SigPhi · Giovanni Gentile

Scuola e filosofia concetti fondamentali e saggi di padagogia sulla scuola media

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lasciasse loro il diritto d' organizzare nel modo che essi rite- nessero più opportuno, questi studi del primo biennio: cioè essi volevano poterli far consistere, consenziente esplicitamente il Eegolamento, in quello che essi già venivano facendo consistere: i lavori, in ricerche e saggi originali di critica; le conferenze, nella discussione di questi lavori. Infatti 1' art. 11 richiedeva poi per r esame finale della scuola, per 1' abilitazione, « una diasertazione sopra un soggetto scelto dallo studente ed una le- zione fatta alla presenza della Commissione esaminatrice », di- sponendo che la Commissicme avesse « facoltà d' interrogare il ©EGL' INSEGNANTI MEDI 269 f^iovane sulla dissertazione ». Questa dissertazione doveva es- sere la prova del profitto fatto massimamente nel primo biennio della Normale; come la lezione di quello fatto nel secondo: pel qua- le il nuovo Regolamento estendeva alla Scuola Normale le norme del comune regolamento delle scuole di magistero, nella parte in cui si potessero accordare con le norme speciali della Scuola. Ma gli alunni di questo 2^ biennio, oltre a seguire i corsi didattici, prescritti dal regolamento delle scuole di magistero, era detto an- che che dovevano assistere i compagni degli anni preparatori « nelle loro conferenze e nei loro lavori », e magari impartire ad essi « lezioni speciali da stabilirsi d'accordo col Direttore della scuo- la, il quale sentirà, per questo, i Consigli direttivi speciali di sezione ». Disposizione, la quale, anch' essa, veniva a definire per regolamento la consuetudine, che doveva già essersi for- mata, dell'attiva collaborazione dei normalisti, nei lavori a cui essi eran soliti attendere; e dell' aiuto quindi prestato da' più provetti a' novellini.

L'ordinamento del 2° biennio, costretto naturalmente a uni- formarsi a quello delle scuole di magistero, allora da un anno instituite a canto a tutte le facoltà di filosofia e lettere, conti- nuava bensì, e pareva intensificasse la tradizione degli esercizi didattici, assegnata alla scuola dai precedenti regolamenti. Ma in realtà, dopo quel biennio preparatorio, veniva ad essere sempre tutt' altra cosa dall'ordinaria scuola di magistero; e continuava quindi l'avviamento che già la Scuola aveva preso. Le prove di lezioni e le relative conferenze a Pisa presupijonevano un serio e profondo studio di preparazione, di cui si doveva già aver acquistato il gusto e l'attitudine coi lavori del primo biennio. Non avevano per base effettiva, come accade in tutte le scuole di ma- gistero, la stessa cultura liceale rinterzata dalla lettura di qualche manuale scolastico. I normalisti di Pisa dovevano i)repararsi alle lezioni, da fare innanzi ai loro ordinarli maestri, dopo aver ap- preso il metodo onde si acquistano le idee chiare e certe in- torno a ogni determinato argomento. E questa era un grandis- simo vantaggio, per cui gli stessi esercizii didattici diventavano occasione e stimolo nuovo a quegli studi coscienziosi, metodici, profondi, che soli son capaci di dare all'insegnante la coscienza dei bisogni del suo insegnamento, quando ha da essere per dav- vero x^roficuo.

Il nuovo regolamento, del resto, manteneva tutte le parti buone del precedente, perciò che riguarda gli esami di ammis- sione e le norme adatte ad assicurare alla Normale una eletta 270 LA PKEPAKAZIOXK 270 LA PKEPAKAZIOXK scolaresca (l). Quanto alla parte disciplinare si continuava la tradizione di libertà ragionevole, iniziata con la riforma del '62, quando il relatore del Senato, il Matteucci, osservava: «Crii alunni delle Scuole Normali, sono giovani eletti, che hanno già mostrato di amare lo studio, sostenendo le fatiche richieste per prepararsi ai difficili esami d'ammissione, e che perciò intendono proseguire gli studi con ardore non comune. I regolamenti delle Scuole Nor- mali non esigeranno per conseguenza da quei giovani più di (piello che essi stessi spontaneamente sono disposti a fare per la loro istruzione. Essi troveranno nella vita, negli studi, negli esercizi in comune, nel consorzio amichevole con professori di fama universalmente acclamata, quel legame incancellabile di dottrina, quella comunanza di affetti, quelParmonia dei metodi, che devono sostenerli e incoraggiarli nelP esercizio delle loro funzioni...Xò le nostre Scuole Normali sono da confondersi con tiuei collegi, che hanno esistito o che i)ur tuttavia esistono, dove gli studenti sono ammessi a vivere con certe discipline rigorose non più confacenti alP educazione dei iemiji nostri, e che forse anco per lo passato non hanno mai servito a risvegliare nei gio- vani, come si richiede nella vera educazione, il sentimento della dignità e della responsabilità dei proijri atti » (2).

VI.

VI.

Chi è stato i]ifatti alla Scuola Normale ricorda di non aver patite costrizioni in (luegli anni, che tornan sempre più lieti nella memoria. Avevamo 1' obbligo, certo, di frequentare i no- stri corsi universitarii, e di prendere a fin d'anno i relativi esa- mi, senza rimandarne nessuno: e quelli del secondo anno, fra cui era i)er tutti compreso l'esame di licenza con una disserta- zione, che voleva essere un lavoro non inferiore a quello di laurea, eran parecchi: e gravi, tutti insieme. Ma la frequenza dei corsi era rimessa in fatto al nostro buon volere; e ve n' e- rano che, indisturbati, se ne restavano non di rado in casa quando avrebbero dovuto essere all'università. Fino a un certo segno si lasciava correre, lasciando a ciascuno, anche in ciò, il (1) Vedi in appendice a questo volume riprodotto un estratto del Re- golamento 23 giugno 1877, tuttora vigente.

(2) Cit. anche dal Betti nelle ^Tofia^ie premesse al I volume degli Annali, pp. XVI-XVII.

rischio e la responsabilità della projnia condotta. Ma in generale noi ci sentivamo attirati alPuniversità, e attendevamo con de- siderio le ore delle lezioni. Ne gli esami ci sgomentavano, per- chè ai piti promettevano premii e conforti alle fatiche dell'anno: e però erano i)iuttosto attesi con fiducia e con desiderio. Xella Scuola, dove ognuno viveva per suo conto, in una camera sua, servito del necessario, co' suoi libri, si godeva ogni possibile libertà. E si entrava ed usciva, quando pareva; e si studiava e dormiva, quando piaceva. Fisse erano le ore della mensa, che ci raccoglieva tre volte al giorno intorno al vice-direttore, che era pure il nostro professore interno di latino e greco, o al pi*o- fcssore interno di matematiche (il taciturno lUanchi, nel cui sguardo intento noi almanaccando leggevamo sempre chi sa quali nuovi progressi d'analisi accanitamente inseguiti). Fissa era anche Torà della rientrata, la sera, alle 21, salvo le dome- niche e ogni altro giorno specialmente concesso, in cui ci si permetteva di tornare dopo la tìne del teatro.

(Quando ci venni io, nel novembre del 1893, per le abitu- dini, che avevo innanzi contratte, di libertà mi parve d'averne anche più del bisogno. Vi giunsi dal fondo d' una lontana pro- vincia, dopo lungo viaggio di mare e di terra, senza sapere che avrei trovato, senza un'idea della vita che nella scuola m'a- spettava, senza conoscer nessuno dei maestri, e solo di nome il D'Ancona e lo Zambaldi. Ne a Pisa avevo amici di sorta. Giacche gli esami di concorso li avevo fatti presso l'università di Palermo; poi m'avevan chiamato, ed ero andato. Arrivai a Pisa che era notte; e mi rincrebbe di non jioter quindi cercare subito la Scuola, per vederne almeno la facciata e la porta. Ma nell'albergo, mentre mi rifocillavo del digiuno del viaggio, non seppi trattenermi dal chiedere a qualcuno se fosse vicina la Scuola Normale Superiore. E la mattina appresso, appena le- vatomi, corsi. Mi pareva che lì avrei trovato un'altra famiglia; e ne sentivo il bisogno pensando con un eerto smarrimento a quella lontana, lasciata laggiù, e non vedendo più da un paio di giorni nessuna faccia conosciuta. E la scuola infatti m' ac- colse come un vecchio scolare. M'aspettava Giorgio, il portiere che mi condusse dal Eosati, il vice-direttore, del quale portavo ancora addosso la cartolina che mi aveva annunziato P esito degli esami. Egli mi chiese del viaggio fatto e mi diede con semplici parole il benvenuto. Si riseppe subito il mio arrivo, e molti normalisti si raccolsero nella camera, che era divenuta dro tempore mia, e quel giorno non fui pili solo. La sera pas- 272 LA PREPARAZIONE seggiavo anch'io sul Luiig'Arno con varii comi)agni, e ini pareva d'essere da un pezzo a Pisa.

Il giorno dopo venne il D'Ancona, che da un anno era suc- ceduto al Betti nella direzione della scuola; e mi chiamò a sé, e mi disse buone parole d'incoraggiamento. L' avevo già udito la mattina alla lezione dell'università; e m'era cresciuta la re- verenza per lui. Sicché, quando gli fui dinanzi, mentre par- lava quasi non osavo alzare gli occhi. E ogni sua parola, detta con l'accento di franchezza cordiale che il vecchio maestro sapeva, trovava diritta la via del cuore. Non mi ricordo precisamente che mi dicesse: certo uscii dalla Direzione con un vivissimo desiderio di meritarmi l'approvazione, la stima di quel maestro, con una gran fede nella sua opera; e ne scrissi quel giorno stes- so, con gratitudine, al mio professore del liceo, che m' aveva indotto a concorrere per la Scuola Normale.

Quanto agli studi, nei primi giorni, naturalmente venivo cercando di pigliar aria, p] per verità, dapprima provai un certo sgomento. Uno de' normalisti, vicino a me di stanza, e verso •del quale mi sentii presto attratto per l'entusiasmo con cui e^li mi parlava de' suoi lavori e per la sicurezza con cui già nio strava di muoversi nelle ricerche scientifiche, destò in me fin dal primo giorno il desiderio di seguir le sue tracce. Di questo debito, che io ho verso Augusto Mancini, com'egli ne avrà uno simile verso altri compagni ])recedenti, non e' è normalista che possa dirsi esente. Ognuno ha trovato lì qualcuno, che Plia spronato e gli ha additata una via. ]Ma quando ero col 3Iau- cini, e lo vedevo tra le bozze di stampa dei lavori già com pinti e gli appunti che veniva con grande alacrità raccoglien- do e distribuendo sempre metodicamente in varie rubriche, tra il greco di Eusebio che allora studiava e il tedesco delle monografie critiche che veniva compulsando, e che la Scuola Normale aveva acquistate appunto per i suoi lavori, come so- leva fare per tutti, io che fino a ieri non avevo scritto altro che i miei componimenti e le mie traduzioni scolastiche, e non avevo mai guardato una pagina di tedesco, e non sapevo né an- che cosa fossero le bozze di stampa, vedevo tra me e il Man- cini, che pur mi pareva il segno a cui anch' io avrei dovuto presto avvicinarmi, un abisso. E non ci dividevano se non due anni di studi.

Simile sgomento vidi piìi tardi in un valentissimo giovane, che prometteva per forza di studi e genialità d' ingegno salire .^^ assai in alto nella filologia classica, e la cui fine pietosa, a Got- tinga, mentre perfezionava colà la sua istituzione universitaria, non sarà mai abbastanza compianta da quanti l'amammo e da quanti lo conobbero. Cammillo Vitelli venne alla Scuola Nor- male nel novembre 1895: già molto innanzi nella conoscenza del g;eco e del latino, e assai ben preparato in tutte le disci- pline. Ma non sapeva ancora il tedesco; e però si vedeva lon- tano lontano da quella filologìa, il cui amore pareva portasse nel s mgue; e uno dei primi giorni mi manifestava il dubbio che ]n'r grandissima parte del suo tempo, negli anni dell'uni- versità, egli dovesse rinunziare agli studi che più gli stavano a cuore, poiché aveva intanto da imparare quel l)enedetto te- desco: e quasi temeva di non poterne venire a capo. Io lo con- fortai assicurandolo che in capo a pochi mesi egli avrebbe saputo già tinto della lingua da poter cominciare a servirsene a' suoi bÌ8o;:ui; e poi si sarebbe spratichito appunto servendosene. E il pò \ ero Cammillo, che aveva una volontà di ferro, dopo pochi mesi ora in grado di parlare il tedesco, e correva per Pisa in traccia di tedeschi per esercitarsi. E s'era già avviato veloce- mente per i suoi studi, nei quali i pochi anni che visse gli ba- starono a produrre frutti notevolissimi.

e )sì anch'io a poco a ik)co nell'aria tiepida della Normale venni prendendo animo. Cominciai anch'io a frugare tutti i giorni nella biblioteca, per portarmi in camera sempre nuovi libri, e riviste, che si divoravano. Cominciai anch'io a leggiucchiare il tedesco; e intanto a raccogliermi intorno a qualche lavoro spe- ciale: fin da' primi mesi del primo anno. Il D' Ancona e il Crivellucci portarono un giorno in iscuola un elenco di temi, invitando ciascuno a sceglierne uno, e suggerendo quindi la bibliografia da tener presente e la maniera d' iniziare le ri- cerche. Io presi a soggetto del mio lavoro di letteratura ita- liana la Bosmunda del Eucellai per studiarne le relazioni con la Sofoninba del Trissino e con i modelli greci. E per il la- voro di storia mi misi a indagare le Leggi suntuarie nel Co mune di Pisa. Qualche risultato nuovo parmi di aver ottenuto nell'uno e nell'altro lavoro; ma il vantaggio che ne ricavai fu altro, e assai maggiore, com' è facile intendere. Per par- lare della Bosmunda dovetti leggere tutte le altre scrittijLre del Eucellai, e molte altre tragedie del cinquecento, e quelle del teatro greco, sia pure nelle traduzioni del Bellotti; e studii critici speciali, e storie letterarie generali: e tutto con quell'at- 274 LA PttEP A RAZIONE teiizione intensa che si pone a ciò, in cui ci si vuol formare una convinzione, per poterne dire qualche cosa noi. Perche già sentivo dai compagni, e vedevo nelle conferenze della scuola, che i giudizi del D'Ancona eran severi quando non si dava prova d'aver fatto quanto si sarebbe potuto, e non si era saputo met- tersi in grado da dire qualche cosa di positivo, di chiaro, di i>re- ciso e di nuovo. Si ricordavano bene i suoi rabbuffi, o le sue critiche, condite da barzellette pungenti, di certi lavori pretensiosi e vacui. Si veda un po' quel che ne racconta il Kirner nel suo Diario (1), a proposito d'uno scritto da lui presentato al D'An- cona nel primo anno: « Ogni volta — scrive il Kirner — ogni volta che ripenso a quella conferenza, sento più viva 1' ammi- razione per quell'uomo, che senza scoraggiarmi, aveva demolito il mio lavoro, anzi tutto me stesso...Ne io provai nessun di- spetto, anzi da quel momento mi sentii legato a quella persona, che mi aveva aperti gli occhi, dai vincoli della gratitudine. Bi- sognava ricominciare da capo: i fatti, non le astrazioni e le vuote chiacchiere, dovevano essere d' allora in poi argomento dei miei studi ».

I fatti, è vero: questo sentivamo tutti che il D' Ancona aspettava da noi: questo trovavamo soprattutto ne' suoi libri, che tutti leggevamo appena entrati nella Scuola, se non li ave- vamo letti prima. E qualcuno x^ofceva avergli veduto certo riso- lino malizioso sulle labbra, se gli parlava del suo desiderio di darsi alla filosofia o, comunque, del suo interesse per questioni speculative. Egli aveva perduto ogni fede nei sistemi, forse dac- ché ne aveva conosciuto, giovanetto, un assai arruffato rap- presentante (2); e un giorno mi disse che egli non sapeva con- cepire altri studi filosofici scrii, che quelli di storia della filo- sofia: che dopo Platone e Aristotele non c'era più nulla da in- ventare; infatti tutta la storia da allora non aveva fatto altro che ripetere ora l'uno ora l'altro di quei due opposti sistemi, i quali avevan descritto fondo all'universo. Che quindi, poiché que- sti fatti dei continui rimaneggiamenti del pensiero filosofico c'e- rano, bisognava bensì occuparsene, ma storicamente, come si fa delle religioni, delle superstizioni, delle leggende popolari, e (1) Discorsi e scritti, già cit., pp. 14-15.

(2) Paolo Morello, che fu suo maestro di filosofìa. V. la mia nota in Spaventa, Uà Socrate a Hegel, Bari, Laterza, 1905, p. i99.

J così via. Non che egli mostrasse di non avere nessuna fede; anzi tornava non di rado nelle sue considerazioni storiche un motivo religioso manifestamente inconcusso: ma, appunto, non voleva essere altro che una fede, ritenendo il D' Ancona im- possibile ogni forma di sistemazione determinata e positiva, fosse pure d'una religione. Si sentiva bene che egli non era uno scettico; ma scettico si dimostrava verso tutte 1»^ costruzioni intellettuali degli uomini, e però richiamava ai fatti; e si vedeva che provava un certo rincrescimento se nel secondo biennio, in cui gli studi della Scuola si biforcavano, qualcuno, da cui egli aveva «creduto si potesse cavare qualcosa, si sviava dietro alla filosofia. « Un'altra anima perduta »! — disse una volta.

Ma contro questi principii reagiva salutare il buon gusto e l'ingegno dell' uomo: il quale, se per sistema aborriva dal rajiionare astratto e dal muoversi tra le idee, e l'opera d'arte, quindi, voleva si cercasse solo come fosse nata e in qual mondo, senza affrontare l'analisi estetica di essa, a cui non basta più la cognizione dei fatti aecertibili; se insomma ci predicava sem- pre che badassimo alla storia, e lasciassimo da parte le discus- sioni estetichi», non credeva perciò che qualcuno per doti natu- rali e per speciali attitudini d'ingegno non potesse far bene an- che a i>rovarsi nella valutazione diretta dell'arte: ed era pronto a riconoscere ed apprezzare i buoni saggi di critica, che qual- che rara volta venivan letti nelle nostre conferenze dai giovani. Ricordo le lodi da lui date a un com])agno che gli lesse un suo bel lavoro sul Pastor fido^ di imra analisi estetica. E ricordo una sua sfuriata confidenziale contro certi articoli, che furon pubblicati sul principio del 1895, contro il metodo storico i)re- valso da un i)ezzo nell'insegnamento superiore della letteratura italiana. A un tratto, si fermò e cavandosi il cappello: « Innanzi al De Sanctis, — disse, — io sono il primo a inchinarmi ». E continuò ricordando l'entusiasmo che il gran critico suscitava a Torino nelle sue conferenze dantesche degli anni tra il 1854 e il 57. E conchiuse: « Ma per quella critica ci vuole l' ingegno del De Sanctis ». La verità è che per la stessa critica del De San- ctis occorre la preparazione storica; e lo stesso De Sanctis ve- niva predicando, coni' è noto, quello che inculcava a Pisa il D'Ancona, e che s'è udito p. e. dalla sua bocca nella comme- morazione del Frizzi: che, cioè, la nostra storia letteraria fosse tutta da rifare; e a ciò si richiedevano e in parte ancora si ri- chiedono, indagini monografiche, pazienti, minute: occorreva 27t) LA PKKFAMAZIONE ed occorre quella filologia, a cui il D' Ancona avviava sapien- temente.

Con lo stesso metodo si doveva procedere nei lavori di sto- ria, che si preparavano pel Crivellucci, il quale pubblicava poi i migliori ne' suoi Studi ntorici. E i due insegnamenti si davan la mano. Per ragionare delle leggi suntuarie di Pisa a me toccò non solo di leggere molti libri di storia, ma lavorare alcune ore al giorno per un paio di mesi in Archivio: non solo per cer- care se vi fossero altri provvedimenti in proposito, oltre quelli già messi in luce da uno studioso della storia locale, ma an- che per rendermi conto dell'importanza di essi rispi'tto all'eco- nomia e alle usanze del tempo.

E mi ricordo d'avere scorsi, oltre i registri dei ^consigli del comune, tutti quelli dei pubblici notai, per tutto il sec. XV e il cominciare del XV, i>er indagare attraverso i contratti nu- ziali le condizioni dell'economia domestica e quella i)arte dei oostumi, che avessero attinenza col mio soggetto. Anche quel lavoro, se meritò qualche lode dal Crivellucci, rimase poi im- perfetto; ma anch'esso era servito largamente al suo vero scoim): non solo per le speciali attitudini che potò educare in me alla ricerca attraverso i manoscritti, ma i)er l'abitudine, che era adatta a creare, alla x>iizienza di chi indaga, in ogni sorta di studi, ve- rità nuove, e deve perciò lavorare e lavorare, tentando tutte le yie possibili, per trovare, e spesso non trovando nulla, ma otte- nendo così di quando in quando il compenso anche delle fatiche infruttuose, nella gioia d'una scoperta; che, per quanto piccola, è una scoperta, ed è una [)ietruzza necessaria a un edilìzio, che può levarsi alto per l'aria, e farsi ammirare.

E questi lavori, a cui ciascuno per suo conto attendeva, venivan maturando ogni giorno in mezzo quasi all' interesse comune nella Scuola. Anche lì dentro, com'era naturale, affinità di anime e di abitudini facevan nascere varii gruppi di più stretta intimità. Ma in ogni gruppo può dirsi che il lavoro di ciascuno fosse il lavoro di tutti; perchè non c'era osservazione nuova, o nuovo dato scoperto, non c'era nuovo libro che si trovasse utile al proprio tema, di cui non si desse comunicazione agii amici, e non si discorresse insieme. Quante difficoltà non si risolve vano così! Quante induzioni non venivano abbandonate o cor- rette dopo averle discusse insieme! Era una vera, intima, at- tiva e continua collaborazione, della quale ciascuno aveva la sua part-e di fatica e la sua parte di profitto. Talvolta i lavori dei più giovani, dei più buoni, come ne capitano non di rado alla Scuola Normale (come quei poveri morti lodati dal D'Ancona), i quali vengon lì a mettersi a fianco dei più provetti con la fiducia di fratelli minori, erano per i più provetti un pensiero assiduo, come di cosa propria. E se ne chiedeva continuamente, e si seguiva il loro svolgersi lento con occhi d'amore e con voti d'augurio. Un solo anno ci divideva dal corso di Fortunato Pin- tor (non dispiaccia alla schiva modestia dell'amico trovare qui anche il suo nome, che devo a menzionare in onore della no- stra alma mater comune!); ma era tanta l'ingenua bontà, tanto il candore della sua anima, che al Salza e a me, più che un fra- tello minore, ci pareva quasi di vedere in lui un figliuolo. E la premura nostra ai progressi de' suoi lavori sul dominio di Pisa nell'isola d'Elba, sul Catone dantesco, sulle liriche di B. Tasso, sul teatro fiorentino del sec. XVI, e su altri argomenti da lui studiati negli anni che fummo insieme, non credo possa esser superata da quella che il i)adre ha per la buona riuscita dei figli. E devo dirlo per dare un'idea adeguata alla realtà della Scuola Normale. Non che dovessimo spronare al lavoro il no- stro più giovane compagno: tutt'altro! Ohe anzi dal secondo anno in su ci impensierivamo per la sua salute; e tutte le notti, andavamo da lui per persuaderlo a lasciare il tavolino, e mettersi a letto. Ed egli era così tenace alla fatica, che non pareva sentisse mai bisogno di riposo. E rideva con noi degli studenti dell'università, che, rincasando a sera assai tarda e vedendo dalla piazza dei Cavalieri illuminate le nostre finestre, inorridivano di noi, e ci urlavano a squarciagola: « Sgobboni! ». Ma non rise Gioacchino Volpe, quando ci venne anche lui nel 1895, da Sant'Angelo dei Lombardi, ben piantato, tarchiato, con quel suo sorriso a fior di labbra, fermo, che pareva ri- specchiare ogni volta un ben determinato pensiero: selva- tico, piuttosto, e uso a poche cerimonie. Il quale dopo una e due volte che si sentì disturbato sgarbatamente da quell'urlo, ritenne indispensabile all' onore della Normale che si dovesse troncare quella noiosa faccenda con una sortita, da rovesciarsi improvvisamente sui disturbatori dell'ordine pubblico, (che ve- ramente non si può dire che regnasse mai nella nostra Piazisa, poiché essa era sempre deserta). Non ricordo precisamente come la cosa andasse a finire: ricordo bensì il corto e nodoso ba- stone, con cui il buon Volpe si apparecchiava alla pugna. Pin- cor, dunque, rideva, e stava saldo alla sua sedia fino alle 2 e alle 278 LA PREPARAZIONE 3 del mattino, quando con qaella sna scrupolosa coscienza da asceta, che non ha perdonato mai la più piccola debolezza al suo organismo, penetrava, penetrava sempre più addentro, col suo diritto acume, nelle questioni e questioncelle che veniva incon- trando, anzi facendo nascere sul cammino delle sue indagini. Kè valevano le nostre esortazioni, finche non diventassero quasi ordini perentorii, ai quali egli per la sua bontà s'arrendeva. Chi può ridire l'accuratezza sagace con cui egli, fin d'allora guardava e riguardava da tutti i lati le questioni studiate, e la pazienza in- stancabile con cui cercava di precisar tutto, a costo di qualun- que fatica? A chi non conosca l'uomo, in questi tempi di brutta mania titolografica, basti dire che l'ultimo suo lavoro, sul teatro fiorentino del secolo XVI, a cui più anni attese con studi inde- fessi e con larga esplorazione delle biblioteche pubbliche e private di Firenze, lodato assai dai maestri, a Pisa e a Firenze, e inco- minciato a stampare negli Annali della scuola, è stato poi con- dannato dal Pintor a restare inedito in un cassetto, perchè a lui non sembra in tutto finito, ed egli non s'induce mai a riconoscer a se stesso di aver fatto per esso tutto il i)ossibile. E sarebbe un lavoro da onorare ogni più insigne studioso e da giovare assai alia storia della nostra letteratura. Un Pintor nella Scuola Normale è modello, non pur di coscienza scientifica, ma di quella squisita moralità, che solo si conosce e solo può edificare nell'inti- mità di una consuetudine di tutti i giorni: era uno degli stru- menti più preziosi ed efficaci...della vera preparazione degl'inse- gnanti. Guardando a lui tutti sentivamo il bisogno di esser buoni e scrupolosi nell'adempimento di tutti i nostri doveri; e ci nasceva nell'animo un certo desiderio di sacrifizio, per qual- cuno e per' qualche cosa, per una qualche idea nobile e i)ura. Desiderio che è forse il porro unum del maestro.

I nostri lavori dopo la tesi di licenza del secondo anno era- no, fin dal princiino del terzo anno, la preparazione della tesi di laurea e di abilitazione, e quella degli esperimenti di lezioni che ci toccava di fare così nel.5°, come nel 4° anno. Le quali lezioni si badava bene ad avvertirci, anche dal D'Ancona, che non avessero carattere universitario: ma l'abitudine già fatta negli studi, e le esigenze effettive degl' insegnanti ci traevano a prepararle, come già s'è accennato, in maniera che si facesse uno studio profondo dell' autore o dell' opera, che era argo- mento della lezione, e di quello che di più importante si fosse scritto sull'argomento. L'esposizione non doveva entrare in minute discussioni critiche, ma doveva scaturire dalla cognizione esatta e dal giudizio ponderato delle discussioni già fatte da al- tri; e dico, doveva: perchò, se uno preparava la sua lezione di let- teratura italiana senza aver fatto tutto questo, alla lezione succe- deva una critica del D'Ancona, che sciorinava lui tutto quello che non s'era veduto, e che si sarebbe dovuto vedere per acqui- stare quelle idee esatte, che il maestro non trovava nella lezione.. E quanto al metodo, egli non chiedeva altro, se non che l'espo- sizione fosse ordinata, chiara: tutto ciò, insomma, che può chic-, dersi, e che deriva, quando deriva^ dMa &tessQ> re bene per speda.

Quando c'ero io nella Normale, d'insegnamenti speciali in- terni non c'erano se non quello di lingue straniere; e questo si limitava, credo i)er ragioni di bilancio, al tedesco; e poi, i)er le scienze, tre corsi alterni del prof. L. Bianchi: Teoria dei numeri^ Teoria dei grupi)i di sostituzioni e delle equazioni algebriche secondo Galois, e Complementi di calcolo; e per le lettere e filo- sofìa due corsi del prof. Rosati, di lingua e grammatica latina, e lingua e grammatica greca, appartenenti agli studi prepara- torii del primo biennio. Questi corsi avevano carattere liceale; e s'intende agevolmente quale ne fosse il fine e il vantaggio.

Ma Filippo Rosati non era tanto per noi il maestro modesto e bonario di quei corsi: quanto il vice-direttore, e quasi la per- sonificazione di tutta la Scuola, nella sua vita ormai semiseco- lare. Egli era stato abilitato lì nel '02; e poi era stato subito nominato x>rofess()re interno, con vitto e alloggio nella scuola; e vi si trovava quindi dal 1860. Due generazioni eran passate per la Scuola: ed egli era rimasto, e ricordava tutti, e alla mensa ci parlava della gioventù di quelli che noi vedevamo già maestri, già canuti, nelle università: e ci diceva come e quanto studias- sero, e come si bisticciassero (il D'Ovidio, j). e. e il De Doini- nicis letigavano meridionalmente a occhiate, lì a tavola) e come si divertissero; e dei maestri che erano stati a Pisa e non c'e- rano più, o erano morti. Un giorno ci ricordava le grandi atti- tudini di Francesco Fiorentino al difficile insegnamento della pedagogia. Il Villari, il Betti mm c'erano più; ma egli li. teneva presenti tra noi; il D'Ancona, non alloggiava nella Normale, e non veniva alla nostra mensa; ma egli ci portava sempre il suo pensiero, i suoi desiderii, e pareva volesse dirigerci come primo inter parc8j perchè il D'Ancona fosse contento di noi. E a lui noi sapevamo di i)oter aprire tutto l'animo nostro, perchè egli era disposto a indulgere anche ai nostri errori, che correggeva 280 LA PREPARAZIONE 280 LA PREPARAZIONE con un'osservazione scherzosa, quasi impersonale, e talvolta con uno sguardo cbe era disapprovazione, ma temperata da un sor- riso. « Pippo » come si chiamava qualche volta tra noi, ci reggeva con l'affetto; e nessuno avrebbe mai pensato a dargli un dispia- cere, E ci era simpatico per i costumi semplici e rigidi, di cui ci dava l'esempio, vivendo da tanti anni quella stessa vita da ceno- bita, che noi pensavamo prossima a terminare per noi, fra breve, insieme con gli studi giovanili, con la preparazione alla vita. E l'ammiravamo noi giovani quando lo vedevamo nelle mattinate piii fredde uscire assai per tempo dalla scuola, col fucile in ispalla e gli stivali a mezza gamba, che pareva piti giovane di noi. E i piii di noi l'imitavano, cohìc potevano, indurandosi nella palestra, nella scherma, e nel bagno della scuola, e ne^jli esercizi podi- stici su per le Alpi Apuane. Giacché alla scuola si lavorava, ma non s'intristiva, almeno i più.