e restringersi egoisticamente nella passione di uno studio prediletto, e voi sforzatevi con l'a- more a slargarla e a porla a contatto di tanta parte della real- tà, che sta per diventarle estranea per sempre. Verrà tempo in 196 LA RIFORMA cui l' intelligenza e il volere maturi sarà bene che concentrino i loro sforzi ad un solo oggetto, e lo perseguano costantemente; ma iresterà all'uomo l'occhio pronto a vedere il mondo circo- stante all' aiuola, in cui egli lavorerà; gli resterà l' orecchio pronto a udire le voci degli altri uomini che gli lavorano at- torno; gli resterà l'anima pronta a tutte le gioie e a tutti i do- lori degli altri. Giacché questa è l'istruzione che è veramente educativa, che non ci fa intolleranti né arroganti, che ci dà il concetto della grandezza dell'uomo e della piccolezza dell' indi- viduo, e tutti i nostri fratelli ci fa considerare come nostri fra- telli, cooperatori nostri nel grande lavoro della grande famiglia umana. Questa è l'istruzione che dà al poeta il senso della poe- sia che pure aleggia tra le storte e gli alambicchi del chimico che scruta a una a una le qualità semplici della materia; che fa ricordare al filosofo la sapienza che egli deve scorgere in fondo alla ricerca del naturalista e in fondo all'ispirazione del poeta; che dà allo scienziato della natura il desiderio dell'umanità, che è assente dall'oggetto del suo studio, e tuttavia par vi si an- nunzii; che mostra sempre al matematico che triivex so alia rete delle astratte relazioni dei numeri e delle figure, che egli rileva dal fondo delle cose, gli sfugge tutta quanta la realtà della vi- ta, con la ricchezza della sua poesia e il mistero de' suoi problemi pili interessanti all'anima umana: che fa sentire a tutti che, come le attività spirituali sono degne tutte d'essere colti- vate, tutti gl'individui che le varie attività variamente coiti- vano son degni di rispetto e d'onore, non perchè Tizio e Caio, ma perchè uomini tutti di buona volontà. Questo largo senti- mento della comune spiritualità è il crogiuolo in cui la nostra istruzione fonda ed assimila gli uomini, fornendo a loro la co- scienza appunto della loro comune natura.
La cultura formale della scuola media è dunque cultura es- senzialmente umanistica, e però essenzialmente letteraria e filo- logica; perchè nella letteratura è l'espressione più piena dell'a- nima umana, e la filologia è lo strumento necessario a inten- dere la letteratura. Se non che, dal concetto completo dell' u- manismo non sono escluse né la storia nel piti largo senso della parola, in quanto coscienza di quel che l'uomo è stato e ha fatto, nelle varie forme della sua attività teoretica e pratica; né le scienze che mettono ordine nelle rappresentazioni esteriori onde ogni anima ribocca; né tanto meno la filosofia che compie tutta questa cultura, conducendo l'uomo a riflettere sulla sua piti co- stante natura attraverso i tanti atteggiamenti della letteratura, DELLA SCUOLA MEDIA 197 le varie vicende della storia, le direzioni diverse delle scienze, e per questo grande teatro dell'universo di cui siamo gli spet- tatori, e non soltanto gli spettatori. Ma, si badi, ogni mezzo di cultura non potrà esser trattato a formare convinzioni scienti- fiche. Ija scienza non è di questi anni dell'uomo, come s'è detto. Eensi, poiché alla scienza pure bisogna preparare, bisogna ora suscitarne il bisogno, farne nascere i problemi. Destare l' inte- resse, diceva Herbart. Questo interesse è la vera cultura.
Nel destare questo interesse dico che sta il problema. Io non potrò far dei filosofi nel liceo; ma devo scuotere il torpore degli spiriti, devo ritirare P osservazione degli scolari dalP e- sterno sull'interno loro, dove tutti i pensieri convengono, e a tutta prima sono in discordia tra loro: devo con una serie di riflessioni mostrare che c'è un problema filosofico. Non importa che essi se ne vadano prima di poter avere la soluzione: o che tutti i filosofi hanno trovata la loro soluzione! Ma tutti hanno riflettuto, tutti hanno preso ad amare la verità, hanno sentito la serietà della vita, e la dignità dell'uomo nel mondo, E questo sarà un gran bene che io avrò fatto, se avrò saputo farlo, a' miei giovani. I quali non si rideranno del dovere, della verità, di tutti gl'ideali; anche non sapendo la loro ragione, essi sapranno che cotesta è una questione assai difficile, e che un'alzata di spalle scettica è segno d'ignoranza e di volgarità. Questo lo sapranno.
E rimarrà loro immancabilmente il desiderio della soluzione, possano poi i)ensarvi o no, con assiduità e con metodo. Sapranno che lì c'è un grave x>roblema, e, quando potranno, volgeranno tutto l'animo a chi parlerà loro di verità, di dovere e d'ideali, con queir atteuzione e, sincerità con cui ascoltiamo chi ci parla d'un comune interesse. E sapranno magari distinguere, allora, il filosofo vero dal ciarlatano, e così il democratico dal dema- gogo, gii amici veri dagli amici interessati e falsi della verità e della giustizia.
Le scienze naturali nella scuola media non potranno, non dovranno dare una cognizione scientifica della natura, ma po- tranno sibbene far nascere il bisogno, far sentire la necessità di (luella cognizione, che dalle scienze naturali ci è fornita: crearne, a così dire, il gusto. Non si tratta già di dare quelle nozioni che paiono foudamentali od elementari. Nella scienza non c'è fondamento se sopra non sta 1' edificio, e gli elementi per sé sono membra divulse e senza valore. Ma il naturalista può e deve con osservazioni appropriate risvegliare la curiosità 198 LA RIFORMA scientifica pet ciascutia delle classi principali dei fenomeni na- turali. Sarà appagata o non sarà appagata qnesta cnriosità, non importa: sappia l'uomo almeno come sorgono i problemi delle scienze naturali dalla stessa riflessione sulle rappresentazioni, che ogni uomo non può non possedere.— Né le matematiche nella scuola media potranno essere l'iniziazione della cultura scien- tifica cotrispondente delle università: ma P esercizio di quello spirito costruttivo e deduttivo, che ha create nella storia le ma- tematiche, e il cui sviluppo disporrà allo studio delle medesime. Né le lettere faranno il letterato; ma in primo luogo renderanno allo spirito familiari i pensieri più eletti che sinno stati pen- sati dagli uomini; e in secondo luogo affineranno il gusto, abi- tuandolo all'analisi della forma che si ammira nei capolavori e che il nostro stesso pensiero assume quando raggiunga quel tanto di chiarezza e gagliardia che é necessario alla vita piena di esso: ideale di forma che resti innanzi qual meta a cui ciascuno po- trà più tardi sforzarsi di approssimarsi sempre di più. Né lo studio delle lingue farà il filologo; ma basterà che aiuti a far conoscere nettamente quella forma appunto, che diciamo clas- sica, in cui traspare 1' anima tutta dei nostri greci, dei nostri romani e di quanti dei più prossimi a noi della nostra gente s'accostarono a quel nitore degli antichi. Conoscenza che sarà bene, credo, che portino con sé, usciti dal liceo, anche se di- menticheranno la coniugazione di qualche verbo greco o qual- che particolare della sintassi latina, tutti i giovani, a qualun- que segno s'indirizzino. Perché il nitore della forma è la preci- sione delle idee: e le idee precise gioveranno al poeta come al filosofo, al naturalista come al politico. La filologia non è forse perpetua analisi d'idee per vederle nette e precise una per una e nel loro insieme f Abbandonate, se vi- pare, la filologia; ma perderete il frutto dell'insistente lavoro secolare della nostra razza intorno a questo bulino delle idee, — d'ogni pensiero, bello vero, buono o utile che sia, — che è la lingua.
V.
Ma voi dunque volete combattere la riforma, mentre si cerca il miglior modo di riformare la scuola media? E non v' accor- gete che questa riforma è ormai urgente nella coscienza di tutti?
Io non sento meno d'alcuno la gravità dei mali che afflig- DELLA SCUOLA >IEDIA 199 gono il corpo della nostra scuola; ma non credo che ella con dar volta possa schermire il suo dolore. Non credo che questi mali provengano dal suo presente ordinamento, e che si pos- sano perciò guarire col mutare questo ordinamento. Dalla scuola di cui ho disegnata l'idea, la nostra presente non differisce af- fifctto nelle linee generali. Pure, io sono lontano assai dal cre- dere che ella oggi dia i risultati che, secondo l'idea da me va- gheggiati!., se ne dovrebbero attendere. E vorrei aver agio di fare un esame minuto di tutti i difetti gravissimi che io scorgo nella cultura che oggi la nostra scuola media è in grado di compartire. Ma in altre occasioni ne ho discorso con qualche larghezza (1); e oggi, non volendo dilungarmi, mi preme piut- tosto accennare alle cause principali del malessere avvertito da tutti nella vita stentata della nostra scuola secondaria.
E in primo luogo tra le cause principali pongo anch' io il numero eccessivo dei giovani che affollano le scuole medie, non portandovi le condizioni d'animo e di mente indispensabili agli studi liberali di queste scuole, e cercando in esse quello che non potranno mai trovarvi. Di qui nasce in gran parte l'ap- parente impossibilità d'eseguire il programma della scuola media quale è presentemente ordinata. Di qui la necessità nei maestri di smozzicare i programmi e transigere con la inetta mediocrità nell'insegnamento che non si ha fiducia di poter elevare al se- gno che pur sarebbe necessario; e poi quella di giudicare negli esami con un'indulgenza, che fa scendere ogni anno più in basso quel certo grado di cultura stimato necessario per licenziare i giovani dal liceo. Di qui i motivi x)iù forti della lamentela stuc- chevole del sovraccarico intellettuale. Di qui l'acuta insoddi- sfazione che amareggia ciascuno di noi, che vediamo tutti i no- stri sforzi più coscienziosi rompersi fatalmente sulla roccia gra- nitica di certe anime refrattarie a ogni attrattiva sinrituale; onde si fiacca a poco a poco ogni più robusta fibra di maestro che incominci con l'entusiasmo della nobile missione propostasi; onde sovente si spegne quella fiamma d' amore che salda le anime di chi insegna e di chi impara in quella unità spirituale che è condizione imprescindibile d'ogni forma d' educazione. E la scuola diventa non saprei dire se un circo o un tribunale.
Certo, molti di coloro, che vi fanno la parte di scolari, guar- (1) L*itt8€gnamevto della filosofia ne' licei, Palermo, Sandroii, 1900.
200 LA RIFORMA dano il maestro come avversario da vincere con V astuzia, o come giudice da piegare con la pietà. Il fine degli studi così sciaguratamente trattati diventa non il sapere, — che è il solo degno, anzi il solo possibile, — ma l'esame. E noi maestri sap- piamo che significa l'esame: noi soli possiamo sapere quale dcr pravazione degli animi ci sia svelata da questi esami, che siamo costretti di fare: e se non ci tormentasse il dubbio, che anche noi, per debolezza ed acquiescenza a non so qual fato sociale che ci trascina tutti, anche noi a cotesto pervertimento delle coscienze giovanili prestiamo pure una mano, — noi potremmo ri- dire quale noncuranza o qual disprezzo per F arte, per la ve- rità, per tutte le cose piti belle e più sante che 1' uomo abbia e di cui noi ci sforziamo tuttavia di mostrare la bellezza, l'ec- cellenza, la maestà, dimostrino molti giovani in quel punto, in cui, per separarsi da noi e dalle nostre cose, ci chiedono l'ap- provazione col tuono del mendico che non par uomo o con l'ar- roganza della prosunzione, di cui non v'ha peste peggiore per la scienza e per la vita. E noi diamo loro una mano; e di noi forse è la colpa maggiore. Perchè se fossimo stati sempre fermi, rigidi mantenitori della consegna, che ci era stata affidata, — se anche non tutti, che non sarebbe stato possibile, la massima parte; se fossimo stati vigili custodi della dignità degli studi, per il cui esercizio lo Stato per l'appunto compensa l'opera no-