Ángel Ganivet
Scrittore, saggista e diplomatico spagnolo (1865–1898), nato a Granada in una famiglia modesta e formatosi in giurisprudenza e in filosofia e lettere a Granada e Madrid, considerato, insieme a Miguel de Unamuno, uno dei precursori intellettuali della generazione del '98, sebbene sia morto poco prima che questo movimento si consolidasse formalmente in seguito al disastro coloniale del 1898 e alla perdita di Cuba, Porto Rico e Filippine. Trascorse tutta la sua vita adulta come console spagnolo in diverse fredde e lontane città dell'Europa settentrionale —Anversa, Helsinki e infine Riga—, una prospettiva di esilio volontario e solitario dalla quale, malinconico e sempre più isolato, sviluppò la sua riflessione più influente sull'anima e sul destino storico della Spagna. La sua opera capitale, l'Idearium español (1897), è un saggio di introspezione nazionale che cerca di diagnosticare con durezza le cause profonde della decadenza spagnola a partire dalla perdita dell'impero americano e di proporne rimedi, sostenendo che la Spagna dovesse rinunciare definitivamente a ogni ambizione espansionistica o imperiale per concentrarsi su una rigenerazione interiore, spirituale e culturale, lontana dall'azione politica estera —tesi che anticipa direttamente il «problema della Spagna» che avrebbe ossessionato l'intera generazione del '98 e il successivo rigenerazionismo. Il suo romanzo La conquista del regno di Maya (1897), satira coloniale e al tempo stesso avventura dall'umorismo nero su un impero africano fittizio conquistato da avventurieri spagnoli, completa questa diagnosi con una critica mordace e cinica dell'espansionismo coloniale europeo contemporaneo e della stessa ipocrisia civilizzatrice. Colpito da una profonda instabilità emotiva, dall'alcolismo e da una crisi depressiva aggravata da problemi familiari ed economici, Ganivet si tolse la vita nel 1898, ancora giovane, gettandosi nelle gelide acque del fiume Daugava a Riga, una fine tragica e prematura che contribuì in modo decisivo a trasformare la sua figura, già ammirata in vita da Unamuno, in un simbolo precoce del disagio esistenziale e nazionale che avrebbe definito lo spirito di un'intera generazione di intellettuali spagnoli di fine secolo.